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Triennale: il Novecento della collezione (privata) Iannaccone

Scritto da Francesca Bonazzoli

«Fai come me: prenditi un Giuseppe’s day alla settimana, un giovedì dedicato a quello che più ti piace. Così a trent’anni, su suggerimento di un amico, cominciai a girare fra musei e gallerie per staccare dal lavoro da cui ero molto preso. Mi concedevo solo un giovedì ogni due settimane, ma l’arte era la compensazione di qualcosa che mi mancava dentro, la stampella dell’anima». Avvocato fra i più quotati del foro milanese, Giuseppe Iannaccone, classe 1955, è arrivato da Avellino a Milano quando aveva a 16 anni e ancora combatte contro la mancanza di tempo libero. «Mi ricordo le lacrime quando vidi il grigiore di viale Fulvio Testi. Poi però ho dedicato il mio primo libro a Milano, la città cui devo tutto. Qui uno che come me viene da fuori, senza amici e relazioni sociali, può farcela».

Non è quindi un caso che fra i 96 quadri della sua collezione esposti alla Triennale (i primi pagati a rate), molti siano vedute di Milano. Raccolti sotto il titolo «Italia 1920-1945. Una nuova figurazione e il racconto del sé», costituiscono il nucleo del primo interesse collezionistico dell’avvocato che, col tempo, ha esteso gli acquisti anche al contemporaneo fino a stipare casa, studio e deposito di 450 opere. «Ma la mia passione per il Novecento storico è più viva che mai. Se conosci quello che c’è stato prima, riesci ad apprezzare meglio il nuovo».

Il percorso cronologico inizia con «L’attesa» del 1920 di Ottone Rosai e si conclude con Emilio Vedova passando per Mafai, Guttuso, Lilloni, De Pisis e i tanti nomi della pittura «non ufficiale» compreso Scipione, il più amato, «anche se scegliere è durissimo».

Di Mario Sironi e Arturo Martini, invece, non c’è traccia. «Li ammiro, ma non li compro perché acquisto soltanto quello che è simile a me. I miei artisti (Iannaccone li chiama così, come fossero amici, ndr) amavano la libertà d’espressione. Non si curavano di dover rappresentare l’arte italica. Preferivano raccontare la verità».

Eppure Sironi e Martini erano la passione della gallerista Claudia Gian Ferrari, di cui Iannaccone era molto amico, cliente e anche avversario alle aste come quando, a Londra, le contese la natura morta di Pirandello battendosi in duello lealmente, ma senza sconti. Tuttavia, più che i mercanti milanesi o romani, per la collezione sono state fondamentali due donne: Rischa Paterlini ed Elena Pontiggia. La prima ha iniziato a lavorare nello studio legale come contabile e successivamente si è trasformata in curatrice e cacciatrice di quadri presso aste, gallerie e privati. La storica Elena Pontiggia, invece, «è come lo specchio in cui due amici si riflettono e si confrontano», spiega Iannaccone che dedica questa mostra a Claudio De Albertis, il presidente della Triennale da poco mancato. «Gli sono grato di avermi offerto questa possibilità: alla fine, condividere con gli altri ciò che si ama è il bisogno primario di ogni collezionista».

*originariamente pubblicato su Il Corriere della Sera, www.corriere.it

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