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Gli angoli di Milano da salvare e che non possono scomparire

Scritto da Chiara Vanzetto

Un grande successo. Sarà che quest’anno il progetto era dedicato a Khaled al-Asaad, l’archeologo siriano martire di Palmira, ma i voti a livello nazionale sono stati più di un milione e mezzo: il censimento «I Luoghi del Cuore», iniziativa del Fai (Fondo Ambiente Italiano) in collaborazione con Intesa Sanpaolo, sta diventando un vero movimento popolare. È dal basso infatti che arrivano le segnalazioni: partecipa chi vuole, anche l’uomo della strada, senza alcun impegno. Ma che cosa si vota? Si votano siti monumentali o naturali da salvare, che rischiano il degrado. Siti spesso segreti o sconosciuti, su cui il voto accende i riflettori dell’opinione pubblica e delle autorità perché possano essere riportati alla bellezza di un tempo. In testa al Paese per numero di adesioni la nostra regione, con 189.671 votanti. Un bel risultato, anche se stupisce che tra i monumenti segnalati risultino Villa Necchi, Sant’Ambrogio o piazza del Duomo, che, al netto di palme e piromani, non sembrano avere particolari necessità di salvaguardia.

A Milano sono altre le emergenze, spesso poco note, e dalla classifica ne spuntano parecchie. Al primo posto la Ditta Guenzati di cui il «Corriere» ha già parlato, nata nel 1768 e specializzata in abbigliamento inglese, che rischia lo sfratto dalla sede di via Mercanti: adesso, con 31.069 voti, se dovesse succedere si rischierebbe una sollevazione. Al secondo posto in città un tesoro invisibile perché non in condizioni di essere aperto: l’Archivio Storico dell’Ospedale Maggiore, ala seicentesca della Ca’ Granda. 3mila chilometri di scaffali, documenti dal ‘400 a oggi, infinite storie sulla sanità milanese e non solo: due i saloni, lo spettacolare «Capitolo» con volte affrescate e il «Capitoletto» con armadiature d’epoca. Evidenziato anche il bel complesso edilizio delle facoltà scientifiche dell’Università Statale a Città Studi, costruito in stili vari, tra storicismo e razionalismo, dal 1915 al 1927: se le attività saranno trasferite nell’area ex Expo, come previsto, si teme l’abbandono. Più di 1600 voti invece per il Mercato coperto di via Crespi, opera del 1934, stilizzato linguaggio classicheggiante da ventennio, volta a botte alta quasi 20 metri, da recuperare nelle strutture originarie. Indicati anche l’inutilizzata Stazione Bullona in via Piero della Francesca, alcuni edifici di servizio del complesso della Stazione Centrale e altri siti, ma i casi veramente drammatici sono due. A San Siro in via Fetonte, davanti allo stadio, si alzano tra i rovi gli scheletri delle Scuderie De Montel, lasciando intuire il loro splendore Belle Epoque: ai tempi d’oro dell’ippica, primi anni del ’900, erano le più prestigiose e chic d’Italia, committente il banchiere Giuseppe de Montel, progettisti Arrigo Cantoni e Paolo Vietti Violi. Il banchiere però era ebreo e le leggi razziali lo costrinsero a lasciare tutto: oggi proprietà del Comune, le scuderie sono ridotte a discarica, una vergogna per la città.

Discorso simile per il Tiro a Segno Nazionale di piazzale Accursio, che non a caso una volta si chiamava piazza Bersaglio: l’elegante palazzina a tre corpi in stile eclettico del 1906, che appartiene all’Arma dei Carabinieri, dopo svariate ipotesi di recupero che purtroppo non si sono mai concretizzate giace nell’incuria e nella rovina più completa. Dov’è finita la grande Milano? Se c’è ancora che batta un colpo.

*originariamente pubblicato su Il Corriere della Sera, www.corriere.it

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