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“Fuoco e fiamme” al Torrazzo: il falò di San Giuseppe

Scritto da Angelo Luppo

Come in ogni angolo del Vecchio Continente, anche in Lombardia è presente una ricca tradizione in fatto di grandi falò celebrativi (i quali sono per la maggior parte dei retaggi d’origine pagana che per sopravvivere all’avvento del cristianesimo, dovettero connotarsi di nuove caratteristiche “di cornice” e rientrare tra le manifestazioni  del calendario liturgico della nuova religione dominante): la chilometrica Provincia di Cremona non fa eccezione in tal senso e tra le pire periodicamente alzate, rientra a pieno titolo il falò che ogni anno viene acceso a Castelleone in occasione del giorno di San Giuseppe (il 19 marzo).

Non esiste una data precisa dalla quale è possibile far partire questa tradizione (ne si sa esattamente come questa sia stata “calendarizzata” proprio in tale ricorrenza): visto però la vicinanza del 19 marzo con l’equinozio di primavera, è facile intuire che il falò castelleonese possa appartenere a quella tipologia di riti con i quali era consuetudine festeggiare la fine della cattiva stagione e salutare l’inizio di quella bella (la presenza poi di un fantoccio pronto per essere arso in cima alla catasta di legna, sul modello della nota “giobia” bustocca, costituisce un altro indizio in tal senso). Gli abitanti di Castelleone si sono sempre dimostrati molto attaccati a questa loro manifestazione e non era raro che in caso di avvenimenti particolari, essa venisse ripetuto più volte durante l’anno: infatti, si ha testimonianza dell’accensione di un “ennesimo” grande fuoco a Castelleone in occasione del giuramento fatto dai notabili locali al duca di Milano Francesco Sforza II (1521), per gli sposalizi di Bianca Visconti (1441) e di Cristina di Danimarca (1534), per la pace conclusa tra Filippo di Spagna ed Enrico II (1539) e come omaggio alle imprese di Napoleone Bonaparte (1797).

Il falò viene abitualmente innalzato ai piedi della Torre Isso (l’unica parte dell’antica rocca di Castelleone, Castel Manfredi, sopravvissuta alla furia del Barbarossa e più comunemente noto tra i castelleonesi come “il Torrazzo”) ad opera di un gruppo di volontari (da anni inquadrati nel gruppo degli “Amici del Falò”) che di buon mattino, danno inizio all’opera di accatastamento della legna precedentemente ritirata dai cascinali del contado, depositata con le fascine e i pali necessari per la costruzione dell’ossatura della pira celebrativa. Giunta la sera, viene dato fuoco all’enorme catasta di legna al momento del passaggio della statua di San Giuseppe che dopo la messa appositamente celebrata nella chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, viene portata in processione (accompagnata solitamente dal corpo bandistico locale) nella vicina chiesetta ad Lui intitolata. Dopo una vampata che può durare anche due ore, nella piazza ai piedi del Torrazzo rimane un notevole braciere che in genere, non si estingue che al mattino seguente: se un tempo era tradizione popolare conservare di anno in anno la cenere del falò (che avrebbe portato fortuna per la buona riuscita dell’allevamento locale dei bachi da seta), oggi è ormai di consuetudine l’allestimento da parte di comitive di giovani di improvvisate linee di griglia, alimentate dalle cenere ancora incandescenti dal braciere.

La data in cui si colloca questa manifestazione dedicata al patrono degli artigiani (e dei papà) non è scevra da modifiche: a parte quelle dovute alle incontrollabili intemperanze del clima, il falò può essere rimandato se il 19 marzo cade nei giorni della Settimana Santa (evento abbastanza frequente in caso di Pasqua Bassa).

immagine tratta da: www.comune.castelleone.cr.it

Fonte: Terre di Lombardia, www.terredilombardia.info

 

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