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Le sculture mai viste di Milano, tra classiche e ritrovate

Scritto da Chiara Vanzetto

Il dibattito sui tesori d’arte dei depositi museali è di grande attualità. Quello che Salvatore Settis chiama il «patrimonio latente» giace lontano dagli occhi e spesso anche dal cuore, invisibile, nel limbo dell’oblio: pochissime a tutt’oggi le collezioni che aprono i propri depositi al pubblico permettendone la fruizione. Si è conquistata un posto in prima fila la nostra Galleria d’Arte Moderna, splendida per il contenuto e per il contenitore, la sontuosa Villa Reale di via Palestro: da settembre 2016 ha avviato l’operazione «Sottosopra», apertura ai visitatori dei sotterranei con giro tra le opere non esposte, quasi un migliaio, e visione diretta delle attività del laboratorio di restauro. «Un’esperienza in cui il pubblico scopre il fascino di un luogo nascosto, si rende conto del lavoro che sta dietro le quinte di un museo e può apprezzarne l’impegno», spiega Paola Zatti, conservatore della Gam.

Il progetto e i restauri (eseguiti da Aconerre) sono stati possibili grazie alla partnership con Ubs, che sostiene ora un ulteriore passo avanti nella valorizzazione della raccolta: apre i battenti giovedì 23 marzo la mostra «100 anni. Scultura a Milano 1815-1915», 93 pezzi selezionati dai depositi e freschi di pulitura, 64 mai visti, tra tardo Neoclassicismo e primo Novecento. Una mostra di ricerca e di studio, diretta dalla stessa Zatti e realizzata da Comune di Milano e Gam in collaborazione con Università Cattolica, Università degli Studi e Politecnico. Un’occasione per rivalutare la scultura del XIX secolo, che fino agli anni Settanta del secolo scorso non è stata amata dalla critica. Un’occasione per scoprire che nel secondo Ottocento, dentro e fuori Brera, si era creata una «Scuola di Milano» che spopolava alle esposizioni internazionali in Europa e in America, tra virtuosismo tecnico e raffinata sensibilità estetica. Oggi i protagonisti quasi dimenticati di quella fiorente stagione meneghina trovano in Gam il loro riscatto. Accanto ai più celebri Grandi, Vela, Rosso e Wildt compaiono Barzaghi, Corbellini, Pandiani e molti altri, rimessi a fuoco con nuove analisi, attribuzioni e datazioni: il sensuale gesso «Il sonno dell’innocenza» di Giuseppe Argenti si credeva perduto ed è stato ritrovato, il marmo «Fausto e Margherita» di Antonio Tantardini, maestro di dettagli e finiture, svela il suo stretto rapporto con «Il bacio» di Hayez e promette di diventare un’icona per i selfie di coppia.

«Il percorso prende il via dal classicismo di Pompeo Marchesi, professore di Brera: omaggio dovuto perché questo museo è nato dal lascito della sua collezione privata nel 1862 — prosegue Zatti —. Ma subito si evolve verso il romanticismo, traspaiono i sentimenti, compaiono immagini storiche, letterarie e patriottiche. Poi si attraversa il verismo con i soggetti di genere, cari al gusto borghese della nuova committenza cittadina, per arrivare al realismo sociale e ai prodromi del simbolismo». Un itinerario cronologico e al tempo stesso tematico, che si allarga da antologia d’arte a quadro storico: in filigrana, attraverso la produzione scultorea, emerge il ritratto di una città vivace, vitale, creativa, laboratorio di cultura, produttività e progresso. Una mostra, in più, non effimera: diverse opere entreranno a far parte del percorso espositivo permanente, la campagna di restauro continuerà, mentre i depositi riapriranno nell’ottica di diventare parte integrante dell’itinerario di visita.

*originariamente pubblicato su Il Corriere della Sera, www.corriere.it

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