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Entryways of Milan, il fascino discreto degli androni. Mostra e libro cult

Scritto da Peppe Aquaro

Karl Kolbitz: da modello a curatore di un libro. Perché i foto modelli passano ma Milano resta. E qualche volta, tra uno shooting fotografico e l’altro ci si può fermare. Per osservare un particolare di un palazzo, di un portone, oppure di un ingresso. «Com’è possibile che una città che ha esportato il suo design in tutto il mondo, abbia taciuto su copiose ed esuberanti entrate dei suoi palazzi?». È la domanda che si è posto Karl Kolbitz, un ex modello (ma qualcuno giura che non abbia perso il gusto di farlo), oggi curatore. Kolbitz vive a Berlino, ma Milano gli è così rimasta nel cuore da aver pensato ad un libro, «Ingressi di Milano», dedicato agli androni più belli della città. Per tracciare «una sorta di interpunzione nella sintassi architettonica e progettuale della moderna storia della città», osserva ancora Karl.

«Entryways of Milan», che sarà presentato mercoledì 5 aprile, dalle 18.00, nella galleria — e casa editrice del libro — Taschen, al numero 17 di via Meravigli, è anche una mostra fotografica con quindici immagini tratte dal libro, scattate dal berlinese Matthew Billings, e dai due milanesi Delfino Sisto Legnani e Paola Pansini. Questi ultimi sono gli autori delle foto di copertina e del retro copertina: gli ingressi al numero 14 di via Aristide De Togni, e al numero 20 di viale Vittorio Veneto. «Quando Kolbitz mi ha chiesto di fotografare l’androne di via De Togni, in zona Magenta, gli ho subito detto che davanti a quel portone ci passo tutti i giorni, e che conosco anche il portinaio. Ma non ero mai entrato nell’androne, progettato, come tutto il palazzo, da Pier Giulio Magistretti (l’architetto dell’Arengario, ndr), un vero scrigno di tesori: dai marmi di Carrara alle lampade disegnate da Ignazio Cardella».

Stesso senso di stupore, al momento degli scatti, per Pansini. Con una piccola differenza: «Ciò che mi ha incuriosito di più in questo lavoro è stata la potenza della fotografia, in grado di traportare in un’altra dimensione chi osserva». Il viaggio oltre i portoni, attraverso 140 indirizzi, parte dagli anni Trenta (con Gio Ponti, Muzio e Bottoni presenze costanti), per arrivare fino ai Settanta, quando il culto di archi e colonne, con pietre, corrimano e maniglie preziose, verrà sostituito da una complicità pre-ecologica, con gli ingressi in versione green. Più abbellimento che consapevolezza. È come se la presenza di verde sostituisca l’arte della ceramica, «leitmotiv» decorativo, per esempio al numero 19 di via Santa Marta, nel palazzo disegnato da Gaetano Brusa. Erano gli anni Cinquanta.

*originariamente pubblicato su Il Corriere della Sera, www.corriere.it

 

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