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Addii: Giovanni Orelli, il bedrettese che amava Dante Alighieri

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Uomo di rara cultura e svariati interessi Giovanni Orelli, scrittore e poeta ticinese, scomparso ieri a 88 anni. Nacque infatti il 30 ottobre del 1928 a Bedretto in Canton Ticino, Svizzera. Di solida formazione umanistica, si laureò a Milano in filologia medioevale, studiò anche a Zurigo. Cugino di Giorgio Orelli, scomparso pochi anni fa, anch’egli scrittore ed intellettuale tra i più raffinati del novecento italofono svizzero, Giovanni, originario come sopra ricordato di Bedretto, visse però la maggior parte della sua vita a Lugano legando indissolubilmente il suo nome a quello del liceo cantonale di cui fu professore per decenni. Nel 1965 con L’anno della valanga inizia per lui una prolifica carriera letteraria. Un libro a suo modo emblematico, un vero successo d’esordio, pubblicato da Mondadori con l’introduzione del poeta luinese Vittorio Sereni, fu poi rieditato nel 2003 per i tipi dell’editore Casagrande di Bellinzona. Nel 1972 con il romanzo La festa del ringraziamento vinse il Premio Schiller e sempre in tema di riconoscimenti, nel 1997 ottenne il premio Gottfried Keller per l’insieme della sua opera e sempre alla carriera, per l’insieme della sua opera letteraria, nel 2012 fu insignito a Soletta del Gran Premio Schiller. Pur essendo sostanzialmente un prosatore, non sono mancate le poesie nella sua abbondante produzione letteraria, sia in lingua italiana sia in dialetto bedrettese. Di cui tra l’altro andava molto fiero, della lingua locale, ma anche delle sue origini alto leventinesi. Esemplare a tal proposito il Farciámm da Punt a Punt: facezie dell'Alto Ticino, Bellinzona, Messaggi Brevi, 2000. Fu molto politicamente impegnato, esponente dapprima del Partito socialista autonomo e collaboratore del settimanale Politica nuova, aderì poi al Partito Socialista Svizzero per il quale venne eletto e mantenne la funzione di deputato al Gran Consiglio del Canton Ticino per una legislatura nella seconda metà degli anni novanta del secolo scorso. Uno scrittore di confini, non tanto politici, ma linguistici e culturali e non poteva essere diversamente viste le sue origini. Bedretto, minuscolo borgo di alta montagna vicino alle sorgenti del Ticino e che più a settentrione non si può. Dominato a nord dal massiccio del Gottardo, ai piedi del Passo della Novena che porta nella parte di lingua germanica del Canton Vallese, è la quintessenza del baluardo italofono e della terra di passaggio. Il suo è un Ticino di confine in ogni senso, dal forte taglio sociale, molte volte graffiante, con tratti di durezza nello scrivere che forse ricordano le sue silenziose montagne. Viene in mente Il treno delle italiane, Roma, Donzelli, 1995, tra i lavori più noti in Italia. Finita la seconda guerra mondiale, la Svizzera neutrale si riapre al mondo, a cominciare dai lavoratori italiani che riprendono la via dell’emigrazione. Un bigliettaio delle ferrovie federali svizzere raccoglie sui treni le storie dei viaggiatori, racconti e frammenti di vita di emigranti, in questo caso donne. Treni del desiderio, del riscatto e del dolore, non solo per aver lasciato alle spalle la propria terra, ma anche per quello di sconosciuto a cui si va incontro. Come l’immancabile intermediario, un “malossero” che smista e amministra senza scrupoli il traffico di speranze, di lavoro e di corpi. Una figura come tante che abbondano nei flussi migratori in qualsiasi epoca. Per non parlare della Svizzera, del Ticino, visti come una sorta di eldorado. «Il grasso allora le gridò: invece di star lì a farci vedere le mutandine belle, il lunapark, il paradiso bello, perché non vai un poco anche tu, in Svizzera, che ci vanno tutti, e ci guadagni un po' di soldi? Un pensierino per tua madre potresti farlo no? Abbi pazienza! che a trent'anni è nonna, a sessanta sarà quadrisnonna e a novanta com'è che si dice? sesnonna? scommetto che non c'è nel dizionario. Non farla morire prima del necessario con la scusa che non c'è nel dizionario». Un Ticino che spesso e volentieri si chiude, come ben descritto in Un Orto sopra Pontechiasso, una raffinata edizione con 16 acqueforti di Massimo Cavalli, Ed. Rovio, 1983. Sopra Pontechiasso inteso come tutto il territorio che sta da Chiasso ad Airolo, un orto, un giardino sotto le Alpi. «Siamo in questa marca di confine, tra due barriere. Le Alpi e Pontechiasso. Il Ticino è un bel compartimento stagno. Si, stagno. Che fluiscono, nei due sensi del lungo budello di servizio, Airolo-Chiasso e viceversa, sono le lire, i portavalute, le automobili, i corrieri della droga, i reciclatori, i TlR, gli uomini d'affari, i trenimerci, forse qualche puttana. Se occorre, i Gastarbeiter, e alcune altre cose. Il resto è stagno». L’ultimo libro, I mirtilli del Moléson, Torino, Aragno, 2014, è un po’ la sintesi del pensiero e dell'opera di Orelli, non c’è rassegnazione, ma il ritrovamento di una energia rinnovata, quasi giovanile, una apoteosi di creatività. Ci sono i capisaldi della sua narrazione, a partire dalla Val Bedretto con i suoi topoi: l’inverno, la scuola, i contadini, gli animali, gli emigrati. Nel silenzio di quelle montagne, per alcuni il ricordo è cristallizzato, per altri è immaginazione. In questo senso, cosa accade se gli animali popolassero le case del paese abbandonato, se i contadini prestassero orecchio al filosofare dei vitelli e se, dopo sessant’anni, un vecchio e una vecchia rivivessero l’Arcadia della loro pubertà? E’ il suo ultimo messaggio. La sua scrittura originale, frizzante, scarna e il suo mimetizzarsi nelle tante realtà del Ticino dell’ultimo mezzo secolo e oltre non saranno di sicuro dimenticati.

 

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