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Come sugli alberi le foglie: quando Milano diventò polo culturale

Scritto da Luca Pavanel

Sfogliando il libro sembra di vederli quei ragazzi, come in un film: scapestrati, rapidi, elettrici, con “folli” idee. Nella poesia, nell'arte, nell'architettura, nella musica. Nella vita.

Benvenuti nel «pazzo» mondo del Futurismo italiano e dei suoi protagonisti: Filippo Tommaso Marinetti in testa, poi gli artisti Umberto Boccioni, Carlo Erba, Mario Sironi, Carlo Carrà e il musicista Luigi Russolo, inventore dell'intonarumori. Tra loro il protagonista Antonio Sant'Elia, un giovane geniale architetto dai progetti strabilianti che morirà in guerra a soli 28 anni, sul Carso.

Volevano cambiare il mondo, questi ventenni o poco più; il più vecchio era il trentenne Marinetti. Una rivoluzione, la loro, partita anche dall'accademia di Brera - e dintorni - poi gli incontri nei bar, le mostre nelle aree dismesse, i piccoli alloggi un po' casa e un po' studio. Tutto avvenne in pochissimi anni, in una città che stava cambiando vorticosamente. Che si reclamizzava al mondo intero.

«Era l'inizio del secolo scorso spiega lo scrittore Gianni Biondillo, in tour per il suo ultimo romanzo che parla anche di questa storia, Come sugli alberi le foglie (Guanda editore). In quegli anni Milano, città dei cantieri e del Politecnico, faceva le prove generali per diventare una metropoli». Nel 1906 ci fu l'Expo dedicato ai trasporti, un ulteriore salto di qualità. E in quel periodo ecco spuntare il poeta Marinetti, figlio di un ricco avvocato di Alessandria d'Egitto che gli lascia una fortuna che lui «invece di sperperare in divertimenti spende in cultura». Fonda la rivista Poesia e intorno a si forma un gruppo, tutti venuti da lontano. «Sant'Elia era di Como, Carrà piemontese, Russolo proveniva dal Veneto», ricorda il romanziere Milano in quel momento era come una grande calamita e attirava i talenti che arrivavano da tutto il Paese.

«Carrà è stato uno studente dell'accademia continua Poi Sant'Elia che arrivò in città proprio per andare a Brera; lui incontra vari personaggi, come Fontana ed Erba. Quei compagni di studi non erano materialmente dei futuristi ma guardavano al movimento come l'unica possibilità per cambiare le cose». La corrente di Marinetti era talmente forte che tra gli artisti non si avevano alternative; «o eri passatista (l'accademia, il paesaggismo, il ritrattiamo), oppure eri dall'altra parte descrive Biondillo con loro, con quelli che hanno ucciso il Chiaro di luna». Ovvero, dalla parte dei pionieri che erano per la città, il movimento, la tecnologia, le macchine. «Alcuni di quei ragazzi studiavano nello stesso luogo, ed è lì che si incontrarono». Non solo aule, però.

Oltre all'accademia avevano altri ritrovi, in un centro urbano che era a dir poco «a misura d'uomo» e dove anche la borghesia parlava il dialetto: in primis la casa di Marinetti, angolo via Senato, qui lui scrive il suo manifesto futurista; poi la dimora dalle parti di corso Venezia, dove dichiarò «il suo viva la guerra». E ancora. I siti delle esposizioni artistiche. «Per esempio continua lo scrittore-architetto via Agnello; una ex fabbrica ospitò la mostra di Nuove Tendenze. Non la fecero in una galleria o in una scuola, ma in una area dismessa. Una scelta modernissima». Come negli eventi di oggi. Poi i locali, dove all'epoca si beveva la barbaiada. C'era il Caffé Cova, che non è quello di oggi: si trovava all'angolo tra le vie Verdi e Manzoni, a dieci minuti a piedi da Brera e soprattutto a due passi dal Teatro della Scala, «lì ci andavano scherza ma non troppo Biondillo perché dal Piermarini uscivano le ballerine e le cantanti». Ma la storia a un certo punto finisce.

Quando il poeta-pioniere si trasferisce a Roma, la nuova capitale politica, il Futurismo in un certo senso si ferma. Milano, ovviamente, resta una città di peso, importante, la città dei cantieri e del progresso (basta pensare che una delle prime centrali termoelettriche d'Europa è sorta in via Santa Redegonda), ma buona parte della cultura si trasferisce nella capitale, dove Mussolini decide di fondare Cinecittà. «Il Futurismo conclude Biondillo è stato sottovalutato per questioni ideologiche. L'amicizia tra Marinetti e Mussolini costerà al movimento la stigma di tutto il dopoguerra».

Fonte: Il Giornale, www.ilgiornale.it

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