Claudio for Expo

ICH Sicav

 

A Palazzo Reale la street culture newyorkese anni 80 di Keith Haring

Scritto da Silvia Anna Barillà e Marilena Pirrelli

E’ uno degli artisti simbolo della street-culture newyorkese degli anni ’80 che, grazie ai suoi disegni tracciati con un'unica linea continua, è entrato nei musei e nelle gallerie fino a conquistare l'immaginario collettivo. I suoi personaggi, come il “neonato raggiante” o il ”cane che danza”, sono noti a tutti anche senza pronunciare il suo nome e le sue linee curve sono nei principali musei di arte contemporanea del mondo. Keith Haring, forse ancora più di Warhol, rappresenta il lato “Pop” dell'arte, la creazione artistica alla portata di tutti - quantomeno nelle sue riproduzioni, perché in realtà sul mercato le sue tele passano oggi per centinaia di migliaia di dollari e arrivano a superare i 5,5 milioni di dollari, record segnato a Londra lo scorso giugno per «The Last Rainforest», una tela di 1,80 x 2,4 metri del 1989.

I suoi riferimenti artistici e culturali, infatti, vanno ben oltre quanto la “banalizzazione” della sua arte in versione maglietta e portachiavi possa far pensare. Ed è questa profondità di ricerca che la mostra «Keith Haring. About Art» curata da Gianni Mercurio allestita a Palazzo Reale a Milano dal 21 febbraio al 18 giugno - promossa e prodotta dal Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale, Giunti Arte mostre musei e 24 ORE Cultura - Gruppo 24 ORE -, vuole mettere in luce: 110 opere messe in dialogo con le sue fonti d’ispirazione, dall'archeologia classica alle arti precolombiane, dalle creazioni dei nativi americani ai maestri del Novecento quali Pollock, Dubuffet e Klee, per rendere il senso della complessità̀ della sua pratica artistica e del suo rapporto con la storia dell'arte. A consentire la realizzazione della mostra prima di tutto la Keith Haring Foundation e poi tante collezioni pubbliche e private americane, europee, asiatiche che hanno prestato le opere: dalla Tony Shafrazi Gallery di New York alla Galleria Lia Rumma di Napoli, dalla Sammlung Hoffmann di Berlino alla GNAM di Roma, solo per citarne alcuni.

On the road. Nato in Pennsylvania nel 1958, Haring si avvicina all'arte già da bambino grazie al padre, ingegnere con la passione del fumetto, e all'influenza esercitata dai cartoni animati. Adolescente, abbandona il background religioso in cui è stato educato e attraversa il paese in autostop, sperimentando le droghe e vendendo t-shirt vintage. Dopo un periodo a Pittsburgh - la città di Warhol - alla fine degli anni ‘70, negli anni ‘80 approda a New York, poco più che ventenne, e lì inizia a ricevere attenzione pubblica per i suoi graffiti in metropolitana. Sono gli anni in cui nasce il “radiant baby”, Haring entra a far parte della scena artistica della Grande Mela, conosce Basquiat, Warhol, Kenny Scharf e Madonna. Lo rappresenta il dealerTony Shafrazi, che nel 1982 gli dedica una personale che riscuote grande successo. Già nella seconda metà degli anni ‘80 è riconosciuto anche a livello internazionale: partecipa a Documenta 7 a Kassel, alle Biennali del Whitney e diSan Paolo e crea dozzine di opere d'arte pubblica in varie città del mondo.

I suoi lavori, apparentemente semplici, dimostrano il suo profondo attivismo politico, amplificato attraverso la commercializzazione da lui stesso promossa con il “Pop Shop” a New York e Tokyo e le collaborazioni con marchi come Absolut Vodka e Swatch. I suoi messaggi pongono criticamente al centro il razzismo, la minaccia nucleare, la discriminazione delle minoranze, l'arroganza del potere, l'Aids, malattia che gli viene diagnosticata nel 1987 e di cui muore nel 1990.

Il mercato. È da quel momento che il mercato delle sue opere esplode. «L'artista - come frequentemente accade - ha subito un processo di crescita dopo il 1990, anno della sua scomparsa» spiega Raphaelle Blanga, Senior Director Head of Department Contemporary Art di Sotheby's. «Si passa, indicativamente, dai 15.000 $ del 1987 agli oltre 100.000 $ del 1990. Tuttavia, già nella seconda metà degli anni ’80 Haring ebbe importanti riconoscimenti, sia museali, sia legati al mercato». Tra le personali promosse da galleristi internazionali, Blanga ricorda quella da Leo Castelli a New York, da Lucio Amelio a Napoli nel 1983, ma anche a Milano, che allora come oggi fu travolta dall'artista: «Tutti noi ricordiamo - racconta Blanga, - la bella mostra da Salvatore Ala e la vitalità e la potenza dei segni che Keith Haring lasciò in tutta la nostra città».

Una produzione immensa, frutto di una creatività in costante movimento, benché concentrata nel breve lasso della sua vita (quando muore ha solo 31 anni). Oggi di questa produzione si trova ancora tantissimo sul mercato: se in galleria i punti di riferimento sono Gladstone Gallery (dal 2010) e Pace Prints, nelle case d'asta passano migliaia di opere, più precisamente 5.938 dal 1986 a oggi (dati Artnet), che spaziano dalle sculture ai dipinti e ai totem di tutti i periodi. «Se altri artisti hanno una serie o un arco temporale che li ha resi celebri» spiega Raphaelle Blanga. «Per Haring non funziona così: i suoi record consistono in opere di differenti dimensioni, legate però dalla costante iconicità e densità del soggetto. Non esiste un soggetto maggiormente apprezzato, ma si ricerca appunto il valore narrativo e il contesto generale». Oltre al record già nominato, sono 26 le opere che negli ultimi dieci anni hanno superato la soglia del milione di dollari, e moltissime altre sono passate per valori a sei cifre.

La sua tutela. Alto, però, è anche il tasso di invenduto, pari a quasi un terzo del totale (30,9%). La sua prolificità artistica travolgente, inoltre, ha dato spazio alla proliferazione di falsi, che circolano soprattutto online, problematicità aggravata dal fatto che non esiste un catalogo ragionato e che la Keith Haring Foundation, da lui voluta prima di morire per conservare il suo lavoro e per dare seguito alla sua attività di assistenza ai bambini e di lotta all'Aids, ha interrotto il lavoro di autenticazione nel 2012. «Direi che Haring è il numero uno prima di Basquiat e Warhol in termini di quantità di falsi» ha detto a The Art Newspaper il dealer di San Francisco Richard Polsky. «Haring è stato estremamente prolifico - si pensi ai disegni in metropolitana: si dice che ne abbia fatti migliaia nel corso di tre anni. È bene sapere che poteva fare uno schizzo di un cane che abbaia o di un bambino raggiante in appena un paio di minuti. Figuriamoci quant'è facile da falsificare». Ma è la continuità della linea che fa la differenza.

Il collezionismo. Chi rappresenta, allora, il punto di riferimento per collezionisti e compratori? Sul sito della fondazione (da noi contattata ma senza successo) si legge che nel 2012 è stato stabilito all'unanimità che il miglior modo di destinare i propri fondi era concentrarsi sull'attività di beneficenza - e non difendersi dalle numerose cause intentate dai collezionisti. Nonostante ciò vengono messi a disposizione gli archivi e un'ampia documentazione per fare ricerca. Ma la decisione scatenò l'ira di alcuni collezionisti: nel 2014 in nove intentarono causa alla fondazione con l'accusa di aver erroneamente distrutto il valore – stimato di 40 milioni di $ - delle 90 opere di Haring in loro possesso e di aver operato in modo poco trasparente con l'intenzione di limitare il numero di lavori sul mercato ed innalzare, di conseguenza, il valore della collezione dell'archivio. Prima di interrompere il lavoro di autenticazione, tra il 2008 e il 2011, la fondazione stessa ha venduto varie opere per un totale di 4,5 milioni di $. L'anno dopo ha donato un milione di dollari al Whitney per realizzare la nuova sede firmata da Renzo Piano e uno all'organizzazione non-profit Planned Parenthood (a cui si sono aggiunti altri 1,16 milioni di $ nel 2016) per il progetto «Street Beat Mobile Medical Unit», che offre educazione sessuale e servizi di prevenzione contro l'Aids per le strade del Bronx, Northern Manhattan e Brooklyn a bordo di un camper chiaramente decorato con gli inconfondibili personaggi di Keith. La sua campagna contro discriminazioni e malattia continua ad attraversare le strade di New York.

*originariamente pubblicato su Il Sole 24 Ore, www.ilsole24ore.com

Letto 969 volte

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.

Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Approvo

Scrivi alla Redazione

Puoi scriverci al seguente indirizzo:

bollentini@labissa.com

 

 

 

Seguici anche su:

Realizzato da: Cmc Informatica e Comunicandoti