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Rapporto Intesa-Prometeia: dagli investimenti la spinta per l’industria

Scritto da Luca Orlando

Le commesse - spiega Marco Stella - in effetti arrivano, sul mercato c’è ottimismo». «Inutile girarci intorno - aggiunge Alessandro Merusi -, per noi le cose vanno bene e siamo al record di ricavi». Dall’automotive (Dts) all’impiantistica (Cft) i racconti degli imprenditori corroborano le ultime indicazioni in arrivo dall’industria, che nelle stime di Intesa Sanpaolo e Prometeia anche per l’anno il corso rappresenterà il principale motore del nostro Pil.

La crescita dei ricavi attesa a prezzi costanti è dell’1,6% (+3,7% a valori correnti), in decisa accelerazione rispetto allo scorso anno grazie soprattutto allo scatto deciso degli investimenti. «La caduta delle costruzioni si è arrestata -spiega il chief economist di Intesa Sanpaolo Gregorio De Felice - e si vede un recupero deciso per mezzi di trasporto e macchinari: l’iperammortamento di Industria 4.0 sta funzionando ed è proprio l’industria oggi a trainare l’economia».

Il 91esimo rapporto-analisi dei settori industriali offre un quadro mediamente positivo, anche se più che di una vera e propria scossa i ricercatori preferiscono parlare di consolidamento e leggero miglioramento del ciclo economico. Un quadro in cui i margini aziendali si mantengono su livelli accettabili (Il Roe è pari al 7,2% quasi tre punti in più rispetto al 2012) mentre le vendite oltreconfine sono valutate in decisa accelerazione, a tassi di crescita più che doppi (2,4) rispetto all’anno precedente.

Determinante, per i nostri produttori, l’inserimento sistematico all’interno delle filiere di fornitura globale, nelle quali il ruolo svolto dall’Italia è rilevante. Analizzando in modo originale le matrici di input-output internazionali, i ricercatori hanno da un lato certificato l’impatto delle reti “lunghe” sul valore aggiunto “domestico” dei paesi Ue, in calo ovunque negli ultimi 15 anni. Cina e paesi dell’est si sono aggiudicate parte di questa “torta” ma il dato rilevante è la permanenza di un ruolo dominante e determinante degli scambi intra-europei, delle filiere che si dipanano all’interno della Ue. Peculiarità italiana, all’interno di questo quadro, è tuttavia ancora il forte radicamento territoriale dell’indotto, il che spinge il nostro valore aggiunto domestico, dove a contare è la filiera “corta”, a ridosso del 75%, 2,4 punti oltre il livello tedesco.

Nella partita della globalizzazione delle reti di fornitura l’Italia ha comunque saputo giocare le proprie carte, sviluppando a sua volta un peso crescente in termini di contributo al valore aggiunto di Germania e Francia, con un apporto significativo in particolare nelle filiere della moda, della meccanica e dell’auto. «Dati in cui mi ritrovo perfettamente - aggiunge Marco Stella, imprenditore del settore e vicepresidente di Anfia, tra i partecipanti alla tavola rotonda durante la presentazione del rapporto - perché Volkswagen da sola compra dall’Italia oltre un miliardo e mezzo di euro di componenti all’anno: il che significa che il comparto ha saputo innovare e guardare al di fuori dei propri confini».

Il gap con la Germania resta comunque evidente: il peso italiano nel valore aggiunto (tutti i settori) nei tre maggiori partner industriali Ue è pari al 6,6%, quello tedesco è più che doppio. Guardando nel futuro dei ricavi industriali, in termini settoriali sono ancora una volta le quattro ruote a tirare la volata al gruppo, con un tasso di crescita medio annuo del fatturato 2017-2021 superiore al 2%, il più elevato tra tutti i comparti analizzati. Performance superiori alla media vi saranno anche per farmaceutica, metallurgia, largo consumo meccanica ed elettrotecnica mentre all’estremo opposto i risultati meno dinamici saranno per elettrodomestici (vicini alla crescita zero) e mobili». Anche se i ricercatori evidenziano all’interno di questo quadro alcune incognite non banali, come le possibili chiusure commerciali degli Usa e i rischi geo-politici, le indicazioni restano mediamente positive, con l’ipotesi di un progresso annuo dei ricavi industriali nell’ordine dell’1,5-1,6% fino al 2021.

«La crisi - spiega Alessandra Lanza, partner di Prometeia - ha lasciato un’industria italiana più piccola ma certamente più sana: chi è rimasto sul mercato oggi è più forte».

*originariamente pubblicato su Il Sole 24Ore, www.ilsole24ore.com

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