Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Tanto va il politico al proporzionale che ci lascia lo zampino

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La crisi in cui si dibatte il Pd, il declino renziano che si ripercuote sul governo Gentiloni che appare sempre più debole e la conseguente confusione che regna nel centrosinistra hanno sparigliato le carte ovunque e hanno dato qualche certezza in più al fu centrodestra. Coalizione come noto data per dispersa da anni, incapace di reagire, di rigenerarsi, di progettare una vittoria, di affrontare serenamente la successione a Berlusconi. La vecchia e gloriosa alleanza berlusconiana-leghista dei tempi andati è ormai archiviata, appare derelitta, fuori dal tempo, senza leadership certa. L’unico elemento o stratagemma per seppellirla definitivamente evitando scontri fratricidi all’ultimo sangue si chiama proporzionale, inteso nel senso di legge elettorale. Le parti in gioco del centrodestra hanno sempre evitato la rottura barcamenandosi in un estenuante tira e molla solo perché la coalizione esiste ancora, eccome, ma solo nelle realtà locali, fino al livello regionale. Dove, se si corre uniti, si vince perchè così lo impone la legge elettorale per sindaci e presidenti regionali. Ma con il proporzionale alle politiche lo scenario cambia e si sdoppia su due piani. Le realtà locali andranno avanti per la loro strada, tutti uniti appassionatamente secondo la dottrina Maroni, spocchiosamente derubricata a neo-doroteismo, ma assolutamente redditizia e che nessuno appunto mette più in discussione. Le politiche sono un’altra cosa, come se si svolgessero in un altro pianeta, tra leader e partiti diversi. Ma perchè si dovrebbe votare con il proporzionale? Perché conviene a tutti, ma proprio a tutti, da Berlusconi a Salvini, ma anche alla sinistra dove il clima che regna è oggi quello della frammentazione in un ideale contrappasso con il centrodestra. Tifano proporzionale pure Parisi e ovviamente Grillo. Di qui al voto sarà corretto e rivisto quanto si vuole, ma di proporzionale si parla ormai quasi con certezza. Lo scenario è comunque già di per sé chiarissimo, ogni leader marca ora e marcherà prima delle urne il proprio territorio perché alle elezioni chi al vusa püssé la vàca l'è sua, e la vaca sono gli elettori. Poi dopo le elezioni chi vivrà, o sopravviverà, vedrà, si aprirà una fase differente. Terreno congeniale per esperti di equilibri e convergenze, di chi sa limare e sfumare, sarà rispolverato il manuale Cencelli per soppesare voti ed influenze, sarà ripreso in grande stile un armamentario che solo gli ingenui speravano in disuso dai tempi della fine della Prima Repubblica. Che forse non è mai finita veramente, è solo riuscita a trasfigurarsi in mille modi per sopravvivere e per poi assumere oggi l’aspetto più simile ad allora anche se con il profilo della brutta copia sbiadita e sgualcita. Torneranno le truppe cammellate, il voto di scambio più o meno mascherato, le clientele con annessi e connessi? Sicuramente, ma non è questo il problema principale. Saranno invece da tenere sotto osservazione i partiti di formazione parlamentare, ovviamente successiva al voto, le coalizioni costruite solo sulla ricerca di una maggioranza per avere la maggioranza ad ogni costo, gli equilibri flessibili e malleabili, le maggioranze intercambiabili, le convergenze parallele e tutti quei fumosi teoremi di geometria parlamentare e politica che si pensavano dimenticati. C’è chi fa la voce grossa come Parisi per monetizzare in anticipo l’utilità marginale futura del suo ruolo o peso e con questo scopo si muoveranno con grande probabilità anche i dissidenti di sinistra e gli svariati cespugli che da ora in avanti popoleranno la jungla politica da destra a sinistra, c’è chi punta a fare l’ago della bilancia di stampo craxiano, chiunque vinca, come Berlusconi, c’è il derby nel segmento populista tra Grillo e Salvini e che finirà con un vincente e l’altro a condizionarne l’azione politica con molta probabilità alleandosi. Con buona pace del paese più indebitato del mondo, tartassato da record, incapace di uscire dalla crisi e di crescere, con un terzo della popolazione che vive sotto la soglia di povertà, con la metà dei giovani disoccupata, che è nuova terra di emigrazione nel momento in cui è letteralmente invaso da profughi e clandestini, con le infrastrutture carenti, i servizi inefficienti. E poi ci si chiede come mai alle urne vadano meno della metà degli elettori…

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