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Lavoro e tecnologia: nella società digitale spazio ai curricula umanistici

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E’ indubbiamente banale e ripetitivo ricordare il cambiamento epocale del concetto di lavoro dovuto all’avanzare rapido ed inarrestabile della società digitale con la sua valenza tecnologica in rapida progressione. Meno scontato è ricordare l’impatto della “Legge di Moore” sul mondo del lavoro nella società digitale, ovvero gli effetti concreti sui livelli occupazionali di quella legge che asserisce come ogni 18-24 mesi la tecnologia aumenti la propria potenza di calcolo dimezzando i propri costi. Con una conseguenza pratica su tutte e le cui avvisaglie sono già evidenti: il forte rischio di una disoccupazione strutturale nei prossimi decenni e non solo nelle fasce occupazionali più basse, ma anche e soprattutto in quelle attività ritenute finora immuni o intoccabili, quelle più concettuali. L’avanzata delle “macchine” e la sostituzione dell’uomo in tante mansioni anche appunto concettualmente elevate non è più materia di fantascienza, è cruda realtà. Chiunque è ovviamente pronto a cavalcare le opportunità offerte dalla tecnologia, aziende, università, incubatori, finanza, molti sono consapevoli della preoccupante discesa dei livelli di impiego, ma si limitano a porsi di tanto in tanto qualche domanda, pochi cercano di porvi rimedio immaginando contromisure. Una crisi occupazionale strutturale, trasversale, a lungo termine per definizione, innesca pericolosi contraccolpi sociali a tutti ben noti. La politica non sembra all’altezza della questione, poche sono le decisioni strategiche, tante quelle tattiche ed estemporanee che assomigliano ai classici ed inutili pannicelli caldi. E’ anche vero che nella società digitale i tempi corrono ad una velocità impressionante, tempi notoriamente sconosciuti al decisore politico ed istituzionale. Se scendiamo nel concreto, ad esempio nel settore dell’Information & Communication Technology (ICT), il pendolo tra speranze per un futuro migliore ed ansie per le conseguenze sociali nel contemporaneo oscilla fortemente. Come ben evidenziato in una recente indagine di AICA, l’Associazione Italiana per l’Informatica ed il Calcolo Automatico, commissionata alla SDA dell’Università Bocconi di Milano che a sua volta  l’ha presentata a metà febbraio scorso. “Le rilevazioni tendono a dire che anche il lavoro più intellettivo soffrirà della sostituzione uomo-macchina”, ha commentato spiegando i dati Pierfranco Camussone, docente SDA Bocconi e co-autore della suddetta ricerca. In estrema sintesi, è certo che cambierà la qualità della vita: se le macchine, come i robot, e le nuove tecnologie (tra cui la stampa 3D) produrranno più ricchezza, in primis saranno solo in pochi a trarne beneficio. “Ecco perché l’iniziativa pubblica e formativa hanno insieme l’importante responsabilità di trovare nuovi strumenti per redistribuire il plusvalore e per formare i giovani secondo quelli che sono ritenuti, a sorpresa ma non troppo, le competenze vincenti del futuro: ambizione e creatività”, aggiunge Camussone. La differenza, secondo le conclusioni della ricerca, accanto a una solida preparazione tecnica, la farà sempre il fattore umano, che solo è capace di affrontare scenari complessi in modo non scontato. Ecco spiegato il motivo per cui, di recente, anche le banche alle prese con la digitalizzazione, preferiscono curricula umanistici: non è un caso ma una nuova tendenza che troverà conferme solide nell'immediato futuro. Saper affrontare scenari complessi in modo non scontato, dimostrare di avere e saper gestire ambizione e creatività, sono oggi gli unici limiti della macchina nei confronti dell’uomo a sua volta già completamente superato sul terreno della preparazione tecnica. Per il momento è così. In attesa di macchine intelligenti tout court, magari pure replicanti, che ci trasformeranno definitivamente in uno sciame digitale e ci faranno estinguere come i dinosauri, spazio alle competenze umanistiche.

 

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