Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Pochi risultati e faziosità, Galimberti sul binario morto

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Fu votato da poco più del 50% dei varesini. Di quelli andati alle urne ovviamente, pari a circa la metà degli aventi diritto e quindi, a conti fatti, fu eletto materialmente da un quarto dei cittadini. Mi riferisco a Davide Galimberti, sindaco di Varese dal giugno del 2016, appoggiato da una coalizione di centrosinistra. Una affermazione conquistata non tanto grazie ai numeri del proprio schieramento, ma grazie alle divisioni del centrodestra e alla oscillazione favorevole dell’ago della bilancia Lega Civica. Non certo un plebiscito, quasi una vittoria fortuita e per giunta foriera di un successivo scenario di scarsa compattezza anche, bisogna ammetterlo, per motivi politici generali. Troppa grazia Sant’Antonio? Gli speranzosi, o gli ingenui, auspicavano un bagno di umiltà, prima di tutto si sarebbero dovuti infatti riannodare i rapporti con la città, con quei tre quarti di popolazione che ha votato contro o che non è proprio andata alle urne. Macchè! Tra una tornata di nomine discutibili e in parte incomprensibili, tra assessori calati dall’alto e altri perfetti sconosciuti, tra distinguo, dimissioni e scissioni in pectore, tra provvedimenti non certo epocali, l’amministrazione non è obiettivamente decollata. E la compagine non cerca nemmeno il consenso, quello che dovrebbe essere per definizione il primo obiettivo del buon mestierante in politica. Basti pensare al piano parcheggi o alla irrispettosa decisione di rimandare in piena Quaresima il Carnevale. E sono due casi esemplari tra molti. Il tutto curiosamente accompagnato dalla disordinata gran cassa dei seguaci e fans sui social e sui media locali, un chiasso mediatico quasi sempre fazioso, goffo, disordinato, autolesionista e oltremodo offensivo che non fa altro che certificare e amplificare il nulla, rigira il coltello nella piaga, fa le veci di una penosa foglia di fico della serie la toppa è peggio del buco. Sono stato un elettore del centrodestra, ma una volta affermatosi il centrosinistra, ho sperato nel solito refrain del sindaco di tutti i varesini, mi aspettavo un progetto per la città alla fine condivisibile anche da chi elettore non è stato, del genere per il bene di Varese non si guarda il colore del gatto, basta che acchiappi il topo. Poi, alla fine del mandato, il giudizio obiettivo sui risultati e l’inesorabile sentenza sull’operato della maggioranza uscente. Purtroppo non è così a quasi un anno dall'insediamento. Al di là del vedere quotidianamente una città allo sbando, e basta farsi un giro serale per rendersene conto, economicamente ulteriormente in declino, senza idee e vocazioni per il futuro, colpisce l’inutile faziosità. Oltre al danno, la beffa. E’ difficile per chiunque amministrare una città in questi anni complicati, ma contribuire a dividerla in un frangente storico così delicato è deleterio, politicamente miope. Non stupiscono quindi i soccorsi esterni, da ultimo quello del consigliere regionale varesino del Pd Alessandro Alfieri che ha cercato di salire sul carro della Zes, la zona franca, al momento una bandiera del centrodestra, un provvedimento che sarebbe un aiuto non da poco per i territori economicamente in crisi come le aree di frontiera, Varese inclusa. Parlare d’altro, appunto, di argomenti di sicura presa nell’opinione pubblica, visto che a Varese la svolta non c’è stata. E da oggi alla campagna elettorale per le regionali e le politiche del prossimo anno ne vedremo sicuramente altre di queste sortite nella speranza di salvare il salvabile del consenso. Qualcuno nel centrodestra si mangerà il fegato di fronte a questo scenario, nella speranza che intanto abbia trovato il tempo per farsi un onesto esame di coscienza.

 

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