Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Quel vecchio ponte sul Tresa

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Ponti e frontiere o confini in senso generale e la conseguente simbologia che ne deriva sono argomenti vecchi quanto l’uomo così come il rimando inevitabile al concetto di viaggio sia questo di piacere, di lavoro, di formazione o per migrare. Il ponte di per sé simboleggia un passaggio, un attraversamento ideale delle nostre Colonne d’Ercole fisiche o metaforiche che siano, si passa da una parte all’altra di un fiume, di una valle, da una qualsiasi condizione ad un’altra, ma è inevitabile che il ragionamento si ampli e si carichi di ulteriori significati se lo stesso ponte dovesse attraversare una frontiera politica. Attraversare una frontiera ci pone di fronte alle nostre fragilità, alle ragioni della nostra identità da una parte e al rispetto di quella altrui dall’altra. Ritrovarsi altrove è soprattutto una sfida culturale che va ben al di là delle ragioni anche spicciole che ci hanno spinto ad attraversare una frontiera in un dato momento. Le frontiere non sono immutabili e tanto meno invalicabili, si allargano e si restringono, la storia dei popoli non sempre coincide con le frontiere delle nazioni e la stessa storia ci ha mostrato a fasi alterne invasori o Paesi invasi in un turbine di situazioni che mutano di continuo nel corso dei secoli. Una frontiera naturale, come un crinale montuoso o il mare, impone a chi vuole attraversarla l’organizzazione di un vero e proprio viaggio e stimola la persuasione inconscia di essere preparati ad incontrare popoli e nazioni completamente differenti per cultura e identità, nel caso del ponte invece non è quasi mai così. Specialmente se il ponte che attraversa un fiume è una frontiera tra Paesi che non solo sono contigui geograficamente, ma spesso e volentieri sono anche un tutt’uno per cultura e identità e molto interconnessi per ragioni sociali ed economiche. E’ quello che viene in mente osservando il ponte dogana di Ponte Tresa, cento metri di un manufatto che unisce Italia e Svizzera, la Lombardia e il Ticino, divise in questo punto dal fiume Tresa. Lo stesso paese di Ponte Tresa è per metà in territorio elvetico e per metà in territorio italiano, diviso appunto dal fiume. Il “confine labile”, per dirla alla Piero Chiara, è qui molto marcato, almeno visivamente, un confine, tra l’altro, tra i più antichi tra quelli in essere nel mondo intero, ma che paradossalmente separa territori culturalmente e storicamente molto omogenei. L’immagine pubblicata in alto, una cartolina d'epoca ritoccata nei colori, mi è stata gentilmente segnalata da amici che vivono dall’altra parte del mondo, a Buffalo negli Usa, e trovata chissà dove nel web. Anche loro vivono in una città di confine, anche loro dall’altra parte del fiume Niagara non trovano misteriose popolazioni, ma gente come loro per cultura e lingua e, grazie o a causa del confine, hanno sviluppato un modo di vivere e una economia profondamente interconnessa. Nella fotografia in questione è ritratto il vecchio ponte di Ponte Tresa, poi demolito e ricostruito nei primi anni sessanta. Qui sembra di essere negli anni 50, a giudicare dalle automobili, la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un check point Charlie di casa nostra. Allora i controlli alla frontiera erano minuziosi sia sulle persone che sulle merci, ci voleva addirittura il passaporto per passare dall’altra parte. La foto è stata scattata dal lato svizzero del fiume. Un ponte modesto e che oggi, se ci fosse ancora, sarebbe utilizzabile solo dai pedoni, impensabile che il traffico di frontalieri, turisti e veicoli commerciali possa passare da lì. Ed infatti il nuovo ponte dogana è stato costruito più grande e largo, togliendo però molta poesia ad un paesaggio tipicamente lacustre delle nostre parti, specialmente sul lato svizzero dove la nuova arteria di collegamento tra la originaria strada regina all'altezza della stazione e il nuovo ponte ha snaturato completamente l’accesso al lago dal vecchio borgo. Ma questa è un’altra storia, anch’essa però di frontiera.

 

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