Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Breve racconto sul 25 aprile tra le colline dei miei nonni

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Alcuni amici e lettori mi hanno spinto a pubblicare anche su La Bissa un breve racconto che ho postato il 25 aprile scorso su Facebook in occasione della Festa della Liberazione. E’ vita vissuta, con qualche considerazione personale che spero venga letta come imparziale e neutrale.

La famiglia di mia nonna paterna, originaria di Canelli in provincia di Asti, non era di simpatie fasciste. Era una famiglia patriarcale di campagna, di tradizione culturale liberale ottocentesca, erano noti per essere antimonarchici e da sempre moderatamente anticlericali. E appunto mai fascisti e non facevano nulla per mascherarlo. I miei nonni vivevano però a Milano e nel 1941, viste le difficoltà e i disagi creati dalla guerra soprattutto per chi viveva nei grandi centri urbani, decisero di trasferirsi a Canelli nella tenuta agricola avita gestita dal fratello di mia nonna che lì vi risiedeva stabilmente. Proprio per essere antifascisti, erano presi di mira dai potentati locali che di tanto in tanto mandavano le camicie nere a razziare animali da cortile, attrezzi, vino e altro con le scuse più improbabili. Spesso il capetto e la sua squadraccia addirittura minacciavano mezzadri e manovali mettendoli contro il fratello di mia nonna. Durante la resistenza, che sulle colline del Monferrato e delle Langhe è stata una vera e propria cruenta guerra, vedere gli scritti di Beppe Fenoglio per farsene una idea, quel fascista lo trovarono una mattina lungo e disteso in una vigna con una pallottola in mezzo alla fronte. Liberazione? Macchè. Di lì a poco si presentarono alla porta i partigiani che, sapendo che i miei nonni non erano di simpatie comuniste e non facevano nulla per mascherarlo, li presero di mira per razziare animali da cortile, attrezzi, vino e altro e pretendendo pure la requisizione dei fienili e dei depositi agricoli per nasconderci i fuggiaschi e i ricercati, a rischio e pericolo dei miei nonni ovviamente. Il capetto dei rossi era sempre minaccioso, al posto della camicia nera, aveva il fazzoletto rosso, ma i modi erano gli stessi. Con una inclinazione alla farsa. Profetizzava, con fare tronfio, la vittoria dei comunisti dopo la rivoluzione, come la chiamava lui, e la nascita di una società egualitaria in cui quello che oggi è tuo sarà anche mio. Almeno a metà, pontificava magnanimo. E quindi riteneva di avere la coscienza a posto mentre rubava perché lo considerava solo un anticipo su quello che gli sarebbe spettato in futuro. Poco dopo il 18 aprile del 1948, dopo la disfatta elettorale dei rossi del Fronte Democratico Popolare, quel capo partigiano lo trovarono una mattina nelle vigne, stecchito, con una pallottola in mezzo alla fronte. La storia la scrivono i vincitori, la violenza e le prevaricazioni non hanno colore, i morti sono tutti uguali anche se alcuni stavano dalla parte sbagliata in un certo contesto. Eppure dopo tanti decenni siamo ancora in mezzo al letame ideologico. Altro che pacificazione nazionale.

 

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