Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Chi è Gianni Fava, lo sfidante di Salvini alle primarie della Lega

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E’ proprio il caso di dirlo, la sconfitta di Marine Le Pen in Francia ha messo Gianni Fava “en marche!” in vista delle imminenti primarie della Lega Nord del 14 maggio che precedono il congresso federale del 21 maggio. Fava è innanzitutto riuscito a raccogliere le firme necessarie per partecipare e non era un fatto scontato in un movimento dal consenso interno granitico, ma soprattutto ha vinto la sua prima piccola battaglia grazie al tempismo di una decisione dal forte spessore politico. Il declino della spinta lepenista, l’affievolirsi del sovranismo, i limiti sempre più chiari del populismo in Europa hanno di fatto consolidato in pochi giorni il senso della candidatura di Fava. E’ stato mandato da Maroni, fu detto, è stato obbligato da Salvini per crearsi un avversario finto. Parole e retropensieri, i fatti stanno dimostrando un’altra chiave di lettura, un’altra storia. Curriculum a denominazione di origine controllata padana, Fava ha fatto gavetta in comune per arrivare in Parlamento e poi approdare nel 2013 al sinedrio maroniano in Regione Lombardia occupando la poltrona di assessore alla Agricoltura. Un incarico, quest’ultimo, ricoperto con lungimiranza ed acume in nome spesso e volentieri della lobbying territoriale in un settore tipicamente padano, un presidio di leghismo militante e di governo e per giunta in Lombardia. Ma Fava è di più, lo si potrebbe sintetizzare come antilepenista da sempre, nordista convinto, europeista nel senso dei valori, non della vicinanza alla burocrazia stantia e bollita di Bruxelles. «La mia non è una testimonianza, ma una partecipazione attiva alla vita e al dibattito del movimento», ha detto recentemente a proposito delle primarie e c’è da credergli. Sfidare Salvini sul terreno politico e dei numeri in una competizione interna di un partito che interpreta da sempre i confronti tra militanti in modo molto acceso e perentorio non è indicato per chi vuole fare solo testimonianza o passerella. Non serve. Molti commentatori autorevoli hanno identificato la candidatura di Fava come quella del leghista della Lega che non passa, quella bossiana, dei nostalgici, dei disorientati, degli stanchi, di chi non condivide il posizionamento così schierato a destra. E’ sicuramente vero, vista la lunga storia politica del quasi cinquantenne Fava, ma è una lettura ampiamente riduttiva. Sicuramente per Fava il punto di riferimento è Bossi e il vecchio Carroccio autonomista, federalista, a trazione nordista, il leghismo «autentico e originario», ma c’è di più, più volte si è definito «spirito libero e liberal», in campo etico è forse il leghista mentalmente più aperto e di conseguenza tra i più distanti dagli schematismi ideologici di una certa destra, vicino, e per davvero visto l’incarico, agli imprenditori, forse uno dei pochi visibilmente e pubblicamente schierato per il modello Lega sindacato del Nord. Tornando all’Europa, per Fava il nemico non è Bruxelles, ma la capitale italiana, «Io resto convinto che Roma sia la più avanzata capitale del Nord Africa. Milano una delle capitali più avanzate dell’Europa», che non è solo una riedizione sbrigativa del sempreverde slogan Roma Ladrona, ma il sostegno a quel modello Lombardia di conio maroniano dallo squisito sapore di lobbying territoriale, di strenua difesa delle eccellenze, delle qualità, dei primati lombardi, che poi vanno a beneficio di tutti. In un quadro de-ideologizzato, «non siamo né di destra né di sinistra, ma al di sopra, al Nord». Una politica del fare, da lombardo laborioso che si traduce in opinioni e scelte pragmatiche, una su tutte, la contrarietà all’uscita dall’Euro, «la maggior parte degli imprenditori non è affatto convinta dell’uscita dall’euro» e «non ho alcun rimpianto dell’italica liretta». Piedi ben piantati in Lombardia, sostegno forte al referendum sull’autonomia in programma per il 22 ottobre prossimo, «la Lombardia è stanca di cedere 54 miliardi all’anno a uno Stato inefficiente e improduttivo» e ritorno in agenda, al primo punto, della questione settentrionale, garantendo innanzitutto la non modificabilità dell’art. 1 dello Statuto della Lega che «ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica federale indipendente e sovrana», un baluardo intoccabile per uno zoccolo duro di tutto rispetto all’interno del movimento.

Posizioni eterodosse in un movimento che negli ultimi anni ha guardato altrove, ad altre logiche che hanno sicuramente portato benefici numerici, ma non risultati politici e concreti. Il declino lepenista è piombo nelle ali delle ambizioni di Salvini, torna il centrodestra unico ed unito e a trazione liberale e Fava, l’uomo del passato che non passa ma che torna magicamente attuale, prova innanzitutto a lanciare la sua sfida alla Lega.

 

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