Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Prima il Nord e addio Le Pen: il congresso della resa dei conti nella Lega

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Il clima congressuale nella Lega si fa incandescente tanto da far preoccupare anche un vecchio saggio del Carroccio, il militante dei militanti, Elio Fagioli da Saronno che senza tanti giri di parole posta su facebook un perentorio “comunque dopo il congresso, nulla sarà come prima, troppi insulti tra leghisti”. Cambieranno, peggioreranno i toni, ma il movimento in realtà non cambia mai se pensiamo alla sua struttura monoblocco di tipo militare, sempre disciplinatamente coesa intorno al leader di turno. Pena l’espulsione, perché scarse o nulle sono le possibilità e le occasioni per un sereno e pacato dibattito e confronto interno. Si può discutere al limite sul carisma dei capi che in molte occasioni è servito per placare e assopire le tentazioni di fronda interna, se non addirittura di rivolta, ci riusciva benissimo Umberto Bossi, è più in difficoltà in questo lavoro Matteo Salvini. Il confronto oggi ha le caratteristiche di una resa dei conti e la convocazione del congresso ormai alle porte è servita solo per certificare le due anime del movimento, idealmente distinte e distanti, costrette da tempo, troppo, a convivere per sopravvivere, ma pronte a sfruttare qualsiasi piccolo o grande cambiamento di scenario per cercare di regolare vecchi e nuovi conti in sospeso. A monte lo scontro di leadership tra Maroni e Salvini, a valle tutta una serie di questioni locali o politicamente limitate, ma che di fatto spaccano in due la Lega. La miccia che ha dato fuoco alle polveri è stata la sconfitta della Le Pen in Francia e la concomitante non buona salute che godono i movimenti e i leader populisti in Europa e nel mondo. In una intervista rilasciata al Corriere della Sera Maroni lancia il guanto di sfida all’eterno avversario interno, “la parentesi lepenista si può considerare conclusa”, un affondo che viceversa spinge in alto la candidatura di Gianni Fava alle primarie di domenica. Che Maroni e Fava siano d’accordo è tutto da dimostrare, che facciano il gioco delle parti è invece una certezza. Entrambi seguono la falsariga bossiana del partito autonomista in chiave anti-lepenista e quindi più concretamente anti-salviniana. Maroni arroccato nel suo modello bavarese-lombardo, una macchina di potere impressionante ben oleata e ben amalgamata, ormai tassello fondamentale per la ricostruzione di uno schieramento di centrodestra sul modello 1994, Fava, leader dal basso dal sapore romantico da vecchia Lega padana, fa una battaglia squisitamente politica, fuori dalle cadreghe e dentro gli ideali per riposizionare il Carroccio sul terreno in cui è nato e per cui è nato. Prosegue Maroni nella medesima intervista “chi vince ha il dovere di fare il segretario, ma non è che puoi farlo soltanto se annienti chi la pensa in modo diverso”, con riferimento al desiderio annunciato da Salvini di voler prendere almeno l'80%. Per il governatore lombardo occorre “tornare alle nostre origini di movimento post ideologico, né di destra né di sinistra”. E poi sui rapporti con il centrodestra: “Leggo di critiche a Berlusconi, leggo che i governi di cui ha fatto parte la Lega non hanno concluso nulla, detta così sembra che la Lega sia stata al governo per le poltrone. Mi spiace davvero che si usino parole sprezzanti nei confronti dell'esperienza con Berlusconi e con Forza Italia”. Chiarissimo l’assist a favore della corsa di Gianni Fava anche se Maroni ufficialmente è defilato per comprensibili motivi, ma la sinergia con il suo assessore alla agricoltura è palese come la priorità per la questione settentrionale da rimettere al centro del dibattito politico, prima della Lega e poi del centrodestra. Salvini va invece avanti per la sua strada, “mi incuriosisce che, anche in Lega, ci sia qualcuno che abbia tifato per il potere dei banchieri”, dice con riferimento indiretto a Emmanuel Macron. “Io sono orgoglioso dei legami con Russia Unita di Vladimir Putin, i Repubblicani di Donald Trump e con Marine Le Pen”. Legami ai più sempre apparsi opachi e comunque da rimettere in discussione dopo la recente sconfitta lepenista. I rischi per la Lega di Salvini sono al momento due e sarebbero letali per il movimento e per lui stesso nel caso in cui si materializzassero. Il primo riguarda la legge elettorale, che, nel caso in cui fosse di profilo proporzionale, relegherebbe la Lega al ruolo di un grande Msi, tagliata fuori dal gioco, con tanti voti, ma inutili, congelati, e costretta a fare alleanze prendere o lasciare. Il secondo rischio è legato all’eventuale emergere di un candidato leader di coalizione sul modello di Macron, ma liberale, comunque pescato fuori dagli schemi dei partiti tradizionali, con forte presa popolare, liberale appunto e schierato contro populismi ed estremismi. Sarebbe fumo negli occhi della Lega e la inevitabile fine di Salvini. Sull'argomento della legge elettorale, ecco parlare il di solito taciturno Giancarlo Giorgetti, vicesegretario del partito, che annuncia, “sulla legge elettorale siamo pronti a votare la proposta del Pd con il sistema da noi sempre sostenuto del Mattarellum con il 50% di proporzionale e 50% di maggioritario”, un modo come un altro per arginare il pericolo del rompete le righe e ognuno per i fatti suoi a farsi contare, mentre viceversa per una Lega arroccata a destra è vitale imporre alleanze prima del voto. Ma Salvini si smarca cercando di sottolineare giorno dopo giorno la sua distanza da Berlusconi con lo scopo appunto di rintuzzare qualsiasi tentazione macroniana all’italiana. “Mi rifiuto di pensare al Carroccio che torna ad Arcore a chiedere a Berlusconi quello che possiamo fare. Bossi, Maroni, Fava mi dicono che non si può discutere l'alleanza con Fi, io dico invece: Umberto tutto si può discutere. Ma io esprimerò sempre gratitudine e rispetto per Bossi, nonostante dica che non capisco un cazzo, che Le Pen è fascista e Salvini senza poltrone è un uomo morto”. E, come in un ideale gioco dell’oca, si torna al punto di partenza, alla querelle politica tra la Lega nazionale di profilo lepenista e la Lega Nord autonomista, quella delle origini. Con Maroni sempre più leader, o tra i leader, della seconda e che punta strumentalmente sul referendum lombardo-veneto sull’autonomia per riprendersi il terreno di gioco e Salvini che cercherà di tenere il piede in due scarpe, leader in effetti di due partiti, la Lega, in cui parlerà di Nord e di autonomia (sic!), e Noi con Salvini, partito di destra lepenista, sovranista. Sullo sfondo i sondaggi che sono inchiodati da tempo ad un inutile 13% mentre Forza Italia è in rimonta e lo stesso Berlusconi ha ripreso vigore e freschezza politica. Ma pare che nella Lega se ne sia accorto solo Maroni.

 

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