Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Primarie Lega, vince Salvini e la linea sovranista. Addio Nord?

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Alla fine, come da pronostico, le primarie della Lega le ha vinte Matteo Salvini con l’82,7% dei voti, qualcosa in più della fatidica soglia dell’80%, indicata alla vigilia dal diretto interessato come una immaginaria asticella del risultato minimo accettabile. In caso contrario, disse infatti pochi giorni fa, sarebbe stato pronto a mollare tutto. Lo sfidante Gianni Fava ha ottenuto meno di quello che sperava, ma come varie volte dichiarato da più fonti nei giorni scorsi, sul risultato dell’assessore regionale mantovano ha sicuramente inciso e pesato il fattore cadrega e carriera. Tanti leghisti vicini a lui o a Roberto Maroni hanno optato per l’allineamento al segretario federale uscente per comprensibili motivi di sopravvivenza. Insomma, si tiene famiglia anche nella Lega. Il dato sorprendente e forse inaspettato è stato quello riguardante l’affluenza, con l’astensione collocata intorno al 45% degli aventi diritto. Se teniamo conto dell’organizzazione quasi militare del partito e della relativa militanza ben inquadrata è un dato che fa riflettere o dovrebbe far riflettere in ottica di lungo periodo. Se a questa percentuale di astenuti sommiamo i voti ottenuti da Fava e se consideriamo che i risultati di Salvini sono inferiori in proporzione alle firme raccolte per la candidatura a segretario (nei confronti di Fava), la prima considerazione a caldo che si fa chiunque è che il partito è diviso in due se non in tre tronconi o correnti che dir si voglia. Sicuramente il segretario, come leader in sé, non viene minimamente intaccato nella sua forza e nelle sue ambizioni dal risultato di queste primarie e sarà incoronato come indiscusso leader maximo al congresso di domenica, altrettanto sicuramente però la linea politica sovranista, lepenista all’italiana e il relativo posizionamento ben saldo a destra viene messo in discussione da una metà circa del partito. Non poco per un movimento abituato ai plebisciti. A corollario di questa considerazione non si può tacere del clima particolarmente surriscaldato, dei toni accesi e veementi, ai limiti dell’insulto e dell’aggressione verbale. Basti a tal proposito dare una occhiata ai social. Una tensione che non sbollirà di sicuro dopo il congresso e che potrebbe ulteriormente deflagrare nel corso delle manovre per le elezioni politiche prossime venture. La mossa di Salvini di convocare un congresso un anno prima delle elezioni aveva e ha lo scopo di mettere le mani, da solo, sul dossier alleanze e candidature. Sul discorso alleanze le potenzialità all’esterno del segretario federale sono oggi ridimensionate perchè può dimostrare di avere solo mezzo partito fedelmente allineato dietro di lui, viceversa non tratterà sulle candidature, tenterà di tenere sotto controllo tutto e si può quindi facilmente immaginare che la minoranza interna ne uscirà pesantemente ridimensionata nelle velleità e soprattutto nelle poltrone. La prospettiva di una emarginazione dal gioco che conta non riguarda e non riguarderà in prospettiva Roberto Maroni e lo stesso Gianni Fava, ben arroccati in Regione Lombardia, contraltare del Nord alla Lega sovranista, un centro di potere, una ridotta saldamente in mano ai maroniani e fuori portata per Salvini. Sarà invece l’area bossiana, quella dei federalisti prima maniera, degli indipendentisti ad essere ridotta a lumicino. C’è chi a tal proposito parla già di scissione per evitare la scomparsa. Il rischio di una fuoriuscita è quello di curare con l’estremismo un altro estremismo, non ha senso infatti lasciare Le Pen per fare lo Sinn Fein come qualcuno ha detto tra un seggio e l’altro ieri alle primarie. Comunque vada, si libera nel centrodestra un vasto spazio politico, collocato tra centro liberale e Lega sovranista. Lo scenario verosimile prevede che Maroni e Fava continuino le loro battaglie ideali e politiche nella Lega, che i bossiani e gli indipendentisti si disperdano in inutili operazioni di retroguardia senza sbocchi concreti o che spariscano all’interno della Lega tra sedie e disinteresse e che il grande corpaccione del Carroccio federalista, autonomista, vicino ai ceti produttivi, che guarda all’Europa come ideale finisca via via per rimanere senza riferimenti. Oggi si astiene nella conta interna, domani, alle elezioni, starà a casa o andrà al mare.

foto: adnkronos

 

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