Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Editoriale

Editoriale (720)

Dopo aver appreso dalla stampa di essere indagato, Giuseppe Sala ha dichiarato a caldo «non dirò che non ho fiducia nella magistratura, ma neanche il contrario». E poi il colpo di teatro della autosospensione. Due prese di posizione immediate, anomale e piuttosto nette. Ma andiamo con ordine. Le cronache riportano fatti molto gravi, ma tutta la storia di Expo prima, durante e dopo Sala è un rosario di errori, litigi, circostanze poco chiare, affarismo. Niente di nuovo si dirà, sono i soliti ingredienti che fanno parte del retrobottega delle grandi manifestazioni come appunto l’esposizione universale di Milano. Ma vengono anche in mente decine, centinaia di casi simili dal 1992 ad oggi. Inchieste annunciate a mezzo stampa, quasi sempre strumentalizzate e distorte, con malcelati intenti di fare giustizia in modo sommario ad uso della bassa cucina politica, avversaria del malcapitato di turno, ovviamente, con ipotesi dell’accusa poi spesso e volentieri sgretolate…
Sembrano passati decenni ed invece era solo la primavera del 2016 quando nella madre di tutte le battaglie lombarde i partiti di destra e sinistra decisero all’unisono di candidare a Milano due manager, pescati si fa per dire nella società civile. Idealità evaporate, divisioni, lotte fratricide, risorse umane presentabili inesistenti costrinsero gli schieramenti all’utilizzo delle foglie di fico. O meglio, veri e propri avatar. Badate bene, in questo caso non si tratta di servi sciocchi o grigi utili idioti, come spesso e volentieri vediamo schierare sul palcoscenico della politica nostrana quando si è a corto di soluzioni, ma di ottimi epigoni del mondo delle professioni e dell’imprenditoria milanese. E con in più il pregio di dimostrare antiche consuetudini con la politica. Giuseppe Sala e Stefano Parisi hanno riempito che meglio non si poteva l’imbarazzante vuoto decisionale, per quanto riguarda le candidature, della sinistra e della destra milanese. Ma è stato…
Sono passati ben 37 anni e mezzo da quella primavera del 1979 quando alla presidenza del Parlamento europeo sedeva ancora il democristiano Emilio Colombo. Altri tempi in ogni senso e non solo perché l’Unione Europea allora era più piccola rispetto ad oggi o perchè il quadro politico attuale non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello degli anni settanta, ma proprio perché nel giugno del 1979, dopo la presidenza Colombo, per la prima volta, il nuovo parlamento fu eletto a suffragio universale, cambiandone completamente i destini. Comunque, dopo il democristiano potentino, nessun altro italiano ha mai ricoperto tale incarico. Ora, per tutta una serie di combinazioni piuttosto curiose, la partita per decidere il presidente del Parlamento europeo si giocherà tutta in ambito italiano. In settimana i deputati del Partito Popolare, il gruppo più numeroso a Strasburgo, hanno indicato come loro candidato Antonio Tajani, ex commissario Ue e parlamentare di lungo corso con significativa esperienza e…
Il nascente governo Gentiloni più che dalle alchimie della politica sembra nato dalla fantasia di un novello Tomasi di Lampedusa alle prese con un redivivo Gattopardo: "se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Paolo Gentiloni è un grigio e anonimo nobile marchigiano vissuto sempre a pane e politica. Partito dalla sinistra extraparlamentare, si è fatto poi le ossa con Rutelli quando quest’ultimo era sindaco di Roma, in seguito spiccò il grande salto politico grazie alla Margherita che gli consentì di entrare in Parlamento nel 2001, seguendo poi una carriera da gregario tra sconfitte e affermazioni, in questo secondo caso ottenute grazie soprattutto al suo specifico ruolo o vocazione di tappabuchi e di testa di legno e quasi mai per effettivo merito e consistenza di leadership. Come nel caso dei ministeri da lui guidati, per conto di altri quando fu alle Comunicazioni nel biennio 2006/2008 e per…
Ieri abbiamo parlato di Roberto Maroni, forse il più lesto nel centrodestra a muovere una prima pedina sulla scacchiera del dopo referendum. Ma è anche vero che, dopo la batosta personale e politica incassata da Renzi e dal Pd, in attesa che il panorama romano si schiarisca, l’attenzione venga inevitabilmente puntata sulla Lombardia, regione cardine o locomotiva, comunque strategica in qualsiasi tornante della politica italiana. Ha parlato quindi anche Giuseppe Sala, sindaco di Milano, sentenziando immediatamente e a scanso di equivoci il suo leit motiv «qualunque tipo di governo deve ripartire da Milano». L’occasione per esternare il suo pensiero si è palesata ieri al Piccolo Teatro di via Rovello, durante una intervista del direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana. Il nodo di fondo, il problema che attanaglia Milano, la mucca nel corridoio che non si può non vedere, per dirla alla Bersani, nella caduta di Renzi è appunto il rischio del venir…
Nel dopo referendum il primo a muovere una pedina sulla scacchiera della politica e a portarsi oltre i consueti commenti di rito e di circostanza del post voto è Roberto Maroni che ieri a Milano a margine di una presentazione di una guida ha dichiarato all’Ansa: "archiviato questo, facciamo il referendum sull'autonomia: se ci saranno elezioni politiche anticipate, chiederò nuovamente l'abbinamento e spero che il nuovo governo ce lo conceda”. "Se non ci saranno elezioni politiche anticipate in primavera, - ha proseguito Maroni - faremo comunque il referendum per la Lombardia autonoma". "Il primo passo era archiviare questo, il secondo è promuovere il nostro di referendum", ha concluso il governatore. Il momento è ora propizio. In vista della lunga corsa per le elezioni politiche è importante infatti avere le frecce giuste nella propria faretra e questa opportunità è per il governatore lombardo imperdibile. E un referendum sull’autonomia, dal prevedibile risultato…
Esulta il centrodestra in Lombardia per l’affermazione netta del No ed esultano soprattutto coloro che per il No sono sempre stati schierati senza se e senza ma, come Matteo Salvini, Stefano Parisi, il grosso di Forza Italia. Pareggiano Silvio Berlusconi, poco presente nella competizione o addirittura ambiguo per molto tempo, salvo schierarsi all’ultimo con i sondaggi in mano e i centristi divisi tra il Si di Lupi e il No di Cattaneo. Vince il M5S e perde il Pd. Lo smacco del Pd fa rumore perché domenica è cambiata l’inerzia e la conquista della Regione nel 2018 diventa a questo punto una chimera irraggiungibile. I pretendenti di sempre, i vari Alfieri, Martina e Gori nell’immediato futuro dovranno rivedere le loro strategie e soprattutto contenere le personali ambizioni che andranno necessariamente rivolte altrove. Di fronte poi ad una evidente eclissi di Renzi e ad un suo futuro difficilmente immaginabile oggi, risulta…
Per il variegato universo delle coalizioni di centrodestra presenti in Europa la vittoria di François Fillon alle elezioni primarie in Francia è una notizia da tenere in grande considerazione, una ottima notizia se vista dalla parte più al centro di tali schieramenti. Fillon è un francese dallo spiccato charme, 62 anni, cattolico, una famiglia numerosa e un passato politico di tutto rispetto. Sarà quindi lui il candidato della formazione dei Repubblicani che contenderà l’Eliseo alla sinistra orfana di Hollande. Con il terzo incomodo del Fronte National della famiglia Le Pen, sicuramente oggi tra i meno contenti di questa affermazione. Le primarie, nonostante fosse la prima volta per la destra, sono state un grande successo numerico, tanta la partecipazione, oltre 4 milioni di francesi hanno espresso la loro scelta, e di assoluto livello è stato il dibattito sui contenuti e sul futuro immaginato della Francia. Dal punto di vista della comunicazione…
Correva l’anno 2013 quando Roberto Maroni conquistava la presidenza della Regione Lombardia a capo della solita variegata coalizione di centrodestra, ma con la bandiera della Macroregione del Nord e al grido Prima il Nord. Un vessillo politico marcatamente padano e che doveva aggregare intorno alle principali regioni settentrionali in mano leghista truppe e progetti per rinverdire una tradizione ideale a corto di argomenti. Il Bobo di Lozza, già barbaro sognante con la ramazza in mano per ripulire il Carroccio dalla sporcizia del passato, prima ancora federalista in tutte le declinazioni, secessionista, teorico della devolution, arriva a Palazzo Lombardia con l’ultimo della serie degli slogan. Onestamente nessuno ci capì molto al di fuori della promessa che il 75% delle tasse dei lombardi sarebbero rimaste nella regione, ma si è rivelato un messaggio efficace, creava il solito bagaglio di sogni e illusioni, una pensata mediatica, di quelle che devono giusto reggere i…
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