Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Editoriale

Editoriale (720)

E alla fine il metodico manager liberal popolare anticipa i tempi per evitare di finire stritolato dal tritacarne della politica politicante del centrodestra. Le polemiche degli ultimi giorni, il fuoco di sbarramento della vecchia guardia di Forza Italia e la sostanziale presa di distanza di Silvio Berlusconi hanno indotto Stefano Parisi ad anticipare l’annuncio che avrebbe con grande probabilità pronunciato intorno a gennaio insieme alla sua proposta di governo. «Abbiamo convocato questa conferenza stampa per annunciare la nascita del nuovo movimento politico 'Energie per l'Italia’», sottolineando che «non si chiama partito». Sarà infatti un movimento «alternativo a Renzi e alla sinistra». Oggi «nello scenario politico italiano non c'è alternativa tra Renzi e Grillo» ha aggiunto Parisi, «abbiamo bisogno di persone oneste che si impegnino in politica, non per interessi personali». Sulle parole di Berlusconi che aveva criticato il suo ruolo di 'riformatore' accusandolo di litigare con tutti, Parisi ha risposto:…
E’ una ipotesi volutamente al limite, tirata, quella che segue, scritta non per creare facile polemica strumentale, ma solo per stimolare un dibattito costruttivo intorno al futuro del centrodestra liberale e moderato che oggi appare troppo legato alla tattica e poco alla visione. Il 5 dicembre, un giorno dopo il referendum, il centrodestra di rito moderato e liberale rischia un brutto risveglio al di là del risultato che emergerà dalle urne. La campagna unitaria per il No, in realtà contro il premier, rischia ora di trasformarsi in una farsa dopo il «di veri leader nella politica ce n'è uno solo e si chiama Renzi» espresso da Silvio Berlusconi pochi giorni fa. Il gioco è presto svelato, ovvero il patto del Nazareno nuova edizione si farà, sempre che non sia stato già siglato. Se a questo aggiungiamo il pesante fuoco di sbarramento della vecchia guardia forzista contro qualsiasi soluzione portatrice di innovazione,…
Il vero orizzonte politico non è il referendum del 4 dicembre, ma il dopo, indipendentemente dallo scenario che il risultato delle urne produrrà. La vera partita è quella che si disputerà sulla legge elettorale perché sarà a quel tavolo che si giocheranno i destini delle coalizioni principali. E non sulle riforme. Focalizzando l’attenzione, come nostra abitudine, sul centrodestra, nell’ultimo fine settimana è stata sancita tra Firenze e Padova, tra Salvini e Parisi, in modo chiaro e inequivocabile la distanza tra le due anime principali dello schieramento. Anime che al momento stanno insieme per forza, unite solo dal No al referendum costituzionale. Ma più per ragioni di tattica che di merito. Sul resto sono appunto divisi e distanti su qualsiasi argomento, sul piano culturale innanzitutto e poi su quello politico-istituzionale, per non parlare dei programmi. La questione leadership è a questo punto addirittura una conseguenza, non l’oggetto prioritario dello scontro. Berlusconi…
La prima vera uscita “politica” del sindaco civico-piddino di Milano Giuseppe Sala ha un chiaro sentore di destra. Più esercito a Milano, per le strade e nei quartieri dove la sicurezza reale e percepita è compromessa. La coincidenza non casuale con il ferimento, successivamente rivelatosi mortale, del sudamericano in piazzale Loreto e il tour del presidente della Camera Laura Boldrini a Quarto Oggiaro, storico e noto quartiere difficile della periferia milanese, ha certamente stimolato il primo cittadino a toccare l’argomento. Ma il quadro in cui si inserisce tale proposta è, come si suol dire, più articolato, complesso e politicamente di non immediata lettura. I presidi di forze armate in città sono cosa risaputa anche se il precedente sindaco Giuliano Pisapia arrivava addirittura a negarne l’esigenza, i soldati comunque a Milano ci sono e da anni. Li si vede facilmente in centro, dove c’è l’afflusso maggiore di turisti, oppure nei pressi…
Le elezioni americane hanno di fatto aperto la campagna elettorale in Italia. Non quella per il referendum costituzionale del 4 dicembre, ma quella per le elezioni politiche prossime venture. Che restano ovviamente sullo sfondo, oggi la battaglia è sulla leadership degli schieramenti. Per il centrodestra, ammesso che si voglia ancora pensare ad una coalizione di questo tipo, la stura sono state proprio le elezioni presidenziali statunitensi. Per quanto riguarda il centrosinistra tutto è rimandato ad un minuto dopo l’esito referendario. La vittoria di Trump ha scatenato gli entusiasmi dei populisti a qualsiasi latitudine del mondo ma, passata la sbornia dell’evento, è opportuno fare qualche banale ragionamento per evitare l’illusione ottica che certi paragoni inevitabilmente creano. E le differenze tra la situazione in Italia e la storia della vittoria del magnate statunitense non sono poche e difficilmente colmabili nel caso in cui qualcuno, come sembra, speri di emularne le gesta. Trump…
Nel nostro ormai consueto e puntuale susseguirsi di reportage sulla malavita, soprattutto organizzata, attiva in Lombardia, questa volta fa invece notizia una articolata indagine condotta dalla Procura di Busto Arsizio che alla conclusione si è spinta fino nei lontani Caraibi per arrestare due malavitosi rifugiatisi tempo fa da quelle parti. Nel caso in questione si tratta di un trafficante di cocaina di un certo livello, tale Nazzareno Di Stefano di 66 anni, e di un truffatore ed estorsore, tale Giovanni Massimiliano Ponticello, 45 anni, un ex produttore cinematografico. Il primo, il più pericoloso, si era riciclato come imprenditore, aveva avviato con successo una azienda di commercio di funghi, il secondo è stato arrestato mentre se la spassava in un resort di lusso, La Casa de Campo (nella foto), nella esclusiva località turistica di La Romana. Ufficialmente gestiva un ristorante. Non si conoscevano e nemmeno si frequentavano, il minimo comune denominatore…
Tra i commenti più frequenti che abbiamo ascoltato dopo la vittoria di Donald Trump svetta sicuramente quello semplicistico, ma altrettanto veritiero, della vittoria del popolo contro le élite. Queste ultime, immerse in una bolla di privilegi e di certezze, di potere reale ed esibito, per niente toccate dalla o dalle crisi dell’ultimo decennio, non hanno letteralmente capito nulla e stentano ancora adesso, a freddo, a comprendere con esattezza quello che è successo. Una rivoluzione, non un semplice avvicendamento di élite al governo del Paese. La concatenazione dei fatti, sempre letta in chiave semplicistica, ma efficace, recita: prima le élite governano impoverendo il popolo, poi esprimono un candidato mediocre "tanto quell'altro fa schifo", infine si meravigliano quando il popolo le punisce. E’ la democrazia, bellezza, per parafrasare Hillary Clinton, ma soprattutto è il suffragio universale a fare la differenza e a sancire il principio che è il popolo ad essere sovrano.…
Si chiude finalmente il sipario sulle elezioni negli Stati Uniti, arrivate alla fine di una delle peggiori campagne elettorali che si ricordino a memoria d’uomo. Oggi sembra di rileggere e risentire i commenti del dopo Brexit, ma i toni sono più duri, lo sgomento e la rabbia sono ancora più palpabili nel variegato mondo degli irritati ed irritabili avversari di Trump di casa nostra. Quasi tutti collocati a sinistra ovviamente. Ci si ostina a non capire, si bolla il magnate americano con i peggiori epiteti, un pericoloso fomentatore di odio e di paure, un volgare razzista, un populista nel senso becero del termine, in realtà è tutta gente che non sa di che cosa sta parlando, che sbraita solo per esorcizzare la propria miopia storica e politica. Nei social si riversa lo sfogo di una sinistra che ha letteralmente perso il contatto con il mondo reale e che non si arrende…
Nella Padania che fu ha tenuto banco nelle ultime settimane un dibattito dai toni piuttosto aspri sul futuro della Lega, un confronto tra chi ne vuole fare un partito della nazione a trazione lepenista ben collocato a destra e di taglio populista, Matteo Salvini, e chi la vuole invece ben radicata al Nord e ai collaudati dettami dell’autonomia e del federalismo bossiano, Roberto Maroni in primis. La questione non è di lana caprina e va ben al di là dei comprensibili contrasti interni per la conquista della leadership. Prima di qualsiasi resa dei conti sul futuro della linea politica del Carroccio, che sarà con grande probabilità risolta in occasione del prossimo congresso, il dibattito politico incrocia la scadenza del referendum costituzionale di dicembre. Il centrodestra è per la quasi totalità schierato per il No, la Lega su questo argomento è da sempre su posizioni molto chiare e nette. Ma forse…
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