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Regione Lombardia, un piano per fermare la fuga di giovani e cervelli

Scritto da Diana Cavalcoli

Combattere la fuga dei cervelli avvicinando atenei e aziende. È questa l’ambizione di Regione Lombardia che nella legge sulla ricerca, approvata il 15 novembre scorso, ha inserito un piano sperimentale contro la partenza delle migliori teste. La norma prevede la creazione di un ufficio di raccordo che aiuti le imprese a ingaggiare i ricercatori e allo stesso tempo promuova per i dipendenti la formazione nei laboratori universitari. Uno scambio di competenze e di capitale umano che nei prossimi tre anni sarà sostenuto a livello economico dal Pirellone. «Prevediamo — spiega Luca Del Gobbo, assessore all’Università, ricerca e open innovation di Regione Lombardia — progetti a un costo minimo di 5 milioni di euro e un aiuto medio del 50 per cento a fondo perduto. Con un massimo di 4,5 milioni per iniziativa». Si tratta di un primo sforzo per risolvere il paradosso del brain drain ovvero l’incapacità, tutta italiana, di trattenere i talenti entro i confini nazionali e di attrarne dall’estero. Per la Lombardia, nello specifico, il fenomeno dei cervelli in fuga, secondo i dati Eupolis, determina una perdita di circa il 20 per cento della forza lavoro giovanile.

Un’emergenza denunciata anche dal rapporto «Italiani nel Mondo 2016» di Fondazione Migrantes. Nell’ultimo anno i residenti lombardi che si sono spostati all’estero sono stati 20.080, in aumento del 6,5 per cento. A colpire è il dato anagrafico: la fascia 18-34 anni rappresenta circa un terzo di chi sceglie di fare le valigie. Tra loro lavoratori qualificati, ragazzi che si sono formati nelle università locali, professionisti con troppe competenze e poche opportunità. Il risultato è un mercato interno impoverito che ogni anno accoglie braccia e esporta cervelli. Ad andarsene per primi sono infatti ingegneri, ricercatori, sviluppatori e tecnici. «L’anno scorso — sottolinea monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes — sono entrati in Italia 33 mila lavoratori e ne sono partiti all’estero 101 mila. Significa che ad un arrivo corrispondono tre italiani che se ne vanno». La novità è che negli ultimi anni, sebbene sia la Sicilia la prima regione per expat con 730 mila registrazioni all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire), sono aumentate le partenze al Nord. In particolare le province più colpite dal «fenomeno della valigia in mano» sono Milano, Varese, Como, Bergamo e Brescia. Ma dove si trasferiscono i residenti lombardi? Le mete privilegiate sono Svizzera, Germania, Francia, Regno Unito e Argentina. Dalle rilevazioni emerge anche come rispetto ai padri i migranti economici di oggi siano protagonisti di una mobilità in itinere. Non esiste un progetto definitivo ma l’intera esperienza all’estero si basa sulle opportunità lavorative e può quindi svilupparsi in città diverse nel giro di pochi anni.

Dietro a questo nomadismo atipico, che tocca anche le ricche province del nord, non ci sono evidentemente solo motivi economici ma anche culturali: basta pensare al successo dei programmi Erasmus Plus tra i laureati, all’elevato tasso di istruzione lombardo e alla generale apertura al mondo della generazione Millennials, i nati tra gli anni Ottanta e gli anni Duemila. Il problema si pone quando partire diventa fuga e non scelta. «La mobilità dovrebbe essere una risorsa — dicono da Fondazione Migrantes — ma diventa dannosa se a senso unico, quando genera un’emorragia di competenza da un unico posto e non è corrisposta da una forza di attrazione che spinge al rientro». E qui arrivano le note dolenti. Il report spiega che l’88,3 per cento dei nostri Millennials ritiene di dover abbandonare il Paese per realizzarsi. Un disagio messo in evidenza anche dal Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo che parla della «prima generazione che non si chiede se sia il caso di partire, ma se sia il caso di restare». La palla passa quindi alle policy che, come nel caso del progetto lombardo, devono ancora dimostrarsi antidoto efficace allo spreco del capitale umano.

*originariamente pubblicato su Il Corriere della Sera, www.corriere.it

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