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Imprenditori ticinesi: basta a questa politica che frena le imprese

Scritto da Mauro Spignesi, Ezio Rocchi Balbi

Pubblichiamo l'ennesimo interessante reportage proveniente dal mondo industriale del canton Ticino (fonte: il Caffè) che sottolinea il sentiment negativo degli imprenditori ticinesi nei confronti delle politiche protezionistiche in atto sul mercato del lavoro. E' un messaggio destinato in primis alla confusa politica cantonale che preferisce anteporre ottusamente le esigenze del proprio retrobottega partitico a quelle di chi produce ricchezza, il Pil, ovvero le imprese. Con le conseguenze negative del caso, come quella, tra le tante che si verificheranno, di gravare di personale inutile le aziende solo per rispettare le quote di lavoratori, tra stranieri ed indigeni. E' però anche un panorama rassicurante per la manodopera frontaliera e straniera di qualità che in Ticino nel lungo periodo potrà avere sempre un impiego all'altezza delle proprie competenze proprio per la mancanza di concorrenza nel mercato del lavoro interno. E da ultimo, ed è forse l'aspetto più interessante della questione, è anche un forte messaggio che la politica italiana, soprattutto lombarda, deve saper cogliere nel novero delle opportunità transfrontaliere. Se per Brexit a Milano si è trovata la quadra lobbystica tra istituzioni per cercare di attirare alcune istituzioni europee in uscita da Londra, la stessa metodologia dovrebbe essere pensata ed implementata per gli investimenti industriali in probabile uscita dal Ticino nel medio termine e anche al reshoring, in questo caso penso al settore tessile abbigliamento moda, già peraltro in corso, e al settore farmaceutico in evidente difficoltà, come ben dimostrato nelle interviste. Potrebbe essere una insperata occasione di rilancio per alcuni settori industriali pregiati nella cintura di Milano e in Lombardia, una leva interessante per smuovere un mercato del lavoro asfittico e una preziosa chanche per dare una concreta spinta alla crescita. (C. Bollentini)

Regole, regole e ancora regole. Che si parli dei riflessi sull’economia dell’iniziativa del 9 febbraio 2014 "contro l’immigrazione di massa", o delle prime proposte per tradurre in norme l’ultima iniziativa, cioè "Prima i nostri", o che si discuta dell’albo che consente agli artigiani di poter operare in Ticino, per assumere un lavoratore tra un po’ alle aziende serviranno complicatissimi modelli matematici. Ormai si ragiona per quote, percentuali di residenti e frontalieri, eccezioni per singoli settori, piuttosto che valutare bisogni reali, figure professionali, qualità e curriculum. E fare impresa, districandosi in mezzo a questo groviglio di regole, è sempre più complicato. Ma  davvero è questo che il mondo dell’economia si attende dal Palazzo? "Niente affatto. Alla politica semmai io chiedo di gestire in maniera responsabile il disagio della popolazione (che pure non si può negare) e non di cavalcarlo in modo irresponsabile", spiega Luca Bolzani, presidente della direzione di Sintetica (nella foto, n.d.r.), azienda leader nella ricerca e produzione di farmaci per gastroenterologia, medicina intensiva e anestesia. Insomma, per Bolzani si sta usando la medicina sbagliata per una malattia vera. E proprio nella farmaceutica le regole sempre più stringenti stanno limitando il margine di manovra. "Siamo - avverte Alberto Martinoli, ingegnere, fondatore della Jetpharma di Balerna - in una situazione disperata. La nostra azienda farmaceutica richiede personale altamente qualificato, con una formazione di livello universitario, e ricercatori che in Ticino non esistono. Siamo quindi costretti a cercarli o in Italia o nella Svizzera interna. Noi vorremmo assumere ticinesi ma, solo per fare un esempio, abbiamo coinvolto tutti, persino i sindacati perché cerchiamo due "pdm" project development manager e non c’è stato verso". All’inizio della settimana il comitato interpartitico di sostegno all’iniziativa "Prima i nostri" ha messo a punto cinque proposte da condividere con la commissione speciale del Gran Consiglio presieduta da Gabriele Pinoja (La Destra). A seguire, sul Corriere del Ticino, il consigliere di Stato Norman Gobbi ha invece illustrato la sua proposta che àncora il principio della "preferenza indigena" introducendo una percentuale minima di lavoratori, e fissando penalizzazioni finanziarie se questa non dovesse essere rispettata. "Ho letto - spiega ancora Martinoli - il pacchetto di proposte di Gobbi e, sinceramente, sono passato oltre vista la difficoltà a comprendere regole e procedure che si vorrebbero adottare. Andrà a finire che assumeremo sì un ticinese, ma solo per tenere il calcolo delle quote, delle percentuali di dipendenti domiciliati, dimoranti, indigeni…". Ma al di là delle ultime proposte, che il peso dello Stato nell’economia sia cresciuto forse troppo lo ha "misurato" anche l’associazione ImprendiTi in un sondaggio del giugno scorso dove è venuto fuori che il 94 per cento delle aziende ritiene che il peso della burocrazia sia aumentato. Il 52 per cento che sia aumentato molto. "Il problema di fondo - spiega Marco Silvio Jäggi, imprenditore di Caslano e componente del Comitato di ImprendiTi - è che lo Stato in un sistema liberale come il nostro dovrebbe essere un partner, dovrebbe assistere le aziende nella loro crescita. Invece sta progressivamente diventando una controparte e questo frena sviluppo e creazione di posti di lavoro". Sulle troppe regole che soffocano la libertà economica ritorna anche l’imprenditore Alberto Siccardi, presidente di Medacta , che ne ha fatto un suo cavallo di battaglia. "Ormai la nostra burocrazia - spiega - in certi casi supera quella italiana. Per gli imprenditori ticinesi, piuttosto, la piaga è quella dei falsi disoccupati e se bisogna cambiare una legge, seriamente, è quella sulla disoccupazione". Se poi si deve parlare concretamente di quote basate su qualifiche e competenze "non posso che ricordare - spiega Siccardi - come solo nel settore ricerca e sviluppo di Medacta ci siano 45 ingegneri, altri 30 tra marketing e product manager, e circa 80 fresatori. Di tutte queste figure professionali non ne trovo più di 3 o 4 in Ticino".   Se Siccardi ragiona su quote e numeri, un altro imprenditore come Emanuele Centonze, titolare della Ecsa, punta su un diverso aspetto del discorso: "Ultimamente sento certe proposte che nella realtà sono inapplicabili. Ma il dato più pericoloso è che sta venendo meno la certezza delle regole. Si cambiano le norme troppo velocemente, non si capisce più cosa fare. Noi imprenditori cerchiamo certezze, perché dobbiamo investire tanti soldi e programmare nel tempo. Così non si creano posti di lavoro". Sulla tenaglia burocratica ritorna Stefano Doninelli, Ceo della Dos Group di Mendrisio. "C’è - spiega - uno sviluppo burocratico inaccettabile, a meno che non sia solo un mezzo politico per fare vedere che si fa qualcosa. È un non-problema, lavoriamo piuttosto sulla formazione di competenze. Noi abbiamo bisogno di sviluppatori per la comunicazione "mobile" e il Ticino è in ritardo. Sono sempre in contatto con la Supsi quando richiedo competenze specifiche, ma chi devo assumere se l’80% dei diplomati è composto da stranieri?".

*originariamente pubblicato su Il Caffè, www.caffe.ch

 

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