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Analisi: il successo elvetico non è fatto di muri

Scritto da Carlo Lottieri

In Europa, da tempo la Svizzera rappresenta un’autentica eccezione. È stata l’unica area a prevalente lingua tedesca che non è mai stata veramente attratta dal nazionalismo germanico e poi dal nazismo, ha saputo far convivere popolazioni diverse per cultura e tradizioni, è rimasta ancorata alle logiche dell’autogoverno e della democrazia diretta, ha mostrato un’ammirevole fedeltà a una politica estera ispirata alla più rigorosa neutralità. Negli ultimi decenni questa sua eccezionalità è parsa minacciata soprattutto dal progetto degli Stati Uniti d’Europa, concepiti come un destino ineluttabile a cui sembrava difficile opporsi e che avrebbe potuto modificare la natura medesima della società elvetica. Per giunta, poiché la buona gestione dei servizi pubblici ha permesso una limitata fiscalità, la Svizzera è stata spesso collocata in questa o quella "black list". In linea di massima, la popolazione svizzera si è mostrata ben convinta della necessità di dover resistere a tutto ciò. Essa ha a lungo temuto di veder scomparire la propria specificità e si è comportata di conseguenza, rigettando ogni ipotesi di adesione all’Europa. L’Unione che andava affermandosi non era compatibile con l’ordinamento elvetico, basato sulla democrazia diretta e sulla più gelosa autonomia di comuni e cantoni. Oggi, però, lo scenario è mutato. Soprattutto dopo la Brexit, il processo volto a costruire lo Stato europeo è entrato in crisi. Sull’argomento Jean-Claude Juncker è stato esplicito: meglio lasciar perdere gli Stati Uniti d’Europa, perché i cittadini del Vecchio Continente non ne vogliono sentir parlare. Eppure la situazione resta preoccupante, sebbene per ragioni diverse. Se in precedenza la società svizzera pareva minacciata dall’esterno e dall’accerchiamento esercitato da Stati determinati a costruire un potere continentale, ora i pericoli giungono in primo luogo dall’interno. E suonano i campanelli d’allarme, come quello recente della Comco (Commissione della concorrenza), che ha fatto ricorso contro l’albo anti-padroncini ticinese, definendolo "inammissibile". Un po’ ovunque, infatti, cresce la volontà di isolarsi e chiudersi nei propri confini, ignorando che il successo di questa piccola realtà alpina è connesso anche al suo saper attirare intelligenze da ogni parte, integrandole nel migliore dei modi. Chi conosce lo svilupparsi della civiltà elvetica sa che uno dei maggior studiosi di teoria politica e diritto, il ginevrino Jean-Jacques Burlamaqui, discendeva da immigrati lucchesi di fede protestante (Burlamacchi); e questo è solo un esempio tra i tanti che si potrebbero fare. Nelle fasi migliori della sua storia, la Svizzera è cresciuta unendo la logica dei mercati globali a quella dei governi locali. Proprio perché composta da entità minuscole e nel suo insieme essa stessa di dimensioni limitate (il numero dei cittadini elvetici è inferiore a quello della sola Lombardia), la Svizzera ha capito di non poter chiudersi a riccio. Vi sono state purtroppo eccezioni in vari settori, basti pensare alla politica agricola, ma in linea di massima l’economia e la società svizzere hanno fatto il possibile per cogliere al meglio i benefici derivanti dagli scambi internazionali. Il risultato di questa combinazione (piccoli governi, vasti mercati) è che i servizi pubblici hanno mantenuto una qualità elevata in ragione del forte controllo delle popolazioni locali, mentre il sistema produttivo privato s’avvantaggiava di una competizione internazionale che stimolava le imprese a crescere, migliorarsi, essere competitive. La minaccia derivante dalla pretesa di eliminare l’eccezionalità elvetica, annullandola nelle nuove istituzioni continentali è venuta meno perché il centralismo dell’eurocrazia di Bruxelles ha iniziato a creare più problemi di quanti non ne risolvesse. La moneta unica ha aggravato il tutto, innescando meccanismi che da un lato redistribuiscono risorse e dall’altro finiscono per imporre una specie di commissariamento a tutti coloro che (dalla Grecia in giù) non sanno rispettare gli impegni presi in tema di conti pubblici, deficit e debito. Ora che potrebbe proporsi come modello istituzionale e trarre beneficio da tutto quanto di buono è connesso alla integrazione culturale ed economia delle realtà europee, la Svizzera pare invece voglia mettersi sulla scia degli sciovinismi di mezzo Occidente. Non è sorprendente che gli eredi del nazionalismo ottocentesco alzino muri, persuasi che il protezionismo possa generare prosperità. Ma è triste che queste illusioni siano condivise da una società che, nell’ambito della finanza e non solo, ha costruito il proprio successo sugli scambi, sulla concorrenza, sull’apertura dei mercati.

*Carlo Lottieri, docente di filosofia all’Usi

*originariamente pubblicato su Il Caffè, www.caffe.ch

 

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