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Tra Italia e Svizzera le vie dei lingotti sembrano infinite

Scritto da Federico Franchini

La prossima sarà una settimana importante sul fronte del traffico d’oro tra Italia e Svizzera. Due gli appuntamenti giudiziari di rilievo.  A Como il 7 febbraio dovrebbe arrivare la sentenza nei confronti di un cittadino italiano scoperto nel 2014 mentre tentava di esportare in Svizzera 5 chili d’oro. L’uomo è accusato di un traffico più ampio: sedici viaggi e 146 chili tra leghe e lingotti contrabbandati. Ad Arezzo, invece, il 9 febbraio ci sarà l’udienza preliminare nell’ambito dell’inchiesta Fort Knox. Una quarantina gli imputati accusati di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio d’oro e ricettazione, con l’aggravante del reato transnazionale. Tra di loro il presunto capo dell’organizzazione, residente nel Sottoceneri, e il figlio, amministratore di un’azienda orafa di Valenza Po e già vice direttore di una società di commercio di metalli preziosi di Chiasso. È proprio da diverse "trading house" ticinesi che spesso transita l’oro in nero italiano. Dalle carte di alcune inchieste, vecchie e nuove, emerge il ruolo di questi intermediari, il cui compito è fornire falsa documentazione alla merce. Perché solo con documenti (apparentemente) in regola l’oro può essere accettato da una delle tre grosse raffinerie del Mendrisiotto, tra le aziende al mondo a garantire standard di qualità per vendere i lingotti sui mercati internazionali. Presso le fonderie, si dice, i controlli sono diventati sempre più severi. D’altronde non sono mai state coinvolte direttamente dalle inchieste italiane. Ciononostante dalle carte emerge come il prezioso metallo è quasi sempre destinato alla fusione in Svizzera. È così che in mezzo a questa filiera, che va dalla ricettazione dell’oro alla sua fusione in lingotti puri al 999,999 per mille, entrano in gioco le società di commercio. Una sorta di filtro per mascherare l’origine dubbia dei metalli. Dall’inchiesta Fort Knox emerge che il presunto capo dell’organizzazione aveva a disposizione una società di Chiasso "che provvedeva al pagamento in contanti del metallo, che poi avrebbe rivenduto in forma ufficiale a grandi fonderie dotate del Good delivery". Stesso discorso nella richiesta di rinvio a giudizio a Como: l’imputato, direttore di una società di Balerna, avrebbe predisposto "falsa documentazione di accompagnamento nella quale si attestava il regolare acquisto presso una società rumena". L’oro era da destinare "alla raffinazione in territorio svizzero". Il modus operandi non cambia con "Uova d’oro", un’altra recente inchiesta comasca. Anche qui gli addentellati ticinesi sono molti. A partire dai tre imputati residenti nel Sottoceneri accusati di creare la falsa documentazione "necessaria alla vendita del metallo prezioso destinato alle raffinerie elvetiche". Così è scritto nell’avviso di conclusione delle indagini in cui si fa menzione di tre società di commercio ticinesi, tutte facenti capo a persone indagate. Le tecniche utilizzate in questa vicenda sono diverse: si va dall’uso di falsi lingotti in ottone all’impiego di velivoli che facevano la spola tra Agno e la Slovenia. Tutto per cercare di regolarizzare, da un punto di vista documentale, le preziose importazioni.

*originariamnete pubblicato su Il Caffè, www.caffe.ch

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