Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Dopo il caso Dj Fabo: in viaggio dove la morte fa…Chiasso

Scritto da Mauro Spignesi

La palazzina rossa di corso San Gottardo dista appena un chilometro dalla casa con la facciata giallo tenue di via Pedroni. Da una parte all’altra di Chiasso, dieci minuti a piedi, ci sono i due volti della "dolce morte". I due appartamenti dove si è scoperto che due associazioni per il suicidio assistito hanno aiutato a morire una decina di persone. Alla fine di corso San Gottardo, proprio di fronte a un’osteria, la morte arrivava in un locale, prima occupato da una lavanderia, di un edificio a due piani. La parrucchiera che sta al piano terra non vuol dire nulla e neppure i pochi inquilini del palazzo. Uno solo si limita ad indicare una porta in vetro sulla destra all’ingresso: "È li", dice. Qui entravano l’équipe dell’associazione e chi aveva scelto di morire. Sino a quando le proteste non hanno bloccato l’attività. E aperto una discussione che oggi coinvolge tutta la cittadina di confine. "Di argomenti così delicati bisognerebbe discutere quando diminuisce l’emotività e si è più razionali", dice nel suo salone di corso San Gottardo il barbiere Corrado Tommasone: "Oggi se ne discute forse troppo. Soprattutto in Italia da dove arrivano le persone che vengono a morire a Chiasso. Ma qui, e lo noto parlando con tanti miei clienti, c’è la consapevolezza che questo genere di assistenza alla morte è consentita dalla legge, dunque legittima. Un mio cliente mi ha pure raccontato spontaneamente, ma con grande dolore,  il caso di sua sorella". La gente qui ne parla, si confronta, ma da quando quei morti sono finiti su giornali e tv, ora sta lentamente montando un timore. La paura che Chiasso resti di nuovo schiacciata da un’immagine negativa, come era successo ai tempi dei canapai, quando dall’estero arrivavano qui a centinaia per comprare i sacchetti profumati di "erba". Il municipio, dopo una interrogazione,ha già spiegato, che utilizzare un’abitazione per il suicidio assistito, richiede una modifica del piano regolatore con un cambio della destinazione d’uso. Il che è possibile per i locali di via Pedroni, che tutto sommato sono in periferia, in una zona quasi industriale, dove c’è anche un ritrovo a luci rosse, ma praticamente impossibile per il  locale di corso San Gottardo che è in pieno centro. "Eppure quando mi capita di andare a far la spesa nel supermercato che sta di fronte alla casa di via Pedroni, dove ho letto che almeno otto persone sono state accompagnate al suicidio, a me vengono i brividi", afferma Daniela Macciocci che ha vissuto sino alla fine il dramma dell’agonia di un suo familiare malato di tumore . "Ad un certo punto - racconta - non ha voluto più continuare la chemioterapia. E  abbiamo rispettato questa sua scelta. È vissuto ancora tre mesi. Per questo, prima di giudicare, io dico che bisogna affrontare certe situazioni, averle vissute e toccato il dolore, profondo, di un addio che mai e poi mai si vorrebbe dare".  Francesco Pfahler, commerciante del centro di Chiasso, aggiunge: "L’importante, secondo me, è che medici e psicologi facciano i loro controlli prima che una persona sclega di morire. Perché deve essere consapevole sino in fondo della sua scelta, noi come società abbiamo, invece, il dovere di rivendicare una maggiore assistenza anche per questi casi". Del dramma, il valore della vita e il diritto a una morte dignitosa, parla anche don Gianfranco Feliciani, parroco di Chiasso, che ha visto e assistito sino alla fine tanti malati terminali. "Nell’esperienza che ho fatto con i malati - dice don Feliciani - ho capito e visto di persona che quando c’è affetto, quando ci sono i familiari vicino, c’è l’amore, e si va incontro alla morte con serenità". Ora che la "dolce morte" è arrivata a Chiasso con le due associazioni che hanno aiutato a morire dei malati italiani, don Gianfranco fa una riflessione: "Il problema non è sospendere le cure a un malato terminale che ce lo chiede e che sta soffrendo. Sul fatto che l’accanimento terapeutico non abbia senso e che sia legittimo usare la morfina o altri farmaci per alleviare le sofferenze, siamo tutti d’accordo.  Io sono invece contro chi dice sì o no a prescindere davanti a questioni delicate come l’eutanasia. Non bisogna mai dogmatizzare o affidare solo ad una legge, anche una buona legge, questioni così complesse dal profilo etico e che investono l’intimità individuale. Bisogna trovare insieme delle soluzioni". Soluzioni che in tanti provano a tratteggiare mentre sui giornali leggono dei casi di suicidio assistito. "Ogni persona deve poter scegliere liberamente. Deve essere libero di scegliere come vivere e come morire, deve decidere la sua fine, deve poter decidere se accettare o meno le sofferenze", afferma Luigi Fontana nel suo negozio di calzolaio e riparazioni di articoli in pelle. "Per questo - aggiunge - non sono contrario al suicidio assistito. Quando vedi soffrire una persona e questa chiede di poter morire liberamente, e lo chiede in piena consapevolezza, senza alcun condizionamento, credo sia giusto rispettare la sua volontà". Ma c’è chi pone il problema su un altro piano: "D’accordo che un malato possa scegliere se continuare o meno le cure. Ma è eticamente sbagliato far pagare 10mila franchi per morire. È sbagliato che la morte diventi un lusso da pagare", dice Salvatore Nicolosi, sacrestano della parrocchia di Chiasso. "Certo, bisogna vivere determinate situazioni, ma il valore della vita va sempre preservato, non va bene che una persona si uccida perché è depresso, è invece diverso il caso qualora sia il medico a dire che non c’è più nulla da fare". E anche per i luoghi dove viene effettuataquella che tutti conoscono come la "dolce morte", Nicolosi sottolinea un aspetto per nulla secondario: "Se davvero vogliamo aiutare una persona, quando la sua vita è alla fine e ormai non c’è più nulla da fare, aiutiamola allora in una struttura medica certificata, oppure riportiamola nella sua casa, tra i suoi familiari. Ma non lasciamola sola nel locale di una vecchia lavanderia con degli sconosciuti". Un po’ quello che è  accaduto nel centro di Chiasso. "Con l’aggravante - osserva un commerciante che vuol mantenere l’anonimato- che chi, invece, andava in via Pedroni per morire, aveva accanto un ritrovo a luci rosse e sopra un altro locale dove si fa massaggio tantra". E bussando alla porta del locale dove si fanno i massaggi, aprono due ragazze che si limitano a dire di non sapere nulla di quello che fanno i vicini. "Il titolare? No, non c’è ma non ha nulla da dire", dicono. "Inutile nascondere il problema vero,  cioè il fatto che la gente viene a morire qui perché l’Italia non ha ancora una legge adeguata", afferma Placido Gullo, autotrasportatore. Sulla stessa lunghezza d’onda è anche Diego Zanon, commerciante: "Spesso alla politica manca il coraggio di tradurre in legge ciò che davvero pensa e vuole la gente. Ho letto quanto è accaduto a quel giovane disc jockey italiano che è dovuto venire  in Svizzera per morire". Non ne fa una questione solo di leggi, ma di dignità, Claude Cavadini che frequenta la parrocchia di Chiasso: "Io ho grande rispetto per le persone che soffrono, per i malati e i loro familiari. Una cosa è parlarne, un’altra è vivere certe situazioni che ti segnano per tutta la vita. C’è un fatto che non mi piace per nulla: sull’assistenza al suicidio si sta facendo troppo clamore, bisognerebbe abbassare i toni". Don Feliciani ascolta e risponde sollevando due domande: "Io mi chiedo - dice - se il diritto al suicidio assistito non sia un’ aspirazione, il prodotto di una società che disprezza la vita? E, ancora, il diritto alla morte, così come lo formulano queste associazioni che assistono chi vuole suicidarsi, più che una libertà non potrebbe alla lunga diventare un dovere di morire?". Per don Feliciani questa società è sempre più individualista e lo dimostra il fatto che la gente venga qui a morire, lontano da radici e affetti: "Eppure la vita è un valore irrinunciabile, contrariamente alla morte. Io dico: parliamone insieme. Ma per chiudere mi piace affidarmi alle parole di Pascal: il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce".

*originariamente pubblicato su Il Caffè, www.caffe.ch

Letto 978 volte

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.

Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Approvo

Scrivi alla Redazione

Puoi scriverci al seguente indirizzo:

bollentini@labissa.com

 

 

 

Seguici anche su:

Realizzato da: Cmc Informatica e Comunicandoti