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Ricordi del lago che fu: sognando Hemingway sulle rive del Ceresio

Scritto da Massimo Cappon

Avrebbe potuto fare il contadino, come forse voleva suo padre, che lavorava nella tenuta di Villa Argentina a Mendrisio. Oppure il ciclista professionista, dopo un esordio più che brillante sulle orme di suo fratello nelle gare in salita e alla vigilia di un contratto da professionista. O il campione di atletica, dopo due titoli ticinesi di gara campestre. O il suonatore di clarinetto, o tante altre cose ancora, guidato dalla sua innata curiosità e dal desiderio di dare sempre e comunque il meglio di sé in qualunque impresa.

Aldo Ortelli, 88 anni, il volto e il fisico del pescatore di Hemingway ne "Il Vecchio e il Mare", il suo destino l’ha incontrato a vent’anni, quando si innamorò di una ragazza di Melide che diventò poi sua moglie. A deciderlo, fu la simpatia con la quale lo accolse in famiglia "Ul Daniel" Taroni, il padre, titolare di due storici cantieri navali a Melide e Campione, sempre frequentati dai pescatori. Aveva due figlie femmine, sognava un figlio maschio e forse lo trovò in quel ragazzo sportivo e entusiasta che si aggirava tra i barchitt da pesca con gli arcioni, i più grossi cumball da trasporto, i sandulitt a remi, respirando l’odore del legno e i fumi della pece. Era il 1949, il cantiere si trovava di fronte alla Romantica, sulla sponda nord del ponte diga. Lo chiamavano "la Baraca", ricorda Ortelli, e in fondo il suo cuore è rimasto sempre lì, segnato come uno spartiacque tra il "de sura" e il "de sota" di quel ponte sul quale non passava ancora l’autostrada e che univa due tranquilli villaggi di pescatori, Bissone e Melide. La sua vita, 66 anni della sua lunga vita, Aldo Ortelli li ha trascorsi su una barca a remi, partendo ogni mattina da Melide e andando a gettare le sue reti sopra o sotto il ponte a seconda del vento, delle correnti, della stagione. "Certo, tante cose sono cambiate - ricorda Ortelli -, il lago stesso è cambiato. Non tutto era bello e perfetto nemmeno allora, ma col tempo tendiamo a ricordare solo le cose belle. Forse è questo che ci dà la forza per andare avanti, per continuare a vivere e apprezzare la vita anche da vecchi".

Aldo Ortelli non ha perso la sua proverbiale vitalità. Lo si può incontrare nelle fiere attorno al suo paese, Castel San Pietro, a suonare la piva bergamasca insieme ad un amico di infanzia ritrovato dopo decenni. È l’ultima grande passione che gli è rimasta, dopo aver compiuto "la scelta più difficile della sua vita", la restituzione della patente di pesca professionale, due anni fa. "Tutto ha un inizio e una fine - commenta con filosofia -. A 77 anni ho smesso di sciare, a 80 di giocare a tennis, a 85 di andare in bicicletta, la mia passione più grande fin da giovane. E l’anno dopo, ho smesso anche di pescare". Nelle giornate di maltempo, quando il vento sferzava le acque del Ceresio, oppure al buio quando calava le reti alla luce della luna, Ortelli sognava davvero di essere come Santiago, il vecchio che pescava nella Corrente del Golfo, perso dietro le sue visioni di marlin giganteschi e di leoni addormentati sulle spiagge. Quel libro era un regalo di sua moglie, Giuseppina Taroni, poetessa e scrittrice. Ortelli confida di esserne innamorato ancora oggi, a 14 anni dalla scomparsa. La seguiva durante le sue ricerche sulla storia e la gente del Ceresio, ha imparato da lei ad amare i classici della letteratura, il gusto dello scrivere ricordi personali e poesie.

Nessuno conosce il lago di Lugano come questo vecchio col cuore di un ragazzo, il lago dorato che sa essere placido e tranquillo come uno stagno, ma anche pericoloso e severo come il mare. C’è il Vento del Nord, in inverno, con la sua furia che dura tre giorni e imbianca le acque, ci sono il rabbioso Marino e la Breva, regolare da sud in estate, la Caronasca, "che spara raffiche dall’alto e una volta quasi mi sbatteva sugli scogli", la Porlezzina, il Tivano. Di quel lago, Ortelli conosce tutti i segreti, ha vissuto l’arrivo del gardon e del gambero americano, la guerra coi cormorani. Ha pescato carpe giganti di 15 chili, ha riempito la barca, una mattina di trent’anni fa, con una pesca miracolosa di 100 chili tra persici, lucioperca, tinche. Ma ha anche visto scomparire l’anguilla, l’agone, l’alborella, il coregone, i pescatori con le reti ridursi da oltre 200 a una decina.

"Che mi piacevano tanto erano le alborelle", ricorda. "Si ammassavano per la frega sulle rive e noi andavamo con le reti piccole, a metà maggio, quando le acacie erano in fiore e l’aria si riempiva dei batuffoli del pioppo. Se ne prendevano anche 30 chili per volta e la gente le metteva a seccare sulle rive. Poi sono sparite, nessuno sa ancora perché, forse il lago è diventato fin troppo pulito". Il vecchio pescatore è però incapace di star fermo tra i suoi ricordi. Preferisce guardare ancora avanti e non ha rimpianti. O forse sì, una cosa c’è che gli sarebbe piaciuto fare: correre l’IronMan, il triathlon estremo delle Hawaii. Ma ai suoi tempi, del resto, non c’era ancora.

*originariamente pubblicato su Il Caffè, www.caffe.ch

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