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Giuseppe Adamoli

Giuseppe Adamoli (15)

In questa settimana nella quale si tiene a Filadelfia la grande convention democratica che incoronerà Hillary Clinton mi ritorna nitidissimo il ricordo del 1988 quando ebbi l’onore (senza retorica) di partecipare alla convention di Atlanta nella quale prevalse Michael Dukakis che poi sarà nettamente sconfitto da George W. Bush. Facevo parte di una piccolissima delegazione della Dc e per me, a 23 anni ancora operaio in fabbrica e cresciuto nel mito dell’America di John (e Robert) Kennedy, era come toccare il cielo con un dito. Clima effervescente, tanta allegria, ma in certi momenti tensione altissima, esperienza formidabile dentro un partito completamente diverso dai nostri di allora. Ma il fatto più straordinario che merita il post è un altro. Dopo la convention, visita al leader repubblicano Jack Kemp che era pronosticato vicepresidente di George W. Bush (lo diventerà in effetti soltanto otto anni dopo con Bob Dole). Impressionanti i suoi uffici…
Tanto entusiasmo alla festa nazionale del Pd. Benissimo. Ma girando per i giardini di Milano e ascoltando i dibattiti si potevano avvertire anche dubbi e inquietudini di una parte della base degli iscritti. Non sono più un campione molto rappresentativo degli elettori ma non li sottovaluterei. Gli iscritti costituiscono l’avamposto organizzato nella società aperta di cui un grande partito non può far a meno.Ottima quindi la rassicurazione di recuperare una loro tipica e innegabile funzione: saranno soltanto loro a scegliere i dirigenti a livello locale, provinciale e regionale lasciando le primarie (meglio regolamentate) per il leader nazionale e per i presidenti di Regioni e i sindaci quando non si riesca a sceglierli unitariamente. Dopo il Jobs Act (peraltro sempre più accettato) e la riforma della scuola (ancora indigesta a molti), le inquietudini dei militanti non soddisfatti del nuovo corso del Pd si appuntano sulla preannunciata riduzione delle tasse e sul…
In agosto leggo raramente i giornali locali: sto via una decina giorni, la cronaca non mi attira e sul piano politico-amministrativo si fanno chiacchiere vuote. Una di queste ha riguardato una possibile alleanza di un troncone di Forza Italia con il Pd e che sarebbe stata vista con favore da qualche dirigente del mio partito (Pd). Quest’ultima mi sembra una gran balla e se non lo fosse sarei preoccupato e mi opporrei. Di ben altro spessore le voci circa la ricerca che questi dirigenti starebbero facendo di una personalità al di fuori del partito. Ben vengano altri apporti, però ad una condizione. Al punto in cui siamo non si scappa dalla competizione delle primarie. Le ha volute all’unanimità il partito cittadino. Smontare questa macchina adesso, se non c’è altrettanta unanimità, sarebbe fuori tempo e sbagliato. Piuttosto, si definiscano rapidamente programmi e confini della coalizione e si stabiliscano in maniera definitiva…
Il potere regionale resta com’era. Il Pd vince la Campania, perde la Liguria e governa come prima cinque Regioni sulle sette andate al voto. Un risultato positivo (anche se non brillante) se si considera che queste elezioni di “medio termine” di solito castigano il partito che governa il Paese in tutto il mondo democratico. F.I. continua il suo declino. I partiti centristi perdono ulteriormente significato. La sinistra-sinistra ancora non c’è, non basta essere anti Renzi se il progetto è la conservazione “sociale” e se manca una leadership credibile. Lega e M5S si confermano in salute, forse ancora di più il partito di Grillo in elezioni che non gli sono congeniali. Chi pretendeva, sbagliando, di capire quale potrebbe essere l’antagonista del Pd nel ballottaggio per le elezioni nazionali è rimasto deluso. Forse ancora il centrodestra se si riunirà tutto, se Berlusconi si limiterà a fare il “padre nobile”, se non sceglierà…
Corre in questi giorni nella parte di centrosinistra molto critica sull’Italicum un’aria di ripianto verso l’Ulivo e le sue larghissime coalizioni di governo. Si vorrebbe il premio di maggioranza, appunto, alla coalizione anziché alla lista vincente. In effetti l’Ulivo ha guidato uno dei governi migliori degli ultimi due decenni ma non ha lasciato il segno profondo sognato da molti di noi. Perché? Il quinquennio 1996/2001 ha visto cambiare tre volte il presidente del Consiglio (Prodi, D’Alema, Amato) per furibonde risse interne e si è concluso con la ri-consegna del Paese a Berlusconi. Nel 2006, tornato al potere, il governo dell’Ulivo dura la miseria di due anni e alle elezioni anticipate Berlusconi ottiene la vittoria più clamorosa. L’Ulivo dava vita a coalizioni che, per vincere, mettevano insieme partiti distanti e contrastanti (da Bertinotti a Lamberto Dini, da Di Pietro a Mastella, per citare solo i più noti). E’ da allora che…
Un gruppetto di ragazze e ragazzi mi ha sottoposto ad un vero interrogatorio. Riassumo in tre punti. 1) Vale la pena di fare politica? Costa fatica, richiede sacrificio e non risparmia sofferenze ma è bella e gratificante se date retta alle vostre idee e (perché no?) al vostro istinto. Non credete a chi dice che la politica è tutta “sporca”, succede che siano sporchi loro. 2) Di chi diffidare? Dei conformisti. Di chi brandisce la spada del moralismo: l’etica per gli altri e i propri comodi per sé, tipico di molti intellettuali e giornalisti. Di chi rimpiange la politica e l’Italia del passato e che magari l’aveva combattuta in nome di ideologie aberranti. 3) Di chi aver fiducia? Di chi s’impegna nelle e per le comunità. Di chi non divide i partiti in onesti e disonesti, amici e nemici e non mette tutto il bene da una parte e il…
Per rinnovare la politica deve scorrere il sangue, aveva detto Romano Prodi a metà degli anni Novanta e si riferiva a quanto stava accadendo dentro il centrosinistra e soprattutto nei pressi della Margherita. Avevo annuito. Si, però lo spargimento di sangue (politico) deve avere un senso profondo, essere legato a un obiettivo importante per il Paese, a risultati di lunga o lunghissima durata. Le riforme istituzionali appartengono a questo campo. Il Pd aveva ingaggiato una battaglia quasi cruenta sulle riforme e si era conclusa con il patto del Nazareno lasciando sul campo tante ferite a sinistra, sia al suo interno che all’esterno di esso. Fra alti e bassi quel patto ha portato quasi alla conclusione della legge elettorale e ad un buon punto la riforma costituzionale da migliorare sul rapporto Stato-Regioni. Cosa è cambiato dopo l’elezione del Presidente della Repubblica? Le difficoltà dei centristi al governo erano scritte nel marmo…
E’ indelicato se sottolineo il mio comune passato (sinistra Dc, partito popolare, Ulivo, Margherita) con Sergio Mattarella? Un giorno (1991) mi aveva confidato che si sentiva un poco orfano di Moro. In Regione Lombardia, ancora nel drammatico 1992, ero chiamato l’ultimo dei mohicani (cioè dei morotei). Sarà forse indelicato, ma mi sentirei ipocrita se non lo sottolineassi con soddisfazione.L’esperienza mostra chiaramente che il Presidente durante il settennato non risponde a chi lo ha mandato al Quirinale e che, anzi, spesso anticipa gli equilibri del sistema più che fotografarli staticamente. Chi immagina che avrà uno sguardo di favore per chi lo ha votato e di diffidenza verso gli altri falsifica i suoi connotati culturali e politici. Il fatto che la personalità umana di Mattarella sia alquanto diversa da quella di Renzi è una garanzia in più di reciproca autonomia per i vertici dello Stato e del governo come vuole la Costituzione e soprattutto…
Facciamo i conti in tasca ai partiti dopo la legge elettorale. Ha fatto (quasi) il pieno il Pd con il premio di maggioranza alla lista e il ballottaggio (del tutto improbabile che prenda il 40% alle elezioni italiane) che era anche la proposta forte del Pd di Bersani. Ma sotto i baffi ride anche Grillo. Per chi ripudia ogni alleanza il premio alla lista e non alla coalizione è grasso che cola. In più potrà scegliere tutti i capilista, una manna per lui che ama essere il burattinaio del Movimento, Buon risultato per Berlusconi che ha dovuto (incredibilmente) rinunciare alla coalizione (difficilissimo che vinca con questo sistema) ma con i capilista decisi da lui ridurrà all’osso Fitto e gli oppositori e si dimostra un riformatore quale in passato non era mai stato. Non va male neanche per la Lega che può dimenticare le nefandezze del Porcellum, ad essa attribuite, e…

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