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Il Milanese imbruttito: un punto di vista. Pensando a Dogui

Scritto da Francesco Mangiapane

A scorrere la rassegna stampa del Milanese Imbruttito vengono le vertigini. A ogni articolo uscito sui giornali per riferirne l’inarrestabile ascesa, un crescendo esponenziale di numeri: 15mila fan in soli 4 giorni dall’apertura, avvenuta nel 2013, 60 mila in due settimane, poi 180 mila, 200 mila, 470 mila, fino agli 850 mila e più di questi giorni. Si tratta di una pagina facebook che quotidianamente sforna post ironici sulla milanesità in cui chi vive a Milano può riconoscersi ma che, bontà sua, accoglie una comunità molto più ampia di quella di “Milano Milano”, facendo ridere la rete degli stereotipi che la città occupa nell’immaginario nazionalpopolare. Il milanese imbruttito in carne e ossa lo conosciamo, infatti, tutti.

Il fulcro di ogni attenzione è, appunto, lui, il leggendario cittadino meneghino, insofferente e devoto all’idea di Milano città sobria e operosa. Per questo, va sempre di fretta e guarda il mondo con un misto di superiorità e tragica coscienza di ogni umana inadeguatezza. Egli si produce, quindi, in un mix di sarcasmo e nebbioso malumore che, per fortuna, puntualmente, si risolve in una specie di risolino distaccato e complice allo stesso tempo. Una battuta (“Buongiorno un cazzo!” per iniziare la giornata), un’improbabile scena metropolitana (prontamente documentata con foto e didascalia: “Ma puoi?!”), urban slang (“una cosa non è particolarmente cara, è uno scavallo”), atteggiamenti e situazioni stereotipiche (“non pranza, mangia un boccone al volo”), si affastellano, così, giorno per giorno, componendo un ritratto collettivo (i post vengono suggeriti, come è d’uopo in questo tipo di progetti, dagli stessi utenti) davvero divertente. Si crea, così, un vero e proprio effetto lista (l’enumerazione è una figura retorica particolarmente amata su internet, in cui di regola spopolano pagine e siti che creano liste su qualsiasi argomento). Questo stesso effetto, l’affastellarsi di dettagli significativi sempre diversi, snocciolati come un elenco, crea vertigine (Eco), fascino, piacere e dall’altra parte è un divertente gioco identitario che mobilita, chiama all’impresa di restituire l’immagine dell’imbruttito in maniera sempre più precisa e dettagliata. Ma si capisce che il risultato di questa eroica missione non arriverà mai completamente, sarà sempre in progress; di tale – a questo punto, mitologica – figura, si potranno, infatti, fissare soltanto momenti rubati, come si trattasse di uno di quegli animali strani lungamente attesi e solo per un attimo (fuggente!) prontamente filmati di certi documentari del National Geographic. Questa visione per frammenti, lo sa chi frequenta la pagina, restituisce comunque il suo pur mutevole ritratto che è sì corrosivo, ma soprattutto indulgente e innamorato.

Perché il milanese imbruttito, lo si capisce dal clamoroso successo della pagina, è l’anima di Milano. E, a dispetto di ogni presunta acrimonia, di anima bella, una volta tanto, si tratta. Scavando oltre l’abbruttimento, si scopre, infatti, un fondo dolce, il cui archetipo sembra essere proprio il mitico Dogui dei film anni 80 di Pozzetto e dei Vanzina: il cumenda, con l’accento così marcatamente lombardo, la sua aria apparentemente sprezzante ma, in fin dei conti, sempre clemente, la sua meraviglia per l’ultima diavoleria tecnologica (telecomando: taaaac!), la sua ostentazione di un cosmopolitismo che si presenta, comicamente, in uno strampalato inglese in salsa lumbard, la sua anima provinciale di fondo, nonostante la metropoli. Forse è proprio è questa la chiave per capire l’amore che ci lega a lui. Cosa fa il milanese imbruttito se non riproporre un ethnos, un cuore caldo identitario, un senso di Milano di fronte alla forza centrifuga delle sue mille vite perennemente in corsa e così avverse ad indulgere sentimentalmente nel racconto di sé?

Ma come procede la pagina nel suo racconto? La prima strategia è parlare di Lui come personaggio (e lo fa nell’unica maniera intelligente, ovvero ridendone): modi di dire, atteggiamenti e imbruttimenti vari, vengono chiamati in causa con l’obiettivo di tracciare l’identikit dell’imbruttito, seguendolo nella sua ultima metamorfosi, nel suo ultimo tic. Tracciare questo ritratto, come si è detto, è un’opera infinita e partecipativa, ed è, a tutti gli effetti, una celebrazione identitaria. Ma una cosa internet insegna: se è vero che queste ossessioni definitorie (vi ricordate i tormentoni sulle città italiane: sei di milano se… sei di palermo se… e via dicendo?) possono apparire il segno di una certa chiusura etnica verso cui i media digitali progressivamente scivolerebbero a dispetto della loro apertura tecnica, d’altra parte esse, per il fatto di essere in progress, sono aperte. Il che significa che il prossimo utente potrà sempre aggiungere la sua versione, il suo dettaglio, il suo punto di vista, contribuendo a modellare la figura dell’imbruttito anche a misura della propria esperienza di imbruttimento, del proprio esserci a Milano. Come a dire che milanesi imbruttiti non si nasce ma si diventa, nel racconto, nello scherzo, nello stare insieme comunitario della pagina. Allora, se davvero esiste un luogo in cui la città possa riflettere sulla propria essenzialità, in cui sia aperta una grande conversazione collettiva sul senso urbano, in cui si possa perfino ardire di pensare Milano come significato, è anche qui che bisogna cercare. Perché è proprio in virtù della sua dimensione di costruzione collettiva, che il milanese imbruttito esiste.

Ma c’è anche una seconda strategia: farlo parlare. Nella pagina, infatti, accade pure il miracolo di vederlo prendere la parola. È questo forse il versante più interessante dell’intero progetto, ovvero quello in cui il milanese guarda e commenta ciò che gli accade intorno con tono sarcastico ma anche decisamente divertito. Perché, attenzione, il milanese imbruttito non potrebbe esistere senza la metropoli che pure quotidianamente lo imbruttisce. Senza il traffico, senza il profumo di smog, senza meeting e briefing, senza aperitivi e metro, senza conference call, senza la sua perenne contesa con i giargiana, city users senz’anima da lui disprezzati, il milanese imbruttito non avrebbe senso. Il significato profondo del milanese imbruttito va ricercato, allora, nella meraviglia di fronte alla bellezza della metropoli, di fronte alla sua insensatezza, alla sua volgarità, alla sua inesauribilità. Ecco che la pagina si trasforma, allora, in una meravigliosa collezione di freaks, che celebrano, nello sguardo imbruttito del milanese, Milano metropoli: gente che va in giro in pigiama, motorini bardati come fossero borse di Louis Vuitton, parcheggi strampalatissimi e cagnolini con la tutina costellata di diamanti. Tutto ciò viene osservato dall’imbruttito con lo stupore di chi non riesce a capacitarsi di come la sua città possa essere divenuta questo, di come Milano possa essersi trasformata in un hub (termine un po’ imbruttito!) eminentemente globale, realizzando, ogni giorno, il sogno del Dogui di volare più in alto, di lasciarsi alle spalle la puzza di provincia e di pensare come una capitale. Ed è proprio grazie ai tanti giargiana, al kitsch degli smutandati, allo humour di certi cartelli che si possono vedere in giro, che Milano si riconosce città. Il milanese imbruttito, allora, se ci pensate è soprattutto questo: un punto di vista. È la persistenza dello spirito delle origini, Milano Milano, di fronte alla grandiosità della metropoli. È la grandiosità stessa della metropoli che esiste solo grazie alla persistenza di un punto di vista tanto limitato e provinciale quanto genuinamente aperto. Il milanese imbruttito, quello vero, sceglie il futuro sempre e comunque, senza piangersi addosso, senza farla lunga con meste tirate sull’apocalissi della città. Al primo che vuole menarla per le lunghe preferisce rispondere: «zerovoglia, mollami»!

 

*Francesco Mangiapane è assegnista di ricerca in Filosofia del Linguaggio (Semiotica) e dottore di ricerca in Disegno industriale, arti figurative e applicate. Si occupa di analisi della contemporaneità. Nella sua attività di ricerca, ha approfondito le questioni legate ai nuovi e ai vecchi mezzi di comunicazione, all’identità visiva e al brand, al cibo e all’identità culturale nella rappresentazione che ne danno i media.

*originariamente pubblicato su: doppiozero.com

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