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C’è un po’ di Varese nella tragedia del Bombardiere

Scritto da Claudio Bollentini

Tra le persone note che i varesini nella seconda metà del Novecento hanno conosciuto, o per lo meno ne hanno sentito parlare, c’è sicuramente Giulio Contreas, il comandante. Piuttosto insolito e originale vedere un marinaio aggirarsi in una città prealpina che con il mare ha poco a che spartire. Contreas era infatti originario di Formia. Non ricordo il motivo per cui finì a Varese, ma vi trascorse più di mezzo secolo della sua lunga esistenza, scomparve infatti pochi anni fa quasi centenario. Alla fine si considerava un varesino e lo affermava con orgoglio. Il comandante lo si vedeva spessissimo in giro per la città, era un presenzialista, dal carattere gioviale, non mancava un appuntamento di reduci e qualsiasi altra ricorrenza pubblica, ma la sua notorietà era legata alla nascita della Lega Navale a Varese nel 1964, con base alla Schiranna ed in tempi più recenti nella caserma austriaca di punta San Michele a Laveno. Il suo era soprattutto un ruolo educativo ed evocativo, non avvicinava semplicemente i giovani alla vela e allo sport, ma trasmetteva loro la voglia di mare e di marineria, come fosse una missione. Quando qualcuno intraprendeva la carriera militare o andava per mare per altri motivi, gli si illuminavano gli occhi, provava una soddisfazione appagante e non finiva mai di ripeterlo. Lo conobbi proprio in quel frangente, nella Lega Navale, mi appassionò alla vela e alla cultura del mare e della navigazione. Mi battezzò con i Mattia, la gloriosa famiglia di catamarani progettati dal figlio Enrico e ammetto che il debole per i multiscafi che ho ancora oggi è dovuto solo a lui. Lasciò quel mondo a metà anni 80. In seguito, a causa dell’età avanzata, si diradarono le presenze e gli impegni in città. Lo andavo però a trovare volentieri a casa sua in via San Pedrino angolo via Sant’Imerio, un grandissimo appartamento che divideva con la moglie, immerso tra mobili d’epoca, fotografie, documenti, scartoffie polverose, ricordi di una vita e soprattutto una vastissima e pregevole raccolta di francobolli che curava con maniacale passione. Intanto che sistemava o ammirava le sue rarità filateliche parlava e parlava, soprattutto del periodo bellico, secondo conflitto mondiale, che lui visse interamente da ufficiale al comando di tante navi e pure di sommergibili. Con tante storie ai limiti dell’incredibile, da scriverci un libro. Ma il racconto finiva sempre lì, al Bombardiere e all’affondamento nel 1943 che lo coinvolse in prima persona. Lo descriveva nei dettagli, da militare, senza cedere al sentimento, come se avesse dovuto scrivere un bollettino di guerra. Vale la pena ricordare quel momento storico e lo faccio sulla falsariga del resoconto ufficiale.

Il cacciatorpediniere Bombardiere (Sigla BM) apparteneva alla classe Soldati seconda serie (Carrista CR – Corsaro CS – Legionario LG – Mitragliere MT – Squadrista SQ – Velite VE), entrato in servizio nel 1942, dislocava 2550 tonnellate ed era lungo 106,7 metri , largo 10,2 e con una immersione di 3,2. La velocità di 38 nodi era data da due eliche collegate a 2 turbine Belluzzo alimentate da tre caldaie tipo Yarrows (50.000 cavalli vapore).

L’unità era armata di 5 cannoni da 120/50 mm., in due impianti binati a prua ed a poppa e in impianto singoli sulla tuga centrale; 10 mitraglie antiaeree da 20/65 in 4 impianti binati (2 impianti a poppa del fumaiolo, 2 ai lati della sovrastruttura principale a prua del fumaiolo) e in 2 impianti singoli sulle alette di plancia; sei tubi lanciasiluri da 533 mm. e 2 lanciabombe antisommergibili. L’equipaggio era formato da 8 ufficiali e 220 sottufficiali e comuni.

La nave fu destinata alla scorta convogli sulla cosiddetta “rotta della morte” per la Tunisia. Nel tratto di mare tra la Sicilia ed il nord Africa, dove, furono affondate dagli Alleati ben 101 navi mercantili che trasportavano uomini, armi, munizioni e carburanti, più 42 unità militari; altre decine e decine di navi di vario genere furono affondate nei porti di arrivo di Tunisi e Biserta.

Al comando del Bombardiere si susseguirono nel tempo il Capitano di Fregata Bardelli e Giuseppe Moschini che tentarono di portare sempre a buon fine le missioni di scorta affidate alla nave. Il 17 gennaio del 1943 il Bombardiere, al comando del Capitano di Fregata Moschini e con secondo il Capitano di Corvetta Giulio Contreas, unitamente al Ct Legionario salpò da Biserta per scortare fino a Palermo la motonave Rosselli, ma (nel punto 38° 15’ Nord - 11° 43’ Est) a circa 24 miglia dall’isola di Marettimo, subì l’attacco a mezzo di siluro del sommergibile inglese United.

Il siluro scoppiò quasi in mezzeria nave in corrispondenza della plancia di comando; l’esplosione provocò lo scoppio di una caldaia e la rottura in chiglia dell’unità. La nave si spezzò in due e la parte poppiera affondò immediatamente, con il suo carico di morti e feriti alle ore 17,25.

Il timoniere rimase subito schiacciato tra la ruota del timone e la consolle; il comandante, benché ferito, tentò di liberare il suo marinaio, ma entrambi affondarono con la parte prodiera dell’unità spezzatasi in due. Il Capitano di Fregata Giuseppe Moschini fu insignito con Medaglia d’Oro al Valor Militare “alla memoria”.

Molti marinai perirono nell’esplosione, altri cercarono di salvarsi sulle poche scialuppe e zatterini di salvataggio rimasti in efficienza. Nella confusione generale del naufragio si verificarono molti episodi di valore e di umana solidarietà ben descritti dai resoconti dei superstiti tra i quali Contreas. Il Capo Stereometrista di 1° Classe Giuseppe Chiesa di Castagnole Lanze (Asti), lanciato in mare dallo scoppio, benché ferito gravemente, rinunciava all’aiuto di un marinaio per poter raggiungere una zattera, dicendogli: “Lasciatemi morire qui, non occupatevi di me, pensate agli altri più giovani e più in gamba, io sono ferito e non ne vale la pena”. Il Sottocapo Elettricista Giovanni Peluso di Napoli, raccolto su una zattera di salvataggio sovraccarica di naufraghi, invitava i compagni che cercavano di medicarlo a non perdere tempo prezioso per lui e, presentendo la morte vicina, chiedeva di essere nuovamente gettato in mare per far posto ad altri naufraghi appoggiati intorno alla zattera: “Muoio. Buttatemi in mare. Lo so che debbo morire. Date il mio posto ad altri. Ho la gamba rotta, non mi posso salvare”; queste furono le sue ultime parole.

Il Direttore di tiro Tenente di Vascello Emanuele Revello di Nervi (Genova) rinunziava al posto occupato sulla zattera di salvataggio sovraccarica, a favore di altro marinaio sopraggiunto nel frattempo. Unitamente al Marinaio Elettricista Ermanno Fugolin di Marano al Tagliamento ed al Tenente del Genio Navale Amodio Spartaco di Bari, furono insigniti con Medaglia d’Argento al Valor Militare “alla memoria”. Per il loro eroico comportamento furono insigniti di Medaglia di Bronzo al Valor Militare: il Capo Meccanico di 3° Classe Giovanni Caradonna di Bari; il 2° capo Meccanico Armidoro Foggi e appunto il Comandante in seconda Capitano di Corvetta Giulio Contreas.

Alla fine i superstiti furono 3 ufficiali e 45 tra sottufficiali e marinai, su un equipaggio di 223 uomini. Risultarono morti o dispersi, oltre al comandante Moschini, 8 ufficiali e 166 tra sottufficiali, sottocapi e marinai.

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