Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Un Verbano insolito sulle tracce del frate Paolo Morigia

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Chissà quante volte abbiamo scartabellato i nostri archivi o navigato in rete alla ricerca di itinerari nuovi o differenti dai soliti per conoscere meglio il Lago Maggiore e scoprirne magari qualche angolo ancora per noi inesplorato. Lasciate perdere le guide raffazzonate, i suggerimenti di tizio o di caio il più delle volte prezzolati, evitate le banali guide internettiane e i trip advisor di turno. Torniamo indietro di qualche secolo e più precisamente al 1603, anno in cui fu dato alle stampe la Historia della nobiltà et degne qualità del lago Maggiore del frate Paolo Morigia. Morigia nacque a Milano nel 1525, appartenente alla famosa famiglia dei Morigia o Morigi, tra le più note ed influenti del Ducato, entrò nell'ordine dei Gesuati, fondato dal beato senese Giovanni Colombini, del quale fu per quattro volte superiore generale. La sua attività principale era però quella di storico, fu autore prolifico e attento, quasi più un cronista che uno storico tanto che l’eruditissimo Girolamo Tiraboschi un secolo dopo lo giudicava appunto privo di spirito critico. Scrisse una sessantina di opere, come si legge nell’epitaffio inciso sulla sua tomba dal conte Giorgio Trivulzio, ma lo storico Filippo Argelati ebbe modo di annotare nella sua immensa Bibliotheca scriptorum mediolanensium che le opere del Morigia fossero in realtà quarantacinque, alcune delle quali rimaste manoscritte. Morigia si spense a Milano nel 1604 e fu sepolto nella chiesa del convento di San Girolamo, appartenente all'ordine. La Historia della nobiltà et degne qualità del lago Maggiore è il suo ultimo lavoro, pubblicato alla soglia degli ottant’anni. Non è un semplice viaggio della memoria intorno al lago, che sicuramente amava moltissimo anche per motivi familiari essendo la sua famiglia originaria di quelle parti, il Morigia ci andò per davvero, visitò i luoghi, parlò con le persone, navigò per il lago, degustò cibi e vini. L’anziano frate, colto, curioso, sagace, annota tutto come un turista raffinato e ci lascia una serie di quadretti, di cartoline di luoghi che conosciamo tutti, ma visti all’inizio del ‘600. Ne esce una immagine molto bella del Verbano, un eden che rinfranca spirito e corpo e che l’anziano e appagato frate scopre in modo e con curiosità quasi infantile e con tratto gaudente in tutte le tappe del periplo del lago, da Locarno a Magadino. Di molte degne qualità e prerogative, che possiede questo lago, che non sono possedute da niun altro lago ...: il Cielo è stato liberalissimo e favorevole a questo lago. Perciocché primieramente l'aria è temperata, sanissima, e felicissima. Quivi l'acque sono sanissime e limpidissime, il verno è piacevol”. E più avanti “L'estate quando più il sole abbruggia la terra, e travaglia il giorno, e la notte e i mortali: in in questi luoghi si trova l'aria mitigata da soavissimi vertarelli”. Già dal frontespizio della edizione originale si capisce la sintesi della ricerca di Morigia sul lago creato dal fiume Ticino. Del perché si chiami Maggiore, del ben di Dio di quello che si produce o si pesca lungo le sue sponde, una serie di prelibatezze, a cominciare dai pesci, di tutti i tipi, per non parlare delle formaggelle delle valli di Luino, delle vigne che producono soavissimi vini. Un patrimonio di cui beneficia innanzitutto Milano. Tornando al microclima favorevole, dice Morigia nelle prime pagine del viaggio “gode Brissago un'aria temperatissima, e quindi è che quella gente è di sangue vivacissimo e di colore bellissimo, e di corpo bellissimo, e perciò non solo le donne son belle, ma anco gli huomini, e vivono assai”. Una terra che ha dato belle donne e uomini illustri in tanti ambiti non poteva che racchiudere un universo di bellezze, di panorami, di storia, di prelibatezze per il palato. Scendendo da nord lungo la sponda occidentale l’attenzione di Morigia è tutta per il “gombito di lago” o comunque per la parte centrale del Verbano, terra d’origine del suo casato, ma anche la parte con maggiori elementi di cui parlare. Si dilunga sulle origini della sua famiglia, i Morigia o Morigi, sulle terre infeudate, sulla storia di alcuni parenti, tra i quali ricordiamo la Beata Caterina, fondatrice del Santuario di Santa Maria del Monte sopra Varese. Ma poi scopriamo che Intra in passato si chiamava Sant’Ambrogio e che colpisce il frate perché gli abitanti sono colti, “i quali tutti sanno leggere e scrivere”, che Pallanza era forse il centro più importante e nel suo girovagare pallanzotto annota curioso la scritta sulla casa di un tal Bartolotto “Ancora non me dispero”. Il poveretto, dopo aver millantato in giro per il Ducato ricchezze di mercante e di essere imprenditore di successo fu obbligato a costruire a sue spese una torre del Castello di Milano per imposizione del Duca Francesco Sforza. E rimase sul lastrico. Il frate prosegue lodando le isole Borromee e il golfo, a un Borromeo è peraltro dedicata la sua opera, Su Stresa sorvola perché allora non c’era praticamente nulla se non un misero villaggio di pescatori. Mentre dedica una vasta descrizione ad Arona città borromaica per eccellenza, non dimenticandosi di fermarsi a Lesa per i suoi vigneti e a Massino per le ascendenze viscontee. Scopriamo che la sponda magra come la chiamiamo oggi, quella orientale, varesotta, lo era anche allora. Al di là di vestigia storiche importanti, anche romane, a Sesto Calende, alla bellezza e importanza di Angera e soprattutto alla misteriosa Santa Caterina del Sasso legata alla memoria del beato Besozzi e del suo voto, la descrizione di Morigia segue veloce fino a Luino, borgo molto attivo con il suo mercato e una popolazione di tutto rispetto, per i canoni di allora, e appunto noto per le vigne e la formaggella. Passa da Maccagno, patria del Macaneo, autore di una nota Descrittione d’Italia e di una Cosmografia del Lago Maggiore. Il viaggio infine termina a Magadino dove il frate trova solo due osterie. Possiamo ripercorrere le tappe del viaggio di Morigia in modo ideale e con l’immaginazione, quel Verbano non esiste più, la vegetazione descritta dal frate è diversa, il clima pure, l’antropizzazione ha sconvolto i paesaggi, ma non tutto è perduto di quelle atmosfere. Vi consiglio una giornata autunnale, uggiosa, con quella tipica nebbiolina che stempera i contorni del lago e dei panorami, che attutisce i rumori, scegliete un luogo non troppo fuori mano, vicino alla sponda del lago, ma lontano dal traffico, dal caos odierno, magari nella parte più amata da Morigia. Andateci da soli, scegliete un belvedere. Potete andare al Sacro Monte di Ghiffa o sulla terrazza della chiesa di Carmine Superiore. Luoghi suggestivi e dalla bellezza arcana che in giornate dal clima che vi ho raccontato prima possono facilmente portarvi con la fantasia al 1600. Questo per appagare lo spirito. Per il corpo non vi resta che frequentare uno dei tanti grotti o trattorie sul lago e cercare qualche piatto tipicamente locale e senza tempo, di pesce di lago per esempio e che si avvicini il più possibile a quelli descritti da Morigia. Senza dimenticare un buon vino di quelli che solo oggi si stanno riscoprendo grazie alle poche vigne superstiti lungo le sponde del lago.

 Immagine: Carmine Superiore

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