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Rilancio delle idrovie lombarde: il sogno dei Navigli senza frontiere

Scritto da Alessandro Cannavò

A crederci con passione sono innanzitutto gli svizzeri. Nella bella stagione arrivano con i pullman da Locarno fino alla suggestiva Diga del Panperduto, classe 1884, dove il Canale industriale che poi diventa Naviglio Grande comincia a essere navigabile. Lì trovano imbarcazioni per solcare le acque fino a Milano. «Ma fanno di più - aggiunge Alessandro Folli, presidente del Consorzio di Bonifico Est Ticino Villoresi, in pratica l’amministratore della rete dei Navigli -. Una volta l’anno, quando compiono il tragitto Locarno -Venezia, giunti dalla Darsena di Milano affrontano il Naviglio Pavese, non navigabile, con dei gommoni. Per poi raggiungere il Ticino e infine immettersi nel Po». Che siano gli stranieri a dimostrarci il fascino e le potenzialità delle idrovie lombarde è alquanto singolare. Ma in realtà il sogno di poter viaggiare nelle vie d’acqua interne - una volta spina dorsale dell’economia padana e un domani opportunità di sviluppo per un turismo alternativo - viene coltivato da tempo da parte di associazioni come «Gli Amici dei Navigli» che hanno tenuto vivo il dibattito negli ultimi decenni, (insieme con l’Azienda di Navigazione Emilia Romagna e il comune di Locarno e sostenuta dalla Fondazione Cariplo). Dibattito che ha accompagnato la realizzazione di una serie di opere importanti, soprattutto dal Lago Maggiore alla Darsena di Milano e da Pavia a Cremona per le quali sono stati spesi finora circa 200 milioni di euro. Siamo al 70% dell’impresa. Secondo un dettagliato rapporto degli Amici dei Navigli ne occorrerebbero poco più di 60 per il completamento dell’idrovia.

È da qui che parte il confronto al convegno in programma domani alla sede Assimpredil Ance in cui interverranno anche il sindaco Sala (che promette per quest’anno un referendum sulla riapertura dei canali d’acqua cittadini) e il presidente della Regione Maroni. «È arrivato il momento in cui le istituzioni prendano una decisione comune sulle vie d’acqua - dice Empio Malara, presidente degli Amici dei Navigli -. A Milano l’estensione della Darsena fino al porticciolo di Viarenna, in via Conca del Naviglio, è già compresa nel programma di opere pubbliche 2017-2019. Se si riuscisse a realizzare, si recupererebbe un ramo di navigazione di grande valore civile, risalente al 1558 e strettamente collegato alla costruzione del Duomo». Ma la grande sfida è il ripristino della navigazione sul Naviglio Pavese. Il più moderno dei navigli lombardi. Dopo vari tentativi sin dal Seicento, l’opera fu avviata nel 1807 in piena epoca napoleonica e completata nel 1819 dagli austriaci. Dalla parte pavese si conclude con una monumentale scala d’acqua che permetteva il collegamento con il Ticino, all’epoca la più grande opera idraulica europea». È rimasto attivo fino agli anni 50 del ‘900 quando, con lo sviluppo del trasporto su gomma, fu declassato a canale irriguo. «Ora a duecento anni dall’inaugurazione - riprende Malara - potrebbe rinascere con un notevole potenziale turistico per battelli e case galleggianti, legando due città che hanno avuto un destino comune sotto gli Sforza con l’intermezzo della Certosa, uno dei monumenti più belli del rinascimento lombardo».  

I costi per il completamento dell’idrovia, ammettiamolo, equivalgono ad appena due chilometri di quanto è stato speso per la semideserta autostrada Brebemi. Ma quali opere bisognerebbe realizzare e come si reperirebbero i fondi? «Occorre innanzitutto intervenire su sette ponti a raso e rifarli a schiena di mulo - spiega Folli - e sistemare alcune conche. Oltre naturalmente al consolidamento delle sponde, sistemazione delle alzaie, creazione di segnaletica. Opere che se c’è la volontà si possono completare in due anni e mezzo. Sarebbe deleterio non cogliere questa occasione che unirebbe il bacino turistico del Lago Maggiore (si collegherebbe per via d’acqua anche l’aeroporto di Malpensa) con quella della Laguna di Venezia, passando per Milano. Per il reperimento dei fondi, io ho stimato circa 70 milioni. Vorremmo adottare il sistema che ha permesso i lavori sul Naviglio grande: riunire attorno a un tavolo tutte le istituzioni, le aziende, gli enti pubblici e privati che usufruiscono dell’acqua e chiedere a ciascuno un contributo. L’impegno condiviso riduce l’onere. Se 50 anni fa l’acqua dei Navigli serviva quasi esclusivamente all’agricoltura, oggi dobbiamo capire il valore della sua multifunzionalità, dalle centrali energetiche al turismo, al ripristino dell’eco-sistema. Non dimentichiamo che nell’area Expo, qualunque sia il suo destino futuro, l’acqua è presente in modo definitivo e si è creata una fauna di pesci e aironi laddove c’erano i veleni delle raffinerie». 

Elio Borgonovi, docente della Bocconi, non ha dubbi sugli effetti benefici per l’economia lungo il Naviglio Pavese (intanto nei paesi lungo il Naviglio Grande oltre alla crescita delle attività commerciali si comincia a riscontrare una vivacità del mercato immobiliare). «Dal punto di vista turistico si potrebbe stimare un indotto del 10% all’anno della cifra da spendere per i lavori. Ma non sottovaluterei gli effetti su una fascia di trasporto commerciale che non richiede necessariamente la velocità». Intanto più a sud, sul Po, il 2017 sarà un anno importante perché verrà inaugurata la Conca di isola Serafini tra Piacenza e Cremona, un investimento di 47 milioni. «Un’opera di classe europea - spiega l’ingegnere Ivano Galvani - che permette di superare un salto di 13 metri a imbarcazioni lunghe fino a 110 metri e larghe 11,50». In pratica dal prossimo anno sarà possibile navigare non solo da Piacenza ma anche dal Ticino di Pavia fino all’Adriatico, mentre finora il viaggio si può compiere da Cremona. Servirà a rivitalizzare un trasporto merci fluviale attualmente inferiore alle 500 mila tonnellate annue (era di 4 milioni negli anni 70)? Forse è meglio cullarsi nelle acque del turismo slow, in cui Milano e la Lombardia possono scrivere una nuova pagina dello sviluppo.

*originariamente pubblicato su Il Corriere della Sera, www.corriere.it

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