• Papa Francesco: “Grazie Milano…”. La cronaca di undici storiche ore
    Papa Francesco: “Grazie Milano…”. La cronaca di undici storiche ore Il nebiun dell’alba, che aveva accolto l’aereo del Papa a Linate, ha lasciato il posto a una splendida giornata di sole. Tempo ideale per la prima visita pastorale di papa Francesco a Milano, e lui per primo se n’è rallegrato, salutando i fedeli per l’Angelus in piazza Duomo: «La nebbia se n’è andata. Le cattive lingue dicono che verrà la pioggia, ma non so... io non la vedo ancora!». E infatti al Parco di Monza, per la Santa Messa delle 15 - così come a San Siro per la successiva festa con i cresimandi - il tempo si è mantenuto splendido. La «papamobile» ha percorso i viali del parco mentre una folla stimata di un milione di fedeli (in 700 mila si erano iscritti all’evento) salutava agitando sciarpe e bandiere.…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

E ora che succede? Dopo il recente terremoto politico in casa Pd, che tipo di risposta arriva dal centrodestra? I sondaggi non sorridono alla sinistra, ma il partito bene o male regge, così come il M5S, nonostante i guai romani, il movimento veleggia su percentuali solo sognate dal centrodestra. Succede quindi che dipende dalla data del voto e dalla legge elettorale, nel frattempo si lanciano ballon d’essai, si fanno arditi giri di valzer, si tiene sotto controllo tutto quello che capita a tiro per capire da che parte spira il vento. Con il minimo comune denominatore dell’innamoramento trumpiano e putiniano mentre Le Pen scalda meno i cuori. In realtà è oggi superato parlare di centrodestra, occorre infatti riposizionare il mirino e parlare di destra di ispirazione populista, il centro, nel senso di area liberalpopolare, sembra evaporato, a rappresentarlo è rimasto solo Stefano Parisi sempre più autonomo, ma anche isolato e con seguito e militanza ancora tutta da dimostrare. La legge elettorale si diceva, proporzionale, quella che impone i listoni, per arrivare primi e intascare il premio di maggioranza. Con Pd e M5S chiaramente davanti, se la destra si frantuma, non essendoci più il ballottaggio, sicuramente perde e finisce solo per accontentarsi delle briciole e dei calcoli di bassa cucina, da linea di sopravvivenza, la parte più moderata potrebbe fare l’ago della bilancia nel migliore dei casi, ma è poca cosa. Il voto non sembra poi così lontano, non in primavera, ma in autunno, non c’è quindi più tempo per andare per il sottile, per inventarsi nuove formule. Ci sono solo i dati di fatto, una Italia sempre più povera, vittima di precariato, disoccupazione, incertezze sociali a qualsiasi livello. E' pertanto naturale che qualsiasi proposta intrisa di populismo e sovranismo al grido di “prima gli italiani” contro la barbarie faccia presa. Il nemico è l’Europa dalla quale uscire, lo spettro della povertà è rappresentato dall’Euro del quale liberarsene al più presto, la fine della società italica con le sue certezze, i suoi valori e la sua identità è plasticamente riconosciuta nell’immigrazione senza freni che occorre bloccare al più presto. Il tutto ben intriso del solito repertorio più o meno realistico che ascoltiamo da anni dalle parti di Salvini e Meloni e da un po’ anche in ambito Forza Italia e in alcuni cespugli del fu centrodestra. Il calcolo è cinico, addirittura di una semplicità banale, ovvero fare surf su esperienze politiche ed elettorali di successo di matrice populista. Identificare alcuni obiettivi molto grezzi e facilmente comprensibili, come appunto i sopra ricordati No Euro, Italexit e blocco immigrazione e poi far ruotare intorno a questi una gragnola di proposte ad effetto, anche le più balzane, basta che conquistino le prime pagine dei giornali e le preferenze del maggior numero degli elettori in ottica trasversale. La ricetta prevede di inondare il paese di parole e slogan ad effetto, i programmi e i progetti meglio tenerli sul vago perché devono poter essere cambiati alla bisogna di volta in volta. Trump insegna. Tutti insieme appassionatamente a lavorare al grande listone sovranista in salsa trumpiana, Berlusconi permettendo, perché l’ex Cavaliere tergiversa. O fa finta di tergiversare, manda avanti Toti a sondare il terreno, a stringere un asse preferenziale con Salvini, poi lui si riserva di aggiustare il tiro. Un Berlusconi redivivo ed in buona salute politica, che sicuramente sta approntando un programma molto in concorrenza con Salvini. Intanto cerca di dividere e avvicinare il fronte destro, la Meloni è già nelle mire. Con un Renzi in difficoltà e con il venir meno dell’utilità e della fattibilità di patti del Nazareno e cose simili da utilizzare almeno a fini di dissuasione, è logico immaginare che Berlusconi stia meditando seriamente sul listone italtrumpiano. Ma alle sue condizioni, che sicuramente confliggono con quelle di Salvini. Il confronto saranno le primarie? Chi lo sa. La battaglia a destra è appena iniziata.

 

La notizia, o la mazzata, della settimana per Regione Lombardia è di quelle che irritano e lasciano il segno soprattutto nei settori in cui si difende o si lotta da sempre per l’autonomia, quella vera, non quella strumentale e di maniera predicata nei sinedri di partito, nelle sagre di paese o durante le campagne elettorali. Come noto, il governo ha bocciato il taglio del cosiddetto superticket.

"Ieri il Consiglio dei ministri ha impugnato la nostra legge di bilancio che riduce i ticket, che dimezza i super ticket. È una decisione incredibile perché noi garantiamo il pareggio di bilancio". Lo ha detto ieri il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, a margine del convegno Dillo alla Lombardia.

"Adesso vedremo quali misure prendere lunedì in giunta, però la decisione è incredibile e la dice lunga sull'autonomia che hanno le Regioni. Prendo atto con amarezza del fatto che il governo ha deciso che un milione di lombardi non possono avere la riduzione del ticket. Questo ci rafforza nel l'idea che abbiamo bisogno di più autonomia" ha aggiunto il presidente lombardo. 

Sullo sfondo del ragionamento maroniano il famoso referendum sull’autonomia ancora non convocato e che a questo punto potrebbe tornare utile innanzitutto per far suonare la sveglia all’ammorbata opinione pubblica lombarda e poi servire, nel caso di uno scontato successo, per attirare per lo meno l’attenzione del potere centrale sulle ragioni dell’autonomia dei territori.

Già, il referendum! Tutto semplice, non proprio. Mai convocato, sempre rimandato, eccessivamente caricato di significati politici da una parte e dell’altra, strumentalizzato. In un moto di stizza, dopo la bocciatura del superticket, Roberto Maroni ha ventilato l’ipotesi di convocarlo finalmente questo referendum. Ma esiste una convergenza politica sull’argomento? A cominciare dal suo partito, il Carroccio. La Lega è ancora autonomista? Il centrodestra lombardo è ancora a trazione liberale, referente ad esempio dei settori produttivi, della piccola e media impresa e quindi autonomista per ovvie ragioni? E poi, il referendum non creerebbe oggi imbarazzo alla nuova Lega salviniana, sovranista, intrisa di destra nazionalista ovvero lepenista e per forza di cose centralista? L’incidente di percorso del superticket potrebbe essere un utile stratagemma per accendere finalmente i riflettori sulla leadership di Maroni in un centrodestra da redivivo asse del Nord tra leghisti di vecchio conio e liberal popolari . Sarà così oppure il soldatino di Lozza si allineerà ancora una volta alla ragion di stato e al modello di governo da lui stesso creato, il modello Lombardia? Quel modello neodoroteo dove conta alla fine solo raggiungere la mediazione sul potere per il potere, della serie meglio tirare a campare che tirare le cuoia e magari a scapito proprio delle ragioni per le quali sei sceso in politica ovvero l’autonomia e il federalismo. Un dilemma senza risposta o solo un tornante di una lunga carriera politica lo vedremo tra poco.

La crisi in cui si dibatte il Pd, il declino renziano che si ripercuote sul governo Gentiloni che appare sempre più debole e la conseguente confusione che regna nel centrosinistra hanno sparigliato le carte ovunque e hanno dato qualche certezza in più al fu centrodestra. Coalizione come noto data per dispersa da anni, incapace di reagire, di rigenerarsi, di progettare una vittoria, di affrontare serenamente la successione a Berlusconi. La vecchia e gloriosa alleanza berlusconiana-leghista dei tempi andati è ormai archiviata, appare derelitta, fuori dal tempo, senza leadership certa. L’unico elemento o stratagemma per seppellirla definitivamente evitando scontri fratricidi all’ultimo sangue si chiama proporzionale, inteso nel senso di legge elettorale. Le parti in gioco del centrodestra hanno sempre evitato la rottura barcamenandosi in un estenuante tira e molla solo perché la coalizione esiste ancora, eccome, ma solo nelle realtà locali, fino al livello regionale. Dove, se si corre uniti, si vince perchè così lo impone la legge elettorale per sindaci e presidenti regionali. Ma con il proporzionale alle politiche lo scenario cambia e si sdoppia su due piani. Le realtà locali andranno avanti per la loro strada, tutti uniti appassionatamente secondo la dottrina Maroni, spocchiosamente derubricata a neo-doroteismo, ma assolutamente redditizia e che nessuno appunto mette più in discussione. Le politiche sono un’altra cosa, come se si svolgessero in un altro pianeta, tra leader e partiti diversi. Ma perchè si dovrebbe votare con il proporzionale? Perché conviene a tutti, ma proprio a tutti, da Berlusconi a Salvini, ma anche alla sinistra dove il clima che regna è oggi quello della frammentazione in un ideale contrappasso con il centrodestra. Tifano proporzionale pure Parisi e ovviamente Grillo. Di qui al voto sarà corretto e rivisto quanto si vuole, ma di proporzionale si parla ormai quasi con certezza. Lo scenario è comunque già di per sé chiarissimo, ogni leader marca ora e marcherà prima delle urne il proprio territorio perché alle elezioni chi al vusa püssé la vàca l'è sua, e la vaca sono gli elettori. Poi dopo le elezioni chi vivrà, o sopravviverà, vedrà, si aprirà una fase differente. Terreno congeniale per esperti di equilibri e convergenze, di chi sa limare e sfumare, sarà rispolverato il manuale Cencelli per soppesare voti ed influenze, sarà ripreso in grande stile un armamentario che solo gli ingenui speravano in disuso dai tempi della fine della Prima Repubblica. Che forse non è mai finita veramente, è solo riuscita a trasfigurarsi in mille modi per sopravvivere e per poi assumere oggi l’aspetto più simile ad allora anche se con il profilo della brutta copia sbiadita e sgualcita. Torneranno le truppe cammellate, il voto di scambio più o meno mascherato, le clientele con annessi e connessi? Sicuramente, ma non è questo il problema principale. Saranno invece da tenere sotto osservazione i partiti di formazione parlamentare, ovviamente successiva al voto, le coalizioni costruite solo sulla ricerca di una maggioranza per avere la maggioranza ad ogni costo, gli equilibri flessibili e malleabili, le maggioranze intercambiabili, le convergenze parallele e tutti quei fumosi teoremi di geometria parlamentare e politica che si pensavano dimenticati. C’è chi fa la voce grossa come Parisi per monetizzare in anticipo l’utilità marginale futura del suo ruolo o peso e con questo scopo si muoveranno con grande probabilità anche i dissidenti di sinistra e gli svariati cespugli che da ora in avanti popoleranno la jungla politica da destra a sinistra, c’è chi punta a fare l’ago della bilancia di stampo craxiano, chiunque vinca, come Berlusconi, c’è il derby nel segmento populista tra Grillo e Salvini e che finirà con un vincente e l’altro a condizionarne l’azione politica con molta probabilità alleandosi. Con buona pace del paese più indebitato del mondo, tartassato da record, incapace di uscire dalla crisi e di crescere, con un terzo della popolazione che vive sotto la soglia di povertà, con la metà dei giovani disoccupata, che è nuova terra di emigrazione nel momento in cui è letteralmente invaso da profughi e clandestini, con le infrastrutture carenti, i servizi inefficienti. E poi ci si chiede come mai alle urne vadano meno della metà degli elettori…

Considerazioni a margine delle recenti vicende del Pd. Visto quel che succede a sinistra chiunque oggi immaginerebbe davanti alla destra italiana una strada spianata verso la vittoria elettorale alle prossime politiche. Il problema è che la destra non esiste più, almeno nella forma, nelle persone e nei programmi che abbiamo visto e conosciuto finora. Tra una sinistra che sta miseramente affondando in una crisi ferale e una destra sparita irrimediabilmente dai radar dell’opinione pubblica, chi si aggira nelle lande desolate della politica nostrana pronto a dare la zampata vincente? Il discrimine non è più tra destra e sinistra, ma tra liberali e populisti, tra globalisti e protezionisti, tra chi vuole restare nell’euro e chi vuole uscirne, tra chi vuole accogliere e chi vuole respingere, tra chi guarda a est e chi guarda a ovest, tra chi è per il sistema inteso come status quo e chi è antisistema, e via discorrendo. Dicotomie che rappresentano la vera cifra delle idee e del confronto politico odierno e che più di una novità sono una vera e propria cesura con i paradigmi della seconda repubblica oggi sempre più chiaramente simile ad una brutta propaggine della prima. Il confronto, o meglio lo scontro, alle prossime elezioni politiche sarà tra Salvini e Grillo in competizione tra di loro da una parte e gli altri, Pd e settore liberale, in competizione tra di loro dall’altra. Impossibili da aggregare i primi, impossibili da aggregare i secondi. Prima del voto, ma dopo il voto, chissà! Legge elettorale futura permettendo. In politica nei momenti cruciali non contano le simpatie e tanto meno le idee, conta tenere insieme gli interessi, a cominciare da quello che ha a che fare con le ragioni della propria sopravvivenza. Salvini non è Bossi e nemmeno Zaia o Maroni. Maroni, che mantiene lo spessore del vecchio leghista, ha però costruito una sua particolare ed originale dottrina che vede nel cemento del potere la garanzia per vincere, della serie non è importante il colore del gatto basta che si mangi il topo, tutti insieme appassionatamente, Salvini inquadra invece la sua azione in una cornice ideale diversa dalla vecchia Lega, niente indipendentismo, basta Padania, ma una forte visione sovranista, uno stato nazionale dalle Alpi alla Sicilia, fuori dall’Europa, dall’Euro. Una posizione che lo pone lontano da Berlusconi con il quale peraltro non c’è mai stata neppure simpatia. L’importante è tenere le mani libere, fare la corsa su Grillo, distinguersi dal M5S, ma senza chiudere le porte. I due si contendono l’elettorato antisistema, ma ne emergerà per forza di cose uno soltanto alle elezioni. E se Grillo, come sembra dai sondaggi, avrà più voti del Pd, della Lega e di tutti gli altri ormai fuori dal gioco, ecco materializzarsi per il dopo l’opzione governo Cinquestelle. Cosa farà Salvini a quel punto? Lascerà il campo antisistema e populista a Grillo e tornerà a parlare da vecchio leghista? Si alleerà ancora una volta con Berlusconi? O si alleerà con Grillo? Con la sinistra no di sicuro. Con il 15% della Lega odierna, come da sondaggi, il ruolo di Salvini potrà verosimilmente essere quello di un paradossale ago della bilancia e potrà di conseguenza far valere a peso d’oro l’utilità marginale di tale posizione. Salvini in questi mesi penserà a Craxi e alla politica dei due forni anni ‘80. Mentre a livello locale e regionale, reggono le tradizionali intese del centrodestra di vecchio conio, la dottrina Maroni, a livello italiano la prospettiva è ben diversa con un Berlusconi reduce dai vari patti del Nazareno e un Grillo che sfiora il 30% mentre a livello locale è più debole. La campagna è cominciata a Varese, guarda caso, proprio qualche giorno fa. Il grillino Alessandro Di Battista, quindi non uno qualunque, è salito fino alle pendici delle Prealpi per un comizio, ha riempito la centrale piazza del Podestà, quella dove c’è la sede, la prima, della Lega. Che ha tenuto accese le luci per l’occasione. La Lega protesta per la concessione della piazza al M5S, i grillini affilano le armi nella culla del fu Carroccio, entrambi però al grido “meglio Trump oggi che una Merkel per sempre”, come ha osservato argutamente qualcuno.

 

Il mantra del frontaliere è noto da sempre: tutto deve rimanere com’è. Qualsiasi cambiamento derivante da accordi e patti transnazionali, solitamente conclusi sopra le proprie teste, equivale infatti ad una penalizzazione e da qualunque parte la si veda, fiscale, economica, di diritti. Senza tanti giri di parole, ora si tocca ferro, l’accordo siglato esattamente due anni fa a Milano in Prefettura tra Svizzera e Italia, tra il ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan e l’allora consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf ed oggi fermo allo stadio della parafatura, non è più all’ordine del giorno. A mio modo di vedere e per almeno due motivi. Il primo arriva dall’Europa. L’Unione è tornata ad inizio anno minacciosa sul dossier paradisi fiscali confermando di lavorare ad una nuova “black list” di paesi fiscalmente “vantaggiosi”. A tal fine, Bruxelles sta contattando una novantina di Paesi, tra cui appunto la Svizzera, per avviare una fase istruttoria. L’obiettivo dell’Unione Europea è quello di stilare un elenco aggiornato di Stati e territori non cooperativi dal punto di vista della politica tributaria. Fonti diplomatiche e governative elvetiche, a leggere i giornali e le agenzie di un mesetto fa, tendono ad escludere l’inclusione della Svizzera in una nuova black list, ma la tensione per questa ennesima spada di Damocle che pende sulla testa degli svizzeri è palpabile, soprattutto nelle regioni di confine dove il clima è già surriscaldato per altre ragioni. Il Paese alpino, dal suo punto di vista, ritiene di aver svolto il compitino per uscire dai rischi di inclusione futura in una black list, però, evidentemente, restano margini di incertezza. Tornando ai Cantoni di frontiera, si arriva al secondo motivo per cui l’intesa italo svizzera si è arenata. Ha creato grande irritazione in Europa, ma anche a Berna, la possibile applicazione dell’iniziativa ticinese “Prima i nostri”. Una vera e propria miccia accesa nella santabarbara delle relazioni bilaterali UE-Svizzera già di per sé delicate visti gli argomenti. Una speciale commissione del Gran Consiglio, il Parlamento di Bellinzona, sta lavorando da mesi sull’argomento, immaginando proposte più o meno realistiche, ma sempre improntate ad un evidente sentimento anti-italiano. Un clima infuocatosi recentemente dopo le sparate anti-italiane di Norman Gobbi, consigliere di Stato in quota Lega dei Ticinesi, formulate in seguito a problemi sorti nel suo dipartimento, quello delle Istituzioni, proprio in merito a permessi facili e relativo malandazzo. Tornando all’accordo italosvizzero di due anni fa ed ora fermo allo stadio della parafatura, l’applicazione dello stesso può avvenire, per la parte riguardante i ristorni e il regime fiscale dei frontalieri, al ritiro dell’obbligo di presentare la fedina penale imposto dal governo cantonale ai frontalieri e ai cittadini italiani all’atto del rinnovo del permesso di lavoro o di soggiorno. Per dirne una. Qualsiasi iniziativa nel perimetro di “Prima i nostri” viene e verrà comunque interpretata dall’Italia e dall'Europa come limite alla libera circolazione dei lavoratori. Comunque oggi a motivi prettamente tecnici si aggiungono motivi politici. Dopo la caduta di Matteo Renzi e l’avvento di Paolo Gentiloni, il governo italiano sembra indebolito e preso da ben altre priorità e sarà pertanto difficile che tale accordo venga portato in Parlamento prima della fine di questa legislatura. Tutto rimandato a dopo con l’aiuto di una seconda motivazione di opportunità, si vuole evidentemente capire se e quando il Ticino sia e sarà in grado di invertire la deriva anti-italiana. Paradossalmente più il muro si alza, o si minaccia di alzarlo, più salgono le possibilità di mantenere lo status quo. Che gioca a favore proprio dei frontalieri. Un contrappasso curioso che, se da una parte può arrecare qualche fastidioso effetto collaterale a causa dello scarso gradimento dei frontalieri presso una componente sociale e politica d’oltreconfine, dall’altra mantiene le cose come stanno, vero obiettivo dei frontalieri. Chi di muro ferisce…..

 

Pensierino scritto in treno in un viaggio di ritorno verso casa. Come raccontare, coinvolgere ed emozionare l’opinione pubblica con uno storytelling che ha per oggetto una nuova brand da far conoscere e promuovere? Una domanda che spaventa qualsiasi comunicatore, anche il più esperto. Una nota catena di caffetterie americana è pronta allo sbarco in Italia, ma non la conosce quasi nessuno. Un green field insidioso, pieno di trappole e per giunta nella patria del caffè espresso. Come evitare di finire stritolati tra la tradizione inattaccabile della tazzina e il rischio dell’anonimato? Innanzitutto lo startup è stato rimandato al 2018 e particolare attenzione sarà riservata alla scelta delle location, sulla falsariga della prima, l’unica già decisa, quella in piazza Duomo a Milano. La piazza simbolo della città in ogni senso, anche per i bar, per decenni infatti è stato il terreno esclusivo delle ormai passate alla storia Motta e Alemagna, mentre resiste Zucca, tutti comunque sinonimi meneghini per antonomasia. Poco più di un anno per preparare il terreno, far discutere i pubblici di riferimento, veicolare messaggi, preparare l’opinione pubblica, creare il bisogno. Niente pubblicità, ora non serve, il prodotto o il servizio non è ancora disponibile. Il primo capitolo dello storytelling è quello di evitare qualsiasi idiosincrasia e incompatibilità tra il prodotto o il servizio che si vuole proporre e il mercato di riferimento. Il beverone americano non deve imporsi nella cultura alimentare locale, ma entrare discretamente nel lessico e nelle abitudini del milanese medio tanto da indurlo ad acquistarlo spontaneamente non appena ne avrà la possibilità e l’occasione. Quando in agenzia si discute un brief in clima di brainstorming se ne sentono di tutti i colori, ma solitamente vincono le idee e i progetti che sulla carta appaiono come i più contestabili idealmente dai consumatori se non addirittura quelli volutamente politicamente scorretti. Ma sono anche quelli che fanno discutere di più, che dividono, che si protraggono di più nel tempo aumentando l’attenzione del target, che innescano le casse di risonanza, oggi gli influencer e i social. Sempre più potenti e determinanti per il successo di una brand. La sponsorizzazione delle aiuole in piazza Duomo sarebbe finita nella banalità e nell’indifferenza se si fosse previsto di riempirle con piante autoctone. Non ne avrebbe parlato nessuno. Palme e banani invece dividono e fanno discutere l’opinione pubblica e non solo quella dei botanici e dei cultori dell’estetica o della storia del luogo. Richiamano fatti e problemi di grande risonanza, che dividono l’opinione pubblica, che scatenano paure e fobie e fanno parlare, tanto. Ed infatti è così. I social letteralmente sono invasi da post e commenti, la stampa corre dietro l’audience facile in modo parossistico, un effetto spirale che alla fine fa girare una semplice parola: Starbucks. Tutti sanno ora che aprirà una caffetteria, si stimola la curiosità che genererà il bisogno. I piccoli cervelli perdono tempo a discutere di fatti collaterali che non interessano a nessuno. Il fine non è quello di importare cammelli, di fondare moschee, di far sentire a casa loro gli immigrati o viceversa quello di agitare le masse buoniste contro chi si oppone per motivi identitari, lo scopo non è neppure quello di arredare una piazza, l’obiettivo è solo quello di vendere caffè. Una volta aperta la caffetteria, il popolo che oggi contesta o approva banani e palme sarà tranquillamente seduto ai tavolini di quel locale. Le piante verosimilmente finiranno al compostaggio insieme ai tanti commenti in libertà ascoltati in questi giorni. E’ la comunicazione, bellezza.

 

La partita per le elezioni regionali prossime venture si giocherà come sempre tra destra e sinistra? Non ne sarei così sicuro. Si parte innanzitutto da Roberto Maroni e dalla sua dottrina neodorotea, tanto criticata quanto efficace e quindi riproponibile per naturale convenienza. E’ l’unico elemento certo nella partita. Maroni ci riprova, si ricandida, con molti risultati in saccoccia e con un modello che ripete la falsariga del recente passato ovvero quello del centrodestra del solito collaudato conio berlusconiano-leghista. Tutti insieme appassionatamente da destra al centro passando per la Lega e con il collante del potere sapientemente dosato e distribuito. Nessuna remora ideale, nessun paletto, tanti ultimatum, non per rompere, ma tenere i partner ben incollati alle sedie del tavolo che conta e con qualsiasi mediazione che viene tassativamente definita solo a Palazzo Lombardia. Un vertice politico simile ad un Cda che alla fine calcola fatturati e convenienze e un presidente che con una mano tiene il manuale Cencelli e con l’altra lo scettro del comando. Impossibile non adeguarsi, pena l’isolamento e la morte certa per fame politica. Le trappole in questi anni sono state tante, anche troppe, le piccole vendette pure, soprattutto a livello locale, ma nessuna di queste ha scalfito la centralità del deus ex machina di Lozza, ovvero l’abile tessitore Roberto Maroni. Che a questo punto parte strafavorito. A sinistra ci si barcamena, non tanto per le titubanze locali, ma per la situazione in generale. Giuseppe Sala gioca in proprio e dopo la caduta di Renzi si è ritagliato un ruolo in autonomia, il Pd nazionale ha ben altre gatte da pelare, il partito in Lombardia è diviso in scuole di pensiero e ambizioni personali spesso molto conflittuali tra di loro e che solo a fatica potranno essere nascoste dalle primarie. Mano a mano che la sinistra dimostra di avere armi spuntate e inadeguate per impensierire la corazzata maroniana, l’attenzione è sempre più rivolta sul terzo incomodo, il M5S. Tradizionalmente numericamente debole in Lombardia, diviso, con una classe dirigente in gran parte da inventare, che rischio reale potrebbe rappresentare per gli altri contendenti? A cominciare soprattutto da Maroni. Il M5S è solo apparentemente debole, perché in alcuni comuni l’anno scorso ha ottenuto importanti risultati, l’impressione è che se venisse riposizionato potrebbe fare male, più a Maroni che alla sinistra. Il problema nel centrodestra non è la distanza tra Forza Italia e la Lega, in Lombardia qualsiasi distinzione o distanza tra questi due partiti è vissuta solo in chiave tattica. Il problema è il voto leghista e forzista in libera uscita per i motivi più vari, idealità, interesse o calcolo poco importa, che di fronte ad una proposta grillina appena credibile e comunque ben distante e differente dal dilettantismo capitolino, potrebbe virare verso il simbolo pentastellato. L’aveva ben capito Stefano Parisi, che fondò la sua discesa in campo sul tentativo di riprendere gli elettori persi dal centrodestra nel tempo e destinati al non voto o al voto grillino, ma la sua proposta sembra non impattare, non è sufficiente per fare la differenza, per molti è già superata. Il centrodestra è tutt’altro che compatto, basti ricordare l’harakiri varesino nel 2016, i grillini lo sanno e punteranno su queste crepe. La sinistra viceversa potrebbe rientrare in gioco contro un Maroni non più granitico, ma è pura teoria, anche in questo caso le divisioni e le possibili scissioni nonché i calcoli per le concomitanti elezioni politiche potrebbero compromettere la lucidità di vedute e spegnere definitivamente qualsiasi ambizione di vittoria. Viceversa, se i grillini si dovessero riposizionare, ovvero distinguersi dalla dèbacle romana e nel contempo presentarsi di fronte ai lombardi come riformisti, saranno dolori per tutti. In Lombardia l’opzione riformista è sempre elettoralmente produttiva, soprattutto se combinata con l’effetto sorpresa e con una temperie politica dominata da stanchezza e disincanto. Come oggi.

 

Centro e periferia, tra Milano e Varese è un testacoda. Dalle parti di Palazzo Marino il sindaco Giuseppe Sala parla di ossessione per le periferie e non a torto. I problemi di degrado, di disagio, di sicurezza sono quasi tutti concentrati in alcuni quartieri periferici o semiperiferici e che in molti casi generano rischi che sono arrivati pericolosamente a livello di guardia. Non credo che il primo cittadino di Milano voglia o possa progettare e mettere in opera provvedimenti epocali, si limiterà a fare ordine, a ristabilire un dignitoso livello di vivibilità laddove questo risulti compromesso da anni di incuria e disinteresse. E sarebbe già un grande risultato. A Varese il problema è invece speculare. Le questioni inerenti il degrado, la sporcizia, la presenza di situazioni che oggettivamente incutono timore per sicurezza e vivibilità sono concentrate in un raggio di mezzo chilometro dalla fontana di piazza Monte Grappa. Ci sono questioni generali che le città hanno dovuto sopportare e subire e che hanno inciso non poco sulle problematiche sopra ricordate. L’afflusso massiccio e incontrollato di stranieri, spacciati prima per profughi e poi rivelatisi in grandissima parte migranti economici, di fatto clandestini allo sbando, ha sicuramente contribuito a creare disordine e insicurezza. Nel migliore dei casi queste persone vagano sfaccendate e senza meta per il centro storico dediti alla questua insistente. Ci sono poi questioni annose ed irrisolte e a quanto pare ancora di difficile risoluzione definitiva, come ad esempio la solita e fatiscente caserma Garibaldi che incombe in una piazza senza vita alla mercè degli sbandati. Quando la sopportazione raggiunge il limite, ecco spuntare puntuali i palliativi per fare un po’ di scena. I bengalesi venditori di rose agli incroci danno fastidio?  Nessun problema, si materializza uno stuolo di forze dell’ordine che li fa sloggiare, salvo poi ritrovarseli, non giorni dopo, ma poche ore dopo, davanti ai semafori di periferia. Come nel quartiere di Fogliaro. E tutto resta come prima. A Milano il dibattito verte su come ridare o dare vita a quartieri che nel corso degli anni hanno perso riferimenti e rapporti umani creando sacche di degrado pericoloso, a Varese il problema è ben più serio e riguarda la vocazione della città, soprattutto del suo centro. Un caso piuttosto anomalo. Il centro è in realtà un quartiere senza vita. La Varese bottegaia è solo un ricordo, il commercio è in crisi, le vetrine vuote sono una miriade. Servizi di pregio o altre attività economiche significative non se ne vedono. Vanno bene le prime toppe e il maquillage, ma serve ben altro. Doveroso e non più rinviabile l’impegno per sistemare l’area delle stazioni e piazza della Repubblica, tanto per fare i soliti due esempi, e che andrebbero appunto riordinate, ripulite e bonificate prima di progettare qualsiasi intervento. E va bene, ma poi cosa si vedrà in futuro? Pulizia, ordine e sicurezza d’accordo, ma nel deserto?

Foto: da "Il capitale umano" di P. Virzì

 

Rispunta Stefano Parisi, leader di Energie PER l’Italia, il movimento liberal popolare da lui stesso ispirato, nato a settembre scorso con lo scopo di rigenerare il centrodestra. In settimana, partecipando a Milano come relatore all'incontro di Ambrosetti "Ricostruire l'Italia", ha detto, attaccando l’Europa e la politica europea, “(l’Europa, n.d.r.) ha sbagliato quasi tutto. Servono logiche completamente diverse. Serve ricostruire un'offerta politica seria che dia soluzioni credibili al popolo. È l'unica chance che abbiamo per tirare su il nostro Paese prima ancora che l'Europa. Io sto organizzando questa chance. Siamo partiti a settembre con Megawatt in un capannone industriale di Milano. Abbiamo girato l'Italia, costruendo qualcosa di molto significativo. All'inizio di aprile a Roma presenteremo i risultati in un grande evento nazionale, presenteremo un programma per il Paese, presenteremo la squadra. Si vedrà qualcosa di nuovo, che può essere utile a tutti". Ovviamente la visione di Europa che ha in mente Parisi è molto distante da quella di buona parte del centrodestra, "l'Europa oggi vive un rischio concreto di disfacimento. Se Marine Le Pen dovesse vincere le elezioni l'Europa di fatto cesserebbe di esistere. Trump sta già intervenendo sul sistema degli accordi commerciali, c'è un cambio di strategia globale che vede la UE in un angolo. Perdura la crisi economica, e l'emergenza terrorismo islamico continua ad incombere. L'Europa è molto debole di fronte a tutto questo. L'Europa ha sbagliato obiettivo pensando che il nemico comune fosse la Russia. Ha abbandonato gli Stati mediterranei a loro stessi sull'immigrazione”. L’interesse è però concentrato su come si muoverà Parisi nella scacchiera della politica nostrana, fatta di tattiche, di posizionamenti, di ambizioni personali, di calcoli spiccioli e spesso e volentieri di inciuci ed accordi sottobanco, anche con quelli che dovrebbero essere gli avversari. Il programma che presenterà e la relativa squadra sono quelli di Energie PER l’Italia, ma che tipo di relazione verrà impostata con gli altri partiti della coalizione? Il calcolo di Parisi è quello di votare a scadenza naturale e con una legge elettorale che preservi la matrice proporzionale. Tradotto: la speranza è quella di un contenimento nel tempo della spinta dei populismi, tipo ottimizzare una eventuale sconfitta della Le Pen ad aprile e il calo di gradimento di Trump nel corso dei prossimi mesi e poi tentare una corsa solitaria alle elezioni, contarsi e andare a trattare con gli altri dopo il voto. Viceversa giocarsela alle primarie, mettendo sul piatto tutto il lavoro fatto in giro per l’Italia sinora sperando che basti almeno per essere in qualche modo condizionante negli equilibri della futura coalizione. Sempre in settimana Parisi si è visto in quel di Sesto San Giovanni. Come noto, il popoloso comune alle porte di Milano va alle urne in primavera e in quella tornata vedremo il battesimo del fuoco di Energie PER l’Italia che correrà per sostenere un candidato sindaco “civico”, Gianpaolo Caponi, almeno per ora alternativo a tutti, anche al centrodestra. E che già cinque anni fa si presentò come terzo polo, o terzo incomodo. E’ una strategia quella di Parisi? E’ un caso isolato, locale? E’ una manfrina per marcare il terreno in attesa di un accordo in extremis con il centrodestra per tenere tutti uniti e fare il colpaccio a Sesto? Lo vedremo. L’occasione è sicuramente ghiotta per contarsi, partire dalla Stalingrado d’Italia, eterno feudo della sinistra, è poco costoso in termini politici e di immagine, qualunque esito ovviamente sarà ben accetto, se poi aggiungiamo che la sinistra locale oggi non viaggia in buone acque, è probabile che alla fine si rimedi un buon risultato. Ma onestamente di quello che farà Parisi a Sesto interessa poco in questo momento anche se alcune chiavi di lettura sono facilmente generalizzabili. Dal centrodestra locale è partito immediatamente il fuoco di sbarramento nei confronti delle velleità parisiane. Il candidato di Forza Italia, Roberto Di Stefano, l’ha derubricato a “progetto neo centrista” rivolto a porsi “come stampella della sinistra”. “La candidatura di Caponi - ha attaccato l'attuale vicepresidente del Consiglio comunale - è perdente in partenza, che ricorda per inconsistenza e poca presa sui cittadini l'esperienza del terzo polo montiano, bocciata sonoramente dal voto popolare”. Di Stefano oggi è il candidato designato da Forza Italia e sul suo nome sembrano convergere Lega e Fratelli d'Italia: “Siamo - dice l'esponente azzurro - gli unici che possono scardinare il potere rosso a Sesto San Giovanni, forti delle nostre idee, della nostra unità e della nostra coerenza”. Da parte di Energie PER l’Italia non si cerca lo scontro, anzi. La linea dei parisiani ruota intorno al concetto “candidati unitari e di qualità”. Ed è una posizione che lascerebbe pensare a possibili margini per un accordo. Ma il dubbio rimane, ovvero quello di ritrovarsi alla fine di fronte ad una sorta di Scelta Civica oppure, visto il conio liberal popolare della neoformazione, ad una riedizione allargata del Fare di Oscar Giannino. Insomma, per farla breve, tanto rumore per nulla. Un centrodestra litigioso, diviso tra le spinte populiste ed estreme della Lega e il declino di Berlusconi lasciava e lascia immaginare ampi spazi di manovra per l’ex candidato sindaco di Milano. Che però è stato subito emarginato dal corpaccione dei partiti storici dell’alleanza, si è rifugiato in un lavoro programmatico e ideale di ampio respiro che potrebbe però appunto rivelarsi inutile nel caso in cui persistesse l’idea della corsa solitaria. L’eterna lotta tra il nuovo e il vecchio, tra la politica politicante e gli ideali, tra chi ha le truppe e chi ha i programmi sembra il leit motiv del centrodestra odierno. Se la suddetta coalizione vuole ritornare vincente deve fare lo sforzo di rimettere tutti intorno allo stesso tavolo e fare in modo che tutti giochino a carte scoperte, alla luce del sole.

 

Varese e i laghi, un territorio culturalmente fertile anche per la presenza di alcuni prestigiosi premi letterari che già da tanti anni vanno ad arricchire un ampio ventaglio di proposte culturali della più svariata specie. Nessuno ha mai pensato di fare sistema? Di organizzare iniziative e sinergie virtuose che vadano al di là del puro networking, del fare rete che è già un buon inizio, ma che alla lunga non basta? E’ un vecchio argomento, più volte e a fasi alterne sollevato e dibattuto, ma sempre riservatamente, in ristretti consessi, quasi di soppiatto tra ambiti notoriamente ben presidiati dai rispettivi promotori e sovente impermeabili a suggerimenti di questo tipo. Ora lo stimolo giunge pubblicamente dagli ideatori ed organizzatori di "Scrivi l'amore-Premio Mario Berrino". Ma andiamo con ordine. Si svolgerà a Ispra, accogliente e ridente località del basso Verbano, presso la Tenuta La Quassa in via Cadorna 327, domenica 12 febbraio 2017 alle ore 16.00, la decima finale della sopra ricordata rassegna letteraria "Scrivi l'amore-Premio Mario Berrino". Nel corso della manifestazione verranno proclamati i vincitori per tutte le categorie e sezioni in gara. Siamo soddisfatti dell'andamento della decima edizione che ha permesso un consolidamento significativo della manifestazione con opere giunte da ogni regione d'Italia e dall'estero”, sottolineano Gianpietro Roncari, Presidente dell'associazione culturale "Amici di Mario Berrino" e Davide Pagani, patron della rassegna letteraria. E aggiungono, “ci piacerebbe e, per questo, lanciamo un appello agli organizzatori del "Premio Chiara", del "Premio Morselli" e della rassegna "Giallo sui laghi" festeggiare assieme a loro ad Ispra attraverso una giornata di cultura e poesia che possa riunire sul Lago Maggiore i principali premi letterari del territorio "facendo sistema" culturale e artistico”. E concludono, confidiamo in una positiva risposta da parte degli organizzatori dei prestigiosi premi letterari che invitiamo sia domenica prossima che a contattarci per valutare assieme la nostra proposta nel segno della cultura e della promozione territoriale”. In sostanza Pagani e Roncari lanciano l’idea di un workshop che coinvolga tutti i promotori e organizzatori dei principali premi letterari che si tengono annualmente tra Varese e i Laghi, che spaziano tra poesia, racconto e approfondimento della cultura locale. Un sasso in piccionaia per risvegliare l’attenzione nei confronti di iniziative pregevoli anche per la notorietà a fini turistici della nostra provincia. A questo punto ci auguriamo che tale proposta sia foriera di sviluppi positivi sia per il futuro dei premi stessi sia per la promozione delle attività culturali in generale nel territorio.

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

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