• Castello Isimbardi a Castel d’Agogna, tra storia e curiosità
    Castello Isimbardi a Castel d’Agogna, tra storia e curiosità Collocato in quella parte di Lomellina che vede il suo centro in Mortara, Castel d’Agogna sorprende il visitatore con un Castello o Palazzo come viene chiamato. La sua storia attraversa svariati secoli, diverse casate, per finire con un lascito e la costituzione di una Fondazione che ha lo scopo primario di sostenere un ambulatorio per le persone in difficoltà e in seconda battuta la manutenzione del palazzo. Entrando nel maniero, lo si fa facilmente, il parcheggio è davanti, ampio e comodo, si è accolti con simpatia dalle volontarie in quello che è stato lo studio di Vera Coghi, i mobili ancora quelli, massicci, pieni di libri conservati con cura. Nelle svariate stanze, pavimenti lucidi, camini antichi, lampadari eleganti, soffitti decorati o a travi in legno ben restaurate. Spesso il Castello…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Come i cultori del bello e dell’arte sicuramente ricordano, il pregevole Museo del Paesaggio di Verbania, sito in Palazzo Viani Dugnani a Pallanza, ha riaperto i battenti nel giugno 2016 dopo un lungo periodo di importanti restauri con la splendida mostra dedicata a Paolo Troubetzkoy. Visto il grande successo di pubblico e critica ottenuto, la mostra dello scultore verbanese di origini russe non è stata smantellata, ma è visitabile in modo permanente al piano terra. Ora invece il museo ha riaperto il proprio piano nobile con la bella e ben curata mostraI volti e il cuore, La figura femminile da Ranzoni a Sironi e Martini”, inaugurata lo scorso 25 marzo e visitabile fino al 1° ottobre prossimo. Molto interessante per chi ama l’arte dell’800 e del 900, imperdibile se vista in chiave insubrica con i tanti artisti che in questo territorio hanno infatti vissuto e lavorato.

Curata da Elena Pontiggia, l’esposizione comprende circa ottanta opere e intende esaminare, attraverso le collezioni del Museo del Paesaggio di Verbania, integrate con opere di Mario Sironi della raccolta Isolabella e di Cristina Sironi, sorella dell’artista, il ruolo e la presenza della donna nella pittura e nella scultura dalla fine dell’Ottocento alla prima metà del Novecento.

Il percorso espositivo è diviso in undici sezioni tematiche.

Muove dai ritratti femminili “dipinti col fiato” di Daniele Ranzoni, maestro della Scapigliatura, di cui il Museo del Paesaggio possiede diversi ritratti femminili: sono presentate qui sei opere tra cui due capolavori come Ritratto della principessa Margherita di Savoia, 1869 con la tipica dissoluzione della forma in un pulviscolo luminoso e Giuseppina Imperatori Orsenigo, 1877.

Prosegue poi con altre sei sezioni iconografiche:

1. I LUOGHI DELLA VITA: LA CASA, IL GIARDINO, LA VIA, LA STALLA

2. GLI AFFETTI: L’AMORE E LA MATERNITÀ

3. FIGURE DELLA STORIA

4. LA RELIGIONE

5. IL LAVORO

6. IL NUDO          

Spiccano in queste sezioni il delicato Cave di Baveno, 1881, di Guido Boggiani, dipinto con un naturalismo attento ai valori della luce; Il convegno, 1918, di Ambrogio Alciati, immagine guida della mostra, un romantico idillio senza tempo dipinto con sensibilità impressionista opposta al gusto del disegno nitido predominante negli anni venti del Novecento; Madre, 1916, figura toccante e intensa di Mario Tozzi; la splendida Maternità in gesso e il dolente L’addio dello spazzacamino, 1898 bronzo di Giulio Branca; il monumentale Alla Vanga, 1890 di Arnaldo Ferraguti, opera-manifesto del realismo sociale, premiata alla Triennale di Milano del 1891 e Le lavandaie a Pallanza, 1897 sempre di Ferraguti; L’aratura a Miazzina, 1890, di Achille Tominetti opera-simbolo della condizione femminile tra Otto e Novecento; il moderno Nudo femminile, 1930, disegnato sinteticamente da Achille Funi.

La mostra prosegue con una sezione su due donne artiste da riscoprire, come la simbolista Sophie Browne (sua l’inquietante Eva, 1898) e Adriana Bisi Fabbri, protagonista nel 1914 del gruppo futurista “Nuove Tendenze” e scomparsa nel 1918 a trentasette anni, di cui è esposta La principessa Pignatelli, 1917,

anch’essa di gusto simbolista.

Seguono infine tre sezioni dedicate a tre maestri del Novecento: Arturo Martini, Mario Tozzi e Mario Sironi.

Di Arturo Martini (Treviso 1889-Milano 1947) sono esposte quattordici figure femminili, tra cui Testa di ragazza, 1921, capolavoro della stagione di “Valori Plastici”; La scoccombrina, 1928, felice esempio del suo espressionismo; e un nucleo di figure femminili degli anni trenta e quaranta, come Nudino, 1935 piccola scultura in gesso realizzata nel felice periodo creativo del soggiorno a Blevio sul lago di Como, La famiglia degli acrobati, 1936-7 con i personaggi nudi caratterizzati da un forte accento visionario, Lavandaie al fiume, 1939 con le figure inserite in una scatola prospettica, sino a Incontro, 1946-7, tutto risolto in una tensione dinamica, alcune appartenute a Egle Rosmini, la giovane compagna dell’artista, e da lei donate al Museo del

Paesaggio. Il Museo possiede ben 53 opere del grande artista, tra sculture, dipinti, incisioni, acqueforti e litografie, medaglie e disegni, acquistate nel 1908 dalla Rosmini tramite un finanziamento regionale.

Di Mario Tozzi (Fossombrone 1895-Saint Jean-du-Gard 1979) è esposta un’antologia di opere che vanno dal suo impressionismo giovanile, Ritratto della madre, 1915 e Nel giardino fiorito, 1920, al suo realismo magico, La toeletta del mattino, emblema dell’antiimpressionismo, dove le figure umane si impongono come

forme volumetriche senza interesse per la loro psicologia, capolavoro giudicato dalla critica francese “il più bel nudo” del Salon d’Automne 1922, e Serenità, 1923, paesaggio anch’esso impostato sul disegno e sul volume anziché sul colore.

Il tema della donna in Mario Sironi (Sassari 1885-Milano 1961), infine, è indagato attraverso le opere della raccolta di Cristina, sua sorella maggiore. Tra queste Ars et Amor, 1901-2, documenta la giovanile e poco nota stagione simbolista del pittore, mentre Cocotte e Figure, 1915-16, mostrano il suo sorprendente, coloratissimo e finora sconosciuto momento fauve. A questi lavori quasi inediti si accostano la celebre Madre che cuce, 1905-6, il suo più importante dipinto divisionista, e il grande Nudo con bicchiere, una delle opere più amate da Margherita Sarfatti. La mostra termina con l’impressionante Vittoria Alata, 1935 (cm. 182x250), una delle maggiori testimonianze del Sironi monumentale.

Un percorso dunque di grande interesse e fascino, tra una varietà di figure femminili dipinte o scolpite da celebri maestri nei diversi ruoli e nelle tante trasformazioni che hanno segnato il passaggio tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento.

La mostra è stata realizzata con il sostegno di Compagnia di San Paolo e di Fondazione Cariplo.

Pro memoria:

Sede espositiva

Palazzo Viani Dugnani, Via Ruga 44 - Verbania

Orari di apertura

Da Martedì a Venerdì 10.00 – 18.00

Sabato Domenica e Festivi 10.00-19.00

Ingresso:

5 € intero; 3 € ridotto; gratuito per disabili e un accompagnatore

Per informazioni

Museo del Paesaggio - Tel +39 0323 556621 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.museodelpaesaggio.it

Immagine pubblicata: Mario Sironi, La madre che cuce, 1905-06

 

E’ già una notizia di per sé quella di vedere l’Italia fare sistema all’estero, capita infatti raramente di assistere ad un ben organizzato gioco di squadra tra istituzioni differenti e rappresentate per giunta da politici di diversa estrazione e provenienza. Il tutto per portare a casa un risultato. La miccia che ha acceso tale virtuosa sinergia è come noto Brexit. Londra ha finalmente avviato le procedure formali di separazione dalla UE e le istituzioni italiane, lombarde e milanesi, guidate dai ministri Angelino Alfano e Pier Carlo Padoan, dal presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni e dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, sono sbarcate nella City, nella sede di Bloomberg per la precisione, per mettere in atto una energica azione di marketing nazionale/regionale/milanese. Incontri one-to-one o comunque bilaterali con una selezionata schiera di investitori internazionali ed un incontro plenario con un folto pubblico proveniente soprattutto dal mondo della finanza, delle banche, dei mercati. Un osservatorio ideale, un segmento di alto profilo della business community che lavora ed opera a o da Londra, al quale trasmettere il messaggio che conta, ovvero cosa l’Italia e la Lombardia stanno preparando per attirare eccellenze, per favorire l’inevitabile esodo dall’Inghilterra uscita dalla UE e per sostenere lo sviluppo di Milano come piazza finanziaria leader in Europa. Un compito evidentemente complesso, ma agevolato dalla concomitante battaglia per portare a Milano in primis la sede di EMA, l’Agenzia del Farmaco, e poi altre istituzioni comunitarie minori, non per importanza, ma per impatto sul territorio. L'impressione condivisa è che il raggiungimento di questo obiettivo sia alla fine lo snodo decisivo per implementare le strategie di marketing territoriale e l’Italia e la Lombardia hanno dato ieri la prova migliore di essere sul pezzo. “L’Italia è pronta ad accettare la sfida e Milano per prima. Ho una buona sensazione — ha detto a margine degli incontri Giuseppe Sala —. Le avversarie più difficili sono Vienna, Copenhagen, Amsterdam, Dublino, ma dal punto di vista del dossier di candidatura ci sentiamo sereni. Poi la decisione sarà politica”. E in casa nostra? Al di là delle polemiche, delle invidie e del piccolo cabotaggio di tanti, troppi, capetti e leaderini che non mancano in ogni angolo e schieramento, a svettare è sicuramente una certa prassi che ha nel modello Lombardia di Maroni e nel modello Milano di Sala gli esempi più efficaci. Una azione di governo che si fonda sulla meticolosa gestione e distribuzione del potere al di fuori delle ideologie e dei tradizionali steccati, volta esclusivamente al fare, al raggiungimento dei risultati e che non può prescindere dal leader è la cifra dello stile lombardo e milanese. E che produce risultati chiari e visibili, sui quali si può discutere all’infinito, ma ci sono. Una ipoteca non da poco sul sentiero sempre più stretto e tortuoso verso le elezioni politiche e il discorso ovviamente vale per tutti gli schieramenti. Il dossier Brexit è un buon inizio, vedere le istituzioni lombarde al centro del gioco e con il Governo, volente o nolente, a supporto potrebbe essere una svolta non solo di stile, ma anche di concretezza dopo decenni di disinteresse nei confronti del Nord. Perché non rimanga un fuoco di paglia occorre dare a questa manovra lobbistica uno spessore e un profilo politico e soprattutto creare intorno forte consenso. Il referendum sull’autonomia della Lombardia, che con molta probabilità si terrà ad ottobre, è lo strumento ideale. E’ ovviamente la bandiera di Maroni e del centrodestra, ma per funzionare come strumento di consenso deve essere condiviso anche altrove. A sinistra qualcosa si muove, solo per mero opportunismo e per l’inevitabilità dello scorrere degli eventi, si dirà, ma è già qualcosa.

 

Immagine: Walter Lazzaro, Invito alla solitudine, 1974

 

Fare ordine in una biblioteca è sempre una operazione complessa, talvolta fastidiosa, richiede tempo, pazienza e fatica, ma spesso e volentieri si rivela un appassionante e inaspettato viaggio nei ricordi tra documenti, appunti e libri dimenticati. La stessa cosa che succede quando in giro ci troviamo per caso a leggere lapidi, targhe e iscrizioni di periodi del lontano passato e che ricordiamo a mala pena. A me è recentemente capitato di vivere entrambe queste situazioni, ho trovato infatti un libro semidimenticato in un ripiano di una polverosa libreria e che tratta appunto di lapidi e iscrizioni commemorative. Per la precisione quelle che si trovano sotto i portici di Palazzo Estense a Varese, oggi sede, per chi non lo sapesse, del municipio. Chissà quante volte noi varesini siamo passati da quelle parti e tra un ufficio e l’altro, distratti e pensierosi, abbiamo lanciato qualche sguardo incuriosito e fuggente a quelle più o meno antiche pietre. Ma forse non le abbiamo mai lette veramente con attenzione e interesse. Questo volume ritrovato, "Il lapidario di Palazzo Estense a Varese. Storie di uomini e di eroi", a cura di Serena Contini, Comune di Varese, 2011, è uno spaccato interessante della storia di alcuni illustri varesini, e non solo, dal soldato della patria Giuseppe Ossola, vittima dell'Austria nel 1849, fino al capitano di mare Felice Orrigoni, senza dimenticare Giacomo Limido, Federico Della Chiesa e, venendo a tempi a noi più vicini, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, vittime della violenza mafiosa. Un volume che rappresenta quanto di più utile e agevole ci può essere per conoscere illustri personaggi quasi tutti varesini e di cui in verità poco conosciamo o ricordiamo. Uno stimolo quindi a tornare sotto i portici di Palazzo Estense con un occhio più attento alla nostra storia. Il libro si consulta facilmente scartabellando tra le ben curate schede che possono tranquillamente fungere da base per ricerche storiche e biografiche più approfondite e che ognuno di noi potrà sviluppare in seguito secondo i propri interessi e obiettivi. Insomma, un’ottima guida su questo relativamente piccolo spicchio di patrimonio pubblico varesino. Giuseppe Armocida e Robertino Ghiringhelli, noti e apprezzati storici varesini, nella prefazione ci danno la giusta inquadratura per approfondire questa gradita riscoperta: “il lapidario di Palazzo Estense è storia viva di un territorio e del suo particolare legame con le vicende italiane. Rappresenta, quindi, un ideale e fisso osservatorio di come interagiscono i diversi momenti e personaggi dello Stato e della società nonchè delle autorappresentazioni di parte, grazie ai quali le istituzioni ricercano una continua legittimazione sociale e culturale". Buona passeggiata….

Strana città Varese, con un centro storico di relative ridotte dimensioni e una vasta periferia o semiperiferia disseminata di tante castellanze e frazioni, quasi tutte un ricordo di quando questi borghi contigui erano comuni autonomi, inglobati poi nel nuovo capoluogo quasi un secolo fa. Il rapporto complicato tra centro e periferie, spesso dimenticate, è un problema vecchio come la Varese capoluogo. Una querelle che si trascina da decenni e che a fasi alterne è stata anche occasione di aspri confronti politici conditi da inevitabile campanilismo. Sono però le frazioni più piccole o più lontane quelle che fatalmente pagano o hanno pagato dazio al disinteresse, scontando alla fine evidenti condizioni di abbandono che sono sotto gli occhi di tutti. Bregazzana è forse l’esempio più chiaro. La ridente frazione montana all’imbocco della Valganna ha un interessante nucleo storico abbarbicato intorno alla parrocchiale di San Sebastiano e quasi interamente rivolto nella direzione di Induno Olona. La storia di Bregazzana è legata infatti a quella di Induno, ma nella ricomposizione del territorio per farne il comune di Varese, è finita appunto nel capoluogo. Il borgo ha il caratteristico aspetto degli abitati rurali e di montagna, ci vivono oggi poche famiglie che tenacemente resistono su questo cocuzzolo panoramico un po’ fuori mano. E’ punto di partenza per escursioni nelle vicine Prealpi varesine, dal monte Chiusarella alla Martica, domina dall’alto la birreria Poretti, oggi Carlsberg, con lo storico e inconfondibile stabilimento in stile liberty e la villa padronale anch’essa liberty. Chi si ferma nel paese non può sottrarsi alla visita del cimitero dove si trova la celebre tomba monumentale ed esotica di Angelo Magnani, di epoca liberty, in pietra di Viggiù e attraversata da un curioso elefante in bronzo. La chiesina di san Sebastiano, che ricordiamo essere patrono della polizia locale, è modesta, ma conserva nella parte più antica l’altare maggiore con interessanti marmi lavorati e la pala dei primi del seicento probabilmente opera del Mondino, allievo del Morazzone, che rappresenta la Madonna col Bambino e i Santi Sebastiano e Carlo Borromeo. Nella cappella di sinistra c'era una suggestiva tela raffigurante Maria Consolatrice, opera del 1590, di chiara scuola lombarda, integrata da interventi pittorici successivi. C'era perchè è stata trafugata nel 2002 e mai più ritrovata. La piazzetta antistante la chiesa e con balconata belvedere su Induno è stata intitolata anni fa al parroco don Ernesto Essi che visse per ben sei decenni a Bregazzana, dal 1900 al 1960 per la precisione. Una veloce ricognizione del borgo denota immediatamente lo stato di abbandono di strade e opere pubbliche, la segnaletica d'epoca o inesistente, evidentemente segno di atavico disinteresse. Una condizione aggravata dalla chiusura da tempo immemore della bretellina che porta ad Induno, come noto non percorribile a causa di cedimenti del terreno e frane. Rimane l’unico collegamento con Sant’Ambrogio, una strada decente, ma costellata di curve e strettoie dove spesso e volentieri si incastrano grossi camion che chissà come finiscono da queste parti. In un quotidiano locale proprio oggi si raccolgono le proteste della popolazione che dopo essere stata rassicurata da svariate promesse in campagna elettorale l’anno scorso per ora non vede muoversi nulla. Nel silenzio e nel disinteresse c’è però una buona notizia, finalmente si lavorerà per riattivare la circolazione nella via per Induno sollevando il paese dall’incubo isolamento. Ma è un intervento a vasto raggio quello che la gente chiede. Vivere in una frazione montana non deve essere una iattura, ma una condizione identica a quella di chi abita in centro. Così si racconta nelle corti di Bregazzana.

 

L’occasione per parlare, o meglio riparlare, delle potenzialità, della attrattività, degli asset e dei successi di Milano è stata offerta da una iniziativa di alto livello di finanza internazionale tenutasi questa mattina nel Palazzo della Regione Lombardia. Non a caso in questo luogo simbolo, perché la Regione è indubbiamente vista sempre di più in Italia e nel mondo come il baricentro del sistema lombardo e non solo per quanto riguarda lo stimolo al dibattito costruttivo sul futuro immediato della metropoli, ma anche appunto per la concretezza delle proposte e dei fatti emersi in questi recenti anni. Il messaggio uscito da questo evento è tutto un programma, "se il mondo sapesse di Milano, Milano sarebbe in cima al mondo", uno slogan appropriato per lanciarsi verso la “Milano Capitale Europea della Finanza”, un obiettivo che sta finalmente creando sistema, sul modello di expo. Nel corso della mattinata è stato presentato il “Global Financial Centres Index" contenente uno studio EY sui fattori strumentali per "Milano the new financial centre" e il GFCI 21, Global Financial Centres Index, indice sulla competitività delle piazze finanziarie internazionali, pubblicato, sin dal 2007, dal think tank della City Z/Yen, direttamente dalla City di Londra. Dati e riflessioni che assumono ancora più importanza dopo i fatti del 2016, Brexit e vittoria di Trump, con le inevitabili ripercussioni sulle piazze che contano. Milano compresa e che non sta a guardare per cercare di ricavarne il migliore tornaconto a beneficio della crescita economica e sociale.

"Milano già eccelle nei fattori strumentali. Dopo le riforme di Governo e Parlamento, è diventata una delle piazze finanziarie europee più competitive grazie al provvedimento sull'attrazione dei cervelli (relatore Pagano), la cooperative compliance, il tutor amministrativo, il patent box, l'arbitro per la conciliazione finanziaria istituito presso la Consob e il protocollo arbitrale Select Milano-Corte Arbitrale Europea", afferma Maurizio Bernardo, presidente Commissione Finanze della Camera e in prima linea sul dossier “Milano”.

"La proposta di legge di Bernardo intende attribuire all'area metropolitana di Milano un'ampia autonomia amministrativa, facendone una città a statuto speciale", aggiunge l'assessore regionale Massimo Garavaglia. "Milano deve ancora migliorare sul fattore reputazione. La mancanza di una struttura dedicata al marketing metropolitano non consente ai mercati di scontare appieno l'eccellenza della città - sottolinea Bepi Pezzulli, presidente Comitato Select Milano, impegnato in una vera e propria lobbying territoriale -. Per questo, è necessario attivare Finlombarda. La finanziaria regionale possiede competenze e strumenti per aggregare i processi relativi alla Brexit sul territorio e comunicare con i mercati in una serie di roadshows a Londra e New York".

In attesa di eccellere tra le piazze finanziarie che contano, Milano continua a macinare chilometri nella sua marcia verso la vetta. Dopo la Settimana della Moda che l’ha confermata al top del settore nel mondo, oggi si apre la settimana dell’arte con Miart e altro, poi si passerà al Salone del Libro e quindi al Salone del Mobile con relativo Fuorisalone. Senza dimenticare, perché no, il grande bagno di folla e il coinvolgimento sentito della popolazione nella recente visita del Papa e che ha fatto di Milano anche una ritrovata capitale spirituale e morale. Di settimana in settimana si rinnovano i successi. Un miracolo? No, semplicemente il saper mettere a frutto nei dovuti modi il migliore spirito milanese o ambrosiano che dir si voglia.

 

Alleghiamo comunicato dell'Assessore Massimo Garavaglia, pubblicato in serata, che integra il mio editoriale con alcune notizie interessanti

Garavaglia: Lombardia pronta a guidare cabina di regia per Milano capitale finanziaria europea

"Vogliamo scalare il piu' velocemente possibile la classifica di attrattivita' lanciando Milano come distretto finanziario in Europa e non solo. Abbiamo a disposizione strumenti regolatori: la Regione ha competenze dirette nell'ambito dei distretti industriali e in particolare in quello finanziario: gia' oggi a Milano ci sono 120.000 operatori finanziari. Potremmo fare una legge regionale ad hoc, cosi' come abbiamo fatto per spingere sulla Ricerca, anche per lanciare Milano come polo finanziario". Cosi' l'assessore regionale all'Economia, Crescita e Semplificazione della Regione Lombardia Massimo Garavaglia intervenendo a Palazzo Lombardia al convegno internazionale sul tema 'Milano capitale europea della finanza presenta il Global Financial Centres Index'.

MILANO ATTRATTIVA PER INVESTITORI INTERNAZIONALI - "Dopo le riforme intraprese da Parlamento e Governo su input del Comitato Select Milano, Milano e' oggi una delle piazze finanziarie europee piu' competitive - ha dichiarato l'assessore Garavaglia -: il decreto Pagano sull'attrazione dei cervelli, la flat tax, la cooperative compliance, il tutor amministrativo, il patent box, l'arbitro per la conciliazione finanziaria istituito presso la Consob e il protocollo arbitrale tra Select Milano e la Corte Arbitrale Europea, rendono il capoluogo lombardo estremamente attraente per gli investitori internazionali".

MARKETING TERRITORIALE LEVA STRATEGICA - "Regione Lombardia si pone come regista di questa operazione - ha proseguito Garavaglia - insieme al Comune di Milano: sul marketing territoriale possiamo fare molto". "Da milanesi - ha spiegato l'assessore Garavaglia - facciamo talvolta fatica a renderci conto di che cosa sia Milano: a due ore d'auto si raggiunge il mare, in Liguria, in due ore di treno si puo' andare a Venezia o a Firenze, con un'ora d'aereo si atterra in Sardegna o in Sicilia. Quindi non solo un distretto finanziario ma un posto dove si sta bene".

PIU' AUTONOMIA PER SCALARE CLASSIFICA - "Abbiamo tutte le carte in regola per scalare questa classifica - ha sottolineato Garavaglia riferendosi al ranking sull'attrattivita' -: la potenza di Milano come Citta' Metropolitana e autonoma e la Regione Lombardia con i suoi gradi di autonomia che vogliamo spingere oltre, serve proprio a questo: rendere il nostro centro finanziario ancora più attrattivo in Europa e nel mondo".  

MERCOLEDI' A LONDRA CON MARONI, SALA E PADOAN - "Adesso dobbiamo mettere a sistema gli strumenti che abbiamo a disposizione - ha concluso Garavaglia - mercoledi' non a caso, saremo a Londra con il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il Presidente Roberto Maroni e il Ministro all'Economia Pier Carlo Padoan. Spero che questo sia il primo di una serie di viaggi fruttuosi".

"SE IL MONDO SAPESSE DI MILANO..." - "Se il mondo sapesse di Milano, Milano sarebbe in cima al mondo" e' il messaggio della City di Londra, che il 'Global financial centre index' (GFCI) ha Lanciato oggi alla platea dell'importante appuntamento internazionale.

PIAZZE FINANZIARIE INTERNAZIONALI A CONFRONTO - Il GFCI e' pubblicato dal think thank della City Z/Yen dal marzo 2007, a seguito di una ricerca sulla competitivita' delle piazze finanziarie internazionali e il suo obiettivo e' di esaminare i maggiori centri finanziari globali, per rilevare eventuali variazioni di priorita' e preoccupazioni dell'industria finanziaria in periodi di instabilita' economica.

IL RUOLO DI FINLOMBARDA - "Abbiamo la nostra finanziaria regionale Finlombarda - ha concluso Garavaglia - che si e' trasformata in banca territoriale e ha la capacita' di mettere sul piatto investimenti consistenti anche nel breve periodo: fino a 2 miliardi di euro. Lo vogliamo fare".

 

 

E dire che Davide Galimberti, oggi sindaco varesino, aveva addirittura promesso ai tempi della campagna elettorale la balneazione del lago di Varese. Una incauta e superficiale dichiarazione dal sen sfuggita in un momento sicuramente teso ed infuocato, ma tant’è. Quella proposta la poteva però formulare solo chi non è al corrente della complessa e infinita storia dell’inquinamento del lago più amato dai varesini, una storia, come noto a tutti, dalla difficile risoluzione almeno in tempi brevi. Ma fece discutere quella sparata, non sorridere, era infatti un prologo di tristi presagi. I più attenti e prudenti avevano già immaginato la futura deriva della Varese “sinistra” che di lì a poco avrebbe preso le redini di Palazzo Estense. E a quasi un anno dall’insediamento, il bilancio annovera promesse mancate o realizzate in parte, ritardi, situazioni involute, problemi elusi, che fanno mordere le mani ai tanti nel centrodestra che furono non molto attivi nella parte finale della campagna elettorale, per usare un eufemismo, per non parlare degli interrogativi foschi sul futuro immediato del governo della città che un po’ tutti cominciano a porsi. Ma torniamo ad oggi. Le opposizioni sono diverse anche per stile, come ovvio che sia. Forza Italia, rappresentata in consiglio da tre esponenti, è nota per le continue iniziative incalzanti e che non tralasciano nulla, ma forse i botti più forti vengono dall’esterno di Palazzo Estense, dal partito e dai tanti militanti attivi sui social o nei vari ambiti di impegno sociale in città. In barba al profilo moderato del partito, i toni crescono di livello, la polemica infuria ed è facile prevedere un salto di qualità nel confronto politico. Difficile stare dietro le quotidiane mitragliate di parole e dichiarazioni, ma l’ultima di Roberto Leonardi, battagliero coordinatore cittadino, è di quelle che lasciano il segno e che appunto mirano ad alzare il livello del confronto. «Non serve un referendum sul suo stipendio ma sulle sue dimissioni» è l’incipit di una intervista rilasciata a La Prealpina ieri. Per i distratti, ricordiamo l’antefatto galimbertiano e che fa il paio con la bonifica del lago di Varese. A suo tempo, preso da improvviso afflato populista come va di moda oggi, l’attuale sindaco propose un referendum sul suo stipendio, chiedere ai varesini un giudizio sul suo salario. Di quella proposta, obiettivamente inutile, per ora se ne sono perse le tracce, ma tanto basta per innescare la bomba dimissioni. Leonardi si fa portavoce del partito, ma anche della città che comincia a chiedere il conto a chi l’amministra da circa un anno. Basta farsi un giro tra la gente, nei social, nei bar, nel sociale per collezionare facilmente rosari di mugugni e proteste. Nel silenzio del sindaco, nelle risposte di maniera di tanti altri, nelle recite a soggetto in consiglio comunale. «In questo modo – continua l’esponente azzurro nella intervista a La Prealpina - il sindaco arricchisce i malumori e i fallimenti politici che la sua giunta, con rara maestria, sta collezionando in soli nove mesi di mandato: ordinanze antibotti e antibivacco fallite, aumento delle tariffe degli asili con le associazioni dei genitori in rivolta, aumento delle tariffe dei parcheggi e della Cosap, dove pure i commercianti si stanno ribellando. E ancora: il progetto Stazioni è solo virtuale, Varese è sempre più sporca e buia, la sicurezza è fuori controllo, c’è un silenzio assordante sul caso Molina e la cultura è ridotta a marketing, con l’idea di pagare una figura professionale per il brand Varese». Un flop che porta alla inevitabile conseguenza politica, secondo Leonardi: «così tante scelte errate in così poco tempo e la responsabilità politica che ne segue devono avere come conseguenza non il referendum sullo stipendio del sindaco, ma le sue dimissioni». Più chiaro di così!

 

Tutte le strade (ri)portano ad Arcore. Dagli aut aut agli et et con alcuni blandi paletti è stato un attimo. Tra popolarismo e populismo pare proprio che la ricerca della quadra sia vicina. E nessuno onestamente si sarebbe aspettato un esito diverso, la politica ha le sue logiche, le sue regole, le sue inevitabile liturgie, i suoi tempi di maturazione e, questioni tecniche legate alla legge elettorale escluse, è chiaro come il sole a tutti che se il centrodestra vuole vincere, al voto ci deve andare unito. I blandi paletti riguardano la tassativa esclusione di qualche traditore seriale da ricercare tra le fila dell’ex Ncd o dalle parti dei transfughi forzisti folgorati sulla strada di Firenze dalla meteora renziana. Per il resto, tutti a bordo, tutti assieme appassionatamente anche turandosi il naso e senza farci troppo caso. Lo stesso ambizioso Salvini ha dovuto far buon viso a cattivo gioco, ovvero accettare l’idea della “federazione” dei partiti che dovranno dare vita alla futura coalizione che si presenterà alle elezioni, limitandosi a chiosare “ma niente minestroni”. Berlusconi garante e tanto basta. Il Matteo padano ha fatto i quattro banalissimi conti che un qualsiasi politico anche dell’ultima ora è in grado di fare. Con il 13%, con la difficoltà ad emergere al sud e soprattutto senza un soldo non vai da nessuna parte. L’ex Cavaliere invece garantisce proprio quello che Salvini non ha, con l’aggiunta di una ritrovata buona salute politica derivante dal riflusso moderato su scala europea. Il motore della ventata populista comincia a battere in testa, Trump non decolla tra errori e gaffe, in Olanda gli xenofobi non hanno sfondato e medesima sorte attende, almeno stando ai sondaggi, la Le Pen in Francia. Il “rieccolo” di Arcore probabilmente passerà la mano per evidenti ragioni di età, ma rimane il Deus ex machina della coalizione, colui che alla fine benedirà tutte le scelte che contano. Molto più di un padre nobile moribondo come qualche incauto tirapiedi ha lasciato intendere mesi fa, vedasi Giovanni Toti per dirne uno. Il ritorno all’ovile di Salvini fa il paio con le certezze del modello Lombardia di Roberto Maroni seguito a ruota dal collega Luca Zaia. Troppo rischioso per Salvini perseguire una linea in autonomia, il rischio ormai chiaro era quello di perdere la Lega ancora di prima di incamerare una eventuale nomination a candidato premier. Berlusconi, realista e pragmatico, rimasto senza idee e programmi, spera che per proprietà transitiva, sull’onda dell’entusiasmo dell’unità ritrovata, rispuntino iniziativa, progetti e soprattutto uomini e donne disponibili ad avventurarsi in questa nuova tornata politica. Come detto, tanti saranno gli esclusi, per età, logorio, scarsa lealtà, alcuni saranno tagliati fuori solo simbolicamente e saranno verosimilmente traghettati nel nuovo corso grazie ai soliti Caronte che si prestano al gioco. Rivoluzione Cristiana dell’eterno traghettatore Gianfranco Rotondi è uno degli esempi più indiscutibili. Altri finiranno in Energie per l’Italia per ridarsi una verniciata di nuovo. Il primo della serie a fare outing è stato Maurizio Sacconi, ma la lista sarà molto lunga e variegata. Nella speranza che al “giapponese” Parisi qualcuno ricordi che la guerra è finita e che si deve saltare tutti sullo stesso carro e spingere di conseguenza tutti insieme. Ma ci sarà tempo, per ora siamo alla cronaca, per le strategie se ne riparlerà solo dopo l’imminente, anche se ancora non convocato, incontro-accordo Salvini-Berlusconi. Che lo spettacolo abbia inizio.

 

La lunga marcia verso le elezioni politiche e regionali del 2018 segna una ulteriore tappa di avvicinamento nel weekend di metà marzo quando si svolgerà l’Assemblea nazionale del Ncd. Un evento solo apparentemente secondario, in realtà foriero di interessanti indicazioni per chi ha intenzione di percorrere la via del centro per la rigenerazione del centrodestra. L’esperienza del Ncd è sostanzialmente chiusa, sarà pertanto importante monitorare umori, tendenze e obiettivi soprattutto della parte lombarda di quel piccolo partito. I lombardi sono stati sempre un partito nel partito, a Milano infatti sono alleati del centrodestra e funzionali al disegno regionale maroniano mentre a Roma, come noto, sono al governo con il centrosinistra. Dimenticandosi di Roberto Formigoni, obiettivamente ormai da considerare un ex politico, tralasciando Maurizio Lupi, ancora in cerca d’autore, è sicuramente il varesino Raffaele Cattaneo l’elemento più in vista e non solo perchè siede sullo scranno del presidente del consiglio della Regione. E’ in nuce un redivivo asse del Nord di impronta maroniana, cementato dalla oculata gestione e distribuzione del potere e che vede nei centristi cattolici una importante stampella. Come ribadito dallo stesso Cattaneo da sempre e fino alla noia, i centristi stanno con Maroni e con il centrodestra ovunque in Lombardia. Interessa  però fino ad un certo punto il futuro degli uomini del fu Ncd, interessa capire chi potrà offrire spazio e motivazioni ad un vasto segmento elettorale volubile, liquido, tendente però facilmente all’astensione per mancanza di proposte credibili e innovative. Ci sta tentando Stefano Parisi, Energie per l’Italia ha veramente mosso le acque, i contenuti sono di spessore, le proposte interessanti e concrete, ma c’è il grande limite dello stare fuori dai partiti, di vedere la compagine dell’attuale centrodestra come una controparte, di essere in sostanza contro i partiti attuali dello schieramento. Il rischio isolamento è concreto in questa esperienza, sembra di vedere l’ennesimo partitino utile alla bisogna, ovvero al sostegno della visibilità e del peso del suo leader. E’ partito da Milano Parisi, un simbolo appunto, poteva essere questo uno stimolo concreto alla rigenerazione del centrodestra, partire dal modello Lombardia ed invece è stata preferita una strada in autonomia. Mentre oggi al centro c’è bisogno di mediazione, sintesi, costrutto, addirittura pacificazione degli animi, gli strumenti che guarda caso sono tipicamente a disposizione dei politici navigati, evidentemente proprio quelli mal tollerati da Parisi. Tra questi appunto c’è Cattaneo che si muove in sintonia con Maroni, ma ce ne sono tanti altri in Lombardia, nel territorio. Per rimanere nel varesotto, come non ricordare l’attivismo del forzista Nino Caianiello. L’attenzione è ovviamente concentrata su Forza Italia, il vero e proprio convitato di pietra, senza di lei il discorso cade e lo stesso modello Lombardia non sta in piedi. Stiamo sempre parlando di centro, ovviamente. Una Forza Italia che sta ritornando centrale come spazio politico, anche se oggi, va detto, è più una brand che uno spazio politico. La lezione delle recenti elezioni olandesi insegna. Quando le forze liberali badano al sodo, al pragmatismo, quando stanno lontane dalle ideologie e mirano al fare e al risolvere, la deriva populista indietreggia. Il populismo in questa fase di profonda crisi sociale, economica, politica ed europea è suggestivo in prospettiva elettorale, ma non determinante nel momento stesso in cui la gente va alle urne se non accompagnato da proposte costruttive e progetti politici seri e fattibili. Nel momento in cui l’area moderata lo capirà per davvero allora e solo a quel punto si aprirà la questione leadership nazionale, quella leadership che altrove, in Lombardia, è già definita, con Maroni, dando un oggettivo abbrivio ai moderati di questa regione. E i vari Cattaneo e Caianiello l’hanno capito benissimo. Opzione sovranista oppure opzione liberale, populismo o pragmatismo? Da un aut aut a un et et. Ingredienti che dovranno per forza trovare una sintesi nei programmi e nelle persone per costruire una solida alleanza altrimenti la partita sarà solo tra centrosinistra e grillini.

 

L’ultimo della serie a Milano a calare definitivamente le serrande è il ristorante “Al Cellini”, ha chiuso dopo 35 anni di onorata carriera nell’affollato parterre meneghino. Il nome del locale deriva dalla via Cellini dove appunto il ristorante era ubicato, all’angolo con via Archimede. Di questo posto, da me frequentato pochissime volte, ricordo perfettamente una prelibata carbonara di mare, degustata d’estate a metà anni novanta con mio papà, mia mamma e mia zia. Era infatti un classico ristorante di pesce, di quelli che non mancavano di sicuro nella tabella di marcia degli appassionati del genere. Una location come tante, era riuscito però nel tempo a crearsi una solida clientela anche nel mondo dei vip, dallo spettacolo allo sport passando per la moda. Sono tanti i locali storici o quasi che a Milano, come penso in qualsiasi altra città, chiudono. E non per motivi di mancata successione, di ricambio, di continuità. Quasi sempre le ragioni sono economiche, storiche o legate ai trend del momento, sempre più rapidi e sfuggenti, che rendono superati i locali della tradizione o semplicemente quelli più agè. La crisi morde, i costi crescono, gli affitti in molte zone centrali e semicentrali sono più che proibitivi per locali che vivono di un giro d’affari nella media. Ma spesso e volentieri questo è un alibi che nasconde l’incapacità di rinnovarsi, di adeguarsi ai tempi, di capire i cambiamenti. E la Milano dell’Expo ha dato la mazzata finale. Mentre da una parte il clima della manifestazione internazionale offriva grandi possibilità e opportunità, dall’altra come una ghigliottina, ha tagliato fuori dal mercato chi non ha capito le nuove esigenze e i rinnovati gusti alimentari, le tendenze e le richieste del melting pot della nuova metropoli sempre più contaminata da culture e abitudini di tanti popoli e turisti. Il pubblico chiede sempre di più qualità, professionalità, ma chiede anche qualcosa di diverso, di originale, direi addirittura di emozionante altrimenti non mette le gambe sotto il tavolo. E guarda altrove: street food, happy hour, apericene, locali etnici, eventi speciali, inaugurazioni e quant’altro domina anche con un tocco esotico la scena, un mantra innovativo ed inevitabile per una città che cambia velocemente. Una sfida evidentemente troppo importante per non essere presa in considerazione seriamente dagli operatori del settore. E i ristoranti tradizionali, quelli più restii a cambiare, sono in difficoltà. Al posto del “Ai Cellini” prenderà piede tra poco un locale di impronta siciliana, che nasce con l’idea di svecchiare l’offerta tra cocktail, piatti della tradizione e rivisitati, musica dal vivo. Sicuramente un cambio di registro che tiene conto di quello che scrivevo poco sopra e che chiunque può verificare andando in giro per locali a Milano. Recentemente sono capitato per caso in un ristorante cinese vicino a piazzale Loreto. Una location improbabile, non avevano nemmeno cambiato l’insegna del negozio precedente e che faceva tutt’altro, cucina tradizionale e pure piccantissima, personale che parlava più in cinese che in italiano, tocco esotico vero, qualità accettabile, prezzi onesti. Risultato? Pienissimo e fila fuori, clientela variegata, pure due noti signori con cravatta e fazzolettino verde.

 

Due sono le sindromi del malessere che affligge il sistema politico nostrano in questa prima parte del 2017. Capire la diagnosi significa identificare con quasi certezza vincitori e sconfitti delle prossime elezioni politiche. Si tratta della sindrome del vicolo cieco e della sindrome della panna montata. Nel primo caso, chi ne viene colpito è destinato a perdere, a schiantarsi contro il muro alla fine del vicolo, nel secondo caso, c’è un bersaglio degli attacchi concentrici degli altri, di tutti, ma costui è destinato alla vittoria o a giocarsela con molte più frecce nella faretra rispetto alle proprie reali possibilità, competenze e disponibilità. Il vicolo cieco è la prospettiva che hanno di fronte i sovranisti di Salvini e i comunisti col Rolex dell’odierno Pd in crisi d’identità. Uno scenario figlio dei successi elettorali del M5S. Di fronte al vicolo cieco in cui il grillismo sta spingendo i partiti, il sistema, o come si dice oggi l’establishment, un magma dai confini indefiniti, ma in cui tutto si tiene, e di conseguenza conviene, per cercare di difendersi mette in piedi un rimedio che serve allo scopo come un farmaco sbagliato per una grave malattia, genera una nuova sindrome. La sindrome della panna montata, quando monti la panna, tornare indietro allo stato liquido è impossibile. Il nemico giurato è il M5S, piuttosto che combatterlo con le armi tradizionali della politica, della dialettica e dei contenuti, lo si fa bersaglio costante di attacchi virulenti, spesso e volentieri scorretti, non veritieri, subdoli. Una tenaglia di media e partiti che non fa altro che montare la panna e di conseguenza un movimento che veniva accreditato di uno zoccolo duro intorno al 27/30% rischia di essere portato facilmente al 40% o comunque essere messo in condizione di vincere alle elezioni al di là dei suoi reali meriti. E la continua reiterazione del sospetto di star creando una legge elettorale contro il M5S è solamente un corollario al teorema, la ciliegina sulla torta, o meglio sulla panna montata. Lo sapeva benissimo Gianroberto Casaleggio che di comunicazione ne capiva, lo stanno capendo sulla propria pelle gli odierni epigoni del M5S. Lo stesso Di Maio, non ricordo dove l’ho recentemente letto, ha detto che Roma è servita da lezione. Mai più ad elezioni di quel livello senza la presentazione di una squadra in anticipo, prima del voto. Se alle politiche il M5S si dovesse presentare agli elettori non solo con l’indicazione di un premier, ma addirittura con una compagine per governare, spunterebbe le armi avversarie che del caso Roma ne faranno sicuramente un simbolo in campagna elettorale. E se i cinquestelle dovessero mettere insieme nomi di un certo peso, altro che 30%, gli attacchi avversari serviranno solo a montare la panna. Da destra si risponde con la discesa in campo sovranista di Salvini ben radicata nel lepenismo, un 13% da sondaggi, voto inutile, un caso redivivo di voto congelato di missina memoria, inservibile, un vicolo cieco appunto. A Sinistra si assiste all’effetto contrappasso del renzismo. Sinistra di potere, radical chic, oggi pure divisa, europeista nel modo sbagliato, statalista, il classico vitello grasso da sacrificare sull’altare del populismo, grillino o di altro conio che sia. Un vicolo cieco, appunto. Da sinistra le altre risposte sono al momento fumose, eccessivamente di minoranza. Da Destra invece potrebbero arrivare delle sorprese che scompaginerebbero un quadro oggi piuttosto cristallizzato. Ad esporsi sono al momento i matusalemme della fu coalizione del centrodestra, Berlusconi e Bossi. Ma è chiaro che stanno facendo i fiduciari di un disegno che li vedrà nel ruolo di ispiratori, di padri nobili, di tessitori di trame, ma non in prima linea per ragioni di età e di logorio politico. Un disegno di cui poco si sa, ma con contorni via via sempre più definiti, che parte dal modello Lombardia e che abbraccia culturalmente la Lega nordista, l’area liberale della Forza Italia prima maniera e tantissimi cani sciolti di svariata provenienza, ma in crescita di adesione costante. Un progetto che taglierebbe fuori la destra salviniana, la Lega cerchiobottista, ovvero di quelli che predicano autonomia un giorno e sovranismo un altro, i forzisti banderuole al vento come Toti, i ruderi politici e quant’altri non hanno più o non hanno mai avuto un contatto con i territori, con la realtà. A latere di questo disegno prende forma il progetto di Stefano Parisi, sicuramente di alto profilo, innovativo, qualcuno però dovrebbe spiegargli che Forza Italia, la Lega e quant’altri nel centrodestra non sono avversari irriducibili, ma potenziali alleati con i quali urge una sintesi. Altrimenti si infila anche lui in un vicolo cieco.

 

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Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

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