• Varese, tutte le novità per il Premio Chiara 2017
    Varese, tutte le novità per il Premio Chiara 2017 Sul lago di Varese, nel suggestivo Isolino Virginia, presso il Ristorante Tana dell’Isolino, la sera di venerdì 23 giugno sono stati annunciati alla stampa i primi vincitori del Festival del Racconto - Premio Chiara 2017, promosso dall’Associazione “Amici di Piero Chiara” con il sostegno di Regione Lombardia, Repubblica e Cantone Ticino, Provincia di Varese, Comune di Varese, Comune di Luino, Camera di Commercio di Varese e Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus, presenti numerose autorità come l’assessore alla Cultura del Comune Roberto Cecchi, l’assessore regionale Francesca Brianza e il questore Giovanni Pepè. Padrona di casa come sempre Bambi Lazzati, vera e propria anima del Premio. La prima citazione è per il vincitore della ventesima edizione del Premio Chiara alla carriera, Valerio Massimo Manfredi, studioso e ricercatore dell’antichità e uno dei massimi…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Capita che a scoprire l’acqua calda ci si scotti. Ed è quello che è successo a Mauro Gregori, consigliere comunale in quota centrosinistra a Varese e quindi militante e sostenitore della compagine del sindaco Davide Galimberti. Per la cronaca, Gregori fu eletto nella Lista Galimberti, una lista rassemblement di varie sensibilità e che ha già visto perdere un pezzo per strada, ovvero il notaio Andrea Bortoluzzi, dimessosi poche sedute dopo l’insediamento per questioni analoghe. Il disappunto, la delusione, l’inutilità del proprio ruolo, i dubbi, i mancati traguardi, gli obiettivi disattesi, la faciloneria nel promettere, le esibizioni di arrivismo, Gregori li ha riversati in un lungo post scritto su facebook e che pubblico più sotto. Gregori non è uno sprovveduto, un dilettante e tanto meno un invasato. L’ho conosciuto in campagna elettorale e l’impressione fu quella di trovarmi di fronte ad un “civico” vero, chiaramente politicamente schierato e militante, ma sempre con l’obiettivo di rendersi utile alla città sui mille fronti che lui stesso aveva aperto in tanti anni di social e blog. L’obiettivo di voltare pagina dopo più di vent’anni di Forzaleghismo ha probabilmente ottenebrato le consuete capacità di giudizio e di analisi di molti candidati come lui che hanno sorvolato su tante questioni anche personali e che poi puntualmente sono esplose come una bomba ad orologeria, come riportato dettagliatamente nel post. Per quanto mi riguarda, pur non essendo un politicante, il primo anno di Galimberti lo vivo con un certo fastidio. Estremizzando direi che non m’importa il colore del gatto, quello che m’importa è che acchiappi il topo. Poi dopo cinque anni si giudica. Vedere invece una città allo sbando e con un palese problema di leadership non se lo augura nessuno, nemmeno chi questa maggioranza non l’ha votata. Non entro nel merito delle questioni sollevate da Gregori, anche perché sono molto chiare e proprio per questo si commentano da sole, sottolineo di nuovo il problema dei problemi. Chi governa la città oggi, e non mi riferisco solo al sindaco, non ha lo standing per governare. E non è solo una questione di competenze specifiche, che in alcuni casi ci sono anche, ma proprio di capacità, skill di governo. I limiti ben descritti da Gregori sono piuttosto comuni a tante realtà, forse sono ineludibili, ma sicuramente gestibili meglio. Governare significa agire per pesi e contrappesi, sia nella gestione del potere sia nell’amministrazione e avendo come obiettivo solamente il “fare”. La sindrome del sinedrio autoreferenziale è un virus letale e in questa maggioranza è sempre stato presente e malcelato fin dall’esordio, ma ora pare aver superato il limite di tolleranza e sopportabilità. La gestione delle nomine è stata un rosario di autogol, il primo anno di amministrazione si conclude in un nulla di fatto amministrativo, la maggioranza è sfilacciata, la città è visibilmente ferma, i problemi dell’anno scorso sono ancora tutti lì, peggiorati. In confronto, il tranquillo e flemmatico Fontana degli ultimi tempi sembra un campione di dinamismo. Per non parlare della scarsa empatia nei confronti della città, per tacere dell’arroganza, basta leggere i social e parlare con la gente, mai vista una situazione simile in passato. Che se ne traggano quindi le dovute conseguenze per il bene di tutti, e non mi riferisco a Gregori ovviamente, per non lasciare Varese in agonia per quattro anni ancora, non se lo merita.

                                                    

DIMETTERSI DA CONSIGLIERE COMUNALE?

di Mauro Gregori

Da tempo valuto se sia il caso di farlo, se impegnarsi a favore della collettivita' varesina, per la citta', abbia ancora un senso. Due anni fa dopo anni di allontanamento dalla politica ho valutato che Davide Galimberti potesse essere il "nuovo", la "voglia di rinnovamento", la possibilita' di scrollarsi di dosso anni ed anni di citta' immobile e senza prospettive. Cosi' come ho lottato per Galimberti con entusiasmo contribuendo insieme a tanti alla sua vittoria oggi devo purtroppo constatare che il collega Bortoluzzi, eletto all'interno della mia stessa lista la "Lista Galimberti", dimessosi da consigliere a tre mesi dalle elezioni avesse visto giusto. Il potere in citta' e' semplicemente passato di mano, ma il metodo non e' cambiato. Manca la passione, un progetto serio di citta' proiettata nel futuro... si procede a vista... si affidano a questo o a quel progettista le sorti della citta', senza capacita' di comprendere come sia possibile dare un volto ad una città asfittica e senza prospettive. L'ultimo esempio e' il progetto delle nuove stazioni, nessun indirizzo politico serio ma lasciato tutto all'improvvisazione. Stessa cosa vale per il "piano parcheggi" un salasso per i cittadini che hanno la "colpa" di lavorare in citta' e di non avere altri mezzi se non l'auto per recarvicisi. Si prevede addirittura di far scomparire circa 500 posti auto in Piazzale Kennedy, quando soltanto qualche mese fa lo stesso sindaco Galimberti, il sabato sera, volantinava in centro per convincere i cittadini ad asufruire proprio del piazzale per parcheggiare nei fine settimana. Ma cio' che e' piu' grave e' il fatto che le opinioni dei consiglieri e dei cittadini non vengono minimamente prese in considerazione, anzi a volte persino derise. Due/tre persone fanno le scelte, tutte le altre, giunta compresa ne prendono atto. Questa non e' democrazia, e' pura e semplice gestione del potere. La squadra anti degrado da me auspicata e che dovrei in qualche modo contribuire a gestire ha un budget di ben 1900 (millenovecento) euro nel 2017 in materiali, mancano le vernici, persino l'alcool per cancellare una scritta da un pannello. La commissione "spending review" non si fara' perche' metterebbe il naso ed inciderebbe su troppe rendite di posizione consolidate negli anni. Le partecipate comunali al 100 percento (Aspem reti ed Avt) non vengono minimamente messe in discussione. Abbiamo 800 dipendenti comunali e sono in programma altre 16 assunzioni (e solo 4 di vigili urbani categoria ormai in estinzione).... Di tanti dipendenti a tutt'oggi non conosco e non conoscero' nemmeno il ruolo. Mi piacerebbe saperlo ma come? Non so ad oggi quanti e quali mezzi abbia a disposizione il comune. Pero' con faciloneria chiediamo sacrifici ai cittadini prevedendo di far pagare loro un abbonamento mensile per parcheggiare in citta' al costo di 55 euro (colpa del cittadino lavorare a Varese e venirci in auto). I furbini invece continueranno a parcheggiare ovunque capita, basta non farlo negli spazi blu, usufruire del pass elargito con grande generosita' in passato... In altre citta' verrebbero certemente sanzionati... se invece mi infilo con l'auto nel cortile di un edificio scolastico, nei pressi della piscina comunale, su qualche area verde vicino al cimitero di Giubiano sono sereno... vigili pronti a sanzionarmi? Nemmeno l'ombra. Dico tutto questo nella speranza che qualcosa cambi e che le coscienze dei pochi/pochissimi che detengono il potere si sveglino. Ne dubito... e se non succedera' nulla saro' costretto alle dimissioni. Non sono piu' disposto ad avallare una politica che naviga a vista, senza prospettiva, gestita da pochi e che non accettano consigli, pareri e tantomeno consultano i cittadini. Al potere per arrivismo e calcoli personalistici o per Varese ed i varesini? Lo scopriremo a breve.

Non vi è alcun dubbio sul fatto che la vittoria di Emmanuel Macron in Francia sia foriera a breve di qualche conseguenza concreta sul sistema politico italiano alla ricerca del bandolo della matassa per affrontare le prossime elezioni politiche. “L’Italia è un’altra cosa, ma il voto francese conferma che le elezioni si vincono al centro”, sentenzia Silvio Berlusconi e, leggendo una sua intervista odierna a La Stampa, si percepisce chiaramente un posizionamento peraltro già noto da tempo, ovvero una sostanziale distanza da entrambi i candidati in lizza. Così Berlusconi: “Amo la Francia, ho studiato e lavorato a Parigi quando avevo vent’anni, sono convinto che abbiamo un destino comune scritto nelle radici latine, cattoliche, europee dei nostri due Paesi. Auguro ai francesi una presidenza in grado di affrontare le drammatiche questioni che oggi si pongono a tutte le grandi democrazie europee: l’immigrazione, il terrorismo, la disoccupazione, la stessa ricostruzione dell’Europa, la cui crisi potrebbe diventare irreversibile. La Francia rimarrà per l’Italia un partner irrinunciabile. La signora Le Pen è portatrice di valori e di una cultura che non sono le nostre, anche se rappresentano stati d’animo e sensibilità diffusi in larghi strati della popolazione in Europa. Sono sentimenti e ragioni che vanno rispettati e non possono essere sbrigativamente liquidati come populismo. Macron è un brillante tecnocrate che viene dalla sinistra, anche se ne sta innovando lo stile e il linguaggio. Ma questa non è la nostra cultura liberale”. Andando oltre le dichiarazioni di rito del momento, è chiaro però che la sconfitta della Le Pen sia una salutare boccata d’ossigeno per la parte centrista del centrodestra. Il declino lepenista e l’affievolirsi della spinta sovranista avranno come primo e forse unico effetto il ritorno al modello del centrodestra unico ed unito e qualsiasi ragionamento sulla futura leadership partirà di conseguenza dalla considerazione ineluttabile che la vittoria arriverà solo se si conquisterà il centro. Dando nel contempo per scontata l’appropriazione dell’immagine di Macron da parte della sinistra italiana, il suddetto ragionamento è ancora più calzante. A leggere le dichiarazioni sulla stampa di Salvini o della Meloni, si percepisce per ora prudenza e temporeggiamento dopo una sconfitta in gran parte messa in conto e da tempo. Difficile che Salvini si faccia ora trascinare sul terreno populista presidiato da Grillo, rischierebbe una ingloriosa fine politica anticipata, più probabile che per tornare in gioco rispolveri il vecchio Carroccio autonomista, che stemperi gli slogan anti euro e anti Europa degli ultimi anni, che smorzi i toni in generale anche sull’immigrazione per tentare di buttare sul tavolo l’ultima possibile carta per la conquista della leadership della coalizione, la corsa ad eventuali primarie con un profilo più moderato. Ma il nemico di Salvini, o comunque di qualsiasi leader all’interno di un recinto di partito o ideologico, è proprio il macronismo. Macron ha vinto perché è uscito perentoriamente e polemicamente dal partito carrozzone di Hollande, ha lavorato sodo e vinto facendo suo il voto utile contro il populismo di Le Pen, ha quagliato un fronte unitario e trasversale de-ideoligizzato. Se a questo aggiungiamo il fatto determinante che il candidato francese impersonava perfettamente e con tocco meritocratico una sintesi della classe dirigente che conta per davvero, ecco che l’integrazione degli ingredienti ha dato l’effetto ampiamente sperato, la vittoria. Renzi in questa logica parte favorito, potrebbe impersonare il Macron italiano e rintuzzare efficacemente le ventate populiste grilline e guadagnare prezioso terreno al centro a scapito del centrodestra, ma ha il piombo nelle ali, esce da un periodo difficile, costellato di insuccessi personali, politici, di governo e conta sull’appoggio di una coalizione tutt’altro che coesa. Nel centrodestra, se consideriamo come improbabile una piroetta di Salvini, il pallino è in mano ai centristi, in primis, o solo, a Silvio Berlusconi. Il profilo del leader che verrà, dopo le elezioni francesi, è quindi sempre più chiaro, contro Renzi occorrerà schierare un Macron liberale. Basta trovarlo.

Il 27 aprile è scattata a Milano una piccola rivoluzione del trasporto pubblico locale che non ha lasciato indifferenti i milanesi. Le ragioni aziendali dell’Atm da una parte e del Comune dall’altra hanno imposto per motivi di mero risparmio e ottimizzazione una riorganizzazione di alcune linee e orari per quanto riguarda soprattutto i mezzi di superficie. Alcune linee hanno cambiato infatti capolinea e percorso. La cosa sarebbe di per sé normale nella evoluzione delle tendenze della mobilità di una grande città, in più la rete tramviaria non viene ridotta, ma semplicemente riorganizzata. Ma c’è un ma! Sparisce il 23, una linea che è diventata nel corso dei decenni una vera e propria brand del tram meneghino. Dal valore storico e identitario, una narrazione che è cominciata ben 84 anni fa e che ha accompagnato, con il suo quotidiano sferragliare, generazioni di milanesi. Il percorso della linea è cambiato solo un paio di volte nel tempo, mantenendo però sempre inalterato il tragitto da Lambrate al centro. Originariamente collegava la stazione di piazza Bottini con il Duomo e da lì poi si dirigeva verso l’ortomercato facendo capolinea in via Monte Velino. Nei primi anni 80 ci fu la prima piccola rivoluzione dettata dalla chiusura del transito dei tram in piazza Duomo e il conseguente spostamento lungo la nuova direttrice tra il Verziere e piazza Missori passando per via Larga e infine pochi anni fa il dimezzamento del percorso limitato a Lambrate-Piazza Fontana. Ora il 23 sparisce del tutto, la sua tratta viene assorbita dal 19, un’altra linea storica che però ha avuto nel tempo più variazioni rispetto al 23. Il 19 collegava inizialmente Roserio con piazza Negrelli passando per il centro, ultimamente era limitata a Piazza Castello. Come il 23, anche il 19 è sempre stato operato con i caratteristici tram milanesi costruiti tra gli anni 20 e gli anni 50, icona del trasporto pubblico in città. Due simboli irrinunciabili e non solo per i nostalgici. Se a sparire fosse stato il 19 a vantaggio del 23 la situazione sarebbe stata identica a parti invertite. La fine del 23 non ha quindi lasciato indifferenti i milanesi. C’è grande rammarico tra gli habitué ed è comparsa persino una petizione online (su Change.org) che in due giorni ha già raccolto migliaia di firme: «La modifica del 23 cancella un simbolo storico per tutta la zona Est. Chiediamo che Comune e Atm cerchino una soluzione diversa, che mantenga il 23 sia nella sua forma (tram piccolo di legno) sia nel suo numero», così dicono i promotori della petizione. Le ragioni di chi ha pianificato questa riorganizzazione del trasporto pubblico saranno anche sacrosante, ma in una grande metropoli melting pot, crocevia di etnie e culture e sempre più tappa e destinazione del turismo internazionale, forse sarebbe altrettanto sacrosanto conservare piccoli e grandi simboli identitari per renderla più attraente, per distinguerla. E anche una gloriosa e storica linea tramviaria può servire allo scopo.

 

Alcuni amici e lettori mi hanno spinto a pubblicare anche su La Bissa un breve racconto che ho postato il 25 aprile scorso su Facebook in occasione della Festa della Liberazione. E’ vita vissuta, con qualche considerazione personale che spero venga letta come imparziale e neutrale.

La famiglia di mia nonna paterna, originaria di Canelli in provincia di Asti, non era di simpatie fasciste. Era una famiglia patriarcale di campagna, di tradizione culturale liberale ottocentesca, erano noti per essere antimonarchici e da sempre moderatamente anticlericali. E appunto mai fascisti e non facevano nulla per mascherarlo. I miei nonni vivevano però a Milano e nel 1941, viste le difficoltà e i disagi creati dalla guerra soprattutto per chi viveva nei grandi centri urbani, decisero di trasferirsi a Canelli nella tenuta agricola avita gestita dal fratello di mia nonna che lì vi risiedeva stabilmente. Proprio per essere antifascisti, erano presi di mira dai potentati locali che di tanto in tanto mandavano le camicie nere a razziare animali da cortile, attrezzi, vino e altro con le scuse più improbabili. Spesso il capetto e la sua squadraccia addirittura minacciavano mezzadri e manovali mettendoli contro il fratello di mia nonna. Durante la resistenza, che sulle colline del Monferrato e delle Langhe è stata una vera e propria cruenta guerra, vedere gli scritti di Beppe Fenoglio per farsene una idea, quel fascista lo trovarono una mattina lungo e disteso in una vigna con una pallottola in mezzo alla fronte. Liberazione? Macchè. Di lì a poco si presentarono alla porta i partigiani che, sapendo che i miei nonni non erano di simpatie comuniste e non facevano nulla per mascherarlo, li presero di mira per razziare animali da cortile, attrezzi, vino e altro e pretendendo pure la requisizione dei fienili e dei depositi agricoli per nasconderci i fuggiaschi e i ricercati, a rischio e pericolo dei miei nonni ovviamente. Il capetto dei rossi era sempre minaccioso, al posto della camicia nera, aveva il fazzoletto rosso, ma i modi erano gli stessi. Con una inclinazione alla farsa. Profetizzava, con fare tronfio, la vittoria dei comunisti dopo la rivoluzione, come la chiamava lui, e la nascita di una società egualitaria in cui quello che oggi è tuo sarà anche mio. Almeno a metà, pontificava magnanimo. E quindi riteneva di avere la coscienza a posto mentre rubava perché lo considerava solo un anticipo su quello che gli sarebbe spettato in futuro. Poco dopo il 18 aprile del 1948, dopo la disfatta elettorale dei rossi del Fronte Democratico Popolare, quel capo partigiano lo trovarono una mattina nelle vigne, stecchito, con una pallottola in mezzo alla fronte. La storia la scrivono i vincitori, la violenza e le prevaricazioni non hanno colore, i morti sono tutti uguali anche se alcuni stavano dalla parte sbagliata in un certo contesto. Eppure dopo tanti decenni siamo ancora in mezzo al letame ideologico. Altro che pacificazione nazionale.

 

E alla fine l’annuncio tanto atteso c’è stato. Al termine della riunione della Giunta della Regione Lombardia tenutasi ieri, Roberto Maroni ha dichiarato che il referendum consultivo per l’autonomia della Lombardia si terrà domenica 22 ottobre 2017, lo stesso giorno del referendum consultivo in Veneto ovviamente sul medesimo argomento. La data proposta da Zaia è stata quindi confermata dal governatore lombardo dopo che non era stata fornita risposta dal Governo alla proposta comune di un election day con le amministrative di fine primavera. «Per il Veneto - ha detto Zaia - ha un’importanza del tutto particolare perché è una data simbolo: andremo al voto esattamente 151 anni dopo il plebiscito con cui la nostra regione fu annessa al Regno d’Italia».

Vale la pena di ricordare che i referendum consultivi annunciati da Lombardia e Veneto non chiedono la secessione come qualche frettoloso commentatore ha forse in mala fede scritto e detto, ma la concessione di una maggiore autonomia dallo Stato, guardando in sostanza al modello delle regioni a statuto speciale. I referendum si fondano sulla possibilità che hanno le regioni di chiedere al Governo più materie di competenza: la norma è prevista dal Titolo V della Carta Costituzionale sui rapporti tra Stato e Regioni, all’articolo 116, e finora non è mai stata utilizzata. Un referendum consultivo serve a poco, ma è chiaro il messaggio in un contesto in cui il confronto tra Stato e Regioni è un dialogo tra sordi, per usare un eufemismo.

«Io sono sempre pronto al dialogo. Il problema è che non mi bastano le aperture significative: sono disposto a collaborare col Governo, se ho la certezza di arrivare a un punto tale che rende inutile il referendum, perché ci dà maggiore autonomia e maggiori risorse. Se non ho questa garanzia, il referendum lo facciamo». Così un battagliero e deciso Maroni ha risposto ai giornalisti sulla richiesta del Governo e del Pd di trattare la maggiore autonomia in base all'articolo 116 della Costituzione, risparmiando così i soldi del referendum consultivo. E' singolare che a parlare di risparmi siano oggi quelli che hanno glissato senza remore sulla dispendiosa e fallimentare campagna referendaria di Matteo Renzi solo pochi mesi fa e passata alla storia proprio per le vergognose mance elettorali a carico del contribuente.

Se davvero il 22 ottobre si farà un referendum perché la Lombardia ottenga più autonomia «consiglierò a tutti di votare positivamente», ha detto il sindaco di Milano Giuseppe Sala, eletto con il centrosinistra, ma sempre di più una voce fuori dal coro. Il sindaco ha spiegato: «Questo non è un tema che appartiene alla Lega ma un po’ a tutti e su cui il governo ha dato chiare aperture. Quindi a mio parere è un tema giusto ma il referendum è assolutamente inutile».

Dal Carroccio, le scontate dichiarazioni di rito: «sono orgoglioso di essere il segretario della Lega che fa: nel nostro Dna ci sono autonomia e federalismo. Chiunque si voglia alleare con noi sa che l’Italia sta insieme se riconosce le sue diversità», ha commentato il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini. «È positivo, era ora», ha aggiunto sibillino il fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, concludendo, «sono la conseguenza di una lunga lotta».

Fin qui la cronaca, ma è la lettura in chiave politica l’aspetto che fa e farà più discutere nei mesi a venire. E’ sin d’ora una vittoria di Roberto Maroni, nel merito e nel tempismo. Il Prima il Nord del 2013 declinato nella Macroregione del Nord e che aveva fatto indubbiamente presa nella campagna elettorale per la conquista di palazzo Lombardia si rivelò fin da subito poco più di uno slogan elettorale buono solo per dare la carica e un obiettivo ai Barbari sognanti di lì a poco inevitabilmente evaporati. Ma il pragmatico Bobo da Lozza ha tirato fuori dal cilindro un “modello” di governo, via via affinatosi con gli anni, divenuto al momento una vera e propria dottrina. Un neo-doroteismo in salsa padana, solo fatti e potere, nessuna ideologia, solo pragmatismo nelle scelte e nelle decisioni, facendo della prassi del governo lombardo un sistema di lobbying territoriale. Il primo effetto è stato quello di togliere la terra sotto ai piedi del centrosinistra, tarpandone le ambizioni. E’ noto che in Lombardia le disfide politiche ed elettorali si vincano al centro, la sinistra pensava strategicamente di occupare la maggior parte di quel segmento socio-elettorale grazie alla deriva a destra della Lega salviniana, al disfacimento di Forza Italia e al tramonto di Berlusconi. Maroni non è finito nella trappola, ha tenuto in piedi la vecchia formula del centrodestra unito/vincente evitando rincorse populiste per sfruttare l’illusoria sponda lepenista, ha consentito, dandogli tempo e spazio evitando contraccolpi in Regione, la rimonta di Forza Italia che ha a sua volta tatticamente e furbamente replicato il modello Lombardia a Milano con Parisi, di fatto rigenerandosi, ha tenuto vicino i ciellini che a Roma stanno con Alfano al governo, ha fatto sistema con tutti nel nome di Prima la Lombardia e Milano attirando spezzoni politici e sociali in libera uscita da anni. Un protagonismo e una visibilità che stanno contenendo con efficacia le mire del M5S che non trova appigli decisivi per dare battaglia. Manca però una affermazione politica sul campo per sancire definitivamente la leadership maroniana. Ed ecco il referendum cascare a fagiolo, peraltro dall’esito positivo scontato. Una vittoria che il tessitore Maroni condividerà con chi si schiererà con lui senza retropensieri, che sfrutterà per consolidare al centro la sua visione di potere potendo contare su un Giuseppe Sala sempre più distante e distinto dalla sinistra e sempre più allineato e sinergico sulle questioni di lobbying territoriale, vedi questione Ema. Maroni sulla riconquista della prima poltrona di Lombardia sta costruendo la sua leadership nazionale. Mai scaricato dalla Lega, anche se spessissimo criticato e ostacolato, ben visto e stimato da sempre da Berlusconi, insostituibile sponda per i centristi in cerca di visibilità. Il presidente alchimista metterà a punto la sua formula mettendo insieme gli ingredienti collaudati degli equilibri e della sapiente distribuzione del potere con gli ingredienti meramente politici come la battaglia referendaria. In pratica per dotarsi di una golden share sulla leadership del centrodestra prossimo venturo. Un mattoncino dopo l’altro…

 

Che fine ha fatto, o meglio che fine farà, la ormai ex Whirlpool di Comerio? Se ne parla poco, troppo poco e sondare politici e istituzioni locali non sortisce in genere nessun tipo di effetto. Chi parla lo fa quasi per esorcizzare il problema, rinvia qualsiasi decisione sul futuro dell’area alla azienda multinazionale in questione. Fatti loro, come se il resto non esistesse o non li riguardasse. Alla fine non è tanto importante la destinazione di questa pregiata area incastonata in un balcone naturale tra il lago di Varese e il Campo dei Fiori, ma la mancanza assoluta idee e progetti da parte di un territorio che ai tempi della progenitrice Ignis era senza dubbio foriero di ben altra intraprendenza e di conseguenti importanti progetti imprenditoriali. Si sente e si è sentito dire di tutto e molto probabilmente solo la crisi, paradossalmente, ci salverà. In altri periodi, un comparto di quel tipo sarebbe stato dato in pasto alla solita operazione di speculazione edilizia in salsa nostrana, con tanti condomini anonimi con le facciate coperte da modeste piastrelline e balconi di ferro e vetro e con l’immancabile centro commerciale a fare da contorno. Fortunatamente i tempi non sono più propizi per tali ragionamenti, si fantastica invece su soluzioni impossibili e da libro dei sogni, non tanto per le finalità in sé, sono idee senza dubbio meritevoli, ma per il fatto che qualsiasi progetto di sviluppo ha senso solo se rende, se sta in piedi economicamente e da quel che si sente non c’è nulla che vada in tale direzione. Aria fritta o poco di più. Le aree dismesse o quasi, memori di un glorioso passato industriale devono essere rilette in quella falsariga, in una ideale continuità anche nel rispetto dell’identità e della storia di un territorio. Pensiamo non solo alla Whirlpool di Comerio, ma anche alla ex Aermacchi a Varese, tanto per citarne una tra le tante altre aree abbandonate al loro inesorabile destino fatiscente. Non sono ovviamente più i tempi per immaginare un ritorno riveduto e corretto dell’industria manifatturiera novecentesca, ma sono invece i tempi per avviare una industrializzazione di avanguardia per tecnologia e organizzazione. E il substrato culturale industriale e imprenditoriale da noi esiste, eccome! Si ripete quotidianamente il mantra della Industria 4.0, si chiacchera ad ogni piè sospinto di startup e di frontiere della new economy digitale, si disquisisce di relazioni virtuose tra università ed industria. Non a vanvera però, perché il Varesotto è sicuramente ben attrezzato e già ben incamminato lungo i sentieri della nuova concezione di industria manifatturiera. Non mancano le teste, non manca la forza di volontà, mancano di sicuro le dimensioni per fare massa, mancano di conseguenza le risorse e soprattutto non si dimostra di riuscire a fare rete, di pensare e progettare all’unisono. Abbiamo a pochi chilometri un polo d’eccellenza come Milano, tra l’altro impegnata a diventare capitale finanziaria e non solo industriale ed economica del sud Europa. Prendiamo spunto, mettiamoci in rete. Pensiamo all’area ex expo, tanto per dirne una e ai progetti per lo sviluppo di polo scientifico e tecnologico in corso d’opera, una sorta di Silicon Valley lombarda. Tra l’altro in asse con il Varesotto, lì a pochi chilometri. Saliamo sul carro. Le nostre aree ex industriali, almeno quelle ancora efficienti come Whirlpool, dovrebbero finire in mano ad una sola autorità che riesca con successo a mettere in rete tutti gli stakeholder strategici disponibili e immagini lo sviluppo dell’area con una mission ben precisa. Università, enti locali, associazioni di categoria e datoriali, Camera di commercio e quant’altri insieme con l’obiettivo di creare un progetto che porti per davvero benefici concreti per il benessere delle comunità locali, a cominciare dal lavoro. Roberto Maroni è reduce da una recente visita ai luoghi chiave di Silicon Valley, ha visitato aziende e centri di ricerca, con lui c’era pure una folta delegazione di imprenditori varesini e lombardi. Maroni è persona saggia e capace, sicuramente avrà tratto le giuste conclusioni, avrà senza dubbio ragionato sulle potenzialità della nostra regione, sulle opzioni migliori per emulare tale modello. Una Silicon Valley milanese da intendere come un volano per altre realtà minori e da mettere in rete è sicuramente una via per rilanciare economicamente i nostri territori. Risparmiateci però la retorica e i libri dei sogni.

 

Stacchi tre giorni a Pasqua e poi ti ritrovi immerso in un bailamme di mail e messaggi. Tra i tanti, scelgo una notizia positiva ed una negativa. Per il primo caso, ricevo tanti scritti da amici che commentano l’imminente “Tempo di Libri”, il Salone milanese del Libro in programma alla Fiera e che appunto comincerà domani. La curiosità e le aspettative non mancano. Non tanto per la manifestazione in sé, già nota nei dettagli, ma per l’impatto che avrà in città, l’affluenza, gli eventi. Milano vive di Saloni e Fuorisaloni e l’ultimo arrivato non poteva che destare una particolare attenzione. Ma i più attenti mi segnalano una chicca, ovvero “Porta un libro, prendi un libro”, progetto di Book-Crossing avviato pochi giorni fa negli aeroporti di Linate e Malpensa da SEA in collaborazione con il Comune di Milano e AIE l’Associazione Italiana degli Editori. Il progetto consiste nella “liberazione dei libri” per consentire ad altre persone di trovarli, leggerli e continuare così il “viaggio”: la filosofia è quella di condividere gratuitamente la conoscenza. "Se ami i tuoi libri, lasciali andare" è un po’ la mission di questa iniziativa pregevole. Ogni appassionato che vorrà partecipare può “liberare”, regalandolo, un proprio libro e prenderne uno a scelta fra quelli lasciati dagli altri partecipanti. Il book-crossing, ossia lo “scambio libri”, ha luogo nell’area arrivi e partenze dei terminal di Milano Linate e Milano Malpensa (terminal 1 e terminal 2), dove sono state installate 9 librerie, disegnate da Giorgio Caporaso, della Ecodesign Collection del brand italiano Lessmore i cui arredi sono espressione di una vera e propria filosofia “green”, rispettosa dell’ambiente che si basa sui principi della componibilità, personalizzazione e riciclabilità. Ogni modulo “More Light” (45x45 cm) è, infatti, realizzato in cartone 100% riciclabile. A.I.E. ha fornito 6.000 libri del progetto #ioleggoperché che, insieme a quelli donati dall’Associazione NoiSEA, rappresentano la dotazione iniziale.

Sul fronte invece delle questioni meno edificanti, piovono proteste sulla condizione dei parchi milanesi a Pasqua e Lunedi dell’Angelo, ridotti a ricettacolo disordinato di pratiche di ordinario degrado che poco hanno a che vedere con il rispetto dell’ambiente e dell’altrui tranquillità. Una storia vecchia si dirà, ma la sensazione è che di anno in anno si peggiori. Prati e aiuole invase e prese d’assalto da gruppi, quasi tutti stranieri, dediti a grigliate con contorno di schiamazzi, musica ad alto volume, odori indescrivibili. Per non parlare degli immancabili mercatini abusivi con paccottiglia di ogni genere in bella mostra. Al parco Lambro addirittura è andato in scena lo spettacolo di una coppia che faceva sesso in pubblico senza remore. Non mi dilungo su questioni note a tutti, come pure la mancanza totale di vigilanza stigmatizzata da molti. Visto che si chiede da una parte, e giustamente, rispetto e tolleranza per i nuovi arrivati alle prese con l'integrazione non sempre facile, dall’altra bisognerebbe ricordare a questa gente le basilari regole della convivenza civile e della buona educazione nonché del rispetto dell’ambiente che va lasciato in condizioni migliori di quando lo si trova. Ma, visto il solito disinteresse, credo che si tratti di parole inutili.

 

Quando l’immagine è sostanza. In apparenza o a prima vista potrebbe sembrare un provvedimento di scarso peso, in realtà non è così. Si chiude infatti con l’eliminazione del nome Stefano Parisi dal logo di Forza Italia in Comune a Milano una breve stagione civico-politica tutt’altro che fallimentare nonostante la sconfitta rimediata contro Giuseppe Sala. Il centrodestra era dato per morto ad inizio 2016, ma grazie a Stefano Parisi e al lavoro pancia a terra di una coalizione che aveva ritrovato unità intorno alla cosiddetta dottrina Maroni, ovvero intorno al modello Lombardia in salsa milanese, le cose hanno funzionato. Il centrodestra, se corre unito e se trova la quadra sulle cose da fare e lascia fuori dalla porta personalismi e paletti ideologici, se la gioca. E a Milano alle amministrative lo schieramento guidato da Parisi ha sfiorato il colpaccio. Dopo le elezioni, delle due l’una: l’eclissi e la conseguente uscita di scena del candidato sindaco perdente come fanno spesso e volentieri i civici catapultati nell’agone politico oppure la rigenerazione di una coalizione in cerca d’autore con a capo appunto Stefano Parisi. Un manager, competente, perennemente sul pezzo, solido, poteva sembrare effettivamente il personaggio giusto per cercare di raccogliere l’eredità del ventennio forzaleghista, almeno in Lombardia. Ma si sbagliarono i conti e li sbagliarono un po’ tutti gli attori in campo. E alla fine il tertium non datur è diventato realtà, ma come spesso capita in queste circostanze il risultato non è frutto di decisioni strategiche e meditate, ma del corso degli eventi. Fu dato per finito Silvio Berlusconi, fu ritenuta insanabile la divisione tra Lega Nord a trazione lepenista e Forza Italia sempre ancorata al popolarismo europeo e soprattutto fu sottovalutato il ruolo e la centralità di Roberto Maroni. Partendo da quest’ultimo, si capisce facilmente la concatenazione dei fattori e lo scenario che vediamo e viviamo in queste settimane. La madre di tutte le battaglie in Lombardia è la riconferma del governatore pena il declino del sistema di potere del centrodestra nella regione simbolo e traino del Paese. Riconferma quindi del modello Lombardia e dello schieramento così come l’abbiamo sempre visto dal 1994 in poi. E che appunto a Milano l’anno scorso ha denotato buona salute, formula efficace non si cambia. Da lì alla rinascita di Silvio Berlusconi il passo è stato breve così come il riallineamento di Matteo Salvini che in passato pareva invece prendere strade in autonomia. Stefano Parisi ha cercato la primogenitura della rigenerazione del centrodestra l’estate scorsa, ma Berlusconi cercava solo un coordinatore del partito e non un nuovo leader e piuttosto che assecondare l’anziano leader, Mister Chili si è smarcato. Ha fondato il suo partito, sta tessendo la sua trama, propone progetti, programmi e linee d’azione che però tradiscono senza remore l’obiettivo della corsa solitaria e se questa non fosse possibile, l’incasso prima del voto dell’utilità marginale del suo apporto nella futura campagna elettorale a favore del centrodestra. Un progetto che sta in piedi solo grazie all'apporto numerico e soprattutto al peso specifico politico dei ciellini, altrimenti sarebbe la riedizione di Scelta Civica o del Fare di Giannino. Di qui le conseguenze che vediamo e che vedremo prossimamente, una di queste appunto la cancellazione del nome Stefano Parisi dal logo di Forza Italia e il riapparire al suo posto del Berlusconi Presidente. Un ritorno effettivo sulla tolda di comando e non un ritorno come padre nobile buono solo per qualche sinecura dorata come molti pretendenti eredi o leader si auguravano. L’asse con Maroni ha resistito, lo stallo dei populismi in Europa e la non crescita della Lega fuori dal Nord hanno ridimensionato Salvini, i buoni rapporti con la sinistra e con il governo Gentiloni stanno di fatto ponendo le basi per qualche accordo tattico contro il M5S, intanto che si spera che il logorio del tempo che passa e degli errori che si accumulano faccia il resto. Se aggiungiamo la solita potenza di fuoco economica, il seguito personale inestinguibile e una Forza Italia, per lo meno nei numeri, sopra la soglia di galleggiamento, è facile prevedere che al centro di tutte le decisioni che contano nel 2017 ci sarà ancora Berlusconi. Rieccolo! Come si diceva di Amintore Fanfani, perennemente in bilico tra cadute e clamorosi ritorni sulla scena... fino a ben oltre gli ottanta anni.

 

 

La Settimana Santa arriva giusto in tempo per smaltire la sbornia del Salone del Mobile e del Fuorisalone, ma la pausa per prendere fiato e riordinare le idee e le agende durerà poco. Subito dopo Pasqua, dal 19 al 23 aprile, Milano ospiterà “Tempo di Libri”, la prima fiera del libro all’ombra della Madonnina, e poi, più in là, dal 4 all’11 maggio la “Settimana del Gusto”, un evento che si preannuncia già come un imperdibile appuntamento cult per appassionati e seguaci del genere culinario. Ma andiamo con ordine. La Milano delle mostre, delle fiere, degli eventi, segue l’onda lunga di Expo e ne perpetua il mantra. Allora fu un grande evento semestrale, ora lo stesso paradigma si è spezzettato in tante manifestazioni di respiro settimanale, ma la musica non cambia. Anzi migliora di anno in anno, di evento in evento. Milano fa sistema, mette in rete, non solo virtuale, le sue risorse migliori e punta dritto verso l’obiettivo dell’eccellenza e del primato. Le fiere sono la punta dell’iceberg o la testa d’ariete di un sistema economico ed industriale, quello lombardo, che funziona, motore principale o volano dello sviluppo della metropoli. Settimana della Moda e Settimana del Design sono ormai una garanzia con sfilate e Saloni che fanno il pienone di pubblico e di operatori di livello mondiale A Rho nel salone del Mobile si è registrata la presenza di oltre 343.000 persone, quasi impossibile quantificare l’affluenza agli eventi del Fuorisalone, peraltro quest’anno particolarmente affollati a causa del meteo favorevole. La città ha trovato la sua formula vincente e, di anno in anno la migliora, cercando di combinare al meglio la qualità con l’attrattività. Interi quartieri sono ormai dedicati o vocati allo scopo, come via Tortona, Brera, Porta Nuova, per parlare solo dei più noti. Altri eventi di successo più recente o considerati di nicchia sono l’eccezione che conferma la regola. Basti pensare alla recente “settimana dell’arte” dominata dal Miart e che ha di fatto preparato il terreno per la successiva settimana del design. Miart anni fa sembrava la solita fiera mercato come ce ne sono tante in giro per il mondo, oggi è un baluardo imperdibile per il settore grazie ad un costante ed efficace lavoro dei curatori ed organizzatori. E come per tutte le altre manifestazioni di successo, è il Fuorisalone che fa la differenza e anche per l’arte abbiamo notato iniziative ed eventi più o meno collegati e la fiera identificata ormai come un volano, uno stimolo per la programmazione delle mostre in città. Ora l’attenzione, o meglio la curiosità, è tutta per i libri e per l’esordiente “Tempo di Libri”, la prima fiera dell'editoria a Milano dopo lo “scippo” dell'Associazione italiana editori a Torino, che ha perso il main partner, ma non ha comunque rinunciato al trentesimo Salone che si terrà dal 16 al 20 maggio. A questo punto sarà sfida a distanza ed inevitabile sarà il confronto tra le due manifestazioni. La metropoli lombarda si è organizzata per benino, punta alla leadership senza mezzi termini, il programma della nuova fiera è già on line, vasto e ben articolato, ma soprattutto segue la falsariga della formula collaudata del rito ambrosiano, ovvero del salone principale a Rho, con in questo caso 524 espositori e circa 2mila autori ospiti e gli appuntamenti del «Fuori Tempo di Libri», tra bar, ristoranti, tetto della Galleria e pure il Tempio buddhista. Formula vincente non si cambia.

Foto: BrandoDesign, "Dog", Fuorisalone 2017, via Tortona

 

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Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

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