• Varese, tutte le novità per il Premio Chiara 2017
    Varese, tutte le novità per il Premio Chiara 2017 Sul lago di Varese, nel suggestivo Isolino Virginia, presso il Ristorante Tana dell’Isolino, la sera di venerdì 23 giugno sono stati annunciati alla stampa i primi vincitori del Festival del Racconto - Premio Chiara 2017, promosso dall’Associazione “Amici di Piero Chiara” con il sostegno di Regione Lombardia, Repubblica e Cantone Ticino, Provincia di Varese, Comune di Varese, Comune di Luino, Camera di Commercio di Varese e Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus, presenti numerose autorità come l’assessore alla Cultura del Comune Roberto Cecchi, l’assessore regionale Francesca Brianza e il questore Giovanni Pepè. Padrona di casa come sempre Bambi Lazzati, vera e propria anima del Premio. La prima citazione è per il vincitore della ventesima edizione del Premio Chiara alla carriera, Valerio Massimo Manfredi, studioso e ricercatore dell’antichità e uno dei massimi…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Il sistema Milano guarda al futuro e parla di futuro, consapevole delle proprie potenzialità, dei risultati raggiunti e degli obiettivi alla portata. E si parla ormai apertamente di ruolo di co-capitale del Paese.

“Il futuro della Grande Milano non è un sogno. Vive nella realtà di tutto ciò che faremo insieme” – ha detto il presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca intervenendo all’incontro “Milano, il Futuro”, andato in scena ieri mattina al Piccolo Teatro Studio Melato. E l’idea principale intorno alla quale ruota il ragionamento del presidente della più importante associazione confindustriale territoriale italiana è quella di Milano capitale, alla pari con Roma, “Milano è l’unica città in Europa che è più grande della capitale per dimensioni, perché Madrid è la più grande, così come ad esempio Berlino e Zurigo, mentre l’Italia è un’eccezione e ha Milano che è più grande di Roma. Io credo che vada riconosciuta questa specialità”, dice Rocca. “In questi anni abbiamo operato per dare alla Grande Milano un metodo nuovo, di crescita strategica e di attrattività globale. È stato uno sforzo collettivo ed entusiasmante, un esempio di collaborazione fra imprese grandi, medie e piccole, fra imprese multinazionali e nazionali, fra istituzioni pubbliche e private”. “La straordinarietà ambrosiana – ha aggiunto – sta nella ricchezza dei quattro capitali che la rendono straordinaria. Quello economico e produttivo: qui vi sono 90 imprese con più di 1 miliardo di fatturato contro 50 di Monaco, 37 di Barcellona, 16 di Torino. Quello scientifico/tecnologico: con 8 università che, nonostante la scarsità dei mezzi, stanno scalando le classifiche mondiali. Quello estetico: più che mai lo percepiamo in questi giorni di fervore per il salone del mobile, così come nella fashion week, e aggiungerei nella crescente bellezza della nostra città”. “Ma soprattutto il capitale sociale”, ha detto Rocca. “Questa Milano è attenta agli ultimi, con i suoi oltre 312mila volontari, più che raddoppiati nell’ultimo decennio. E ha il record europeo di utilizzo di bike sharing e di car sharing”. “La combinazione dei quattro capitali – ha detto Rocca – rende questa città uno dei luoghi globali più adatti per affrontare le grandi sfide. In questa città fin dall’arrivo del vescovo Ambrogio si sono incrociati Oriente e Occidente, Nord Europa e Mediterraneo. Questo è il luogo dove riflettere sul futuro”. Avanti così…

Ammettiamolo tutti senza fare sconti e senza cercare alibi, Milano ha rimediato oggi una pessima figura. Durante il principale evento dell’anno, il Salone del Mobile, la città è stata bloccata e messa in ginocchio per una intera mattinata da uno sciopero dell’Atm. E rimaniamo in città e non allarghiamo lo sguardo oltre, allo sciopero dell’Alitalia, tanto per non fare nomi. Partiamo dai fatti. Lo sciopero dei tramvieri è stato indetto contro le scelte del comune di Milano sull'Atm, l’azienda del trasporto pubblico milanese. C'è infatti all’orizzonte l'ipotesi di uno "spezzettamento" del trasporto pubblico locale. Nei prossimi mesi, infatti, il comune di Milano aprirà un bando per la gestione del Tpl. I sindacati temono una deriva decisionale che si pone l’obiettivo di dividere il servizio di trasporto pubblico in singoli servizi. Al momento, restando ai fatti, Palazzo Marino punterebbe a scindere altri servizi della mobilità urbana come il trasporto pubblico da sosta, il car sharing e il bike sharing, ma è inutile nascondersi che la paura dei lavoratori riguardi il vero obiettivo finale dell’operazione, ossia uno "spacchettamento" più ampio. Da qui lo sciopero di oggi, indetto proprio in un momento caldo per la mobilità cittadina come la coincidenza con una importante fiera. Una scelta non casuale, una premeditazione che tradisce nemmeno tanto velatamente la volontà di inviare un chiaro e perentorio messaggio al sindaco, quasi un avvertimento su quello che riguarda il prosieguo della questione Atm. Giuseppe Sala si è limitato a commentare con un laconico “sciopero sbagliato” senza però dimenticare di puntualizzare la posizione del comune all’interno di una dichiarazione di circostanza: "speriamo in una minimizzazione del disagio per la città in questo momento straordinario. Penso che non ci sia una vera ragione per lo sciopero e su questo abbiamo evidentemente opinioni diverse con i sindacati. Non c’è in questo momento e non ci potrebbe essere nessuna decisione". Tornando invece alla figura che ha rimediato Milano oggi, qualche interrogativo ce lo dobbiamo inevitabilmente porre e subito. Interrogativi che si deve porre innanzitutto la politica dimostratasi incapace di far fronte a questo smacco visto che il tempo e i modi per evitare lo sciopero c’erano tutti. La rinascita di Milano è un fatto indiscutibile, da Expo in poi la metropoli lombarda ha inanellato successi a ripetizione, ha lavorato sull’immagine, sull’attrattività, ma anche e molto sulla sostanza con poderosi investimenti pubblici e privati, ha rinnovato quartieri, ha costruito infrastrutture, ha rilanciato eventi, ne ha creati di nuovi, è ritornata protagonista nella cultura, nel turismo, nel tempo libero, nel mondo della ricerca e delle università, nella finanza, nelle startup. Risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Milano ha ingranato la marcia giusta perché è riuscita a fare sistema, ha messo in rete le energie e le risorse migliori a disposizione, ha deciso nei momenti cruciali al di fuori delle ideologie e dei paletti imposti dagli interessi di parte. E siamo a metà dell’opera, Milano ha vinto alcune tappe del giro che la dovrebbe portare ad essere una vera e propria capitale del sud Europa, una tra le prime aree metropolitane di medie dimensioni nel mondo. Siamo però davanti ad importanti crocevia che impongono il massimo dell’attenzione e soprattutto della presentabilità per poter imboccare il percorso giusto, penso ad esempio alle opportunità date da Brexit con il fitto lavorio diplomatico e lobbistico italiano-lombardo-milanese per portare Ema e altre istituzioni minori a Milano. Di fronte a questi scenari, il sistema milanese ha fatto cilecca. Il diritto allo sciopero è sacrosanto e le ragioni dei lavoratori Atm sono comprensibili e rispettabili, ma qui si gioca il futuro della città e del suo benessere, compreso quello dei tramvieri. Il rischio che finisca tutto in farsa e nella mera difesa ottusa di interessi di parte a scapito della collettività è dietro l’angolo. E’ bastato oggi dare una occhiata ai volantini appesi fuori dalle fermate della metropolitana. Una vera e propria lettera aperta a chi vive, lavora e ama Milano: "Scioperiamo per il futuro della mobilità e per la garanzia occupazionale di migliaia di persone. Scioperiamo per il futuro di Milano, anche per te". Lettera che rispediamo al mittente senza complimenti e con disappunto. La speranza è ora quella che la politica dia immediate risposte e che si riattivi subito per far ricompattare il sistema Milano e rifocalizzare immediatamente gli obiettivi di lobbying territoriale.

 

Ponti e frontiere o confini in senso generale e la conseguente simbologia che ne deriva sono argomenti vecchi quanto l’uomo così come il rimando inevitabile al concetto di viaggio sia questo di piacere, di lavoro, di formazione o per migrare. Il ponte di per sé simboleggia un passaggio, un attraversamento ideale delle nostre Colonne d’Ercole fisiche o metaforiche che siano, si passa da una parte all’altra di un fiume, di una valle, da una qualsiasi condizione ad un’altra, ma è inevitabile che il ragionamento si ampli e si carichi di ulteriori significati se lo stesso ponte dovesse attraversare una frontiera politica. Attraversare una frontiera ci pone di fronte alle nostre fragilità, alle ragioni della nostra identità da una parte e al rispetto di quella altrui dall’altra. Ritrovarsi altrove è soprattutto una sfida culturale che va ben al di là delle ragioni anche spicciole che ci hanno spinto ad attraversare una frontiera in un dato momento. Le frontiere non sono immutabili e tanto meno invalicabili, si allargano e si restringono, la storia dei popoli non sempre coincide con le frontiere delle nazioni e la stessa storia ci ha mostrato a fasi alterne invasori o Paesi invasi in un turbine di situazioni che mutano di continuo nel corso dei secoli. Una frontiera naturale, come un crinale montuoso o il mare, impone a chi vuole attraversarla l’organizzazione di un vero e proprio viaggio e stimola la persuasione inconscia di essere preparati ad incontrare popoli e nazioni completamente differenti per cultura e identità, nel caso del ponte invece non è quasi mai così. Specialmente se il ponte che attraversa un fiume è una frontiera tra Paesi che non solo sono contigui geograficamente, ma spesso e volentieri sono anche un tutt’uno per cultura e identità e molto interconnessi per ragioni sociali ed economiche. E’ quello che viene in mente osservando il ponte dogana di Ponte Tresa, cento metri di un manufatto che unisce Italia e Svizzera, la Lombardia e il Ticino, divise in questo punto dal fiume Tresa. Lo stesso paese di Ponte Tresa è per metà in territorio elvetico e per metà in territorio italiano, diviso appunto dal fiume. Il “confine labile”, per dirla alla Piero Chiara, è qui molto marcato, almeno visivamente, un confine, tra l’altro, tra i più antichi tra quelli in essere nel mondo intero, ma che paradossalmente separa territori culturalmente e storicamente molto omogenei. L’immagine pubblicata in alto, una cartolina d'epoca ritoccata nei colori, mi è stata gentilmente segnalata da amici che vivono dall’altra parte del mondo, a Buffalo negli Usa, e trovata chissà dove nel web. Anche loro vivono in una città di confine, anche loro dall’altra parte del fiume Niagara non trovano misteriose popolazioni, ma gente come loro per cultura e lingua e, grazie o a causa del confine, hanno sviluppato un modo di vivere e una economia profondamente interconnessa. Nella fotografia in questione è ritratto il vecchio ponte di Ponte Tresa, poi demolito e ricostruito nei primi anni sessanta. Qui sembra di essere negli anni 50, a giudicare dalle automobili, la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un check point Charlie di casa nostra. Allora i controlli alla frontiera erano minuziosi sia sulle persone che sulle merci, ci voleva addirittura il passaporto per passare dall’altra parte. La foto è stata scattata dal lato svizzero del fiume. Un ponte modesto e che oggi, se ci fosse ancora, sarebbe utilizzabile solo dai pedoni, impensabile che il traffico di frontalieri, turisti e veicoli commerciali possa passare da lì. Ed infatti il nuovo ponte dogana è stato costruito più grande e largo, togliendo però molta poesia ad un paesaggio tipicamente lacustre delle nostre parti, specialmente sul lato svizzero dove la nuova arteria di collegamento tra la originaria strada regina all'altezza della stazione e il nuovo ponte ha snaturato completamente l’accesso al lago dal vecchio borgo. Ma questa è un’altra storia, anch’essa però di frontiera.

 

Quante reminiscenze storiche evoca l’Ergife di Roma, centro congressi crocevia importante e decisivo in tante diverse ere dell’Italia repubblicana. Ci sono passati in tanti, quasi tutti, l’ultimo della serie è stato Stefano Parisi che proprio in questo hotel sabato scorso ha lanciato finalmente nell’agone politico Energie per l’Italia con la prima convention nazionale del suo neonato movimento politico. Nato a settembre a Milano nello Spazio MegaWatt tra luci, lo spessore dei progetti, e ombre, la scarsa partecipazione di pubblico e la di lì a poco presa di distanza berlusconiana, proseguito poi con un lungo tour per l’Italia e con un vasto lavoro di raccolta di idee e suggerimenti, giunto infine alla convention nazionale di Roma. Un rito inevitabile, sulla falsariga della politica così come la conosciamo da sempre. Un leader non si crea a tavolino e il consenso non è un prodotto già pronto da esibire. Occorre infatti un lungo lavorio di presentazione sul territorio, una certosina tessitura di trame di relazioni, una selezione accurata delle risorse umane, la costruzione di un programma concreto e fattibile. Da buon manager e imprenditore, Parisi non ha fallito in questi passaggi e gliene va dato atto, ha evitato i toni apocalittici o di facile presa, ha schivato il facile populismo, ha riempito la sua azione e i suoi progetti di contenuti, discutibili quanto si vuole, ma di contenuti e di proposte e anche serie si tratta, ha parlato con coraggio ai delusi, alla politica da rigenerare, è stato molto presente sulla stampa che conta, ma non ha sfondato. Non per suo demerito quindi, ma semplicemente perché il cosiddetto “mercato” politico nel centrodestra è ben presidiato. Qualsiasi opzione al di fuori del recinto dello storico schieramento imperniato su Forza Italia e Lega Nord è oggi puro velleitarismo, una riedizione dei fallimenti di terzo o quarto polo alla Scelta Civica, per limitarci all’epoca recente. E se decidi di rimanere all’interno del centrodestra e di spazi ce ne sono pochi appunto perché ben presidiati, non resta che scalare la montagna con i compagni di cordata che trovi disponibili al momento in quello schieramento, politici che per mille motivi sono da soli o isolati e in cerca d’autore. I ciellini, ex Ncd, quelli di rito ambrosiano, distinti e distanti dal centrosinistra e fedelmente allineati al modello Lombardia di maroniano conio sono i primi della serie, ma non mancano transfughi da Forza Italia, qualche opinion leader senza fissa dimora, padri nobili come Gabriele Albertini, vecchie glorie resuscitate alla bisogna. “È cresciuto rispetto alla prima convention milanese e mi sembra che vada nella direzione giusta, alternativa al Pd” è la sentenza pronunciata a Roma da Raffaele Cattaneo, presidente del consiglio regionale della Lombardia e ormai figura di riferimento del mondo ciellino lombardo dopo l’eclissi di Roberto Formigoni. Tradotto dal politichese, il pensiero di Cattaneo significa una presa di posizione. A settembre lo stesso Cattaneo parlava con prudenza, “sono un osservatore”, diceva a chi gli chiedeva un parere sulla discesa in campo di Parisi. In sostanza si voleva vedere fin a che punto l’ex candidato sindaco di Milano sarebbe arrivato. I problemi di Parisi sono due: le alleanze e il consenso. Oggi si parla soprattutto di alleanze e proporsi come la “la quarta casa del centrodestra” significa escludere corse solitarie alle politiche e di conseguenza eliminare gran parte dei sospetti che accompagnavano Energie per l’Italia fin dalla nascita. Ma con chi ti allei all’interno del centrodestra? I parisiani sembrano ben radicati a Milano e Lombardia, ma solo se si schiera Cl, altrove sono una incognita, una nebulosa indecifrabile in termini di voti, pochi comunque. Lanciare nella mischia qualche giovane o qualche maitre a pènser, fare convention a ripetizione per dire di esserci non significa nulla in termini di voti, è utile solo per lo spazio di uno spot e per mantenere viva l'attenzione. Silvio Berlusconi ha giocato un bello scherzo a tanta gente l’estate scorsa. Dato per morto in ogni senso, è riemerso più deciso e sicuro che mai e, grazie anche ai problemi altrui, soprattutto a sinistra, ha ritrovato pure smalto politico. Parisi, se si facessero le primarie le perderà, se si decidesse il candidato premier nel solito sinedrio di Arcore sarà tagliato fuori, ma si siederà comunque al tavolo del centrodestra e non con il piattino in mano, ma con qualche buon alleato e un solido programma. Porterà a casa il suo seggio di sicuro, ne porterà a casa altri per i suoi amici ed alleati e magari, grazie al suo spessore e alla sua presentabilità, farà pure il ministro nel caso in cui il centrodestra vincesse le elezioni, ma non è questo oggi il punto. La carta in mano di Parisi per sopravvivere ed emergere, forse l'unica, è quella di essere un ottimo contraltare alla deriva populista salviniana, un moderato-indignato, un liberale-popolare, ascoltato da chi della politica se ne frega da anni, ma non si lascia travolgere dal populismo. Un insperato asso nella manica per chi condurrà le danze, ovvero Berlusconi, il mago del gioco delle tre carte. Che, se lo sai condurre bene, questo gioco in politica funziona sempre.

 

Come i cultori del bello e dell’arte sicuramente ricordano, il pregevole Museo del Paesaggio di Verbania, sito in Palazzo Viani Dugnani a Pallanza, ha riaperto i battenti nel giugno 2016 dopo un lungo periodo di importanti restauri con la splendida mostra dedicata a Paolo Troubetzkoy. Visto il grande successo di pubblico e critica ottenuto, la mostra dello scultore verbanese di origini russe non è stata smantellata, ma è visitabile in modo permanente al piano terra. Ora invece il museo ha riaperto il proprio piano nobile con la bella e ben curata mostraI volti e il cuore, La figura femminile da Ranzoni a Sironi e Martini”, inaugurata lo scorso 25 marzo e visitabile fino al 1° ottobre prossimo. Molto interessante per chi ama l’arte dell’800 e del 900, imperdibile se vista in chiave insubrica con i tanti artisti che in questo territorio hanno infatti vissuto e lavorato.

Curata da Elena Pontiggia, l’esposizione comprende circa ottanta opere e intende esaminare, attraverso le collezioni del Museo del Paesaggio di Verbania, integrate con opere di Mario Sironi della raccolta Isolabella e di Cristina Sironi, sorella dell’artista, il ruolo e la presenza della donna nella pittura e nella scultura dalla fine dell’Ottocento alla prima metà del Novecento.

Il percorso espositivo è diviso in undici sezioni tematiche.

Muove dai ritratti femminili “dipinti col fiato” di Daniele Ranzoni, maestro della Scapigliatura, di cui il Museo del Paesaggio possiede diversi ritratti femminili: sono presentate qui sei opere tra cui due capolavori come Ritratto della principessa Margherita di Savoia, 1869 con la tipica dissoluzione della forma in un pulviscolo luminoso e Giuseppina Imperatori Orsenigo, 1877.

Prosegue poi con altre sei sezioni iconografiche:

1. I LUOGHI DELLA VITA: LA CASA, IL GIARDINO, LA VIA, LA STALLA

2. GLI AFFETTI: L’AMORE E LA MATERNITÀ

3. FIGURE DELLA STORIA

4. LA RELIGIONE

5. IL LAVORO

6. IL NUDO          

Spiccano in queste sezioni il delicato Cave di Baveno, 1881, di Guido Boggiani, dipinto con un naturalismo attento ai valori della luce; Il convegno, 1918, di Ambrogio Alciati, immagine guida della mostra, un romantico idillio senza tempo dipinto con sensibilità impressionista opposta al gusto del disegno nitido predominante negli anni venti del Novecento; Madre, 1916, figura toccante e intensa di Mario Tozzi; la splendida Maternità in gesso e il dolente L’addio dello spazzacamino, 1898 bronzo di Giulio Branca; il monumentale Alla Vanga, 1890 di Arnaldo Ferraguti, opera-manifesto del realismo sociale, premiata alla Triennale di Milano del 1891 e Le lavandaie a Pallanza, 1897 sempre di Ferraguti; L’aratura a Miazzina, 1890, di Achille Tominetti opera-simbolo della condizione femminile tra Otto e Novecento; il moderno Nudo femminile, 1930, disegnato sinteticamente da Achille Funi.

La mostra prosegue con una sezione su due donne artiste da riscoprire, come la simbolista Sophie Browne (sua l’inquietante Eva, 1898) e Adriana Bisi Fabbri, protagonista nel 1914 del gruppo futurista “Nuove Tendenze” e scomparsa nel 1918 a trentasette anni, di cui è esposta La principessa Pignatelli, 1917,

anch’essa di gusto simbolista.

Seguono infine tre sezioni dedicate a tre maestri del Novecento: Arturo Martini, Mario Tozzi e Mario Sironi.

Di Arturo Martini (Treviso 1889-Milano 1947) sono esposte quattordici figure femminili, tra cui Testa di ragazza, 1921, capolavoro della stagione di “Valori Plastici”; La scoccombrina, 1928, felice esempio del suo espressionismo; e un nucleo di figure femminili degli anni trenta e quaranta, come Nudino, 1935 piccola scultura in gesso realizzata nel felice periodo creativo del soggiorno a Blevio sul lago di Como, La famiglia degli acrobati, 1936-7 con i personaggi nudi caratterizzati da un forte accento visionario, Lavandaie al fiume, 1939 con le figure inserite in una scatola prospettica, sino a Incontro, 1946-7, tutto risolto in una tensione dinamica, alcune appartenute a Egle Rosmini, la giovane compagna dell’artista, e da lei donate al Museo del

Paesaggio. Il Museo possiede ben 53 opere del grande artista, tra sculture, dipinti, incisioni, acqueforti e litografie, medaglie e disegni, acquistate nel 1908 dalla Rosmini tramite un finanziamento regionale.

Di Mario Tozzi (Fossombrone 1895-Saint Jean-du-Gard 1979) è esposta un’antologia di opere che vanno dal suo impressionismo giovanile, Ritratto della madre, 1915 e Nel giardino fiorito, 1920, al suo realismo magico, La toeletta del mattino, emblema dell’antiimpressionismo, dove le figure umane si impongono come

forme volumetriche senza interesse per la loro psicologia, capolavoro giudicato dalla critica francese “il più bel nudo” del Salon d’Automne 1922, e Serenità, 1923, paesaggio anch’esso impostato sul disegno e sul volume anziché sul colore.

Il tema della donna in Mario Sironi (Sassari 1885-Milano 1961), infine, è indagato attraverso le opere della raccolta di Cristina, sua sorella maggiore. Tra queste Ars et Amor, 1901-2, documenta la giovanile e poco nota stagione simbolista del pittore, mentre Cocotte e Figure, 1915-16, mostrano il suo sorprendente, coloratissimo e finora sconosciuto momento fauve. A questi lavori quasi inediti si accostano la celebre Madre che cuce, 1905-6, il suo più importante dipinto divisionista, e il grande Nudo con bicchiere, una delle opere più amate da Margherita Sarfatti. La mostra termina con l’impressionante Vittoria Alata, 1935 (cm. 182x250), una delle maggiori testimonianze del Sironi monumentale.

Un percorso dunque di grande interesse e fascino, tra una varietà di figure femminili dipinte o scolpite da celebri maestri nei diversi ruoli e nelle tante trasformazioni che hanno segnato il passaggio tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento.

La mostra è stata realizzata con il sostegno di Compagnia di San Paolo e di Fondazione Cariplo.

Pro memoria:

Sede espositiva

Palazzo Viani Dugnani, Via Ruga 44 - Verbania

Orari di apertura

Da Martedì a Venerdì 10.00 – 18.00

Sabato Domenica e Festivi 10.00-19.00

Ingresso:

5 € intero; 3 € ridotto; gratuito per disabili e un accompagnatore

Per informazioni

Museo del Paesaggio - Tel +39 0323 556621 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.museodelpaesaggio.it

Immagine pubblicata: Mario Sironi, La madre che cuce, 1905-06

 

E’ già una notizia di per sé quella di vedere l’Italia fare sistema all’estero, capita infatti raramente di assistere ad un ben organizzato gioco di squadra tra istituzioni differenti e rappresentate per giunta da politici di diversa estrazione e provenienza. Il tutto per portare a casa un risultato. La miccia che ha acceso tale virtuosa sinergia è come noto Brexit. Londra ha finalmente avviato le procedure formali di separazione dalla UE e le istituzioni italiane, lombarde e milanesi, guidate dai ministri Angelino Alfano e Pier Carlo Padoan, dal presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni e dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, sono sbarcate nella City, nella sede di Bloomberg per la precisione, per mettere in atto una energica azione di marketing nazionale/regionale/milanese. Incontri one-to-one o comunque bilaterali con una selezionata schiera di investitori internazionali ed un incontro plenario con un folto pubblico proveniente soprattutto dal mondo della finanza, delle banche, dei mercati. Un osservatorio ideale, un segmento di alto profilo della business community che lavora ed opera a o da Londra, al quale trasmettere il messaggio che conta, ovvero cosa l’Italia e la Lombardia stanno preparando per attirare eccellenze, per favorire l’inevitabile esodo dall’Inghilterra uscita dalla UE e per sostenere lo sviluppo di Milano come piazza finanziaria leader in Europa. Un compito evidentemente complesso, ma agevolato dalla concomitante battaglia per portare a Milano in primis la sede di EMA, l’Agenzia del Farmaco, e poi altre istituzioni comunitarie minori, non per importanza, ma per impatto sul territorio. L'impressione condivisa è che il raggiungimento di questo obiettivo sia alla fine lo snodo decisivo per implementare le strategie di marketing territoriale e l’Italia e la Lombardia hanno dato ieri la prova migliore di essere sul pezzo. “L’Italia è pronta ad accettare la sfida e Milano per prima. Ho una buona sensazione — ha detto a margine degli incontri Giuseppe Sala —. Le avversarie più difficili sono Vienna, Copenhagen, Amsterdam, Dublino, ma dal punto di vista del dossier di candidatura ci sentiamo sereni. Poi la decisione sarà politica”. E in casa nostra? Al di là delle polemiche, delle invidie e del piccolo cabotaggio di tanti, troppi, capetti e leaderini che non mancano in ogni angolo e schieramento, a svettare è sicuramente una certa prassi che ha nel modello Lombardia di Maroni e nel modello Milano di Sala gli esempi più efficaci. Una azione di governo che si fonda sulla meticolosa gestione e distribuzione del potere al di fuori delle ideologie e dei tradizionali steccati, volta esclusivamente al fare, al raggiungimento dei risultati e che non può prescindere dal leader è la cifra dello stile lombardo e milanese. E che produce risultati chiari e visibili, sui quali si può discutere all’infinito, ma ci sono. Una ipoteca non da poco sul sentiero sempre più stretto e tortuoso verso le elezioni politiche e il discorso ovviamente vale per tutti gli schieramenti. Il dossier Brexit è un buon inizio, vedere le istituzioni lombarde al centro del gioco e con il Governo, volente o nolente, a supporto potrebbe essere una svolta non solo di stile, ma anche di concretezza dopo decenni di disinteresse nei confronti del Nord. Perché non rimanga un fuoco di paglia occorre dare a questa manovra lobbistica uno spessore e un profilo politico e soprattutto creare intorno forte consenso. Il referendum sull’autonomia della Lombardia, che con molta probabilità si terrà ad ottobre, è lo strumento ideale. E’ ovviamente la bandiera di Maroni e del centrodestra, ma per funzionare come strumento di consenso deve essere condiviso anche altrove. A sinistra qualcosa si muove, solo per mero opportunismo e per l’inevitabilità dello scorrere degli eventi, si dirà, ma è già qualcosa.

 

Immagine: Walter Lazzaro, Invito alla solitudine, 1974

 

Fare ordine in una biblioteca è sempre una operazione complessa, talvolta fastidiosa, richiede tempo, pazienza e fatica, ma spesso e volentieri si rivela un appassionante e inaspettato viaggio nei ricordi tra documenti, appunti e libri dimenticati. La stessa cosa che succede quando in giro ci troviamo per caso a leggere lapidi, targhe e iscrizioni di periodi del lontano passato e che ricordiamo a mala pena. A me è recentemente capitato di vivere entrambe queste situazioni, ho trovato infatti un libro semidimenticato in un ripiano di una polverosa libreria e che tratta appunto di lapidi e iscrizioni commemorative. Per la precisione quelle che si trovano sotto i portici di Palazzo Estense a Varese, oggi sede, per chi non lo sapesse, del municipio. Chissà quante volte noi varesini siamo passati da quelle parti e tra un ufficio e l’altro, distratti e pensierosi, abbiamo lanciato qualche sguardo incuriosito e fuggente a quelle più o meno antiche pietre. Ma forse non le abbiamo mai lette veramente con attenzione e interesse. Questo volume ritrovato, "Il lapidario di Palazzo Estense a Varese. Storie di uomini e di eroi", a cura di Serena Contini, Comune di Varese, 2011, è uno spaccato interessante della storia di alcuni illustri varesini, e non solo, dal soldato della patria Giuseppe Ossola, vittima dell'Austria nel 1849, fino al capitano di mare Felice Orrigoni, senza dimenticare Giacomo Limido, Federico Della Chiesa e, venendo a tempi a noi più vicini, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, vittime della violenza mafiosa. Un volume che rappresenta quanto di più utile e agevole ci può essere per conoscere illustri personaggi quasi tutti varesini e di cui in verità poco conosciamo o ricordiamo. Uno stimolo quindi a tornare sotto i portici di Palazzo Estense con un occhio più attento alla nostra storia. Il libro si consulta facilmente scartabellando tra le ben curate schede che possono tranquillamente fungere da base per ricerche storiche e biografiche più approfondite e che ognuno di noi potrà sviluppare in seguito secondo i propri interessi e obiettivi. Insomma, un’ottima guida su questo relativamente piccolo spicchio di patrimonio pubblico varesino. Giuseppe Armocida e Robertino Ghiringhelli, noti e apprezzati storici varesini, nella prefazione ci danno la giusta inquadratura per approfondire questa gradita riscoperta: “il lapidario di Palazzo Estense è storia viva di un territorio e del suo particolare legame con le vicende italiane. Rappresenta, quindi, un ideale e fisso osservatorio di come interagiscono i diversi momenti e personaggi dello Stato e della società nonchè delle autorappresentazioni di parte, grazie ai quali le istituzioni ricercano una continua legittimazione sociale e culturale". Buona passeggiata….

Strana città Varese, con un centro storico di relative ridotte dimensioni e una vasta periferia o semiperiferia disseminata di tante castellanze e frazioni, quasi tutte un ricordo di quando questi borghi contigui erano comuni autonomi, inglobati poi nel nuovo capoluogo quasi un secolo fa. Il rapporto complicato tra centro e periferie, spesso dimenticate, è un problema vecchio come la Varese capoluogo. Una querelle che si trascina da decenni e che a fasi alterne è stata anche occasione di aspri confronti politici conditi da inevitabile campanilismo. Sono però le frazioni più piccole o più lontane quelle che fatalmente pagano o hanno pagato dazio al disinteresse, scontando alla fine evidenti condizioni di abbandono che sono sotto gli occhi di tutti. Bregazzana è forse l’esempio più chiaro. La ridente frazione montana all’imbocco della Valganna ha un interessante nucleo storico abbarbicato intorno alla parrocchiale di San Sebastiano e quasi interamente rivolto nella direzione di Induno Olona. La storia di Bregazzana è legata infatti a quella di Induno, ma nella ricomposizione del territorio per farne il comune di Varese, è finita appunto nel capoluogo. Il borgo ha il caratteristico aspetto degli abitati rurali e di montagna, ci vivono oggi poche famiglie che tenacemente resistono su questo cocuzzolo panoramico un po’ fuori mano. E’ punto di partenza per escursioni nelle vicine Prealpi varesine, dal monte Chiusarella alla Martica, domina dall’alto la birreria Poretti, oggi Carlsberg, con lo storico e inconfondibile stabilimento in stile liberty e la villa padronale anch’essa liberty. Chi si ferma nel paese non può sottrarsi alla visita del cimitero dove si trova la celebre tomba monumentale ed esotica di Angelo Magnani, di epoca liberty, in pietra di Viggiù e attraversata da un curioso elefante in bronzo. La chiesina di san Sebastiano, che ricordiamo essere patrono della polizia locale, è modesta, ma conserva nella parte più antica l’altare maggiore con interessanti marmi lavorati e la pala dei primi del seicento probabilmente opera del Mondino, allievo del Morazzone, che rappresenta la Madonna col Bambino e i Santi Sebastiano e Carlo Borromeo. Nella cappella di sinistra c'era una suggestiva tela raffigurante Maria Consolatrice, opera del 1590, di chiara scuola lombarda, integrata da interventi pittorici successivi. C'era perchè è stata trafugata nel 2002 e mai più ritrovata. La piazzetta antistante la chiesa e con balconata belvedere su Induno è stata intitolata anni fa al parroco don Ernesto Essi che visse per ben sei decenni a Bregazzana, dal 1900 al 1960 per la precisione. Una veloce ricognizione del borgo denota immediatamente lo stato di abbandono di strade e opere pubbliche, la segnaletica d'epoca o inesistente, evidentemente segno di atavico disinteresse. Una condizione aggravata dalla chiusura da tempo immemore della bretellina che porta ad Induno, come noto non percorribile a causa di cedimenti del terreno e frane. Rimane l’unico collegamento con Sant’Ambrogio, una strada decente, ma costellata di curve e strettoie dove spesso e volentieri si incastrano grossi camion che chissà come finiscono da queste parti. In un quotidiano locale proprio oggi si raccolgono le proteste della popolazione che dopo essere stata rassicurata da svariate promesse in campagna elettorale l’anno scorso per ora non vede muoversi nulla. Nel silenzio e nel disinteresse c’è però una buona notizia, finalmente si lavorerà per riattivare la circolazione nella via per Induno sollevando il paese dall’incubo isolamento. Ma è un intervento a vasto raggio quello che la gente chiede. Vivere in una frazione montana non deve essere una iattura, ma una condizione identica a quella di chi abita in centro. Così si racconta nelle corti di Bregazzana.

 

L’occasione per parlare, o meglio riparlare, delle potenzialità, della attrattività, degli asset e dei successi di Milano è stata offerta da una iniziativa di alto livello di finanza internazionale tenutasi questa mattina nel Palazzo della Regione Lombardia. Non a caso in questo luogo simbolo, perché la Regione è indubbiamente vista sempre di più in Italia e nel mondo come il baricentro del sistema lombardo e non solo per quanto riguarda lo stimolo al dibattito costruttivo sul futuro immediato della metropoli, ma anche appunto per la concretezza delle proposte e dei fatti emersi in questi recenti anni. Il messaggio uscito da questo evento è tutto un programma, "se il mondo sapesse di Milano, Milano sarebbe in cima al mondo", uno slogan appropriato per lanciarsi verso la “Milano Capitale Europea della Finanza”, un obiettivo che sta finalmente creando sistema, sul modello di expo. Nel corso della mattinata è stato presentato il “Global Financial Centres Index" contenente uno studio EY sui fattori strumentali per "Milano the new financial centre" e il GFCI 21, Global Financial Centres Index, indice sulla competitività delle piazze finanziarie internazionali, pubblicato, sin dal 2007, dal think tank della City Z/Yen, direttamente dalla City di Londra. Dati e riflessioni che assumono ancora più importanza dopo i fatti del 2016, Brexit e vittoria di Trump, con le inevitabili ripercussioni sulle piazze che contano. Milano compresa e che non sta a guardare per cercare di ricavarne il migliore tornaconto a beneficio della crescita economica e sociale.

"Milano già eccelle nei fattori strumentali. Dopo le riforme di Governo e Parlamento, è diventata una delle piazze finanziarie europee più competitive grazie al provvedimento sull'attrazione dei cervelli (relatore Pagano), la cooperative compliance, il tutor amministrativo, il patent box, l'arbitro per la conciliazione finanziaria istituito presso la Consob e il protocollo arbitrale Select Milano-Corte Arbitrale Europea", afferma Maurizio Bernardo, presidente Commissione Finanze della Camera e in prima linea sul dossier “Milano”.

"La proposta di legge di Bernardo intende attribuire all'area metropolitana di Milano un'ampia autonomia amministrativa, facendone una città a statuto speciale", aggiunge l'assessore regionale Massimo Garavaglia. "Milano deve ancora migliorare sul fattore reputazione. La mancanza di una struttura dedicata al marketing metropolitano non consente ai mercati di scontare appieno l'eccellenza della città - sottolinea Bepi Pezzulli, presidente Comitato Select Milano, impegnato in una vera e propria lobbying territoriale -. Per questo, è necessario attivare Finlombarda. La finanziaria regionale possiede competenze e strumenti per aggregare i processi relativi alla Brexit sul territorio e comunicare con i mercati in una serie di roadshows a Londra e New York".

In attesa di eccellere tra le piazze finanziarie che contano, Milano continua a macinare chilometri nella sua marcia verso la vetta. Dopo la Settimana della Moda che l’ha confermata al top del settore nel mondo, oggi si apre la settimana dell’arte con Miart e altro, poi si passerà al Salone del Libro e quindi al Salone del Mobile con relativo Fuorisalone. Senza dimenticare, perché no, il grande bagno di folla e il coinvolgimento sentito della popolazione nella recente visita del Papa e che ha fatto di Milano anche una ritrovata capitale spirituale e morale. Di settimana in settimana si rinnovano i successi. Un miracolo? No, semplicemente il saper mettere a frutto nei dovuti modi il migliore spirito milanese o ambrosiano che dir si voglia.

 

Alleghiamo comunicato dell'Assessore Massimo Garavaglia, pubblicato in serata, che integra il mio editoriale con alcune notizie interessanti

Garavaglia: Lombardia pronta a guidare cabina di regia per Milano capitale finanziaria europea

"Vogliamo scalare il piu' velocemente possibile la classifica di attrattivita' lanciando Milano come distretto finanziario in Europa e non solo. Abbiamo a disposizione strumenti regolatori: la Regione ha competenze dirette nell'ambito dei distretti industriali e in particolare in quello finanziario: gia' oggi a Milano ci sono 120.000 operatori finanziari. Potremmo fare una legge regionale ad hoc, cosi' come abbiamo fatto per spingere sulla Ricerca, anche per lanciare Milano come polo finanziario". Cosi' l'assessore regionale all'Economia, Crescita e Semplificazione della Regione Lombardia Massimo Garavaglia intervenendo a Palazzo Lombardia al convegno internazionale sul tema 'Milano capitale europea della finanza presenta il Global Financial Centres Index'.

MILANO ATTRATTIVA PER INVESTITORI INTERNAZIONALI - "Dopo le riforme intraprese da Parlamento e Governo su input del Comitato Select Milano, Milano e' oggi una delle piazze finanziarie europee piu' competitive - ha dichiarato l'assessore Garavaglia -: il decreto Pagano sull'attrazione dei cervelli, la flat tax, la cooperative compliance, il tutor amministrativo, il patent box, l'arbitro per la conciliazione finanziaria istituito presso la Consob e il protocollo arbitrale tra Select Milano e la Corte Arbitrale Europea, rendono il capoluogo lombardo estremamente attraente per gli investitori internazionali".

MARKETING TERRITORIALE LEVA STRATEGICA - "Regione Lombardia si pone come regista di questa operazione - ha proseguito Garavaglia - insieme al Comune di Milano: sul marketing territoriale possiamo fare molto". "Da milanesi - ha spiegato l'assessore Garavaglia - facciamo talvolta fatica a renderci conto di che cosa sia Milano: a due ore d'auto si raggiunge il mare, in Liguria, in due ore di treno si puo' andare a Venezia o a Firenze, con un'ora d'aereo si atterra in Sardegna o in Sicilia. Quindi non solo un distretto finanziario ma un posto dove si sta bene".

PIU' AUTONOMIA PER SCALARE CLASSIFICA - "Abbiamo tutte le carte in regola per scalare questa classifica - ha sottolineato Garavaglia riferendosi al ranking sull'attrattivita' -: la potenza di Milano come Citta' Metropolitana e autonoma e la Regione Lombardia con i suoi gradi di autonomia che vogliamo spingere oltre, serve proprio a questo: rendere il nostro centro finanziario ancora più attrattivo in Europa e nel mondo".  

MERCOLEDI' A LONDRA CON MARONI, SALA E PADOAN - "Adesso dobbiamo mettere a sistema gli strumenti che abbiamo a disposizione - ha concluso Garavaglia - mercoledi' non a caso, saremo a Londra con il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il Presidente Roberto Maroni e il Ministro all'Economia Pier Carlo Padoan. Spero che questo sia il primo di una serie di viaggi fruttuosi".

"SE IL MONDO SAPESSE DI MILANO..." - "Se il mondo sapesse di Milano, Milano sarebbe in cima al mondo" e' il messaggio della City di Londra, che il 'Global financial centre index' (GFCI) ha Lanciato oggi alla platea dell'importante appuntamento internazionale.

PIAZZE FINANZIARIE INTERNAZIONALI A CONFRONTO - Il GFCI e' pubblicato dal think thank della City Z/Yen dal marzo 2007, a seguito di una ricerca sulla competitivita' delle piazze finanziarie internazionali e il suo obiettivo e' di esaminare i maggiori centri finanziari globali, per rilevare eventuali variazioni di priorita' e preoccupazioni dell'industria finanziaria in periodi di instabilita' economica.

IL RUOLO DI FINLOMBARDA - "Abbiamo la nostra finanziaria regionale Finlombarda - ha concluso Garavaglia - che si e' trasformata in banca territoriale e ha la capacita' di mettere sul piatto investimenti consistenti anche nel breve periodo: fino a 2 miliardi di euro. Lo vogliamo fare".

 

 

E dire che Davide Galimberti, oggi sindaco varesino, aveva addirittura promesso ai tempi della campagna elettorale la balneazione del lago di Varese. Una incauta e superficiale dichiarazione dal sen sfuggita in un momento sicuramente teso ed infuocato, ma tant’è. Quella proposta la poteva però formulare solo chi non è al corrente della complessa e infinita storia dell’inquinamento del lago più amato dai varesini, una storia, come noto a tutti, dalla difficile risoluzione almeno in tempi brevi. Ma fece discutere quella sparata, non sorridere, era infatti un prologo di tristi presagi. I più attenti e prudenti avevano già immaginato la futura deriva della Varese “sinistra” che di lì a poco avrebbe preso le redini di Palazzo Estense. E a quasi un anno dall’insediamento, il bilancio annovera promesse mancate o realizzate in parte, ritardi, situazioni involute, problemi elusi, che fanno mordere le mani ai tanti nel centrodestra che furono non molto attivi nella parte finale della campagna elettorale, per usare un eufemismo, per non parlare degli interrogativi foschi sul futuro immediato del governo della città che un po’ tutti cominciano a porsi. Ma torniamo ad oggi. Le opposizioni sono diverse anche per stile, come ovvio che sia. Forza Italia, rappresentata in consiglio da tre esponenti, è nota per le continue iniziative incalzanti e che non tralasciano nulla, ma forse i botti più forti vengono dall’esterno di Palazzo Estense, dal partito e dai tanti militanti attivi sui social o nei vari ambiti di impegno sociale in città. In barba al profilo moderato del partito, i toni crescono di livello, la polemica infuria ed è facile prevedere un salto di qualità nel confronto politico. Difficile stare dietro le quotidiane mitragliate di parole e dichiarazioni, ma l’ultima di Roberto Leonardi, battagliero coordinatore cittadino, è di quelle che lasciano il segno e che appunto mirano ad alzare il livello del confronto. «Non serve un referendum sul suo stipendio ma sulle sue dimissioni» è l’incipit di una intervista rilasciata a La Prealpina ieri. Per i distratti, ricordiamo l’antefatto galimbertiano e che fa il paio con la bonifica del lago di Varese. A suo tempo, preso da improvviso afflato populista come va di moda oggi, l’attuale sindaco propose un referendum sul suo stipendio, chiedere ai varesini un giudizio sul suo salario. Di quella proposta, obiettivamente inutile, per ora se ne sono perse le tracce, ma tanto basta per innescare la bomba dimissioni. Leonardi si fa portavoce del partito, ma anche della città che comincia a chiedere il conto a chi l’amministra da circa un anno. Basta farsi un giro tra la gente, nei social, nei bar, nel sociale per collezionare facilmente rosari di mugugni e proteste. Nel silenzio del sindaco, nelle risposte di maniera di tanti altri, nelle recite a soggetto in consiglio comunale. «In questo modo – continua l’esponente azzurro nella intervista a La Prealpina - il sindaco arricchisce i malumori e i fallimenti politici che la sua giunta, con rara maestria, sta collezionando in soli nove mesi di mandato: ordinanze antibotti e antibivacco fallite, aumento delle tariffe degli asili con le associazioni dei genitori in rivolta, aumento delle tariffe dei parcheggi e della Cosap, dove pure i commercianti si stanno ribellando. E ancora: il progetto Stazioni è solo virtuale, Varese è sempre più sporca e buia, la sicurezza è fuori controllo, c’è un silenzio assordante sul caso Molina e la cultura è ridotta a marketing, con l’idea di pagare una figura professionale per il brand Varese». Un flop che porta alla inevitabile conseguenza politica, secondo Leonardi: «così tante scelte errate in così poco tempo e la responsabilità politica che ne segue devono avere come conseguenza non il referendum sullo stipendio del sindaco, ma le sue dimissioni». Più chiaro di così!

 

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