• Breve racconto sul 25 aprile tra le colline dei miei nonni
    Breve racconto sul 25 aprile tra le colline dei miei nonni Alcuni amici e lettori mi hanno spinto a pubblicare anche su La Bissa un breve racconto che ho postato il 25 aprile scorso su Facebook in occasione della Festa della Liberazione. E’ vita vissuta, con qualche considerazione personale che spero venga letta come imparziale e neutrale. La famiglia di mia nonna paterna, originaria di Canelli in provincia di Asti, non era di simpatie fasciste. Era una famiglia patriarcale di campagna, di tradizione culturale liberale ottocentesca, erano noti per essere antimonarchici e da sempre moderatamente anticlericali. E appunto mai fascisti e non facevano nulla per mascherarlo. I miei nonni vivevano però a Milano e nel 1941, viste le difficoltà e i disagi creati dalla guerra soprattutto per chi viveva nei grandi centri urbani, decisero di trasferirsi a Canelli nella tenuta agricola…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Presentata ieri a Palazzo Reale miart 2017, la ventiduesima edizione della fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea di Milano organizzata da Fiera Milano e diretta per la prima volta da Alessandro Rabottini, già Vice Direttore nel 2016. Una nuova edizione che consolida gli importanti risultati raggiunti negli ultimi quattro anni e che si arricchisce di novità nel format e di presenze e collaborazioni sempre più prestigiose.

Alla presentazione sono intervenuti Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, Giovanni Gorno Tempini, Presidente Fondazione Fiera Milano, e Alessandro Rabottini, direttore artistico di miart 2017.

Dal 30 marzo al 2 aprile i padiglioni di fieramilanocity accoglieranno 175 gallerie internazionali (+ 13% rispetto all’edizione 2016) che ancora una volta rappresentano il meglio dell’arte moderna e contemporanea e del design a edizione limitata. Si conferma importante la presenza di gallerie straniere che quest’anno partecipano alla fiera milanese: saranno infatti 71 le gallerie estere – il 41% del totale – provenienti da 13 paesi oltre l’Italia (Austria, Belgio, Brasile, Francia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Repubblica Slovacca, Romania, Spagna, Sudafrica, Stati Uniti, Svizzera), con una spiccata presenza di gallerie provenienti da Stati Uniti e Gran Bretagna – a testimoniare la forte attenzione del mercato più vivace del mondo verso miart e la formula consolidata e arricchita dalla Direzione Artistica di Alessandro Rabottini. Con l’edizione del 2017 miart si conferma la fiera in Italia con la più ampia offerta cronologica, attraverso la presenza di opere che spaziano dai primi anni del secolo scorso fino alle più recenti sperimentazioni.

“Miart rappresenta un evento di grande valore culturale per Milano e per l’Italia - afferma Giovanni Gorno Tempini, Presidente di Fondazione Fiera Milano. E’ con questa convinzione che, come sistema fieristico milanese, continuiamo a sostenere e promuovere questa manifestazione, capace di connettere e collegare tra loro le potenzialità delle gallerie più importanti a livello mondiale e le istituzioni ad ogni livello. Siamo certi che anche la prossima edizione sarà un appuntamento di eccellenza e mobiliterà le migliori risorse e le energie più propositive della nostra città, rappresentando un sempre più importante riferimento per il mercato dell’arte moderna e contemporanea, e un evento di ulteriore attrattività internazionale per Milano.”

“Si precisa e giunge a maturazione il modello dell’artweek milanese, sperimentato negli scorsi anni e arricchito quest’anno da una serie di inaugurazioni, aperture straordinarie, visite guidate, contenuti speciali ed eventi, realizzati in collaborazione con tutte le istituzioni pubbliche e private che aderiscono all’iniziativa – ha dichiarato l’Assessore alla Cultura Filippo del Corno –. Una settimana dedicata agli appassionati d’arte contemporanea che mette in luce l’energia e la vitalità creativa di Milano, riaffermandone il ruolo di capitale della creatività contemporanea”

“La qualità del percorso intrapreso da miart negli ultimi anni ci porta oggi a presentare una manifestazione ambiziosa e capace di coniugare un’offerta cronologicamente molto vasta con uno sguardo fresco sul passato e una visione attenta e consapevole sul presente – ha dichiarato Alessandro Rabottini, nuovo Direttore Artistico di miart. Il progetto di miart 2017 ha un respiro sempre più allargato e inclusivo, guarda alle molteplici dimensioni del mercato dell'arte e offre al nostro pubblico uno spettro molto ampio della ricerca e della produzione artistica, dalle ultimissime generazioni fino ai capolavori del secolo scorso. In questa nuova veste miart consolida la sua struttura e stabilisce un dialogo sempre più forte con il collezionismo, le gallerie e le istituzioni, oltre che con la città di Milano, di cui fa pienamente propria la natura internazionale e aperta alle novità, che la mette direttamente in dialogo con le maggiori capitali del mondo”.

Il Comune di Milano e miart 2017 rinnovano e incrementano la stretta collaborazione avviata nelle ultime quattro edizioni con tutte le realtà che operano nella promozione e nella conoscenza dell’arte. miart è nuovamente capofila della “Art Week” milanese e del ricco programma di eventi, inaugurazioni e aperture speciali che coinvolgerà istituzioni pubbliche, fondazioni e gallerie private, per la prima volta già a partire da lunedì 27 marzo e per tutta la durata della fiera. 

Nel segno della continuità con le precedenti edizioni, un nuovo ciclo di miartalks accompagnerà le tre giornate di apertura al pubblico della fiera. I miartalks saranno realizzati anche quest’anno in collaborazione con In Between Art Film – la casa di produzione per film d’artista e video sperimentali fondata da Beatrice Bulgari.

Si arricchisce di tre nuovi premi e di nuovi partner il bouquet di Premi e Fondi di acquisizioni legati a miart. Accanto al Fondo di Acquisizione Giampiero Cantoni di Fondazione Fiera Milano – che anche quest’anno mette a disposizione 100.000 € per acquisire opere d’arte moderna e contemporanea che andranno a costituire la collezione di Fondazione Fiera Milano – si confermano con la stessa formula il Premio Rotary Club Milano Brera, per l’arte contemporanea e i giovani artisti, e il Premio Herno, in collaborazione con Herno SpA, che per il terzo anno sarà assegnato allo stand con il miglior progetto espositivo. Nuovo corso per il Premio Emergent per la miglior galleria emergente, che diventa Premio BeArt/emergent grazie alla partnership con BeArt, piattaforma di crowdfunding creata per il mondo dell'arte. Entrano invece a far parte dell’offerta di premi di miart 2017 il Premio Fidenza Village per Generations, in collaborazione con Fidenza Village e Value Retail, per il miglior stand della sezione Generations; il Premio On Demand, in collaborazione con l’associazione svizzera Snaporazverein, destinato alla migliore presentazione all’interno della nuova sezione On Demand; e infine il Premio CEDIT, in collaborazione con CEDIT, che consisterà nell’acquisizione di un’opera di un designer italiano emergente – presentata all’interno della sezione Object – e destinata alla collezione permanente del Triennale Design Museum di Milano.

Si confermano le partnership che accompagnano miart dal 2013 con il ristorante tre stelle Michelin da Vittorio e lo champagne Ruinart per la VIP lounge, con l’hotel The Westin Palace Milan per l’ospitalità. miart 2017 sarà inoltre vetrina per la nuova edizione del Menabrea Art Prize.

Fa il suo ingresso tra i partner di miart NAVA Press, che ha curato in collaborazione con Mousse la realizzazione dei materiali stampati.

Si rinnova anche quest’anno la partnership con Sky Arte HD, media partner della fiera dal 2015.

Per la prima volta, in concomitanza con miart, si terrà BIT Milano, Fiera Internazionale del Turismo che aprirà al pubblico domenica 2 aprile. Grazie a questa concomitanza, con il biglietto di ingresso di miart si potrà visitare gratuitamente BIT.

 

"Credo che sia il momento che la Rai faccia qualcosa di più per portare parte dell'informazione a Milano, mi sembra doveroso e mi attiverò e chiederò al Consiglio comunale di fare altrettanto perché mi sembra giusto che la Rai si decida, dopo tante discussioni, a portare qualcosa a Milano". Lo ha detto il sindaco-manager di Milano, Beppe Sala, a margine della seduta di ieri del Consiglio metropolitano. Lo stesso Sala, a margine questa volta di una presentazione a palazzo Marino nella medesima giornata, interviene sulla questione Ema (European Medicines Agency, l'Agenzia Europea del Farmaco), “io sono abbastanza certo che la decisione sull'Ema, che non vuol dire il trasferimento operativo, avverrà in un tempo non lungo. Secondo me orientativamente da qua alle vacanze estive. Vedrete che sull'Ema decideranno in fretta e noi dovremo essere pronti". Sono due questioni completamente differenti, di portata ed interesse diverso, ma hanno il minimo comune denominatore di porre al centro Milano, capitale de facto dell’informazione e della televisione da una parte e catalizzatore degli effetti benefici del post Brexit dall’altra. La valorizzazione della presenza della tv pubblica con il suo centro di produzione a Milano è una vecchia questione, un obiettivo che non deve essere inteso come un mero riconoscimento dovuto alla città che ormai riveste il ruolo più importante nel settore specifico, oltre ad essere la capitale economica e finanziaria del Paese, ma deve rientrare in un progetto concreto a lungo termine, strutturale e dalle ricadute operative ed economiche importanti. La presa di posizione di Sala nasce sicuramente dalla concomitante questione Sky. Azienda privata in questo caso, che, per ragioni da collegare al proprio piano industriale, riposizionerebbe la sua presenza in Italia spostando molto da Roma a Milano, al netto dei previsti esuberi. Tenendo conto che è da sempre radicato a Milano il gruppo editoriale che fa capo a Silvio Berlusconi, il rafforzamento di Rai e Sky sotto la Madonnina consegnerebbe alla metropoli lombarda l'indiscusso scettro di capitale dell'informazione. Con tutti gli immaginabili benefici. Nel caso invece di Ema, la dichiarazione di Sala ha il sapore di una sveglia, di un appello alla politica in generale affinchè si attivi, forse presa in contropiede dalla velocità degli eventi dettati da una agenda hard Brexit dai tempi incalzanti. E Milano non sembra reattiva, non sembra pronta ad accogliere concretamente una Agenzia europea di quel tipo nel giro pochi mesi. In un caso e nell’altro si torna al discorso di sempre, quello che stigmatizza la necessità di fare rete, di fare sistema, di tessere lobbying territoriale. Una attività che deve essere necessariamente trasversale, al di fuori delle ideologie e della bassa cucina politica. I vari recenti Patti, per la Lombardia e per Milano, sono stati un fulgido esempio di decisionismo virtuoso che non bada agli steccati, ma va direttamente al sodo, al nocciolo degli interessi della comunità locale. Lo stesso principio valga e al più presto per Rai ed Ema.

 

Il 2017 è cominciato all’insegna delle grandi manovre nella sinistra lombarda in vista delle elezioni regionali del 2018 con l’avvio di una vera e propria campagna d’ascolto ai quattro angoli della Lombardia che porterà “entro l’estate” alla scelta del candidato della coalizione che dovrà vedersela contro Roberto Maroni. A stretto giro è arrivata infatti la dichiarazione del governatore che, senza tanti giri di parole, si rende disponibile a ricandidarsi. "Sono disponibile a correre per un secondo mandato. Abbiamo fatto un buon lavoro - ha spiegato Maroni ai microfoni del Tg3 Regione - confermato anche dal recente sondaggio de 'Il Sole 24 Ore', che mi vede insieme a Luca Zaia sul podio della classifica dei governatori più apprezzati dai cittadini". E ha aggiunto: “faremo un programma per i prossimi cinque anni; chi sottoscriverà quel programma e si impegnerà a sostenermi nella sua attuazione è benvenuto”. Messaggio rivolto ai partiti tradizionali della coalizione, ma l’obiettivo è più ampio, “una lista civica ci sarà sicuramente. Nel 2013 la creammo in poco tempo e prese il 10 per cento di consensi”. Due i capisaldi del programma in agenda: la sanità, con la riforma avviata negli scorsi mesi, e il referendum sull’autonomia che dovrà portare più risorse nelle casse della regione e che sarà celebrato nei prossimi mesi. Immediato il sostegno da parte della Lega Nord per bocca del segretario nazionale della Lega Lombarda Paolo Grimoldi che su facebook posta: “accolgo con felicità e soddisfazione l'annuncio del presidente Roberto Maroni sulla sua disponibilità a governare la Regione Lombardia anche nella prossima legislatura. Sono davvero contento che abbia accettato l'onere, ma anche l'onore, di guidare la nostra Regione per altri cinque anni, dopo questa legislatura di grande lavoro e di ottimi risultati ottenuti. Una buona notizia per i cittadini lombardi, perché in questo modo proseguirà il buon governo della regione e proseguirà il percorso delle riforme in tanti settori avviato in questo primo mandato, ma soprattutto sarà proprio Maroni ad affrontare la nuova partita che ci attende: quella della Lombardia con maggiori forme di autonomia e maggiori risorse, un referendum, che si terrà nei prossimi mesi, dove saremo tutti al suo fianco con il massimo impegno”. Al di là della portata, della effettiva efficacia e concretezza di tale referendum, non sfugge il passaggio politico tutto interno alla Lega. L’abile Maroni ha trovato lo strumento ideale per compattare le truppe padane sotto il cielo di Lombardia, schiere come noto profondamente divise sulle mire salviniane sovraniste e italiane, scettiche sulla virata lepenista valutata troppo a destra, fumo negli occhi per la Lega di governo (locale) che teme l’isolamento e la perdita di visibilità e sedie. Una battaglia dall’inconfondibile vecchio sapore bossiano, federalista, autonomista torna invece utile alla bisogna per compattare il movimento, per rafforzare la propria candidatura e soprattutto per distinguersi senza fastidiose conseguenze dalla linea politica ufficiale della segreteria federale. In Forza Italia invece i problemi al momento sono altri e di natura squisitamente interna. La lite tra la coordinatrice regionale Maria Stella Gelmini e il responsabile provinciale milanese Luca Squeri si è alla fine risolta col siluramento di quest’ultimo. Al suo posto a guidare gli azzurri di Milano e provincia arriverà il sindaco di Assago Graziano Musella, personaggio gradito e di ottima immagine, è primo cittadino del popoloso comune dell’hinterland dal 1995, con una parentesi tra il 2004 e il 2009. Squeri invece ha provato direttamente sulla sua pelle l’adagio inossidabile promoveatur ut amoveatur, è stato infatti nominato responsabile del dipartimento nazionale Commercio di Forza Italia. Tornando a Maroni, la ricandidatura regionale in tempi non sospetti aiuterà sicuramente l’esponente leghista anche in chiave politica generale. Forza Italia è aggrappata sempre di più all’unico chiodo rimasto sulla parete, ovvero Silvio Berlusconi che tiene il partito in stand by in attesa di conoscere le sue sorti di candidabilità ed in attesa di giocarsi le sue (uniche) carte di sopravvivenza politica sul tavolo della legge elettorale. Se quest’ultima fosse in chiave proporzionale, Forza Italia avrebbe un sicuro futuro da ago della bilancia in uno scenario da prima repubblica, viceversa sarebbe destinata alla irrilevanza. A meno che non si riesca a confezionare un nuovo leader di sicuro impatto, un trascinatore, una evenienza al momento ritenuta una pia illusione. Parisi non ha sfondato, alla meglio finirà per presentarsi alla testa di un partitino o tornerà nell’alveo forzista e si giocherà le sue uniche chanche politiche nel caso in cui si votasse con il proporzionale. Da parte leghista c’è la reiterata dichiarazione di Salvini di voler correre come candidato del centrodestra, un obiettivo raggiungibile solo con il maggioritario, ovvero con la reintroduzione del Mattarellum. Nei suoi auspici vincerebbe le primarie di coalizione per poi vedersela alle elezioni contro Sinistra e M5S. Ma è altamente improbabile che Forza Italia e gli altri lo seguano in quello che viene ritenuto un suicidio. Nel proporzionale la Lega salviniana non avrebbe scampo, finirebbe isolata a destra, tagliata fuori dai giochi. Tra proporzionale e maggioritario, tra destra e centro, tra le ambizioni di tanti, troppi, potrebbero trovare spazio i pontieri di lusso, i tattici, le terze vie che fanno quadrare il cerchio, come Maroni. Che al momento non è un candidato leader della coalizione, ma sicuramente dopo aver incassato senza problemi e remore la ricandidatura in Regione, gran parte del futuro e delle fortune di tale schieramento passeranno dalle sue parti.

 

Alla premiata ditta Casaleggio Associati non mancano di sicuro le idee e lo spirito d’iniziativa, i progetti di comunicazione sono infatti sempre molto interessanti e innovativi almeno per l’jniziato e lo specialista. L’ultimo coniglio estratto dal cilindro grillino ha a che fare con la piattaforma Rousseau e, al grido di battaglia “la condivisione fa la forza", è stata presentata oggi da Luigi Di Maio, Paola Taverna e Massimo Bugani in una conferenza stampa al Senato, la nuova funzione "sharing" della suddetta piattaforma. Nella fase di avvio è riservata ai consiglieri eletti nelle istituzioni locali e consentirà, appunto, di condividere gli atti e le pratiche migliori in corso nei comuni e nelle regioni italiane, ad opera dei rappresentanti M5S, che siano alla guida del governo locale o all'opposizione.

L'intera piattaforma, dal costo in questo primo anno di "qualche centinaia di migliaia di euro interamente coperti da contributi dei cittadini" ha detto Bugani, mette così a disposizione uno strumento di documentazione e di lavoro volto "a evitare di dover ricominciare tutto daccapo, quando si deve affrontare un problema" ha sintetizzato Di Maio.

Il vice presidente della Camera ha sottolineato che "questo sistema consente di creare intelligenza collettiva su atti che possono interessare sindaci o consiglieri che vogliano informarsi su ciò che viene fatto in comuni simili ai loro, per esempio".

"E' la democrazia diretta in azione, la portiamo nelle istituzioni, che speriamo seguano il nostro esempio" anche perché, ha rivendicato Di Maio, "siamo il primo partito in Europa a valorizzare questo sistema che non ricorre a fondi pubblici”. “Non è un cerchio magico - si è affrettato a sottolineare l’esponente grillino - ma un sistema operativo magico: non è un sistema chiuso, chiediamo solo le credenziali di chi si iscrive", ai fini, si presume, della regolarità delle operazioni di voto. Per Di Maio quanto più questo sistema di democrazia diretta e partecipazione si diffonderà "tanto meno sarà importante il ruolo dell''onorevole' da pregare perché presenti un progetto di legge o un'interrogazione".

Non è affatto, inoltre, un modo per rendere meno incisivi i meet up, "perché i nostri attivisti spesso 'governano' realtà locali, dove le opposizioni classiche sono inerti e sono i cittadini a fare la vera opposizione, condizionando le scelte delle giunte", ha concluso il vice presidente della Camera.

Il M5S è sempre di più una singolare case history nel segmento della comunicazione politica veicolata attraverso i new media, un “mezzo” innovativo sicuramente efficace e pragmatico, una macchina di consenso, un surrogato “virtuale” organizzativo. Qualcuno però dovrà pensare, e a breve, a qualche strumento un po’ più tradizionale di comunicazione, che abbia come obiettivo la formazione e la promozione di cultura e competenze politiche. Ma evidentemente questa è un’altra battaglia, per ora rimandata.

 

La notizia è di quelle che provocano sollievo, soprattutto tra chi quotidianamente deve sfidare traffico e ingorghi nell’immediato hinterland milanese quadrante brianzolo. Ripartono finalmente i lavori per realizzare il prolungamento della linea M1 dalla stazione di Sesto FS fino alla stazione di Monza Cinisello in località Bettola. Ieri MM è stata incaricata di riavviare l'iter procedurale per aprire a giugno i cantieri che nell'arco di due anni porteranno alla costruzione della nuova stazione della metropolitana rossa, che sarà connessa direttamente con la A4, la superstrada 36 proveniente da Monza e Lecco, la tangenziale Nord di Milano e la viabilità di Monza, e avrà un sistema di parcheggi costituito da 2.500 posti auto per assicurare le esigenze di interscambio. Uno strumento fondamentale per consentire ai cittadini provenienti dalla Brianza di accedere a Milano con i mezzi pubblici. Un servizio essenziale per i comuni di Sesto San Giovanni, di Cinisello Balsamo e per l'intera area metropolitana milanese oltre che per i quartieri Sud di Monza in grado di migliorare la mobilità, ridurre il traffico automobilistico e sviluppare il trasporto pubblico in un'ottica integrata.

Fermo da oltre un anno per il fallimento della ditta appaltatrice e per la necessità di una variante e di un rifinanziamento, il progetto di prolungamento della linea rossa da Sesto FS a Monza Bettola - con la stazione intermedia di Sesto Restellone per complessivi 1,9 chilometri - è stato riattivato ieri dai Comuni di Milano, Cinisello Balsamo, Sesto San Giovanni e Monza, dalla Città metropolitana e dalla Regione Lombardia, che hanno dato mandato ad MM di procedere all'affidamento dei lavori al nuovo appaltatore. Un passo importante, reso possibile dall'impegno di tutti gli enti locali coinvolti e del Governo, il primo dicembre il CIPE ha approvato il finanziamento di 23 milioni di euro all'interno del Patto tra l'Esecutivo e la Regione Lombardia, con il successivo via libera del Comitato tecnico del Ministero dei Trasporti.

Il cronoprogramma prevede il riavvio dei lavori a marzo 2017, la presentazione e approvazione del progetto esecutivo entro maggio. Quindi esecuzione di tutti i lavori con conclusione prevista per l'estate del 2019. Novità anche per il progetto di prolungamento della M5 a Monza. Infatti grazie al contributo economico di tutti gli enti - Regione Lombardia 75 mila euro, Comune di Milano 75 mila euro, Comune di Monza 15 mila euro, Comune di Cinisello Balsamo 15 mila euro - il 30 dicembre 2016 è stato formalizzato a MM l'incarico per la realizzazione dello studio di fattibilità tecnica ed economica del prolungamento della linea metropolitana 5 dalla stazione Bignami all'ospedale San Gerardo di Monza, passando dalla Villa Reale e attraversando il Comune di Cinisello Balsamo, e da San Siro a Settimo Milanese. Questo studio è importante per avviare la progettazione vera e propria finanziata con 16 milioni dal Patto per Milano siglato a settembre scorso tra Governo e Comune di Milano. Un passo importante per rispondere ad una delle zone per cui è più alta la domanda di mobilità e spostamenti quotidiani e che oggi vede l'utilizzo ancora molto elevato dell'auto privata comportando un aumento della congestione e dell'inquinamento.

Ora aspettiamo novità sugli altri progetti che erano stati presentati in occasione dell’evento “Fare Milano” promosso dal comune di Milano a dicembre scorso: le due metrotranvie da Comasina M3, ovvero quella per Desio e Seregno e quella per Limbiate, il prolungamento della M2 da Cologno Nord a Vimercate e il prolungamento della M4 da San Cristoforo a Corsico. Per la verità opere previste nel Pums 2017.

 

"Ognuno deve costruirsi il suo Vitriol. La ricerca della Pietra filosofale è quella del mistero che sta alla base della vita. Come vedo la mia? Una Pietra piccola, poco pesante". Ad affermarlo è l’inossidabile Gillo Dorfles giovedi scorso in occasione della presentazione in Triennale a Milano della mostra 'Vitriol, Disegni di Gillo Dorfles, 2016', inaugurata poi il 12 gennaio in concomitanza con 'Francesco Somaini, Uno scultore per la citta', New York 1967-1976', mostra che prosegue fino al 5 febbraio. Dorfles, 107 anni il prossimo aprile, laureato in Medicina e specializzato in Psichiatria, una lunghissima carriera accademica alle spalle e soprattutto una grande notorietà da critico d’arte. Il lavoro di critico ha giocato la parte predominante nella sua vita cominciata nel lontanissimo 1910 in una Trieste a quei tempi all’interno dei confini dell’impero austro-ungarico di Francesco Giuseppe. Negli ultimi trent’anni Dorfles ha però concentrato il suo lavoro sui dipinti e sui disegni. La pittura nella sua lunga vita ha sempre occupato un posto importante, ma dopo critica ed insegnamento, nell’ultima fase è però diventata, o tornata, la protagonista indiscussa della sua instancabile ricerca artistica. La mostra ruota intorno ad un dipinto del 2010 dove si riconosce il segno di un grande naso e due occhi, un tema ricorrente nel lavoro di Dorfles e che fa pensare a un autoritratto, ma l’attenzione è catturata da una misteriosa parola, Vitriol. E’ un acronimo creato con le iniziali delle parole componenti una frase esoterica in latino: Visita Interiora Tarrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem, ovvero ‘Visita l'interno della Terre e, con successive purificazioni, troverai la pietra nascosta', intesa come la famosa pietra filosofale. Vitriol, nei disegni di Dorfles, assume le sembianze di un personaggio fantastico, protagonista in questo caso di una serie di 18 disegni esposti al pubblico per la prima volta e realizzati nella seconda metà del 2016. Rifacendosi al filosofo austriaco Rudolf Steiner, creatore dell'antroposofia, Dorfles sintetizza in queste immagini "l'esistenza di un corpo esoterico, diverso da quello fisico, ma che non è ancora la pura spiritualità". "E' sempre accanto a noi – afferma – anche se non siamo in grado di definirlo con la ragione". Non poco per un arzillo signore di quasi 107 anni.

Foto: Ansa

Che fine farà il capitalismo italiano? Se lo chiede il presidente della Commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia (Pd) a margine delle indiscrezioni intorno al prossimo aumento di capitale in Unicredit. Il momento generale è delicato, le notizie di cronaca non sempre positive in ambito finanziario e industriale si susseguono con aggiornamenti quasi settimanali, ma tutto sembra ruotare da un po’ di tempo intorno alle mire dei francesi. La scalata di Vivendi a Mediaset è solo l'ultima della serie in Italia. Ieri Boccia ha denunciato che "c'è un disegno per portare Unicredit in Francia, prendere il controllo di Generali e un pezzo consistente di Mediobanca ". Che in soldoni significa controllare una gran fetta di finanza italiana con quello che ne consegue in termini concreti per l’economia del paese e per gli equilibri di potere in senso generale e trasversale. Lo stesso Boccia ha annunciato che proporrà alla commissione un'indagine conoscitiva sul futuro del capitalismo italiano, chiedendo in sostanza un time out: "qualche secondo, non mesi per un dibattito serio che il Parlamento non ha ancora fatto sul futuro del capitalismo italiano". Più che sul futuro del capitalismo italiano, bisognerebbe discutere più prosaicamente del futuro della piazza finanziaria italiana, ovvero milanese, che è appunto il motore dell’economia del Paese. Intanto che la politica parla, i grandi interessi si muovono e molto in fretta. Il faro è ora puntato su Unicredit. Il colosso bancario è infatti atteso ad un tornante decisivo, la ricapitalizzazione da 13 miliardi di euro prevista per febbraio e che dovrebbe mettere in sicurezza l’istituto e consentirgli di affrontare nuove sfide nel mercato. Non dovrebbero esserci problemi circa le adesioni all’aumento di capitale e l’attenzione è ovviamente puntata sui grandi investitori esteri, gli statunitensi Blackrock, Vanguard e altri, che secondo indiscrezioni di stampa sarebbero orientati positivamente, e i fondi sovrani che parrebbero a loro volta interessati. Non solo Aabar per la quota di competenza, ma anche il Qatar, ormai ben radicato in tanti ambiti all’ombra della Madonnina. L’obiettivo e la visione di Unicredit sono in chiara evoluzione, in sintesi, spazio a progetti di respiro internazionale in una public company dove i grandi fondi internazionali peseranno sempre di più superando via via i vecchi equilibri. Secondo indiscrezioni raccolte da Il Sole 24 Ore, vedasi Carlo Festa nella sua rubrica, il vero driver che agevolerebbe la decisione degli investitori internazionali sarebbe però il prezzo a forte sconto. Con uno sconto sul Terp del 30-40%, Unicredit (agli attuali corsi di mercato) sarebbe a prezzi di saldo elevati rispetto al maggior competitor in Italia, cioè Intesa Sanpaolo. Italia mercato maturo e poco reattivo, più lento ad uscire dalla lunga crisi rispetto ad altri, con banche in affanno e da ricapitalizzare, con le solite debolezze sul fronte politico, ma pur sempre una delle economie più interessanti e ricche del pianeta, con un sistema industriale di assoluto pregio. Un mercato però che rischia di diventare terra di facili scorrerie per i grandi investitori internazionali. Essere target di investitori di quel peso è sicuramente una grande opportunità di crescita, soprattutto in presenza di un capitalismo domestico nano o asfittico, ma può diventare un rischio letale se questa avanzata è tra le macerie di un sistema economico e finanziario ritenuto allo sbando. Bene fa la politica a discuterne, a farsi le opportune domande, impellente sarebbe a questo punto avere delle risposte concrete e dei fatti soprattutto.

 

Da una parte la notizia, ovvero la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della graduatoria dei progetti ammessi al bando periferie, dall’altra l’inevitabile contorno di polemiche a sfondo politico tra maggioranza e opposizione in consiglio comunale. Varese infatti finisce a metà classifica, al sessantunesimo posto su centoventi, il suddetto bando come noto premiava i primi ventiquattro, ma nonostante ciò per Varese si concretizzerà ugualmente la possibilità di ottenere i 18 milioni necessari per finanziare il progetto della Giunta Galimberti di risistemazione del comparto delle stazioni. Un quartiere trasandato, dimenticato da anni, con problemi evidenti di degrado e per di più a ridosso del centro. Un pessimo biglietto da visita per chi arriva in città, un quartiere da temere o da evitare per chi ci vive o si trova costretto a passarci, uno spreco di territorio vista l’ubicazione strategica. Per chi ha a cuore il bene della città, non può che far piacere che qualcuno ci metta finalmente mano, chiunque sia, anche se il progetto non è certamente epocale e tanto meno esteticamente accattivante. Resta una chimera l’unificazione delle stazioni, ci si accontenta di passerelle aeree, coperture di piazzali e risistemazione dello chalet degli Angeli Urbani. E si spera in una conseguente radicale cura del decoro di quel quartiere. Per il sindaco Davide Galimberti è una salutare boccata d’ossigeno, fatti e risultati immediati che tornano utili per far dimenticare un esordio non certo felice almeno sul piano politico, basti solo pensare alla questione delle liaisons dangereuses con Lega Civica con annessi e connessi, per l’opposizione è invece una bocciatura che, nelle parole di Simone Longhini, capogruppo di Forza Italia, è tout court, “Varese bocciata sulle stazioni. Il progetto presentato dall’amministrazione, che nonostante le richieste dell’opposizione e di una parte della maggioranza non tornerà più in consiglio comunale, è arrivato sessantunesimo su 120, quando il bando per le periferie premiava solo i primi 24. Prima di noi, solo per fare degli esempi, Avellino, Grosseto, Andria, Oristano, Agrigento, Carbonia, Caltanissetta, Tempio Pausania, Enna. Un finanziamento a pioggia anche per i comuni scartati (alla faccia della meritocrazia) permetterà forse a questo progetto zoppicante di andare avanti. Ma, arrivati a questo punto, siamo sicuri che due passerelle e qualche pilone (tra l’altro costosissimi) non ritenuti meritevoli nemmeno dal Governo di centrosinistra, possano rappresentare una buona soluzione per il futuro di un’area centrale della nostra città?”, così l’ex assessore forzista spiega sulla bacheca del suo profilo di facebook. A stretto giro arriva la risposta di Luca Conte, capogruppo del pd in consiglio comunale, che dopo aver sostenuto la validità dell’operazione e l’utilità del finanziamento, sottolinea che “è curioso che chi prima copriva il ruolo di assessore, ed era corresponsabile del fatto che Varese ha perso decine di milioni di euro non partecipando ai bandi, oggi si permetta di pontificare e spiegare che si sarebbe potuto fare meglio. In passato, al bando periferie il comune di Varese non ha nemmeno partecipato”. Resta il fatto ineludibile che il progetto sia finito a metà classifica e che non sia stato pertanto ritenuto di grande interesse. La speranza a questo punto è che si riesca a rivederlo, migliorarlo prima di eseguirlo. E’ meritevole l’impegno del sindaco e della giunta nel ricercare finanziamenti per i principali progetti che possano rilanciare la città e non solo dal punto di vista dell’immagine, ma l’alibi del piuttosto del nulla che ci ha preceduto ha il sapore del dilettantismo. Non vorremmo infatti trovarci tra qualche anno a commentare tanti fatti, tanti risultati, ma di qualità mediocre o addirittura inutili. La Varese da mezza classifica è ormai una realtà da tempo immemore, in qualunque ambito la si guardi, credo invece che un messaggio innovativo, a livello politico e soprattutto nell’amministrazione più concreta della città, sia quello di cercare di farla volare alto, con progetti di sostanza e ambiziosi che non la rendano solo più bella e vivibile, ma che creino soprattutto le condizioni per tornare a far girare l’economia. Che è appunto asfittica da troppi anni. Che ce ne facciamo in futuro di una città più bella e ordinata, ma dalla quale si emigra o si vive peggio di prima?

 

I social network, i media tradizionali sul web, i blog, le piattaforme di messaggistica, per farla breve, qualsiasi tipologia di sito in rete è ormai chiaramente diventato un market place di prodotti politici online. Si trova di tutto, per tutti i gusti e per tutte le culture. Vediamo politici consumati o prossimi candidati a scendere in campo con le loro storie spesso e volentieri preconfezionate dalle segreterie e dagli spin doctor, assistiamo alle chiamate alle armi per le più diverse battaglie politiche, veniamo bersagliati inconsapevolmente da campagne elettorali, petizioni, raccolte di firme per le più disparate cause. Qualcuno riesce pure tra un post promozionale e l’altro, tra un tweet autocelebrativo e l’altro a dare indicazioni e proposte, nonché sponsorizzare candidati per congressi ed elezioni o a stigmatizzare limiti e pregi di avversari e alleati. Una vera e propria Torre di Babele nella quale molte volte è difficile districarsi e discernere. Ragionamenti politici pochi o inesistenti, contenuti in genere limitati a qualche battuta, tutto concentrato sulla comunicazione, possibilmente furba e ammiccante. Nessuno si aspetta o pretende disquisizioni dotte e lezioni auliche su questi mezzi, ma lo spettacolo potrebbe essere con poca fatica meno scontato, squallido e vacuo per non dire noiosamente ripetitivo e veicolato ai limiti dello spamming. I partiti, come ebbe a dire una volta Pierluigi Bersani con una battuta efficace, rischiano di passare da soggetto politico a spazio politico. Personalmente ritengo che il concetto di spazio sia addirittura inadeguato o superato, proprio perché siamo nel mondo virtuale del web, una realtà parallela in perfetto stile second life immaginata ed utilizzata come strumento di e-commerce per la vendita appunto di prodotti politici siano essi partiti, movimenti, candidati, leader, programmi, gadgets. E a che pro? Per fare cosmesi, per imbellettare la pura e per certi versi squallida gestione del potere così come appare nella dimensione reale. Difficile però veicolare e soprattutto “vendere” questa prosaica finalità. Ma questo è l’imperativo, da realizzare a qualunque costo. Alla faccia della congiuntura negativa che vive la maggior parte degli italiani, della crisi di tutto il sistema, della recessione che non accenna a finire e che imporrebbe alla politica di parlare solo di contenuti e di concretezza. Mi viene in mente una profetica frase di Diego Masi, precursore in Italia della comunicazione politica, che in un libro editato negli anni ’80, “Come vendere un partito politico”, scrisse: “Il partito è un prodotto (qualcuno dice semidurevole) e come un prodotto va venduto. Si può stimolare l’acquisto di un voto, di un candidato, di un partito insinuandosi tra i dilemmi della scelta, come un detersivo o un dado per brodo si impongono nella borsa della spesa?” La risposta è oggi sicuramente affermativa.

Nel web non esistono linee politiche e, al di là della inevitabile affabulazione tipica dello stile politico, non si vedono proposte concrete, scelte dettate da valori, ma solo calcolo e iniziative che devono creare i presupposti per un veloce guadagno in termini di voti, aderenze, posti di potere. La rete velocizza il contatto, il rapporto con il bersaglio, meglio non dilungarsi troppo nel ragionamento altrimenti si perde di vista l’obiettivo. E proprio per questo motivo il tutto è veicolato con arroganza e prosopopea. Anatemi e proposte lanciate dal pulpito virtuale con la sicurezza di chi ritiene di essere il depositario della verità o delle soluzioni dei problemi dell’universo arrivano prima e meglio all’attenzione del target designato, vera e propria preda. Ci manca la riforma degli spazzacamini e poi abbiamo fatto tutto…e sentito di tutto (naturalmente nella dimensione virtuale), la cosiddetta sindrome della Merkel. La onnipotenza e la onniscienza portano consenso, da sempre, anche se in concreto non realizzi un granchè. Vizi e abitudini che colpiscono tutti sul web, da Grillo a Renzi, dalla Lega a Berlusconi. Poca sana dialettica politica, solo scontri tra partiti, correnti, fazioni più o meno strutturate e più o meno piegate ad interessi e logiche esterne e che per affermarsi tendono quindi ad abusare degli strumenti della comunicazione a scapito dei contenuti. Domina il carrierismo e l’arrivismo a tutti i costi, per mettere le mani sul governo del Paese, sugli organi di gestione delle amministrazioni locali, sulle istituzioni politiche, sulla economia di Stato. E’ arcinoto che non ci siano battaglie politiche senza tornaconto e che non esistano idee senza corrispettivo, in politica se sei idealista dopo i vent’anni vuol dire che hai sbagliato mestiere, non è un ambito per anime belle e pure. Ma il web è terribile, quando comunichi qualcosa, qualsiasi cosa, devi aspettarti il contrappasso che smaschera sempre il cinismo del comunicatore. Basta scorrere i tweet dei politici più noti, guardare le principali pagine facebook, tutto materiale preconfezionato a tavolino da staff e uffici stampa con la “appassionata” dedizione del mercenario che scrive a comando. E quindi sono idee senza sentimento, senza pathos, non trasmettono nulla se non slogan buoni per vendere il prodotto in un certo momento e ad un certo target. I profili dei politici sul web sembrano house-organ aziendali, freddi, commerciali, pieni zeppi di messaggi motivazionali all’americana da dare in pasto alle truppe cammellate che devono essere incentivate a leggere, condividere e cliccare like. Eserciti di “militanti” indottrinati fungono da grancassa sul web, cercando di espandere al massimo il prodotto/slogan coinvolgendo strumentalmente frotte di seguaci e pseudoamici. Più followers hai, più like hai, più amici hai, più “conti”. Così almeno sembra. Tremende sono le pagine a sostegno del governo di turno. Emblematiche sono state quelle legate in qualche modo a Renzi, ma non erano da meno nemmeno quelle di Letta, ce n’erano di simili pure per Monti, si legge e si leggeva di tutto, si giustifica e si giustificava tutto, si vende e si vendeva l’invendibile pur di garantire l’esistenza del potere costi quel che costi, pure la faccia. Ma si sa, in politica il mantenimento della dignità e della faccia è cosa da dilettanti e se poi si ha a che fare con materiale raffazzonato e costruito a più mani, lo smacco è solo questione di tempo. E si innesca il micidiale contrappasso, il carnefice diventa vittima dello strumento da lui stesso costruito. Per chi, come il sottoscritto, ha la pazienza sadica di conservare a futura memoria post e commenti di alcuni politici di riferimento, c’è da ridere a crepapelle nel rileggere le vecchie dichiarazioni, tra scempiaggini colossali, balle, strafalcioni storici, giri di valzer e piroette dialettiche. E tutto nel giro di pochi mesi. Ma tanto per questa gente sembra che chi naviga sul web sia uno sfaccendato, un troglodita che sa a mala pena leggere e scrivere e comunque qualcuno che per default ha la memoria cortissima. I partiti ormai liquefatti, destrutturati cercano disperatamente di sfuggire alla loro inevitabile fine storica o al suicidio politico reinventandosi sul web. E pensano che sia un giochino facile facile e pure poco costoso. Con tutta una serie di tattiche e trucchi francamente patetici e smascherabili facilmente. L’ultima fase di questa singolare parabola è la questione bufale che viaggia di pari passo con quella dell’insulto programmato. Notizie distorte, verosimili ma impossibili da verificare, palesemente false pubblicate con metodo e cadenza premeditata sui principali social o addirittura negli stessi siti dei media tradizionali stanno diventando un caso sociale molto preoccupante. Un fenomeno ingigantito dall’effetto valanga che gli stessi social alimentano con catene di Sant’Antonio e tattiche di induzione subdola alla condivisione. Con finalità non certo nobili, l’obiettivo è quasi sempre la creazione di opinioni artefatte al solo fine di screditare l’avversario, di creare terra bruciata intorno ad una certa operazione, di generare tendenze o bisogni in modo spiccio.

Ma non è tutto negativo quello che si vede, qua e là affiora un qualche tipo di dibattito democratico e confronto di posizioni, per esempio in occasione di primarie, congressi o per il lancio di petizioni o raccolte firme. Chi mira a cambiare la società attuale, lo Stato attuale, chi cerca soluzioni alla violenta crisi economica e finanziaria, chi cerca di cambiare i rapporti di potere e gli equilibri della foresta pietrificata della nostra politica, e perché no dell’informazione ormai quasi totalmente asservita, può trovare nel web un mezzo dirompente e rivoluzionario, implementabile velocemente e relativamente poco costoso. Ma torniamo agli elementi fondamentali della comunicazione perché è di questo che stiamo parlando: chi sei, cosa vuoi comunicare, per che cosa. Deve esserci, in chi comunica, in che cosa si comunica e per che cosa si comunica, trasparenza e buona fede, spessore culturale e ideale, reputazione e solidità morale, chiarezza sui finanziamenti, altrimenti è aria fritta e saremo destinati a continuare a goderci lo spettacolo dei “partiti di plastica” e dei “leader virtuali” in un mondo liquido di menzogne e troll mediatici.

 

Tra pochi giorni, a maggio, cade il trecentesimo della nascita di Maria Teresa d’Austria. Un nome e un periodo storico che non lasciano di sicuro indifferenti i milanesi e i lombardi. Un lungo regno il suo, dal 1740 al 1780, quattro decenni che per Milano hanno significato molto in termini positivi e che hanno lasciato nella popolazione un ottimo ricordo nonostante la successiva austrofobia del risorgimento e la omologazione politica, sociale e culturale dell’Italia unita. Maria Teresa non lasciò tracce personali, non venne mai a Milano, i ricordi sono legati al suo buongoverno, alla stabilità, all’ordine. In quei decenni furono poste le basi per la Milano moderna. Il seicento, con la fallimentare dominazione spagnola e le pestilenze, aveva fiaccato la città, la popolazione risultava addirittura dimezzata rispetto al passato oltre che impoverita. L’ennesima dominazione straniera, questa volta austriaca, avrebbe invece innescato di lì a poco un volano virtuoso, una specie di età dell’oro che in pochi anni ha creato le condizioni e le basi per lo sviluppo della Lombardia come la vediamo oggi. In quel periodo Milano prese i contorni della capitale morale futura, sede di industrie e commerci via via sempre più fiorenti ed importanti, ma parimenti attenta alla cultura con la C maiuscola. E’ del periodo teresiano la nascita dell’Accademia di Brera e la fondazione del Teatro alla Scala. Si può tranquillamente affermare che è il carattere e lo stile asburgico quello che più è entrato nel dna milanese impregnando il modus vivendi, la mentalità e anche l’aspetto estetico di molti quartieri centrali della città. Non fu solo per merito di Maria Teresa che Milano tornò in auge, tutta la migliore società meneghina collaborò in modo sinergico a riavviare il motore. Come non citare, tra i tanti, il cardinale Giuseppe Pozzobonelli che resse l’arcidiocesi per quarant’anni, coincidenti con uno scarto di tre anni con il regno di Maria Teresa. La figura dell’arcivescovo di Milano è sempre stata un elemento chiave nei momenti più importanti della storia della città e della diocesi nel corso dei secoli e così è stato anche nel settecento con Pozzobonelli, abile e diplomatico, con ottime doti politiche, artefice e promotore di tante iniziative non solo religiose e caritatevoli, ma anche culturali e di coesione sociale come si direbbe oggi. Ma è sicuramente quello che è legato al buon governo, all’amministrazione efficiente, alle tante iniziative innovative e modernizzatrici l’aspetto che fece subito la differenza con gli altri Stati italiani afflitti viceversa da malgoverno ed istituzioni obsolete. Una differenza che si è accentuata nei secoli successivi proiettando Milano e la Lombardia tra i motori d’Europa. La Milano teresiana con le sue riforme è sicuramente un benchmark ancora oggi a distanza di quasi tre secoli. Dal catasto teresiano, che di fatto obbligò i feudatari lombardi a rendere produttivi i propri latifondi o a venderli ,all’introduzione della numerazione civica nelle strade, dalla riorganizzazione dell’istruzione all’espansione edilizia secondo specifici criteri non casuali, per non parlare dell’importanza della cultura su impulso e stimolo della corte di Vienna, sono alcuni dei punti di forza della Lombardia austriaca. Se Milano è una locomotiva d’Europa, se ricchezza e benessere non sono stati mai così in alto come negli ultimi anni, se l’importanza nel mondo della capitale lombarda è un fatto assodato, il merito è anche dell’impulso positivo dato a suo tempo dall'Austria teresiana. Lezioni da ricordare e tenere a mente anche e soprattutto nella complicata temperie attuale che impone sforzi eccezionali per tirare fuori dalle secche della stagnazione e della recessione una regione di fatto trainante. E che però non ha mai deciso completamente in autonomia, oggi come allora. Un monito per le classi dirigenti, in primis per la politica. Possiamo anche importare eccellenza ed esempi virtuosi e beneficiarne lungamente, ma alla fine non abbiamo mai dimostrato di avere una classe dirigente all’altezza di pensare, organizzare e agire da sola, in autonomia. A Milano e alla Lombardia è mancato costantemente proprio questo tassello per volare alto, si è delegato troppo e non si è preteso e difeso il dovuto. Con le inevitabili conseguenze su benessere, sviluppo e ricchezza. Certo, c’è padrone e padrone. I milanesi oggi hanno nostalgia di Maria Teresa, difficilmente in futuro ricorderanno Mattarella e Gentiloni.

 

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

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