• Liala e il suo tich tach
    Liala e il suo tich tach Inabissato. Dopo questa terminologia vissuta intensamente più che scritta, Liala volle crearsi una vita parallela tramite i suoi romanzi. Un modo per sopravvivere. Però lo sguardo dal Montello si inabissava nel lago di Varese in ogni attimo della sua giornata. Dal tramonto all’alba. Ebbe molto Liala essendo di Nobile famiglia. Nobile il suo aspetto e quasi aristocratico quel suo posizionarsi alla macchina da scrivere, sempre più frequentemente, fino a confondere realtà con romanzo. Ma quale era la realtà? Il suo matrimonio combinato e naufragato? No, basta parlare di acqua. Naufragi, inabissarsi di pensieri…. Per fortuna, nella cucciola, Primavera era sempre con lei. Una grande somiglianza, anche fisica. Quella classe quasi aristocratica e quel sorriso dedicato unicamente all’arte di esprimersi con scrittura e canto, che solo dai Cambiasi poteva discendere. Più…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Milano, dicembre, interno di una nota multinazionale della comunicazione presente da leader e da tempo immemore soprattutto nel segmento finanziario, lingua franca l’inglese, ma bisogna capirne altre tre per cavarsela degnamente o almeno per sopravvivere ai piani bassi. Ambiente competitivo, meritocratico, sicuramente ambìto sia da affermati professionisti del settore che cercano un trampolino per ulteriori sfide sia da giovani intraprendenti e desiderosi di trasformare la prospettiva di una carriera nella comunicazione nella propria ragione di vita lavorativa. Non facile accedervi, ancora meno superare i primi livelli di selezione naturale ovvero gli stage e i tirocini. Ebbene, può sembrare un dettaglio quasi comico, ma la maggior parte delle ambizioni non arriva nemmeno a superare questi primi ostacoli, i più infatti si schiantano fragorosamente sulla maldestra pronuncia della brand aziendale al primo colloquio. Eppure il problema è noto, la rete è piena zeppa di tutorial che spiegano esattamente la pronuncia in inglese della ragione sociale per non parlare degli innumerevoli video del fondatore in cui stigmatizza proprio questo aspetto non propriamente secondario. Sono candidati impreparati, sono dilettanti, sono vittime di leggerezza? O forse questo succede perchè siamo il Paese della fuga dei cervelli all’estero? E soprattutto nel mondo anglosassone. Evidentemente chi emigra ha superato brillantemente il gap linguistico, altrimenti come farebbe a lavorare o semplicemente a districarsi nella normale vita quotidiana in un Paese straniero? E chi resta in Italia per scelta, per caso, per necessità, non è sicuramente meno dotato e preparato di chi va a cercar fortuna all’estero, forse si è semplicemente dimenticato a suo tempo di approfondire lo studio delle lingue straniere. La sensazione è però un’altra, è quella di una generazione di giovani adulti impagliata, apatica, lenta di riflessi. Non è certamente una novità, basta farsi un giro nelle vie della movida milanese invase da giovani che barcollano da un happy hour all’altro per rendersene conto, questi giovani sembrano messi bene, ma non si sa esattamente di cosa vivano al di là dell’evidente sostegno familiare, girano a vuoto, hanno una vita scandita dall’inerzia di impegni effimeri. E di cosa vivranno in futuro? E’ sufficiente una veloce chiaccherata con loro in un contesto formale come quello di una azienda per capire come sia enorme la distanza tra l’universo competitivo delle professioni più pregiate e il tessuto sociale dal quale dovrebbero emergere le risorse più interessanti. Sembra che sia calata una cappa di nebbia fatta di demotivazione, paura, incertezza, un mix letale che ammorba anche le personalità, i caratteri e le capacità dei più promettenti. E’ il lato più oscuro, deleterio e subdolo degli effetti della crisi. Ancora peggio è la situazione se si allarga il discorso ai giornalisti. La stessa multinazionale ricercava un redattore per agenzia. Un lavoro all’apparenza monotono, ripetitivo, fatto in gran parte di un monitoraggio assiduo e capillare di fonti e di pubblicazione costante di comunicati spesso e volentieri molto brevi e scritti in inglese e italiano. Ma anche altamente motivante perché a stretto contatto con la formazione e la diffusione delle notizie clou di alcuni settori. La categoria dei giornalisti in erba è un coacervo di oracoli, di depositari della verità, di letterati mancati o di gente talmente ambiziosa da non abbassarsi a nulla se non a scrivere per quei due o tre giornaloni che ancora a fatica resistono e sopravvivono. Al di là del fatto di non capire dove sta andando il mondo e della conseguente pessima impressione che si fa in una società leader di mercato per il fatto che non si vuole fare nessuno sforzo per capirlo, colpisce il deposizionamento professionale di uno spaccato importante di una generazione di giovani professionisti. Praticamente sognano un lavoro che esisteva, ma che ai nostri giorni è praticamente scomparso. Destinati pertanto a morte certa, ovvero alla disoccupazione di lungo periodo. Oggi nei grandi media ti pagano se vendi influenza, non se scrivi articoli e nei piccoli non ci sarà proprio più spazio perchè saranno solo o sempre di più sul web dove vigono ben altre logiche. “Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”, diceva Luigi Barzini jr., ma qui sorge il dubbio che per molti giornalisti oggi sia meglio non lavorare tout court. Ma torniamo alla fuga di cervelli. Chi non è più tanto giovane ed ha un minimo di consuetudine internazionale ha ben in mente le ondate di giovani italiani emigrati all’estero che si sono susseguite negli ultimi decenni. Nei settori dell’informatica, della finanza, della ricerca e appunto anche della comunicazione. Per rimanere nella fascia alta del mercato. Il depauperamento italiano è palpabile, dall’estero, di cervelli, ne sono arrivati molti meno di quelli che sono partiti e il gap si allarga inesorabilmente anno dopo anno compromettendo il futuro del Paese in quanto a benessere e crescita. In compenso accogliamo immigrati senza qualità e che al momento rappresentano solo un costo, economico e sociale, una palla al piede. L’attenzione dell’opinione pubblica è ora preda della politica nazionale e locale, in questo mese di dicembre è successo di tutto, ma le priorità sono come al solito sul fare, in questo caso sui giovani, sulla loro preparazione, motivazione, sulla creazione di opportunità di lavoro e sulle prospettive professionali nel lungo periodo. Un punto da mettere in cima all’agenda della politica e delle istituzioni. E subito.

 

Dopo aver appreso dalla stampa di essere indagato, Giuseppe Sala ha dichiarato a caldo «non dirò che non ho fiducia nella magistratura, ma neanche il contrario». E poi il colpo di teatro della autosospensione. Due prese di posizione immediate, anomale e piuttosto nette. Ma andiamo con ordine. Le cronache riportano fatti molto gravi, ma tutta la storia di Expo prima, durante e dopo Sala è un rosario di errori, litigi, circostanze poco chiare, affarismo. Niente di nuovo si dirà, sono i soliti ingredienti che fanno parte del retrobottega delle grandi manifestazioni come appunto l’esposizione universale di Milano. Ma vengono anche in mente decine, centinaia di casi simili dal 1992 ad oggi. Inchieste annunciate a mezzo stampa, quasi sempre strumentalizzate e distorte, con malcelati intenti di fare giustizia in modo sommario ad uso della bassa cucina politica, avversaria del malcapitato di turno, ovviamente, con ipotesi dell’accusa poi spesso e volentieri sgretolate e ridimensionate anche di fronte a prove ritenute in un primo tempo granitiche. Tra meno di due mesi Tangentopoli compie 25 anni, ma la prassi è sempre la stessa, con i processi che si anticipano sui giornali e che dimostrano chiare finalità politiche. Quindi, siamo d’accordo con Sala, la fiducia nella magistratura è indiscutibile, ma i dubbi ci sono, eccome! Indagato non significa colpevole, si è innocenti fino a prova contraria, ma non possiamo però nasconderci lo stretto nesso che esiste tra inchieste e sorti politiche di chi finisce nel mirino così come il ruolo deflagrante dei media nell’ingigantire il fatto o nel creare il colpevole. Una magistratura ad orologeria e media pronti a fare grancassa per ovvii motivi, di servilismo per alcuni e di mera cattura di audience per altri. Va in difficoltà Renzi, mentore e garante della ascesa di Sala, ecco di conseguenza partire l’inchiesta che inguaia il sindaco. Il tempismo è sospetto. Sarà così? A pensar male si fa peccato, ma si azzecca, come diceva il saggio. Un giocattolo difficile da maneggiare e che comprende anche il famigerato meccanismo del contrappasso. Che lezione, che smacco, per chi sulle inchieste in passato ha vinto elezioni, ha cercato di costruire alternative in realtà rivelatesi fasulle o poco più, ha puntato il dito sbandierando una presunta superiorità morale. Una ipocrisia lampante, un lisciare il pelo alle toghe che non ha evitato di ritrovarsi bersaglio del medesimo stile. Chissà appunto cosa pensano in questi giorni quelli che hanno fatto approvare la Legge Severino o hanno creato enti come l’Anac. Comprendiamo la stizza di Sala, ma al contempo lasciamo che la giustizia faccia il suo corso. Dove ha sbagliato il sindaco di Milano è stato sull’autosospensione. Una reazione esagerata, inutile e soprattutto dannosa per la città che resta senza guida. Una prova di debolezza, un errore madornale che rischia di fare il gioco di chi vuole compromettere ed emarginare il ruolo della metropoli lombarda. Una decisione che però inguaia il Pd già diviso al suo interno e frastornato dalla recente batosta referendaria. Viceversa è una chance insperata per le opposizioni in cerca d’autore del centrodestra. Un tornante politico complicato e che va gestito con grande maturità e lungimiranza. Ovvero, non si cavalchi ottusamente la tigre delle inchieste, non si corra dietro la grancassa mediatica, non si faccia il gioco di chi tiene in scacco l’Italia da 25 anni condannandola a rimanere nella palude. Il Paese è già fin troppo debole, oggi per giunta governata da un esecutivo fantoccio, di corto respiro, composto di molti soggetti ai limiti del dilettantismo, non facciamo in modo che si comprometta il ruolo, l’importanza e il peso di Milano, oggi più che mai locomotiva per rigenerare e rilanciare l’Italia. Un ruolo ritrovato anche grazie ad Expo, non dimentichiamolo. Che il vero bersaglio sia quindi Milano?

 

Sembrano passati decenni ed invece era solo la primavera del 2016 quando nella madre di tutte le battaglie lombarde i partiti di destra e sinistra decisero all’unisono di candidare a Milano due manager, pescati si fa per dire nella società civile. Idealità evaporate, divisioni, lotte fratricide, risorse umane presentabili inesistenti costrinsero gli schieramenti all’utilizzo delle foglie di fico. O meglio, veri e propri avatar. Badate bene, in questo caso non si tratta di servi sciocchi o grigi utili idioti, come spesso e volentieri vediamo schierare sul palcoscenico della politica nostrana quando si è a corto di soluzioni, ma di ottimi epigoni del mondo delle professioni e dell’imprenditoria milanese. E con in più il pregio di dimostrare antiche consuetudini con la politica. Giuseppe Sala e Stefano Parisi hanno riempito che meglio non si poteva l’imbarazzante vuoto decisionale, per quanto riguarda le candidature, della sinistra e della destra milanese. Ma è stato un fuoco di paglia. Così come si sono trovati affiancati in campagna elettorale, con il medesimo tempismo sono finiti a terra. Storie, impegni, ambizioni nettamente diverse, ma i due manager prestati più che dignitosamente alla politica sono finiti insieme sul binario morto. Ora aspettiamoci il rilancio, perché di questo si parlerà nelle prossime settimane e mesi, oppure prepariamoci all’inevitabile declino e oblio. L’autosospensione di Sala perchè indagato per fatti che riguardano Expo magari gli fa onore, ma è un errore politico che lo indebolisce e lo lascerà indebolito, la corsa solitaria di Parisi all’interno del centrodestra, ma giocata per i fatti suoi, lo ridurrà al ruolo di semplice capocorrente. Entrambi hanno indossato ottimamente e al di là di ogni più rosea previsione i panni del politico, nel momento topico però sono stati risucchiati dal dilettantismo. E’ un peccato per Milano innanzitutto, è una occasione persa per i partiti che intorno a loro potevano tentare una autentica rigenerazione. Un sindaco, un comandante sta sulla tolda della nave a prendere le cannonate, non si defila, un nuovo leader politico, se ha l’obiettivo di prendere in mano una coalizione di partiti, non solo combatte all’interno del perimetro della coalizione, ma scala il partito di riferimento divenendone segretario, poi costruisce le alleanze con i partner, infine cerca il consenso nelle primarie o nei congressi, evita in ogni modo le corse donchisciottesche e l’enfasi sul protagonismo personale, anche se i fondamentali sono ottimi. Non mi dilungo per ora su questo argomento, sono semplici riflessioni, uno spunto per discutere dopo i recenti avvenimenti. Piuttosto, chi ci guadagna? Perché in politica alla fine è la domanda che bisogna sempre porsi in casi come questi. La sinistra è sulla difensiva, già bastonata duramente dal referendum, con un Renzi alle prese con il suo rilancio, ora con la grana Sala, difenderà le posizioni. Forza Italia è di fatto senza leadership e alla perenne ricerca dell’erede di Berlusconi ormai anziano e malandato, impalpabile nella partita del referendum, poco chiaro per non dir di peggio sulla linea politica, e comunque oggi soprattutto interessato alle vicende aziendali e familiari. Il M5S in Lombardia è tutto da inventare, i numeri non sono determinanti, non si capisce la linea. Ma questa potrebbe essere l’occasione buona per un salto di qualità strategico. Ma non sarà a breve e non sarà facile e scontato. La Lega è indecisa tra la linea nazionale di Salvini, tutta populismo e lepenismo, e quella alla lombarda, autonomista, padana, alla vecchia maniera. L’abbiamo già scritto, in questo delicato tornante politico di fine 2016 le chanches migliori sono per Roberto Maroni che sulla Regione può costruire una roccaforte inattaccabile da spendere anche per la leadership del centrodestra. Alla fine però la considerazione che ne viene fuori dopo le disavventure dei sue avatar Sala e Parisi è una sola, un minimo comune denominatore valido per tutti. La politica deve tornare a fare politica in modo serio e convincente, con persone oneste e di qualità, con visione e progetti solidi per il futuro. Niente di nuovo verrebbe da dire, siamo sempre al solito punto. Daccapo.

 

Lo chiedo ai Lombardi, vi ricordate della Brebemi? Un acronimo misterioso. Ricordiamolo. La A35 Brebemi è quel collegamento autostradale “direttissimo” che unisce Brescia a Milano a sud della A4. L’infrastruttura è attiva dal 23 luglio 2014, ha un’estensione di 62,1 km, è raggiungibile dalla città di Brescia attraverso la Tangenziale Sud e la SP.19 oppure utilizzando la nuova A21 (Corda Molle). I caselli dell’autostrada sono sei: Chiari Ovest, Calcio, Romano di Lombardia, Bariano, Caravaggio e Treviglio. Superato l’ultimo casello di Treviglio, ci si immette nell’A58 Tangenziale Est Esterna Milano (TEEM) che consente all’A35 Brebemi di raggiungere Linate e l’Area Metropolitana di Milano tramite due svincoli, a destra, Pozzuolo Martesana e a sinistra Liscate, che sboccano rispettivamente sulla SP.103 Cassanese e sulla SP.14 Rivoltana. Dal 16 maggio 2015, con l’apertura dell’intera tratta di TEEM, A35 Brebemi è interconnessa con il sistema autostradale nazionale tramite il collegamento diretto con A4 a Nord e con la A1 a Sud. A35 Brebemi è la prima infrastruttura autostradale italiana a essere stata realizzata in project financing, per il quale ha avuto tre importanti riconoscimenti internazionali in Usa e UK. Tutto bene? Mica tanto. L’autostrada è poco utilizzata, è cara, molti addirittura non la conoscono. Ma ora Brebemi ha un alleato importante e forse insperato e che potrebbe finalmente rilanciarla: la nebbia. Che fa rima con illuminazione. 

In questi giorni, in cui la particolare situazione meteorologica fa sì che la nebbia ristagni in molte aree in pianura, la guida in condizioni di scarsa visibilità risulta difficile e stressante. E pericolosa. Per questo motivo è doveroso segnalare la presenza in Brebemi della “linea guida-nebbia”, attiva su tutta la tratta della A35, la prima autostrada in Italia munita di questo sistema lungo tutto il percorso. L’illuminazione con led, attivi sui guardrail a sinistra delle carreggiate consente, ad automobilisti e camionisti, di essere costantemente accompagnati nella guida in condizioni di scarsa visibilità, avendo sempre sotto controllo il percorso e potendosi concentrare maggiormente sulle distanze di sicurezza. Brebemi in un comunicato stampa diramato in settimana elenca una serie di commenti e giudizi positivi da parte dell’utenza. Non c’è dubbio che questo sistema di illuminazione sia utile e sicuro e quindi facilmente apprezzabile. Il pedaggio sarà anche caro, ma almeno quando c’è nebbia d’ora in poi non protesteremo più.

 

Sono passati ben 37 anni e mezzo da quella primavera del 1979 quando alla presidenza del Parlamento europeo sedeva ancora il democristiano Emilio Colombo. Altri tempi in ogni senso e non solo perché l’Unione Europea allora era più piccola rispetto ad oggi o perchè il quadro politico attuale non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello degli anni settanta, ma proprio perché nel giugno del 1979, dopo la presidenza Colombo, per la prima volta, il nuovo parlamento fu eletto a suffragio universale, cambiandone completamente i destini. Comunque, dopo il democristiano potentino, nessun altro italiano ha mai ricoperto tale incarico. Ora, per tutta una serie di combinazioni piuttosto curiose, la partita per decidere il presidente del Parlamento europeo si giocherà tutta in ambito italiano. In settimana i deputati del Partito Popolare, il gruppo più numeroso a Strasburgo, hanno indicato come loro candidato Antonio Tajani, ex commissario Ue e parlamentare di lungo corso con significativa esperienza e indiscutibile peso politico. Dopo un solo round di votazioni è stato quindi designato come candidato del gruppo, è risultato infatti nettamente in testa. Dall’altra parte, sul fronte del gruppo dei socialisti-democratici ci sarà Gianni Pittella. Questo per quanto riguarda i favoriti, ma non è finita qui perché i gruppi minori, ovvero Sinistra Europea e Efdd, hanno candidato anche loro deputati italiani, Eleonora Forenza (eletta con l’Altra Europa con Tsipras) per i primi e Piernicola Pedicini (M5S) per i secondi. Appuntamento quindi al 17 gennaio, giorno dell’elezione, nel frattempo però può succedere di tutto, come la politica e l’esperienza insegnano. Di solito l’accordo per l’elezione del Presidente dell’Europarlamento è sempre stato siglato in anticipo e nel novero di un disegno più ampio di accordi tra forze politiche sulle più importanti nomine e quindi in aula i parlamentari si limitavano a confermare con il voto tali accordi precedenti. E la consuetudine potrebbe ripetersi anche stavolta se i socialisti dovessero chiedere, come pare, il posto di Presidente del Consiglio Europeo, oggi occupato dal polacco Donald Tusk, popolare. A questo punto la candidatura Pittella decadrebbe per ovvii motivi e si aprirebbe la strada verso la presidenza per Tajani senza più rivali. Viceversa la prospettiva è quella dello scontro, del muro contro muro e di un ballottaggio all’ultima scheda. Nelle prime tre votazioni serve infatti la maggioranza assoluta dei parlamentari. Se nessuno supera tale soglia, si va al ballottaggio tra i due più votati. E nel caso di stallo tra i due, diventano importanti, se non determinanti, i liberali, con il leader del gruppo Guy Vehrofstadt che immagina di poter indossare i panni del candidato unitario e non del semplice ago della bilancia, complicando di fatto la corsa degli italiani. Staremo a vedere. Intanto a Varese si guarda con attenzione a questo snodo europeo. E’ infatti originaria del varesotto l’europarlamentare Lara Comi (nella foto con Antonio Tajani), tra l'altro vicepresidente del gruppo dei Popolari, che su facebook scrive “Con l'indicazione per il PPE di Antonio Tajani alla presidenza dell'Europarlamento cresce l'Italia che crede nel merito e nella competenza e che è capace di raggiungere risultati importanti nell'interesse del Paese e non perseguendo le solite liturgie da Palazzo. Da oggi inizia una nuova sfida in vista dell'elezione che avverrà a gennaio. Intanto abbiamo già dimostrato come gli italiani, quando sanno fare gioco di squadra, non sono certo succubi ma protagonisti di questa Europa!” Un successo dei popolari può quindi solo far bene all'Italia e di conseguenza anche a Varese, che tifa per lui.

 

Il nascente governo Gentiloni più che dalle alchimie della politica sembra nato dalla fantasia di un novello Tomasi di Lampedusa alle prese con un redivivo Gattopardo: "se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Paolo Gentiloni è un grigio e anonimo nobile marchigiano vissuto sempre a pane e politica. Partito dalla sinistra extraparlamentare, si è fatto poi le ossa con Rutelli quando quest’ultimo era sindaco di Roma, in seguito spiccò il grande salto politico grazie alla Margherita che gli consentì di entrare in Parlamento nel 2001, seguendo poi una carriera da gregario tra sconfitte e affermazioni, in questo secondo caso ottenute grazie soprattutto al suo specifico ruolo o vocazione di tappabuchi e di testa di legno e quasi mai per effettivo merito e consistenza di leadership. Come nel caso dei ministeri da lui guidati, per conto di altri quando fu alle Comunicazioni nel biennio 2006/2008 e per caso, comunque con lo specifico mandato di non fare ombra al premier, agli Esteri nell’ultimo governo. Era quindi inevitabile immaginare che in questo particolare e delicato tornante politico in cui Renzi è reduce dalla batosta referendaria, sconfitto ma non fuori gioco, ed in cui la minoranza del Pd o chiunque altro all’interno della maggioranza non sembra in grado ancora di segnare determinanti punti a favore, Gentiloni torni utile a tutti. Per sopravvivere, per mediare, per tenere tutto insieme, per cercare di non cambiare nulla negli equilibri, per preparare una improbabile riscossa. Nel nome della stabilità, una parola d’ordine che assomiglia sempre di più ad un palliativo somministrato ad un malato terminale. Fuori da questo perimetro alquanto sbiadito e poco accattivante, la Legge elettorale da fare o rifare è invece l’argomento più interessante, quello più importante in agenda sia sul piano politico sia su quello molto più concreto di dare finalmente all’Italia dopo il voto maggioranze vere, coese, importanti e di conseguenza garantire la tanto agognata governabilità. E i messaggi in codice devono arrivare in primis dall’opposizione, soprattutto dal centrodestra che può trovare in questa battaglia un elemento di unità, come fu per il No al referendum. Già! Ma quale legge elettorale? Mentre Forza Italia è alla perenne ricerca del bandolo della matassa, quando altri pensano alla rigenerazione ideale della coalizione, è la Lega che muove il primo passo e lo fa con chi di solito parla poco, ma proprio per questo, quando parla, lo fa a ragion veduta e sapendo di contare e di essere pertanto ascoltato. L’oracolo in questione è Giancarlo Giorgetti, vicesegretario leghista, che a La Stampa dichiara: “Si potrebbe tirare fuori dal frigo il vecchio Mattarellum e andare alle urne con quello. L’abbiamo già usato ed è sicuramente costituzionale. Sarebbe tutto pronto”. E’ misteriosa la posizione di Salvini, ma Giorgetti è difficile che parli a titolo personale. Mentre Maroni è sicuramente d’accordo. Per chi se lo fosse scordato, facciamo un po’ di storia. La legge Mattarella, dal nome del suo relatore, l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è una riforma della legge elettorale, attuata in seguito al referendum del 18 aprile 1993, con l'approvazione delle leggi 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277, che introdussero in Italia, per l'elezione del Senato e della Camera dei deputati, un sistema elettorale misto così composto: maggioritario a turno unico per la ripartizione del 75% dei seggi parlamentari; recupero proporzionale dei più votati non eletti per il Senato attraverso un meccanismo di calcolo denominato "scorporo" per il rimanente 25% dei seggi assegnati al Senato; proporzionale con liste bloccate per il rimanente 25% dei seggi assegnati alla Camera; sbarramento del 4% alla Camera. Il sistema così concepito riunì pertanto tre diverse modalità di ripartizione dei seggi (quota maggioritaria di Camera e Senato, recupero proporzionale al Senato, quota proporzionale alla Camera). Al principio e per tale ragione venne chiamato "Minotauro" in reminiscenza del nome del mostruoso essere parte uomo e parte toro presente nella mitologia greca. La legge sostituì il precedente sistema proporzionale in vigore dal 1946 ed è rimasta in auge fino al 2005 quando venne sostituita dalla legge Calderoli, il famigerato Porcellum. Fu il politologo Giovanni Sartori a coniare per tale legge del 1993 l'ulteriore e poi più noto e popolare soprannome di Mattarellum in riferimento appunto al relatore della legge, Sergio Mattarella. Il Mattarellum regolò le elezioni politiche italiane del 1994, 1996 e 2001. E’ noto che il Mattarellum in Parlamento sia una specie di fiume carsico per quanto riguarda il consenso nei suoi confronti. Pochi ne parlano o lo sostengono apertamente, ma molti o moltissimi lo gradiscono. E sicuramente può facilmente garantire una convergenza di interessi tra forze politiche diverse e concorrenti. Intanto al Quirinale c’è qualcuno che non solo se ne intende, ma che quella legge materialmente la costruì. Tornando ai partiti, Il M5S non si è mai dimostrato contrario, anzi. Ad inizio legislatura i grillini avevano votato con Sel una mozione parlamentare a firma di Roberto Giachetti che chiedeva l’abolizione del Porcellum e la reintroduzione del Mattarellum come legge-clausola di salvaguardia per evitare di non avere un sistema elettorale utilizzabile mentre si scriveva la nuova legge. A sinistra il Mattarellum dovrebbe essere ampiamente metabolizzato e quindi mettere d’accordo un po’ tutti, è la coalizione che ha avuto a che fare con le primarie e quindi il maggioritario è ormai un concetto assodato. Per il centrodestra, ed è forse l’auspicio di Giorgetti, può essere il motivo per tornare uniti, qualsiasi legge in chiave proporzionale significa invece il definitivo rompete le righe con la conseguenza di avere due o tre centrodestra in campo alle elezioni, una circostanza foriera solo di sconfitta sicura per tutti. Il Mattarellum, nonostante i suoi evidenti limiti e compromessi, ha dimostrato di funzionare egregiamente garantendo governabilità alle coalizioni vincenti. Magari si potrebbe cogliere l’occasione per migliorarlo e adeguarlo ai tempi, per quanto riguarda la soglia di sbarramento, ad esempio. Allora al 4% e che potrebbe essere rivista così come la quota proporzionale del 25% alla Camera con liste bloccate. A pensarci bene sono concetti logici, semplici, addirittura banali, veloci da applicare. Appunto per questo improbabili, come insegna spesso e volentieri la nostra politica. Ma almeno parliamone, chissà mai che le coscienze dei politici abbiano un soprassalto di senso di responsabilità.

 

“I Monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi”, scriveva Johann Wolfgang von Goethe, uno che di Alpi se ne intendeva. Come noi che le vediamo ogni giorno, con il Monte Rosa, vera e propria icona montuosa dell’insubria e non solo, a troneggiare in mezzo alla catena. Ma quanti discepoli silenziosi sanno che oggi, 11 dicembre, si celebra la Giornata Mondiale della Montagna promossa dalle Nazioni Unite? Pochi, sicuramente. Questa ricorrenza ha le sue radici nel 1992 con l’adozione del capitolo 13 dell’Agenda 21 “Managing Fragile Ecosystems: Sustainable Mountain Development” in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo. La crescente attenzione per l’importanza delle montagne e le conseguenti esigenze di sviluppo sostenibile di questi fragili territori ha portato l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a dichiarare il 2002 Anno Internazionale delle Montagne. In quella occasione, l’Assemblea generale dell’ONU ha designato l’11 dicembre di ogni anno, a partire dal 2003, come “Giornata internazionale della montagna” (abbreviata con la sigla “IMD”) .

E’ inevitabile purtroppo ricordare che le aree montane siano sistematicamente trascurate a livello globale, marginalizzate, non valorizzate a dovere. Dichiarò pochi anni fa Eduardo Rojas-Briales, Vice Direttore Generale del Dipartimento Forestale della FAO, in un editoriale pubblicato da Repubblica “Le montagne, che coprono un quarto della superficie terrestre e ospitano il 12% della popolazione mondiale sono tra gli habitat più minacciati: deforestazione, sfruttamento indiscriminato del territorio, alti tassi di emigrazione, attività minerarie e turismo spesso mal gestiti e dannosi per l’ecosistema. Nonostante le comunità montane siano quelle che a livello globale meno contribuiscono alle emissioni di gas serra, sono paradossalmente tra quelle che più risentono degli effetti negativi del cambiamento climatico con lo scioglimento dei ghiacciai e l’arretramento del permafrost, mentre inondazioni, frane e valanghe diventano sempre più frequenti. Le montagne sono i più grandi serbatoi idrici e riforniscono d’acqua l’intero pianeta. Oltre il 50% della popolazione mondiale dipende dall’acqua fornita dal territorio montano per bere, per cucinare, per irrigare, per la produzione di energia elettrica, per l’industria. Ma appare ormai evidente che questa situazione non durerà all’infinito. Le montagne si spopolano e molti sono costretti a migrare verso le città perché le opportunità diventano sempre più scarse. L’aver trascurato questi habitat non ha soltanto avuto ripercussioni sulle comunità che vi abitano, ma sta avendo ricadute negative su ogni abitante del pianeta”. Si parla in termini generali, mondiali, ma è innegabile che tale quadretto in gran parte sconfortante possa essere declinato tranquillamente in qualsiasi territorio, comprese appunto le Alpi. Che per quanto ci riguarda non devono essere intese come un mero orpello paesaggistico da ammirare o da vivere solamente in funzione del turismo, ma come un prezioso asset da tutelare, valorizzare e sfruttare nei dovuti modi. Che almeno questa giornata serva per scuotere le coscienze e stimolare le comunità locali a preservare e rilanciare questi preziosi territori.

Foto: Il monte Rosa visto dalla vetta del monte Limidario

Cucina regionale, inverno, tradizioni in Lombardia fanno subito rima con busecca, büsèca, per essere precisi. L’origine della parola “busècca” è riconducibile al tedesco “butze” (viscere) divenuto poi in lingua lombarda “busa” (pancia). Dal Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini, edito dalla Stamperia Reale (1814), leggiamo: Buseccòn. Milanese. Così è chiamato per antonomasia il nostro popolo dall'amore ch'ei porta alla vivanda conosciuta tra noi col nome di “busecca", cioè trippa.

Di umili origini, come la gran parte dei piatti della tradizione lombarda e milanese, era spesso presente sulle tavole contadini in occasione dei mercati, delle fiere, delle feste paesane e veniva mangiata anche la Notte di Natale quando i contadini si riunivano nelle cascine e nelle stalle dopo la Messa di Mezzanotte.

Essendo un piatto economico molto nutriente che richiede una lunga preparazione e una lunga cottura veniva preparato soprattutto nel periodo invernale quando la “stufa economica” era sempre accesa per riscaldare la cucina e quindi si sfruttava il calore anche per preparare cibi di “lunga cottura” che in altri periodi dell'anno sarebbero risultati troppo costosi.

Molte città rivendicano la paternità della trippa con ricette naturalmente diverse da regione a regione, con addirittura varianti da una città all’altra. La trippa alla milanese, alla lombarda, è comunque un baluardo della cultura gastronomica regionale, una vera e propria tradizione che nonostante i tanti cambiamenti di abitudini e di vita, resiste nelle case, nei ristoranti e nelle trattorie della regione. E tante sono le sagre della trippa che si organizzano nelle varie province durante la gran parte dell’anno. Insomma, i lombardi non saranno più i busecconi di una volta, ma dimostrano di amarla ancora, eccome!

Tra i nostri ricordi “cult” c’è sicuramente il “Sabato trippa”, un avviso che compariva abitualmente nelle osterie milanesi. Il perché è presto spiegato. In un mondo senza frigoriferi, la macellazione dei bovini e la lavorazione delle carni seguiva un preciso calendario a partire dal lunedì. Nel primo giorno della settimana venivano distribuite le più deperibili frattaglie (cervella, animelle, fegato, rognoni, cuore, polmoni [corada], milza [con cui si preparavano saporite minestre di riso]). La trippa necessitava di un lungo processo di raschiatura, lavaggio e precottura, giungeva a bottega all’alba del sabato, pronta per essere cucinata in svariati modi, sempre arricchita di aromi e verdure di stagione.

Tra i detti che riguardano la trippa, forse quello più noto anche in Lombardia è il “non c’è trippa per gatti”, ma ha origini romane. E’ la frase che il Sindaco di Roma, Ernesto Nathan, in carica tra il 1907 e il 1913, alle prese con le ristrettezze finanziarie del Comune, pronunciò quando iniziò una serie di tagli al bilancio, tra cui il taglio alla somma che veniva periodicamente stanziata per l’acquisto del cibo per sfamare le tante colonie di gatti che vivevano (e vivono) tra le antiche e storiche vestigia della città che fu.

Ricetta (da giallozafferano.it)

Tritate finemente la cipolla, la carota e il sedano e teneteli da parte. Fate soffriggere la pancetta con il burro e poi aggiungete il soffritto di verdure, le foglie di salvia, le bacche di ginepro e i chiodi di garofano.

Quando il soffritto sarà pronto aggiungete la trippa tagliata a pezzettini non molto grossi, fatela asciugare e poi unite qualche cucchiaio di passata di pomodoro, pepate e aggiungete un pò di acqua calda per consentire la cottura prolungata. Fate cuocere per almeno un’ora a fuoco moderato, sempre controllando che non si asciughi troppo, dopodiché aggiungete i fagioli bianchi di Spagna precotti (o fagioli Borlotti), scolati e rimescolate per un quarto d’ora, e comunque fino a quando la busecca avrà raggiunto una consistenza densa. Servite la trippa alla milanese in ciotole di cotto, accompagnandola con crostini di pane e un’ampia spolverata di parmigiano reggiano.

Conservazione

Conservate la trippa alla milanese, chiusa in un contenitore ermetico e posta in frigorifero, per 2-3 giorni al massimo.

 

Ieri abbiamo parlato di Roberto Maroni, forse il più lesto nel centrodestra a muovere una prima pedina sulla scacchiera del dopo referendum. Ma è anche vero che, dopo la batosta personale e politica incassata da Renzi e dal Pd, in attesa che il panorama romano si schiarisca, l’attenzione venga inevitabilmente puntata sulla Lombardia, regione cardine o locomotiva, comunque strategica in qualsiasi tornante della politica italiana. Ha parlato quindi anche Giuseppe Sala, sindaco di Milano, sentenziando immediatamente e a scanso di equivoci il suo leit motiv «qualunque tipo di governo deve ripartire da Milano». L’occasione per esternare il suo pensiero si è palesata ieri al Piccolo Teatro di via Rovello, durante una intervista del direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana. Il nodo di fondo, il problema che attanaglia Milano, la mucca nel corridoio che non si può non vedere, per dirla alla Bersani, nella caduta di Renzi è appunto il rischio del venir meno di un asse preferenziale tra governo e Milano. Che nel recente passato è stato foriero di tanti successi, innanzitutto della elezione dello stesso Sala, mentore appunto Renzi, e poi in termini concreti del famoso Patto per Milano. Ma Sala tira diritto, sornione e attento, dispensa concetti rassicuranti, «qualunque governo ha bisogno di Milano perché ha università straordinarie, ospedali al top, volontariato, creatività, industria e tecnologia. Ed Expo è una sfida vinta che ha fatto prendere più sicurezza alla città. In ogni caso, lungi da me riposarmi: il 12 dicembre presenteremo un programma alla città su cosa vogliamo fare nei prossimi 4 anni e mezzo». Ma il sindaco ha anche perfettamente capito che questa circostanza può diventare l’occasione buona per far decollare la sua leadership. Sempre più autonoma ed indipendente, sempre meno manager di Renzi e sempre più primo cittadino che brilla di luce propria. Alla concreta domanda del direttore Fontana sul fatto che il risultato del voto possa in definitiva essere destabilizzante nei rapporti Milano-Italia, per un progetto come l’Human Technopole e per i fondi promessi con il Patto per Milano, Sala risponde da sindaco con i piedi ben piantati per terra, in città appunto, «anche se Renzi ha fatto un doppio strappo su Human Technopole, facendo fare da capofila al progetto l’Istituto italiano di Tecnologia che è di Genova e poi chiedendo la collaborazione degli atenei milanesi, io sono sempre stato d’accordo con l’idea di realizzare qui un centro di ricerche sulle Scienze della vita, perché le cure mediche del futuro sono legate all’analisi del nostro Dna. Mi batterò, dunque, affinché l’idea vada avanti. Lo stesso farò per i fondi promessi con il Patto per Milano: sono stati sottoscritti da un premier e chi arriverà non potrà fare finta di nulla. E serve anche un governo forte e motivato per portare in città l’Agenzia del farmaco che oggi è a Londra, occupa mille persone e ha come indotto prenotazioni negli alberghi per 50 mila notti. Il nostro dossier è pronto». A Milano domenica ha vinto il SI grazie ad una forte affermazione in centro e semicentro, mentre ha perso in periferia. Un successo dovuto anche a Sala e ai suoi primi cinque mesi di governo in sostanza apprezzati bipartisan. Dal risultato referendario è però emersa una lettura dei flussi elettorali anomala rispetto alle tendenze che si vorrebbero far credere, Milano rischia di rappresentare solo la gente che sta bene, vicina al potere che conta, lontana dal disagio sociale e persino dal modo di ragionare dei giovanissimi. «Il rischio della Milano a due velocità, con la periferia che arranca e il centro che sta bene, c’è. L’importante è esserne consci (e io lo sono) — ammette Sala —. Le mie politiche sono orientate a lavorare sulle periferie, a partire dalla sicurezza e dal decoro urbano. Il 12 dicembre presenterò insieme con la mia giunta il programma per la città dei prossimi quattro anni e mezzo. Metteremo 250-300 milioni sulle periferie per il ripristino del patrimonio di edilizia residenziale (dalle case senza ascensore e semiabbandonate fino all’abbattimento e alla ricostruzione di edifici al Lorenteggio) e porteremo una fermata della metro a Baggio e Muggiano. Diremo, poi, che cosa faremo su scali ferroviari, welfare, trasporti e cultura in una Milano già pronta a ospitare mostre come un Dalì e di nuovo un Picasso». Un sindaco innanzitutto calato nella parte, «è un ruolo da cui non stacchi mai e la privacy va a zero. Ma non è più difficile di quanto me lo aspettassi». L’attenzione e le preoccupazioni sono oggi inevitabilmente puntate altrove. A Roma innanzitutto. E poi c'è sempre la curiosità di capire come se la caverà il sindaco nel bailamme politico odierno, nel probabile rimescolamento di carte che ci sarà nella sinistra in Lombardia. Ma questa è un'altra partita che sicuramente Sala giocherà da moderato, al centro, da uomo di mediazione e di sintesi in cerca di sinergie virtuose per lo meno operative. E si torna a Maroni citato in apertura, una versione speculare di Sala nel centrodestra, anche lui alle prese con un Patto, quello per la Lombardia e anche lui alla ricerca di autonomia politica in una coalizione eccesivamente competitiva e volubile. Lombardia e Milano insegnano, come sempre.

Foto: ansa

Fonte dichiarazioni Giuseppe Sala: Corriere della Sera

 

Nel dopo referendum il primo a muovere una pedina sulla scacchiera della politica e a portarsi oltre i consueti commenti di rito e di circostanza del post voto è Roberto Maroni che ieri a Milano a margine di una presentazione di una guida ha dichiarato all’Ansa: "archiviato questo, facciamo il referendum sull'autonomia: se ci saranno elezioni politiche anticipate, chiederò nuovamente l'abbinamento e spero che il nuovo governo ce lo conceda”. "Se non ci saranno elezioni politiche anticipate in primavera, - ha proseguito Maroni - faremo comunque il referendum per la Lombardia autonoma". "Il primo passo era archiviare questo, il secondo è promuovere il nostro di referendum", ha concluso il governatore. Il momento è ora propizio. In vista della lunga corsa per le elezioni politiche è importante infatti avere le frecce giuste nella propria faretra e questa opportunità è per il governatore lombardo imperdibile. E un referendum sull’autonomia, dal prevedibile risultato positivo scontatissimo, può trasformarsi in un viatico decisivo per la vittoria in generale e per il rafforzamento della leadership regionale del Bobo di Lozza. Maroni punta a diventare un grande elettore, un mentore, uno snodo decisivo e non emarginabile nella scelta del leader del centrodestra che andrà a sfidare le altre coalizioni alle elezioni politiche e soprattutto non vuole avere problemi in ottica regionali prossime venture, cioè nel 2018. Il candidato alle politiche con grande probabilità uscirà dalle primarie, uno scannatoio in cui la spunterà chi riuscirà ad aggregare di più al di fuori del proprio abituale orticello. Maroni va oltre, fa sapere tra una dichiarazione e l’altra che la sua legge elettorale preferita è il Mattarellum (uninominale con quota proporzionale), in effetti l’unica formula che ha dimostrato di funzionare in Italia, e stila la road map: dimissioni Renzi, governo che approvi legge elettorale e convochi il referendum lombardo da svolgere magari in coincidenza con le elezioni politiche anticipate. Da ultimo e nel novero della collaudata dialettica politica, la conseguente rassicurazione a Matteo Salvini di sostenerlo come candidato alle primarie della coalizione. Ma il messaggio di Maroni è destinato soprattutto all’intero centrodestra, soprattutto a chi sta fuori dalla Lega. Il mercato elettorale è cambiato e la Lombardia, tipicamente il laboratorio politico d’Italia che anticipa le tendenze a livello nazionale ispirandole o condizionandole, è una cartina di tornasole. E il recente risultato del referendum ha dato indicazioni interessantissime. Una su tutte, la trasformazione della sinistra e soprattutto del Pd. Il NO ha stravinto in periferia, in provincia, nelle campagne, nelle vallate alpine, tra i giovani, tra chi non ha protezioni, tra le fasce sociali a rischio povertà se non già povere. Il SI ha vinto a Milano, stravincendo in centro e semicentro. Ci sarà pure la sinistra radical chic come nella migliore tradizione meneghina, ma il grosso dell’elettorato è una sinistra in loden e prime della Scala come annota qualcuno, che vive a ridosso del potere traendone beneficio, senza idealità di nessun tipo se non quella del proprio tornaconto, un consenso volubile e volatile. Una evoluzione nelle componenti sociali del bacino elettorale a sinistra pericolosa per il Pd che di fatto regala lo spicchio decisivo e determinante del suo tradizionale elettorato, come le periferie e certe fasce deboli, ad una versione nostrana del populismo sia trumpiano sia lepenista. In questo modo la sinistra si taglia fuori da qualsiasi possibilità di vittoria in Lombardia, ma compromette pure il consenso nelle tradizionali roccaforti rosse e i sintomi già si notano tra Toscana ed Emilia. A Milano aggiungiamo pure il fattore Sala, che sarà anche l’asset migliore in mano alla sinistra, ma è pur sempre una mina vagante, un potenziale leader che lavora in proprio, figuriamoci poi se sparisce il suo mentore Matteo Renzi. Fosse un confronto bipolare quello fra coalizioni, come è di fatto in Lombardia, per il centrodestra sarebbe vittoria sicura, ma c’è il M5S che ormai da anni campa su questa tendenza dello scambio delle preferenze elettorali erodendo il consenso degli altri. Per eludere la minaccia dei grillini, il centrodestra dovrebbe venirsene fuori con una proposta che cerchi prioritariamente di sostenere i cavalli di battaglia del populismo, ma che sia in grado allo stesso tempo di formulare una proposta di governo credibile, fattibile, europea e quindi competitiva. Un mix che deve produrre una proposta di conio marcatamente liberal popolare, non moderata, ma di taglio radicale, che sappia chiaramente e con determinazione, e responsabilmente, contrastare la sinistra, partito della spesa, delle caste, delle lobby e delle prebende, ed essere viceversa in grado di contrapporsi, non solo con gli slogan, alle grezze proposte dei grillini. E' chiaro che un programma liberalpopolare, che riesca a mediare tra le diverse anime del centrodestra, compresi ovviamente i populismi da intendersi in senso positivo, può nascere solo grazie ad una forte sintesi politica. Ci vogliono alla base qualità, visione, lungimiranza, capacità progettuale, doti politiche non comuni. Il profilo del candidato, primarie o non primarie, non deriverà solo da una rendita di posizione dettata dall'appartenenza ad un partito, ma anche da queste caratteristiche. Altrimenti è mero e miope cerchiobottismo che non porta a nulla.

 

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

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