• Varese, tutte le novità per il Premio Chiara 2017
    Varese, tutte le novità per il Premio Chiara 2017 Sul lago di Varese, nel suggestivo Isolino Virginia, presso il Ristorante Tana dell’Isolino, la sera di venerdì 23 giugno sono stati annunciati alla stampa i primi vincitori del Festival del Racconto - Premio Chiara 2017, promosso dall’Associazione “Amici di Piero Chiara” con il sostegno di Regione Lombardia, Repubblica e Cantone Ticino, Provincia di Varese, Comune di Varese, Comune di Luino, Camera di Commercio di Varese e Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus, presenti numerose autorità come l’assessore alla Cultura del Comune Roberto Cecchi, l’assessore regionale Francesca Brianza e il questore Giovanni Pepè. Padrona di casa come sempre Bambi Lazzati, vera e propria anima del Premio. La prima citazione è per il vincitore della ventesima edizione del Premio Chiara alla carriera, Valerio Massimo Manfredi, studioso e ricercatore dell’antichità e uno dei massimi…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Tutte le strade (ri)portano ad Arcore. Dagli aut aut agli et et con alcuni blandi paletti è stato un attimo. Tra popolarismo e populismo pare proprio che la ricerca della quadra sia vicina. E nessuno onestamente si sarebbe aspettato un esito diverso, la politica ha le sue logiche, le sue regole, le sue inevitabile liturgie, i suoi tempi di maturazione e, questioni tecniche legate alla legge elettorale escluse, è chiaro come il sole a tutti che se il centrodestra vuole vincere, al voto ci deve andare unito. I blandi paletti riguardano la tassativa esclusione di qualche traditore seriale da ricercare tra le fila dell’ex Ncd o dalle parti dei transfughi forzisti folgorati sulla strada di Firenze dalla meteora renziana. Per il resto, tutti a bordo, tutti assieme appassionatamente anche turandosi il naso e senza farci troppo caso. Lo stesso ambizioso Salvini ha dovuto far buon viso a cattivo gioco, ovvero accettare l’idea della “federazione” dei partiti che dovranno dare vita alla futura coalizione che si presenterà alle elezioni, limitandosi a chiosare “ma niente minestroni”. Berlusconi garante e tanto basta. Il Matteo padano ha fatto i quattro banalissimi conti che un qualsiasi politico anche dell’ultima ora è in grado di fare. Con il 13%, con la difficoltà ad emergere al sud e soprattutto senza un soldo non vai da nessuna parte. L’ex Cavaliere invece garantisce proprio quello che Salvini non ha, con l’aggiunta di una ritrovata buona salute politica derivante dal riflusso moderato su scala europea. Il motore della ventata populista comincia a battere in testa, Trump non decolla tra errori e gaffe, in Olanda gli xenofobi non hanno sfondato e medesima sorte attende, almeno stando ai sondaggi, la Le Pen in Francia. Il “rieccolo” di Arcore probabilmente passerà la mano per evidenti ragioni di età, ma rimane il Deus ex machina della coalizione, colui che alla fine benedirà tutte le scelte che contano. Molto più di un padre nobile moribondo come qualche incauto tirapiedi ha lasciato intendere mesi fa, vedasi Giovanni Toti per dirne uno. Il ritorno all’ovile di Salvini fa il paio con le certezze del modello Lombardia di Roberto Maroni seguito a ruota dal collega Luca Zaia. Troppo rischioso per Salvini perseguire una linea in autonomia, il rischio ormai chiaro era quello di perdere la Lega ancora di prima di incamerare una eventuale nomination a candidato premier. Berlusconi, realista e pragmatico, rimasto senza idee e programmi, spera che per proprietà transitiva, sull’onda dell’entusiasmo dell’unità ritrovata, rispuntino iniziativa, progetti e soprattutto uomini e donne disponibili ad avventurarsi in questa nuova tornata politica. Come detto, tanti saranno gli esclusi, per età, logorio, scarsa lealtà, alcuni saranno tagliati fuori solo simbolicamente e saranno verosimilmente traghettati nel nuovo corso grazie ai soliti Caronte che si prestano al gioco. Rivoluzione Cristiana dell’eterno traghettatore Gianfranco Rotondi è uno degli esempi più indiscutibili. Altri finiranno in Energie per l’Italia per ridarsi una verniciata di nuovo. Il primo della serie a fare outing è stato Maurizio Sacconi, ma la lista sarà molto lunga e variegata. Nella speranza che al “giapponese” Parisi qualcuno ricordi che la guerra è finita e che si deve saltare tutti sullo stesso carro e spingere di conseguenza tutti insieme. Ma ci sarà tempo, per ora siamo alla cronaca, per le strategie se ne riparlerà solo dopo l’imminente, anche se ancora non convocato, incontro-accordo Salvini-Berlusconi. Che lo spettacolo abbia inizio.

 

La lunga marcia verso le elezioni politiche e regionali del 2018 segna una ulteriore tappa di avvicinamento nel weekend di metà marzo quando si svolgerà l’Assemblea nazionale del Ncd. Un evento solo apparentemente secondario, in realtà foriero di interessanti indicazioni per chi ha intenzione di percorrere la via del centro per la rigenerazione del centrodestra. L’esperienza del Ncd è sostanzialmente chiusa, sarà pertanto importante monitorare umori, tendenze e obiettivi soprattutto della parte lombarda di quel piccolo partito. I lombardi sono stati sempre un partito nel partito, a Milano infatti sono alleati del centrodestra e funzionali al disegno regionale maroniano mentre a Roma, come noto, sono al governo con il centrosinistra. Dimenticandosi di Roberto Formigoni, obiettivamente ormai da considerare un ex politico, tralasciando Maurizio Lupi, ancora in cerca d’autore, è sicuramente il varesino Raffaele Cattaneo l’elemento più in vista e non solo perchè siede sullo scranno del presidente del consiglio della Regione. E’ in nuce un redivivo asse del Nord di impronta maroniana, cementato dalla oculata gestione e distribuzione del potere e che vede nei centristi cattolici una importante stampella. Come ribadito dallo stesso Cattaneo da sempre e fino alla noia, i centristi stanno con Maroni e con il centrodestra ovunque in Lombardia. Interessa  però fino ad un certo punto il futuro degli uomini del fu Ncd, interessa capire chi potrà offrire spazio e motivazioni ad un vasto segmento elettorale volubile, liquido, tendente però facilmente all’astensione per mancanza di proposte credibili e innovative. Ci sta tentando Stefano Parisi, Energie per l’Italia ha veramente mosso le acque, i contenuti sono di spessore, le proposte interessanti e concrete, ma c’è il grande limite dello stare fuori dai partiti, di vedere la compagine dell’attuale centrodestra come una controparte, di essere in sostanza contro i partiti attuali dello schieramento. Il rischio isolamento è concreto in questa esperienza, sembra di vedere l’ennesimo partitino utile alla bisogna, ovvero al sostegno della visibilità e del peso del suo leader. E’ partito da Milano Parisi, un simbolo appunto, poteva essere questo uno stimolo concreto alla rigenerazione del centrodestra, partire dal modello Lombardia ed invece è stata preferita una strada in autonomia. Mentre oggi al centro c’è bisogno di mediazione, sintesi, costrutto, addirittura pacificazione degli animi, gli strumenti che guarda caso sono tipicamente a disposizione dei politici navigati, evidentemente proprio quelli mal tollerati da Parisi. Tra questi appunto c’è Cattaneo che si muove in sintonia con Maroni, ma ce ne sono tanti altri in Lombardia, nel territorio. Per rimanere nel varesotto, come non ricordare l’attivismo del forzista Nino Caianiello. L’attenzione è ovviamente concentrata su Forza Italia, il vero e proprio convitato di pietra, senza di lei il discorso cade e lo stesso modello Lombardia non sta in piedi. Stiamo sempre parlando di centro, ovviamente. Una Forza Italia che sta ritornando centrale come spazio politico, anche se oggi, va detto, è più una brand che uno spazio politico. La lezione delle recenti elezioni olandesi insegna. Quando le forze liberali badano al sodo, al pragmatismo, quando stanno lontane dalle ideologie e mirano al fare e al risolvere, la deriva populista indietreggia. Il populismo in questa fase di profonda crisi sociale, economica, politica ed europea è suggestivo in prospettiva elettorale, ma non determinante nel momento stesso in cui la gente va alle urne se non accompagnato da proposte costruttive e progetti politici seri e fattibili. Nel momento in cui l’area moderata lo capirà per davvero allora e solo a quel punto si aprirà la questione leadership nazionale, quella leadership che altrove, in Lombardia, è già definita, con Maroni, dando un oggettivo abbrivio ai moderati di questa regione. E i vari Cattaneo e Caianiello l’hanno capito benissimo. Opzione sovranista oppure opzione liberale, populismo o pragmatismo? Da un aut aut a un et et. Ingredienti che dovranno per forza trovare una sintesi nei programmi e nelle persone per costruire una solida alleanza altrimenti la partita sarà solo tra centrosinistra e grillini.

 

L’ultimo della serie a Milano a calare definitivamente le serrande è il ristorante “Al Cellini”, ha chiuso dopo 35 anni di onorata carriera nell’affollato parterre meneghino. Il nome del locale deriva dalla via Cellini dove appunto il ristorante era ubicato, all’angolo con via Archimede. Di questo posto, da me frequentato pochissime volte, ricordo perfettamente una prelibata carbonara di mare, degustata d’estate a metà anni novanta con mio papà, mia mamma e mia zia. Era infatti un classico ristorante di pesce, di quelli che non mancavano di sicuro nella tabella di marcia degli appassionati del genere. Una location come tante, era riuscito però nel tempo a crearsi una solida clientela anche nel mondo dei vip, dallo spettacolo allo sport passando per la moda. Sono tanti i locali storici o quasi che a Milano, come penso in qualsiasi altra città, chiudono. E non per motivi di mancata successione, di ricambio, di continuità. Quasi sempre le ragioni sono economiche, storiche o legate ai trend del momento, sempre più rapidi e sfuggenti, che rendono superati i locali della tradizione o semplicemente quelli più agè. La crisi morde, i costi crescono, gli affitti in molte zone centrali e semicentrali sono più che proibitivi per locali che vivono di un giro d’affari nella media. Ma spesso e volentieri questo è un alibi che nasconde l’incapacità di rinnovarsi, di adeguarsi ai tempi, di capire i cambiamenti. E la Milano dell’Expo ha dato la mazzata finale. Mentre da una parte il clima della manifestazione internazionale offriva grandi possibilità e opportunità, dall’altra come una ghigliottina, ha tagliato fuori dal mercato chi non ha capito le nuove esigenze e i rinnovati gusti alimentari, le tendenze e le richieste del melting pot della nuova metropoli sempre più contaminata da culture e abitudini di tanti popoli e turisti. Il pubblico chiede sempre di più qualità, professionalità, ma chiede anche qualcosa di diverso, di originale, direi addirittura di emozionante altrimenti non mette le gambe sotto il tavolo. E guarda altrove: street food, happy hour, apericene, locali etnici, eventi speciali, inaugurazioni e quant’altro domina anche con un tocco esotico la scena, un mantra innovativo ed inevitabile per una città che cambia velocemente. Una sfida evidentemente troppo importante per non essere presa in considerazione seriamente dagli operatori del settore. E i ristoranti tradizionali, quelli più restii a cambiare, sono in difficoltà. Al posto del “Ai Cellini” prenderà piede tra poco un locale di impronta siciliana, che nasce con l’idea di svecchiare l’offerta tra cocktail, piatti della tradizione e rivisitati, musica dal vivo. Sicuramente un cambio di registro che tiene conto di quello che scrivevo poco sopra e che chiunque può verificare andando in giro per locali a Milano. Recentemente sono capitato per caso in un ristorante cinese vicino a piazzale Loreto. Una location improbabile, non avevano nemmeno cambiato l’insegna del negozio precedente e che faceva tutt’altro, cucina tradizionale e pure piccantissima, personale che parlava più in cinese che in italiano, tocco esotico vero, qualità accettabile, prezzi onesti. Risultato? Pienissimo e fila fuori, clientela variegata, pure due noti signori con cravatta e fazzolettino verde.

 

Due sono le sindromi del malessere che affligge il sistema politico nostrano in questa prima parte del 2017. Capire la diagnosi significa identificare con quasi certezza vincitori e sconfitti delle prossime elezioni politiche. Si tratta della sindrome del vicolo cieco e della sindrome della panna montata. Nel primo caso, chi ne viene colpito è destinato a perdere, a schiantarsi contro il muro alla fine del vicolo, nel secondo caso, c’è un bersaglio degli attacchi concentrici degli altri, di tutti, ma costui è destinato alla vittoria o a giocarsela con molte più frecce nella faretra rispetto alle proprie reali possibilità, competenze e disponibilità. Il vicolo cieco è la prospettiva che hanno di fronte i sovranisti di Salvini e i comunisti col Rolex dell’odierno Pd in crisi d’identità. Uno scenario figlio dei successi elettorali del M5S. Di fronte al vicolo cieco in cui il grillismo sta spingendo i partiti, il sistema, o come si dice oggi l’establishment, un magma dai confini indefiniti, ma in cui tutto si tiene, e di conseguenza conviene, per cercare di difendersi mette in piedi un rimedio che serve allo scopo come un farmaco sbagliato per una grave malattia, genera una nuova sindrome. La sindrome della panna montata, quando monti la panna, tornare indietro allo stato liquido è impossibile. Il nemico giurato è il M5S, piuttosto che combatterlo con le armi tradizionali della politica, della dialettica e dei contenuti, lo si fa bersaglio costante di attacchi virulenti, spesso e volentieri scorretti, non veritieri, subdoli. Una tenaglia di media e partiti che non fa altro che montare la panna e di conseguenza un movimento che veniva accreditato di uno zoccolo duro intorno al 27/30% rischia di essere portato facilmente al 40% o comunque essere messo in condizione di vincere alle elezioni al di là dei suoi reali meriti. E la continua reiterazione del sospetto di star creando una legge elettorale contro il M5S è solamente un corollario al teorema, la ciliegina sulla torta, o meglio sulla panna montata. Lo sapeva benissimo Gianroberto Casaleggio che di comunicazione ne capiva, lo stanno capendo sulla propria pelle gli odierni epigoni del M5S. Lo stesso Di Maio, non ricordo dove l’ho recentemente letto, ha detto che Roma è servita da lezione. Mai più ad elezioni di quel livello senza la presentazione di una squadra in anticipo, prima del voto. Se alle politiche il M5S si dovesse presentare agli elettori non solo con l’indicazione di un premier, ma addirittura con una compagine per governare, spunterebbe le armi avversarie che del caso Roma ne faranno sicuramente un simbolo in campagna elettorale. E se i cinquestelle dovessero mettere insieme nomi di un certo peso, altro che 30%, gli attacchi avversari serviranno solo a montare la panna. Da destra si risponde con la discesa in campo sovranista di Salvini ben radicata nel lepenismo, un 13% da sondaggi, voto inutile, un caso redivivo di voto congelato di missina memoria, inservibile, un vicolo cieco appunto. A Sinistra si assiste all’effetto contrappasso del renzismo. Sinistra di potere, radical chic, oggi pure divisa, europeista nel modo sbagliato, statalista, il classico vitello grasso da sacrificare sull’altare del populismo, grillino o di altro conio che sia. Un vicolo cieco, appunto. Da sinistra le altre risposte sono al momento fumose, eccessivamente di minoranza. Da Destra invece potrebbero arrivare delle sorprese che scompaginerebbero un quadro oggi piuttosto cristallizzato. Ad esporsi sono al momento i matusalemme della fu coalizione del centrodestra, Berlusconi e Bossi. Ma è chiaro che stanno facendo i fiduciari di un disegno che li vedrà nel ruolo di ispiratori, di padri nobili, di tessitori di trame, ma non in prima linea per ragioni di età e di logorio politico. Un disegno di cui poco si sa, ma con contorni via via sempre più definiti, che parte dal modello Lombardia e che abbraccia culturalmente la Lega nordista, l’area liberale della Forza Italia prima maniera e tantissimi cani sciolti di svariata provenienza, ma in crescita di adesione costante. Un progetto che taglierebbe fuori la destra salviniana, la Lega cerchiobottista, ovvero di quelli che predicano autonomia un giorno e sovranismo un altro, i forzisti banderuole al vento come Toti, i ruderi politici e quant’altri non hanno più o non hanno mai avuto un contatto con i territori, con la realtà. A latere di questo disegno prende forma il progetto di Stefano Parisi, sicuramente di alto profilo, innovativo, qualcuno però dovrebbe spiegargli che Forza Italia, la Lega e quant’altri nel centrodestra non sono avversari irriducibili, ma potenziali alleati con i quali urge una sintesi. Altrimenti si infila anche lui in un vicolo cieco.

 

Da una parte la cronaca, dall’altra la strategia, in mezzo la partita dell’autonomia di Lombardia e Veneto con le inevitabili ricadute politiche in primis sulla Lega e poi sul centrodestra tutto. "Visto che il governo ha detto 'no' alla nostra richiesta di 'election day', - ha chiosato il governatore lombardo Roberto Maroni - deciderò insieme al collega Luca Zaia la data per celebrare il referendum sull'autonomia". Maroni è poi entrato nel dettaglio, spiegando: "il voto sarà tutto elettronico. Ne ho parlato con il presidente Gentiloni e con Minniti. Non ci hanno dato l'accorpamento del referendum ma ci hanno detto che questa sperimentazione li interessa". Per questo la Regione, che sul voto elettronico ha già fatto la gara, spera ci possa essere un "cofinanziamento" da parte del Governo "perché la sperimentazione interessa anche a loro". Una delle ipotesi ritenute al momento più probabili è che la consultazione possa tenersi nella prima domenica di ottobre.  I governatori leghisti avevano chiesto, in una lettera formale all'esecutivo, di poter tenere i due referendum consultivi in accoppiamento con le prossime amministrative, decisione che secondo loro avrebbe consentito di risparmiare 14 milioni in Veneto e 20 in Lombardia. Fin qui la cronaca della giornata. Questo referendum, qualunque sia il risultato che emetterà, lascia il tempo che trova per quanto riguarda gli effetti pratici, ma ha una forte valenza politica. Nel caso più che certo che vinca il Si all’autonomia, il messaggio lanciato dal Nord al potere centrale sarà a quel punto chiarissimo, inequivocabile e compatto, addirittura trasversale come raramente è capitato nei principali tornanti politici degli ultimi decenni, ma a quel punto sarà altrettanto chiara l’ambizione dei due governatori leghisti. La Lega è divisa in due. E’ in atto un confronto tra due visioni politiche e culturali completamente differenti, una partita che per l’interesse di sopravvivenza di tutti non prevede scissioni, ma “solo” un forte confronto interno come mai successo in passato e che determinerà alla fine un vincitore con conseguenze sul movimento al momento ignote. Da una parte c’è Matteo Salvini e la sua dottrina lepenista, collocata come noto nella destra populista euroscettica, antieuro, sovranista e di conseguenza nazionalista e vicina al potere centrale, dall’altra la Lega tradizionale, dei vecchi tempi, quella autonomista e padana se non addirittura ancora secessionista. A differenza delle vicende recenti del Pd, nel Carroccio non sono previsti scossoni epocali, fratture o addirittura scissioni, molti aspettano pazientemente che il treno salviniano si schianti contro il muro, vedasi Giancarlo Giorgetti, tanto per fare un nome su tutti, altri sono più attivi nel contrasto perchè più coinvolti direttamente dai successi o insuccessi salviniani, appunto i governatori Maroni e Zaia. La vecchia Lega manda avanti Bossi come un ballon d’essai, l'anziano volpone di Gemonio senza più ambizioni e peso politico, ma con ancora carisma, relazioni e soprattutto fiuto ed esperienza è il miglior termometro per saggiare gli umori di una base poco propensa ai compromessi e alle mediazioni della svolta italiana. Gira la Padania in lungo e in largo e tiene calda la tensione, attacca duramente la linea salviniana e vede l’effetto che fa, soprattutto lo vedono i Giorgetti della situazione. Maroni e Zaia governano regioni importanti, sono all’apice del potere e della visibilità nel centrodestra, la partita per loro è diversa. La dottrina Maroni, il cosiddetto modello Lombardia, ricalca il solito centrodestra a vasto raggio tenuto insieme in questa fase da un abile disegno neodoroteo intriso di pesi e contrappesi intorno alla distribuzione e al conseguente controllo del potere. Qualsiasi opzione diversa, compresa quella salviniana, che per gioco forza non prevede uno schieramento tradizionale di centrodestra, ma solo di destra, è fumo negli occhi. Si fa buon viso a cattivo gioco, non si fa mancare l’appoggio, ma si pensa ad altro. Con due obiettivi: il primo è politico, il secondo riguarda le ambizioni personali. Mano a mano che i sondaggi, mese dopo mese, indicano una Lega sempre inchiodata al 13-15%, un quorum insufficiente per qualsiasi operazione e campagna elettorale, quindi inutile, un consenso congelato, i più cominciano a farsi qualche domanda sulla destinazione dei voti padani in libera uscita. Un vasto bacino di consenso creato da Bossi in un paio di decenni ed ora senza riferimenti chiari se non quello di un rospo da ingoiare, ovvero Salvini. Un bacino elettorale che si è sempre saldato, tranne nel 1996 e per meno un breve periodo, con Forza Italia e alleati. Berlusconi è troppo logoro per intercettare queste masse, ci ha tentato Parisi, ma non ha la storia, lo spessore, la scaltrezza ed linguaggio per sfondare in quel ambito. Restano Maroni e Zaia, tra l’altro in ottimi rapporti con Berlusconi. Riuscire a presidiare quel pregiato segmento di consenso che garantisce qualsiasi vittoria al Nord è il miglior viatico non solo per giocarsi da posizione di sicurezza la riconferma in Lombardia e Veneto, ma anche per avere la carta in mano, l’asso, quando si va al tavolo con gli alleati, ovvero Berlusconi, per la partita delle politiche. L’ex cavaliere è insofferente, attraversa un discreto periodo di buona salute politica e vuole tornare in qualche modo determinante per le sorti dello schieramento che intepreta ovviamente alla vecchia maniera forzaleghista. Vede le opzioni liberali come Parisi troppo deboli e parziali, Forza Italia è a fine corsa in quanto a classe dirigente, l’unica chanche per fermare Salvini e la deriva populista sono pertanto i governatori del Nord. Per Maroni e Zaia il referendum sull’autonomia, per giunta celebrato ad ottobre, si traduce quindi in una investitura sul campo, altro che primarie salviniane.

 

Fu votato da poco più del 50% dei varesini. Di quelli andati alle urne ovviamente, pari a circa la metà degli aventi diritto e quindi, a conti fatti, fu eletto materialmente da un quarto dei cittadini. Mi riferisco a Davide Galimberti, sindaco di Varese dal giugno del 2016, appoggiato da una coalizione di centrosinistra. Una affermazione conquistata non tanto grazie ai numeri del proprio schieramento, ma grazie alle divisioni del centrodestra e alla oscillazione favorevole dell’ago della bilancia Lega Civica. Non certo un plebiscito, quasi una vittoria fortuita e per giunta foriera di un successivo scenario di scarsa compattezza anche, bisogna ammetterlo, per motivi politici generali. Troppa grazia Sant’Antonio? Gli speranzosi, o gli ingenui, auspicavano un bagno di umiltà, prima di tutto si sarebbero dovuti infatti riannodare i rapporti con la città, con quei tre quarti di popolazione che ha votato contro o che non è proprio andata alle urne. Macchè! Tra una tornata di nomine discutibili e in parte incomprensibili, tra assessori calati dall’alto e altri perfetti sconosciuti, tra distinguo, dimissioni e scissioni in pectore, tra provvedimenti non certo epocali, l’amministrazione non è obiettivamente decollata. E la compagine non cerca nemmeno il consenso, quello che dovrebbe essere per definizione il primo obiettivo del buon mestierante in politica. Basti pensare al piano parcheggi o alla irrispettosa decisione di rimandare in piena Quaresima il Carnevale. E sono due casi esemplari tra molti. Il tutto curiosamente accompagnato dalla disordinata gran cassa dei seguaci e fans sui social e sui media locali, un chiasso mediatico quasi sempre fazioso, goffo, disordinato, autolesionista e oltremodo offensivo che non fa altro che certificare e amplificare il nulla, rigira il coltello nella piaga, fa le veci di una penosa foglia di fico della serie la toppa è peggio del buco. Sono stato un elettore del centrodestra, ma una volta affermatosi il centrosinistra, ho sperato nel solito refrain del sindaco di tutti i varesini, mi aspettavo un progetto per la città alla fine condivisibile anche da chi elettore non è stato, del genere per il bene di Varese non si guarda il colore del gatto, basta che acchiappi il topo. Poi, alla fine del mandato, il giudizio obiettivo sui risultati e l’inesorabile sentenza sull’operato della maggioranza uscente. Purtroppo non è così a quasi un anno dall'insediamento. Al di là del vedere quotidianamente una città allo sbando, e basta farsi un giro serale per rendersene conto, economicamente ulteriormente in declino, senza idee e vocazioni per il futuro, colpisce l’inutile faziosità. Oltre al danno, la beffa. E’ difficile per chiunque amministrare una città in questi anni complicati, ma contribuire a dividerla in un frangente storico così delicato è deleterio, politicamente miope. Non stupiscono quindi i soccorsi esterni, da ultimo quello del consigliere regionale varesino del Pd Alessandro Alfieri che ha cercato di salire sul carro della Zes, la zona franca, al momento una bandiera del centrodestra, un provvedimento che sarebbe un aiuto non da poco per i territori economicamente in crisi come le aree di frontiera, Varese inclusa. Parlare d’altro, appunto, di argomenti di sicura presa nell’opinione pubblica, visto che a Varese la svolta non c’è stata. E da oggi alla campagna elettorale per le regionali e le politiche del prossimo anno ne vedremo sicuramente altre di queste sortite nella speranza di salvare il salvabile del consenso. Qualcuno nel centrodestra si mangerà il fegato di fronte a questo scenario, nella speranza che intanto abbia trovato il tempo per farsi un onesto esame di coscienza.

 

E’ indubbiamente banale e ripetitivo ricordare il cambiamento epocale del concetto di lavoro dovuto all’avanzare rapido ed inarrestabile della società digitale con la sua valenza tecnologica in rapida progressione. Meno scontato è ricordare l’impatto della “Legge di Moore” sul mondo del lavoro nella società digitale, ovvero gli effetti concreti sui livelli occupazionali di quella legge che asserisce come ogni 18-24 mesi la tecnologia aumenti la propria potenza di calcolo dimezzando i propri costi. Con una conseguenza pratica su tutte e le cui avvisaglie sono già evidenti: il forte rischio di una disoccupazione strutturale nei prossimi decenni e non solo nelle fasce occupazionali più basse, ma anche e soprattutto in quelle attività ritenute finora immuni o intoccabili, quelle più concettuali. L’avanzata delle “macchine” e la sostituzione dell’uomo in tante mansioni anche appunto concettualmente elevate non è più materia di fantascienza, è cruda realtà. Chiunque è ovviamente pronto a cavalcare le opportunità offerte dalla tecnologia, aziende, università, incubatori, finanza, molti sono consapevoli della preoccupante discesa dei livelli di impiego, ma si limitano a porsi di tanto in tanto qualche domanda, pochi cercano di porvi rimedio immaginando contromisure. Una crisi occupazionale strutturale, trasversale, a lungo termine per definizione, innesca pericolosi contraccolpi sociali a tutti ben noti. La politica non sembra all’altezza della questione, poche sono le decisioni strategiche, tante quelle tattiche ed estemporanee che assomigliano ai classici ed inutili pannicelli caldi. E’ anche vero che nella società digitale i tempi corrono ad una velocità impressionante, tempi notoriamente sconosciuti al decisore politico ed istituzionale. Se scendiamo nel concreto, ad esempio nel settore dell’Information & Communication Technology (ICT), il pendolo tra speranze per un futuro migliore ed ansie per le conseguenze sociali nel contemporaneo oscilla fortemente. Come ben evidenziato in una recente indagine di AICA, l’Associazione Italiana per l’Informatica ed il Calcolo Automatico, commissionata alla SDA dell’Università Bocconi di Milano che a sua volta  l’ha presentata a metà febbraio scorso. “Le rilevazioni tendono a dire che anche il lavoro più intellettivo soffrirà della sostituzione uomo-macchina”, ha commentato spiegando i dati Pierfranco Camussone, docente SDA Bocconi e co-autore della suddetta ricerca. In estrema sintesi, è certo che cambierà la qualità della vita: se le macchine, come i robot, e le nuove tecnologie (tra cui la stampa 3D) produrranno più ricchezza, in primis saranno solo in pochi a trarne beneficio. “Ecco perché l’iniziativa pubblica e formativa hanno insieme l’importante responsabilità di trovare nuovi strumenti per redistribuire il plusvalore e per formare i giovani secondo quelli che sono ritenuti, a sorpresa ma non troppo, le competenze vincenti del futuro: ambizione e creatività”, aggiunge Camussone. La differenza, secondo le conclusioni della ricerca, accanto a una solida preparazione tecnica, la farà sempre il fattore umano, che solo è capace di affrontare scenari complessi in modo non scontato. Ecco spiegato il motivo per cui, di recente, anche le banche alle prese con la digitalizzazione, preferiscono curricula umanistici: non è un caso ma una nuova tendenza che troverà conferme solide nell'immediato futuro. Saper affrontare scenari complessi in modo non scontato, dimostrare di avere e saper gestire ambizione e creatività, sono oggi gli unici limiti della macchina nei confronti dell’uomo a sua volta già completamente superato sul terreno della preparazione tecnica. Per il momento è così. In attesa di macchine intelligenti tout court, magari pure replicanti, che ci trasformeranno definitivamente in uno sciame digitale e ci faranno estinguere come i dinosauri, spazio alle competenze umanistiche.

 

Non c’è dubbio che negli ultimi mesi Autolinee Varesine e Comune di Varese abbiamo messo nel mirino il trasporto pubblico locale, da migliorare, aggiornare, rendere più efficiente. Al di là del costante e consueto rinnovo del parco automezzi. Era ora, parola di utente. L’azienda che gestisce questo importante servizio, le suddette Autolinee Varesine, ha in programma a breve una serie di interventi concreti di miglioria, dalla mappa del trasporto urbano con pratiche indicazioni su come raggiungere uffici, scuole, chiese e impianti sportivi al censimento delle fermate per valutarne lo stato ed eventualmente prendere provvedimenti, all’apertura di un info point in piazza Monte Grappa angolo via Moro dove oggi c’è una edicola dismessa. Anche da parte del comune c’è attenzione per migliorare il servizio, basti pensare alla accessibilità al Sacro Monte e ai parcheggi di corrispondenza. Un buon inizio, ma con poco altro è sicuramente possibile fare molto di più per rendere maggiormente utile ed efficiente il servizio. Le risorse per estendere alla sera/notte l’orario di alcune linee, almeno le principali, potrebbero essere trovate rivedendo la sovrapposizione dei percorsi tra linee urbane e extraurbane. D’accordo, si toccano aziende, interessi, rendite di posizione differenti, ma è uno spreco inammissibile veder circolare uno dopo l’altro autobus semivuoti che percorrono a distanza di pochi minuti la medesima tratta. Vanno ristrutturate queste linee, per non parlare del fatto che in molti casi le fermate tra linee urbane e extraurbane sono posizionate a decine di metri l’una dall’altra, cosa costa allinearle? Retaggi di un passato, appunto passato, di quando c’erano addirittura le tramvie che viaggiavano su sede separata. Capitolo biglietti e orari. Difficile acquistare i biglietti in periferia, sui bus poi la macchinetta non restituisce il resto. Almeno in centro nelle principali fermate dovrebbero essere posizionati dei distributori automatici di biglietti e fuori dal ring i biglietti dovrebbero essere più facilmente reperibili presso edicole, tabaccherie e bar. E magari, come succede in piccole vicine cittadine svizzere, poter acquistare i biglietti e abbonamenti sul cellulare. La questione delle macchinette che non danno resto ha il sentore dell’illegalità e prima o poi qualche azzeccagarbugli potrà farlo notare con spiacevoli conseguenze. Riguardo gli orari, colpisce la quasi totale incongruenza e mancanza di coincidenze tra almeno le principali linee urbane e le linee extraurbane per non parlare dei treni. Effettivamente qua e là esistono, sono addirittura stampate sui cartelli informativi alle fermate, ma in molti casi non tengono conto del traffico e quindi sono coincidenze realizzabili solo sulla carta. Ad esempio quelle indicate negli orari scolastici. Da ultimo, ma non meno importante, anni fa alcune linee extraurbane, quelle per Bisuschio, Azzate e Morosolo, sono state equiparate a quelle urbane per le tratte all’interno del comune di Varese. Credo che lo sappiano in pochi, compresi i conducenti degli stessi mezzi.

Meglio tardi che mai, verrebbe da commentare, ma si stenta a credere alla buona fede. Si tratta chiaramente, occorre tenerlo ben a mente, di politica politicante e per giunta in clima da campagna elettorale, regionali e politiche ormai imminenti. E qualcuno è a corto di argomenti. Stiamo parlando di Zes, la Zona Economica Speciale, votata in Regione quel dì e ora dispersa nel porto delle nebbie romano dove come noto c'è un governo di diverso colore politico rispetto alla regione Lombardia. Lemme lemme però matura anche il PD locale ed in ritardo di tre anni il consigliere regionale varesino Alessandro Alfieri propone ora di fare lobbying territoriale per ottenere appunto la Zona Economica Speciale nei territori di confine. In soldoni, si tratta di defiscalizzare una certa area per rilanciare l’impresa e le attività economiche oggi a forte rischio declino. Raccogliamo però con soddisfazione la proposta di Alfieri. Come già commentato, proprio pochi giorni fa su questo giornale, il clima sta cambiando, nei confronti dei frontalieri e nei confronti, ora, dei territori di confine a rischio desertificazione di attività economiche per la concorrenza d'oltrefrontiera e per le delocalizzazioni. Su questa conversione sulla strada delle elezioni lasciamo parlare Luca Marsico, consigliere regionale varesino di Forza Italia e strenuo promotore e sostenitore fin dalla prima ora del provvedimento. «Appare estremamente singolare la presentazione da parte del consigliere regionale Alfieri di una mozione a Palazzo Estense volta a istituire una Zona Economica Speciale (ZES) da equiparare all'area che gode dello sconto benzina che include i comuni che distano meno di 20 chilometri dalla frontiera con la Svizzera.

E' una posizione sorprendente considerando il fatto che nel 2014 tutto il gruppo consiliare del Partito Democratico in Consiglio regionale ha votato contro la proposta, che oggi vorrebbero revisionare, di legge parlamentare volta ad istituire la Zona Economica Speciale con la sola eccezione del consigliere comasco Luca Gaffuri che si è astenuto e degli consiglieri assenti tra cui proprio Alfieri.

Il Partito Democratico arriva in ritardo di quasi tre anni e, fra l'altro, in questa “mozione di revisione” verrebbe esclusa l'area dei comuni del sedime aeroportuale di Malpensa che, al contrario, godrebbero del beneficio previsto dalla ZES grazie ad un mio ordine del giorno votato l'8 luglio a compendio del provvedimento se il governo di Roma desse seguito alla proposta di Regione Lombardia.»

Un consiglio non rischiesto alla politica varesina: prendere al balzo questa opportunità più unica che rara di fare lobbying a favore del territorio. sinergie trasversali virtuose per portare a casa finalmente qualcosa.

 

E ora che succede? Dopo il recente terremoto politico in casa Pd, che tipo di risposta arriva dal centrodestra? I sondaggi non sorridono alla sinistra, ma il partito bene o male regge, così come il M5S, nonostante i guai romani, il movimento veleggia su percentuali solo sognate dal centrodestra. Succede quindi che dipende dalla data del voto e dalla legge elettorale, nel frattempo si lanciano ballon d’essai, si fanno arditi giri di valzer, si tiene sotto controllo tutto quello che capita a tiro per capire da che parte spira il vento. Con il minimo comune denominatore dell’innamoramento trumpiano e putiniano mentre Le Pen scalda meno i cuori. In realtà è oggi superato parlare di centrodestra, occorre infatti riposizionare il mirino e parlare di destra di ispirazione populista, il centro, nel senso di area liberalpopolare, sembra evaporato, a rappresentarlo è rimasto solo Stefano Parisi sempre più autonomo, ma anche isolato e con seguito e militanza ancora tutta da dimostrare. La legge elettorale si diceva, proporzionale, quella che impone i listoni, per arrivare primi e intascare il premio di maggioranza. Con Pd e M5S chiaramente davanti, se la destra si frantuma, non essendoci più il ballottaggio, sicuramente perde e finisce solo per accontentarsi delle briciole e dei calcoli di bassa cucina, da linea di sopravvivenza, la parte più moderata potrebbe fare l’ago della bilancia nel migliore dei casi, ma è poca cosa. Il voto non sembra poi così lontano, non in primavera, ma in autunno, non c’è quindi più tempo per andare per il sottile, per inventarsi nuove formule. Ci sono solo i dati di fatto, una Italia sempre più povera, vittima di precariato, disoccupazione, incertezze sociali a qualsiasi livello. E' pertanto naturale che qualsiasi proposta intrisa di populismo e sovranismo al grido di “prima gli italiani” contro la barbarie faccia presa. Il nemico è l’Europa dalla quale uscire, lo spettro della povertà è rappresentato dall’Euro del quale liberarsene al più presto, la fine della società italica con le sue certezze, i suoi valori e la sua identità è plasticamente riconosciuta nell’immigrazione senza freni che occorre bloccare al più presto. Il tutto ben intriso del solito repertorio più o meno realistico che ascoltiamo da anni dalle parti di Salvini e Meloni e da un po’ anche in ambito Forza Italia e in alcuni cespugli del fu centrodestra. Il calcolo è cinico, addirittura di una semplicità banale, ovvero fare surf su esperienze politiche ed elettorali di successo di matrice populista. Identificare alcuni obiettivi molto grezzi e facilmente comprensibili, come appunto i sopra ricordati No Euro, Italexit e blocco immigrazione e poi far ruotare intorno a questi una gragnola di proposte ad effetto, anche le più balzane, basta che conquistino le prime pagine dei giornali e le preferenze del maggior numero degli elettori in ottica trasversale. La ricetta prevede di inondare il paese di parole e slogan ad effetto, i programmi e i progetti meglio tenerli sul vago perché devono poter essere cambiati alla bisogna di volta in volta. Trump insegna. Tutti insieme appassionatamente a lavorare al grande listone sovranista in salsa trumpiana, Berlusconi permettendo, perché l’ex Cavaliere tergiversa. O fa finta di tergiversare, manda avanti Toti a sondare il terreno, a stringere un asse preferenziale con Salvini, poi lui si riserva di aggiustare il tiro. Un Berlusconi redivivo ed in buona salute politica, che sicuramente sta approntando un programma molto in concorrenza con Salvini. Intanto cerca di dividere e avvicinare il fronte destro, la Meloni è già nelle mire. Con un Renzi in difficoltà e con il venir meno dell’utilità e della fattibilità di patti del Nazareno e cose simili da utilizzare almeno a fini di dissuasione, è logico immaginare che Berlusconi stia meditando seriamente sul listone italtrumpiano. Ma alle sue condizioni, che sicuramente confliggono con quelle di Salvini. Il confronto saranno le primarie? Chi lo sa. La battaglia a destra è appena iniziata.

 

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Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

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