• Breve racconto sul 25 aprile tra le colline dei miei nonni
    Breve racconto sul 25 aprile tra le colline dei miei nonni Alcuni amici e lettori mi hanno spinto a pubblicare anche su La Bissa un breve racconto che ho postato il 25 aprile scorso su Facebook in occasione della Festa della Liberazione. E’ vita vissuta, con qualche considerazione personale che spero venga letta come imparziale e neutrale. La famiglia di mia nonna paterna, originaria di Canelli in provincia di Asti, non era di simpatie fasciste. Era una famiglia patriarcale di campagna, di tradizione culturale liberale ottocentesca, erano noti per essere antimonarchici e da sempre moderatamente anticlericali. E appunto mai fascisti e non facevano nulla per mascherarlo. I miei nonni vivevano però a Milano e nel 1941, viste le difficoltà e i disagi creati dalla guerra soprattutto per chi viveva nei grandi centri urbani, decisero di trasferirsi a Canelli nella tenuta agricola…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Rileggendo le cronache di un paio d’anni fa, alla vigilia dell’apertura di Expo e della lunga stagione che avrebbe proiettato la migliore immagine di Milano nel mondo, la moltitudine dei milanesi e dei lombardi conveniva bipartisan sul fatto che quella operazione sarebbe stata l’ultima o forse l’unica vera occasione di rilancio della città, dell’Italia intera e non solo per quanto riguardava l’aspetto economico. Una opportunità, insomma, da non perdere ad ogni costo, pena il declino irreparabile. A questo auspicio, peraltro assolutamente fondato, si legavano infiniti timori sul dopo, una manifestazione in grande stile, volano di tante eccellenze, ma con il rischio che potesse rivelarsi alla fine solo un illusorio fuoco di paglia. Una operazione di marketing o poco più e nel 2016 tornare tutto come prima. Non è stato così, anzi. Milano, intesa come città-regione si è rimessa in moto, il rullo compressore ambrosiano gira che è un piacere, i trend del 2015 non solo sono stati confermati, ma anche ampiamente superati. La capitale lombarda è ormai, e come forse non è mai successo dal 1861, la vera e propria capitale morale del Paese, il centro nevralgico de facto. L’Italia non riparte, continua viceversa a dare segni di vistoso cedimento, Milano e la Lombardia, quando va male, tengono le posizioni, è indiscutibilmente l’unico territorio italiano dove si riesce a fare impresa con successo, dove ancora c’è lavoro e soprattutto dove si innova, si progetta per il futuro, che sia nella industria, nella finanza, nelle infrastrutture. E la palla al piede dell’Italia di oggi fa male, tarpa le ali dello sviluppo. Sarebbe interessante calcolare i benefici concreti, in soldoni, di una vera e propria equità tra i vari territori del Paese, se il residuo fiscale lombardo di oltre cinquanta miliardi annui rimanesse in regione piuttosto che finire nella cloaca dello spreco italico e romano, per non parlare appunto di una vera autonomia almeno fiscale della regione, chissà che volano si metterebbe in moto, altro che ripresa dello zero virgola. Milano è già la locomotiva della vasta regione padano alpina, capitale economica del Sud Europa, se avesse maggiore autonomia politica, fiscale e quant’altro chissà dove sarebbe ora, potrebbe competere alla pari con le megalopoli che fanno girare il mondo. Ma non è così purtroppo. Ingabbiata in confini ottocenteschi, con istituzioni farraginose e arcaiche, immersa nella burocrazia bizantina di uno stato statalista e iniquo, la città deve prima liberarsi di questi fardelli e poi poter pensare con libertà a lavorare, a crescere, ad innovare. Oggi Milano ci riesce a fatica, ma pensiamo cosa potrebbe fare, che obiettivi potrebbe prefigurarsi, che risultati potrebbe raggiungere se fosse nella condizione di poter effettivamente volare senza quel piombo nelle ali. Sono discorsi vecchi, si fanno per lo meno da venticinque anni, dai tempi di Tangentopoli e dell’esplosione del fenomeno Lega Nord. Due grandi occasioni perse per Milano? Per cambiare, per voltare pagina. Forse si, ai posteri l’ardua sentenza, però è altrettanto vero che la Lombardia e la Milano del 2017 sono e stanno molto meglio di quelle del 1992, in ogni ambito, sotto ogni aspetto e non sono solo i numeri a parlare, basta andare in giro, osservare e toccare con mano. Nonostante tutte le crisi degli ultimi anni, gli scenari internazionali complicati e lo sfacelo italiano, l’economia lombarda è in ripresa, l’industria c’è e innova, le università e i centri di ricerca sono di fama mondiale, le banche sono più solide che altrove, i livelli occupazionali tengono. Ai vertici del comune di Milano e della regione Lombardia ci sono due persone sagge, Giuseppe Sala e Roberto Maroni, due figure che più diverse non si potevano allineare, di fronti politici opposti, con esperienze alle spalle completamente differenti e altrettanti obiettivi politici sicuramente non identici. Eppure la quadra è stata trovata nella lobbying territoriale, nel fare gli interessi concreti delle comunità locali, senza fronzoli e derive ideologiche. I vari Patti per Milano e per la Lombardia sono gli esempi più noti. Per non parlare del ruolo della Lombardia nelle macroregioni europee, delle sinergie con l’economia reale, del fare rete ovunque, che si tratti di turismo, lobbying europea, università, infrastrutture. E’ solo il primo passo e meno male che lo si è fatto, Milano e la Lombardia però si devono porre obiettivi politici e istituzionali più importanti e di alto livello. Strategie a lungo termine che parlino innanzitutto di visione e missione. Per contare davvero, volare alto e contenere il più possibile le inefficienze e i pesi morti. Servono in chiave futura anche i messaggi che si danno, interessante l’apertura di Sala alle opposizioni in consiglio comunale, felicemente raccolta da Stefano Parisi (ne abbiamo già parlato su questo giornale ieri), ancora più opportuna sarebbe la convocazione del referendum sull’autonomia lombarda sul quale auspichiamo convergenze bipartisan. Le convenienze politiche, i calcoli dei partiti, la sopravvivenza delle caste e castine, il familismo amorale di un certo ceto ben radicato nei vari sottogoverni non solo non interessa al popolo lombardo peraltro chiaramente sempre più irritato e insofferente verso queste pratiche come si vede dalle percentuali degli astenuti, ma appunto sono fenomeni che compromettono le migliori chances per il futuro, per il benessere di tutti. E ai lombardi, ai milanesi interessa in primis il bene della Lombardia e di Milano. Punto.

 

Va in archivio un anno particolarmente caldo per la politica nazionale e locale e già senza ombra di dubbio è possibile immaginare un 2017 con una temperatura ancora più torrida. Mentre a sinistra si cerca di capire come sarà impostata la riscossa di Matteo Renzi e quali saranno nel concreto le sue strategie per cercare di non perdere l’ultimo treno per riconquistare il centro del potere tramite le elezioni politiche prossime venture, nel centrodestra impera la confusione massima. Sulla sponda del fiume, verrebbe da dire, è accomodato il M5S. Puntando l’attenzione, come nostra abitudine, sul centrodestra, la centrifuga politica del 2016 ci consegna diversi elementi e chiavi di lettura per interpretare la situazione e i futuri scenari. Un quadro che andrà evolvendosi nei prossimi mesi da una parte come conseguenza degli sviluppi sul fronte della elaborazione della legge elettorale e dall’altra in funzione delle manovre tattiche di leader già noti o presunti tali. Semplificando al massimo, due sono le chiare tendenze in atto al centro e a destra. Berlusconi sempre più artefice e vittima del redivivo o mai tramontato Patto del Nazareno e Matteo Salvini che corre sempre più spedito verso l’obiettivo della Lega nazionale, neomissina-lepenista e centralista. Più che strategie ben ragionate e lungimiranti sembrano in realtà soluzioni dettate da esigenze contingenti, un concatenarsi di snodi politici in cui si alza la posta sempre di più per cercare di salvare il proprio peso specifico e la propria utilità marginale, ma al duro prezzo di compromettere seriamente qualsiasi chanche di vittoria finale per una ipotetica coalizione di centrodestra. Schieramento che per ora è solo teorizzato, ma gli interessati lo vogliono davvero? Sembrerebbe proprio di no, visti i fatti. Berlusconi agganciato a Renzi con un occhio alle proprie aziende e al futuro della propria famiglia punta ad un partito-cartello di matrice popolare, un grande Ncd, per fare l’ago della bilancia che finirà però per pendere a sinistra per le ovvie ragioni della sua sopravvivenza politica e imprenditoriale. Lo immaginavamo, l’atteggiamento tiepido sul No al referendum e le successive dichiarazioni hanno solo svelato l’arcano, il segreto di Pulcinella. Renzi terrà sotto pressione Berlusconi con il Mattarellum e Berlusconi cercherà di uscire dall’angolo proponendo una legge elettorale in chiave proporzionale promettendo, o svendendo, al leader piddino di tutto e di più. Salvini viceversa prosegue imperterrito sul piano inclinato della destra lepenista strettamente alleata con i residui missini capeggiati dalla Meloni. Che dopo essersi ben assicurata sulle reali intenzioni di Salvini, ovvero di non tornare sui suoi passi, confezionerà di volta in volta i più classici dei trappoloni per allontanare il più possibile la nuova Lega nazionale da quella di vecchio conio, federalista, padana, già bossiana. Valga come esempio della deriva a cui assisteremo il recente attacco della abile politica romana alle iniziative di un semisconosciuto partito indipendentista sud tirolese, il classico sasso nello stagno leghista. Il messaggio è chiaro, se fai la Lega nazionale, scordati federalismo, secessione, Padania e via discorrendo e se cerchi di dare un colpo al cerchio e uno alla botte ti fai male da solo. Qualcuno infatti tra i papaveri leghisti, per difendersi da questa pericolosa tagliola, prefigura o minaccia convergenze addirittura con M5S, prefigurando una alleanza dei populisti di qualsiasi estrazione contro tutti al solo scopo di blindare l’ascesa di Salvini. Il tutto condito con il Mattarellum, il maggioritario che ha lo scopo di tarpare le ali alle ambizioni dei cespugli, a cominciare appunto dalla Meloni. Ma tutto questo è poco più che fantapolitica. Di sicuro comunque c’è che Berlusconi e Salvini sono oggi distanti come mai è successo in passato e forse irreparabilmente. Una situazione che apre una voragine al centro, nel vasto segmento politico liberale popolare, quello che fu il grande bacino elettorale della prima Forza Italia, una cospicua fetta di elettori che da parecchi anni diserta le urne o è in libera uscita, votando di volta in volta sull’onda delle convenienze del momento. Un vuoto che ha tentato di occupare in anticipo su tutti Stefano Parisi. Il già candidato sindaco a Milano si è inventato un movimento, sta mettendo in piedi una proposta di governo, sta girando per l’Italia a diffondere il verbo, presidia alcuni importanti media nazionali, ma per ora non si vedono le truppe, lo staff, l’organizzazione e soprattutto i fondi per sostenere una operazione costosa a prescindere e che senza tanti giri di parole punta alla leadership dello schieramento che dovrebbe contrastare alle elezioni politiche Sinistra e M5S. Il passaggio cruciale per Parisi si concretizzerà nei prossimi due mesi. Riuscirà sicuramente a presentare una sua proposta di governo ben articolata e di qualità, ma in quel momento dovrà decidere cosa fare: una corsa solitaria che è facile prevedere come possa andare a finire oppure sedersi ad un tavolo con altri comprimari, potenziali alleati. Nel centrodestra, dal 1994 ad oggi, le partite si sono vinte al centro quando questo si è compattato a favore di Berlusconi oppure le elezioni si sono perse quando il centro si è sfilacciato finendo prima nell’Ulivo di Prodi e ultimamente al traino di Renzi. Un erede di Berlusconi non esiste, non è stato creato e mai si troverà, non è nelle corde del Cavaliere confezionare successori, lo stesso partito Forza Italia creato a immagine e somiglianza del leader fondatore non è stato pensato per avere un seguito senza Berlusconi. Uno zoccolo duro di fedelissimi seguirà il vecchio capo ovunque, ma gli altri? Lo stesso dicasi della Lega. Salvini ha fatto una scelta perentoria, prendere o lasciare, ma lo seguiranno i leghisti federalisti, del Nord? E’ difficile immaginare che gli orfani di Berlusconi si accodino per proprietà transitiva al carro di Parisi, ancora più improbabile che lo facciano i leghisti scontenti. Tra i due può farsi largo solo chi della mediazione politica ne ha fatto un’arte sopraffina, della sopravvivenza sugli scranni più strategici del potere un obiettivo imprescindibile, dell’attenzione a non bruciarsi i ponti alle spalle una cura maniacale. E viene in mente al momento un nome soltanto, quello di Roberto Maroni. Che ha già in tasca la ricandidatura in Regione Lombardia nel 2018 con la quasi scontata riconferma vista la mala parata a sinistra orfana di Renzi, divisa all’interno e ora pure con un Giuseppe Sala indebolito. Il Bobo di Lozza è consapevole di avere a disposizione un credito politico importante guadagnato grazie anche ai successi in Regione, di avere esperienza e seguito, di poter addirittura influenzare in modo decisivo le eventuali primarie. E’ quindi inevitabile per lui guardare oltre le finestre di Palazzo Lombardia e monitorare attentamente gli scenari in divenire. Della serie, non ci penso, ma se l’occasione mi si para davanti non me la lascio sfuggire. Come fu già per le elezioni regionali vittoriose del 2013.

 

Per chi bazzica assiduamente la rete alla ricerca di tutto e di più per trovare ispirazione tra mode, tendenze e fenomeni di costume, il 2016 fa rima con il tormentone #Escile lanciato ad inizio anno sui profili Facebook 'spotted' delle principali università meneghine e non solo. Innanzitutto, per i meno informati, cosa significa profilo spotted. Spotted significa letteralmente “adocchiato” o “avvistato”. L’amministratore apre la pagina Spotted (su Facebook) dedicata alla tale Università, naturalmente si tratta di una pagina non ufficiale dell’ateneo in questione. A questo punto gli studenti inviano i loro pseudo segreti, al principio per lo più commenti su ragazzi dell’altro sesso intravisti in università e dichiarazioni. E nel seguito si è letto di tutto, critiche o segnalazioni di episodi di qualsiasi genere inerenti la vita universitaria, battute, commenti e via discorrendo. L’amministratore li riceve e li modera, quindi li pubblica in modo anonimo, così almeno si spera. E fin qui niente di particolarmente creativo e innovativo, è quanto di più social si può fare in un social network nato a suo tempo proprio tra le quattro mura di una università, ma la sorpresa prima o poi doveva arrivare e ha fatto capolino a gennaio scorso. Evidentemente la noia della routine universitaria incombeva pesantemente, la necessità di prendersi delle distrazioni tra una sessione d’esami e l’altra era irresistibile ed ecco per magia apparire l’hashtag #escile. Il vettore virtuale di una vera e propria gara tra università a colpi di selfie underboob. Una gara informale a chi ce l’ha migliore e non stiamo parlando di medie di voti, ma di culi e di tette. Al principio un confronto tutto al femminile, prima sui decolletè e poi anche con i lati B, ma nel prosieguo sono comparsi non pochi maschietti con pettorali e torsi glabri ben in vista. Scatti più o meno sexy, alcuni veramente hot. Il minimo comune denominatore tra tutti erano le scritte a pennarello con il nome dell’Università ben visibile su chiappe e seni. Un tormentone iniziato pudicamente e poi via via resosi più torrido per la concorrenza sempre più dura e per le inevitabili leggi di mercato valide anche in questo contesto. Per svettare e farti notare, prima cominci selfandoti con la magliettina, poi la togli e resti in reggiseno e infine togli anche quello sperando di vincere la tenzone catturando più like e commenti. Esilaranti e scontati i feedback, dagli entusiasti che postavano lodi sperticate ai soliti critici per partito preso che addirittura scomodavano concetti arcani come i rischi della mercificazione del corpo. Ma per chi sa qualcosa di comunicazione, alla fine vale il detto “purchè se ne parli” e l’iniziativa degli studenti milanesi fece sicuramente parlare. Anche se l’argomento non era per nulla aulico, ma una evoluzione pecoreccia del Milanese Imbruttito, specchio dei tempi, piacciano o no. Per chi invece sa qualcosa di satira di costume, a chi come al solito storce il naso e sale sul pulpito a fare la morale agli altri, vale la solita raccomandazione “state sereni e fatevi una risata”. A proposito è in programma una riedizione di #escile anche per il 2017?

“Im Grunde gefällt mir’s nirgendwo so gut“, ovvero, in fondo non vi è altro posto che io ami così tanto, scrisse il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche a proposito della Val Fex e delle ultime propaggini dell’Alta Engadina ai piedi del Passo Maloja. Ma sono anche gli scenari che hanno incantato Giovanni Segantini che li ha dipinti nelle sue opere più significative ed importanti. Il cuore di una escursione da queste parti è sicuramente la Val Fex a patto però di non dimenticare altre chicche nel circondario. E‘ una meta per turisti raffinati, non c’è solo la montagna con l‘indiscutibile fascino delle Alpi Retiche, ma anche tanti altri ingredienti intriganti tra nostalgia e storia e con un immancabile tocco romantico. Ma andiamo con ordine. Siamo a centocinquanta chilometri da Milano e il punto di partenza è l’abitato di Sils, il primo che incontriamo arrivando appunto dal Maloja e dal quale si dirama la Val Fex. La valle è chiusa al traffico e ha conservato un paesaggio idilliaco sia in versione estiva sia in versione invernale. Il nome deriva dal termine romancio “feda”, che significa "pecora". Evidentemente in un lontano passato gli abitanti dell’Alta Engadina usavano portare nella valle grandi greggi di pecore a pascolare. All’ingresso della valle si passano due piccoli e pittoreschi paesini, tra cui Crasta con la splendida chiesina quattrocentesca, dopodichè il paesaggio presenta un lato della valle soleggiato con pochissimi alberi, pascoli, tipica flora di alta montagna e un lato ombreggiato dominato da vasti e fitti boschi di larici e pini. La valle si protrae per pochi chilometri e termina contro il ghiacciaio omonimo tra Piz Chapütschin, Piz Fora, Piz Güz e Pizzo delle Tre Mogge che la divide dalla Val Malenco in provincia di Sondrio. In passato, prima che diventasse il paradiso turistico di oggi era luogo di transito di piccoli contrabbandieri che l’attraversavano da e verso l’Italia. La valle la si può percorrere a piedi o in carrozza, d’inverno sulle slitte trainate dai cavalli. Ci sono alcuni ristoranti e un albergo che segnaliamo volentieri. Si chiama Fex e ha il suo perché. E’ semplice, tipicamente di montagna, un nostalgico albergo engadinese che risale agli albori del turismo alpino. Originariamente venne costruito a St. Moritz, poi venne diviso in diverse parti e ricostruito in una delle posizioni più belle della Val Fex e nel tempo è stato mantenuto inalterato salvo piccoli inevitabili restauri. Ha solo 15 camere, ma il pezzo forte è la cucina e la sala da pranzo. Solo ricette della tradizione e della regione in un ambiente che più grigionese d’antan non si può, compresa l’accogliente stüva con caminetto e terrazza con vista. Tra ambiente incontaminato e albergo storico si rivivono le atmosfere del turismo alpino degli albori e con un’aura romantica. Dicevamo del circondario. Se volete vedere la valle dall’alto e con un vista che spazia sulle Alpi Retiche, a cominciare dal massiccio del Bernina, tornati a Sils, prendete la funivia per Furtschellas, in alternativa prendete la ferrovia di montagna a Surlej, vicino a Silvaplana, che porta al vicino Piz Corvatsch. Entrambe sono mete classiche dell'Engadina che valgono il classico prezzo del biglietto. Sempre a Sils, ci si mette letteralmente sulle tracce di Nietzsche. Tra romantiche insenature ed anfratti del lago omonimo si arriva alla penisola dove si trova la pietra di Nietzsche con i versi da Zarathustra. Il filosofo arrivò in Engadina per motivi di salute. Il primo impatto, a St. Moritz, pare che non fosse stato dei migliori, città invasa da tedeschi e turisti basilesi, disse, ma a Sils cambiò immediatamente idea, trovando appunto la sua terra promessa. Oggi è visitabile la casa diventata museo. Infine, consigliamo la visita all’atelier di Giovanni Segantini. L'atelier dell’artista si trova a Maloja, il villaggio alpino che ospitò il celebre pittore dal 1894 fino alla sua morte. Di fronte all’Hotel Schweizerhaus, accanto alla stradina che s’inerpica verso la Torre Belvedere, si trova la piccola costruzione rotonda che si staglia dinanzi allo chalet della famiglia. L’atelier è una riproduzione in legno e in scala ridotta di quello che doveva essere il padiglione engadinese all’Esposizione Universale di Parigi del 1900: una costruzione rotonda del diametro di 70 metri progettata dall’artista stesso. Le pareti del padiglione avrebbero dovuto ospitare una gigantesca raffigurazione pittorica del paesaggio bregagliotto ed engadinese, lunga 220 metri. L’opera rimase però incompiuta, ma da essa nacque il Trittico della Natura (o delle Alpi). Tre quadri che sono la summa della vita artistica di Segantini e che adesso si possono ammirare nel Museo Segantini a St. Moritz, a quindici chilometri a valle di Sils.

 

Berlusconi? C’era una volta Silvio Berlusconi. E’ innegabile che il futuro del centrodestra incroci oggi più che mai le sorti del dinosauro di Arcore. Cambio della guardia a Palazzo Chigi, si insedia Paolo Gentiloni e il nostro si affretta a commentare: “sia chiaro che noi ci siamo su tutto, a cominciare da Mps, auguri di buon lavoro”. Era già così anche prima, lo sappiamo, ma con il senno del poi ne abbiamo avuto la certezza. Sul perchè del comportamento tiepido nei confronti del No al referendum ormai ci sono solo certezze. E solo per rimanere all’ultimo capitolo della saga quasi triennale del Nazareno, patto o non patto che ci sia stato. Berlusconi, o meglio, le sue aziende sono sotto scacco, guarda caso da un’ora dopo la caduta di Renzi. Evidentemente c’era una vera e propria alleanza mai dichiarata, tra un Renzi garante di uno status quo che teneva in vita come politico e come imprenditore il Cavaliere e un Berlusconi che poteva rimanere grazie a quel patto sulla scena principale anche se da co-protagonista. Ora, dopo il referendum, tra fatti ineludibili e dichiarazioni chiarissime, riconosciamo una linea del Piave con paletti ben precisi e inamovibili: no al Mattarellum, di conseguenza si al proporzionale, sostegno indiretto al governo Gentiloni al solo scopo che duri il più a lungo possibile, via libera al salvataggio pubblico e immediato del Monte dei Paschi a qualunque condizione, nuova legge elettorale da utilizzare come architrave di un, nuovo?, accordo politico con Renzi. Intanto è così, poi chi vivrà, vedrà. L’importante è tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia per citare alla buona Giulio Andreotti, uno che di accordi sottobanco e trattati su più tavoli se ne intendeva. “Vuole che alla mia età ci sia ancora qualcosa che mi preoccupi”, ha bofonchiato Berlusconi ad un giornalista che gli chiedeva se era preoccupato per la ormai conclamata ed imminente scalata di Bollorè e Vivendi a Mediaset. In realtà il Cavaliere è molto preoccupato e, al netto delle questioni aziendali, è lo spirito berlusconiano ad essere in crisi, per non dire completamente svanito. Lo spirito del ’94 come viene evocato ad ogni piè sospinto, quando si vuole ricreare una specie di humus per future sfide politiche, è ormai materia da libri di storia. L’arrembante Berlusconi a capo della rivoluzione liberale è finito da quel dì, seppellito dal ribaltone di fine ’94 e inizio ’95, resuscitato e tenuto in vita artatamente a più riprese nel decennio successivo, ora è improponibile se non impossibile immaginarne qualsiasi riedizione. Il leader è anziano, non in perfetta salute, in uscita dal Milan, sotto attacco nel cuore del suo impero in Mediaset, marginale in politica. E come se non bastasse si trova ora a dover fronteggiare alcuni concorrenti proprio sul suo terreno prediletto, quello moderato e liberale, come accade con Stefano Parisi di cui ne mal sopporta l’attivismo. Manca l’ispirazione propositiva, l’afflato ideale e il venir meno dei cavalli di battaglia del ventennio che fu sono sintomo di ripiego, di declino inesorabile. Un esempio su tutti appunto la rinuncia al maggioritario che fu invece una delle chiavi del successo della prima ora e non solo. Ma il Cavaliere non ha scelta, non ha più opzioni in mano anche perché mancano i numeri, perché oggi porta a casa non più del 10% su base nazionale. Una inezia per pensare di poter essere determinante nella lotta per ottenere la leadership dello schieramento, molto meglio quindi pensare di fare cassa elettorale al momento debito tentando di giocarsi al meglio il ruolo dell’ago della bilancia. E per raggiungere tale obiettivo è necessario come l’aria ottenere il proporzionale. E’ solo tattica di sopravvivenza, non ci sono più idee, non c’è più nessuna spinta propositiva, le truppe sono date in libera uscita, consapevoli del declino del leader e dell’arroccamento del cerchio magico dei fedelissimi di tante battaglie, oggi logori ed esausti. Le chiavi del futuro sono in mano ad altri, a Renzi, a Salvini, a Grillo. Berlusconi in qualsiasi campagna elettorale del passato ha sempre puntato al 51% del consenso degli italiani se non addirittura alla totalità in qualche uscita sopra le righe, era comunque il sintomo migliore della visione, degli obiettivi, della forza e della spinta delle idee per poter rendere alla portata qualsiasi traguardo. Partire invece dall’obiettivo di prendere il 10% in uno scenario da palude della prima repubblica è piuttosto mortificante. Ma se parti dal 10% potenziale alle elezioni, finisci che prendi si e no il 5%, obiettivi minimi, risultati minimi. E il “ci siamo su tutto” è una mossa disperata che certifica queste considerazioni, è il sintomo di chi non riesce più a negoziare, di chi vede sgretolarsi il proprio mondo e le proprie certezze intorno a sé. Il partito azienda è in crisi non solo perché il capo è in crisi e perché il modello non incanta più nessuno, ma anche perché ora si scopre che le aziende sono vulnerabili agli attacchi esterni o eccessivamente sotto ricatto governativo. Stupisce che nessuno nel centrodestra, ad eccezione di Parisi, sia riuscito ancora a leggere per quella che realmente è questa situazione. Salvini che punta sul Mattarellum confermando contemporaneamente la linea politica del lepenismo della Lega nazionale si candida a miglior perdente se lo seguono gli altri della vecchia coalizione, altrimenti incasserà il misero bottino del diritto di tribuna se decidesse o fosse costretto a correre da solo. Dalla Lega arrivano però segnali di fumo contrastanti, il Carroccio “di governo” ha bisogno di una figura come Berlusconi, non di una che fa il verso a Le Pen, per poter competere con qualche chanche di successo contro grillini e sinistra. Sulla legge elettorale che verrà si modellerà infatti l’auspicata coalizione di centrodestra. Se si deciderà per il proporzionale, ci sarà un iniziale sciogliete le righe per contarsi al voto e successivamente in sede di trattative per formare un governo si valuterà se fare aggregazioni, uno scenario in stile prima repubblica, se invece passerà il ritorno al Mattarellum, in quel caso sarà tassativo presentarsi alle elezioni in coalizione e, se non si decide per il suicidio salviniano-lepenista, la partita la guideranno i maggioritari in sonno di Forza Italia e Roberto Maroni e Giancarlo Giorgetti nella Lega. La destra è sparita e poi c'è Stefano Parisi che non ha ancora una linea chiara in merito, un leader in nuce a cui oggi va ricordato il detto di Pierluigi Bersani: meglio avere un passerotto in mano che un tacchino sul tetto.

 

Ha preso il via ieri la tre giorni di Energie PER l'Italia, il movimento politico di Stefano Parisi. Il pacato e solido liberale, tutt’altro che moderato, anzi radicale, tira le somme di tre mesi di tour Megawatt. In giro per l’Italia a raccogliere idee e contributi e poi il lavoro dei gruppi dedicati a formulare progetti. Da quello che si è visto già ieri sono moltissimi i partecipanti e i relatori provenienti da tutta Italia e con una cospicua presenza di donne. Da lunedi pomeriggio a mercoledì 21 dicembre si riuniscono infatti alla Società Umanitaria di Milano, in via San Barnaba, 48, i 18 gruppi di lavoro che si sono formati dopo la conferenza Megawatt di settembre. I componenti di ciascun gruppo, i quali hanno elaborato in questi mesi proposte e idee che potranno confluire nel programma di governo di Energie PER l'Italia, faranno il punto con Stefano Parisi. Prende corpo così il programma nazionale del movimento: idee per far rinascere l'Italia e persone con competenze nei diversi settori - edilizia, sanità, sicurezza, cultura, fisco, economia e via dicendo - che sostengono il progetto di Stefano Parisi e che, secondo i promotori, rappresentano la fucina di una nuova classe politica in grado di portare in dote esperienza e idee. Sempre secondo gli organizzatori, chi in questi mesi ha lavorato nei diversi gruppi di lavoro ha l’opportunità ora di far sentire la propria voce, ma anche chi non l’ha ancora fatto potrà unirsi agli altri e costruire l’alternativa liberale e popolare di cui il Paese ha bisogno soprattutto in questo momento di confusione istituzionale e di vuoto di proposte. Ai tavoli si dibatte, ci si confronta tra realtà e territori anche molto diversi del Paese e questo è indubbiamente un bel risultato, si riscopre soprattutto il gusto della politica che parte dalle esigenze reali degli Italiani, da una visione di futuro e dal bisogno di vedere in campo persone nuove e integre che tornano a considerare la politica come servizio ai cittadini. La base insomma per qualsiasi progetto che abbia a cuore la rigenerazione e il rilancio della azione politica, in questo caso inquadrata nel centrodestra. L’incontro clou si terrà mercoledì 21 dicembre alle 17, quando sarà convocata la conferenza stampa e poi l’Assemblea Plenaria che chiuderà la tre giorni e durante la quale Parisi farà la sintesi delle proposte discusse nei singoli gruppi di lavoro. Per quanto riguarda i contenuti il neo movimento e il neo leader hanno sicuramente fatto centro. Da quanti anni nell’ambito del centrodestra, soprattutto per quanto riguarda la parte più al centro e liberale, non si è più parlato di idee, contenuti, progetti e in un modo così costruttivo e articolato? Da tanti anni sicuramente, forse bisogna addirittura tornare al 1994. Ma la vera partita che Parisi dovrà giocare per poter ambire a vedersela con Salvini e con gli altri che competeranno per la leadership dello schieramento che si confronterà alle elezioni politiche contro centrosinistra e grillini è sulle truppe, sull’organigramma del movimento, sul seguito insomma. Che oggi appare ancora una nebulosa. Si va probabilmente verso le primarie e il saggio manager le ha già messe in conto e non da ora, "le primarie sono sicuramente la strada per scegliere il leader del centrodestra e per portare la nostra opera di rinnovamento in mezzo alla gente, ma ci devono essere regole molto serie, non devono essere primarie superficiali e bisogna basarle su una piattaforma di valori comuni", ha dichiarato. E a tali primarie Parisi si presenterà con un posizionamento chiaro e originale, nell’alveo della tradizione liberlpopolare, "stiamo costruendo un programma di governo che dovra' essere pronto a meta' febbraio, un programma liberale e popolare che è profondamente alternativo a quello di Renzi e del centro sinistra, ma anche in forte discontinuità rispetto a quello che il centrodestra è stato fino ad ora". Una sfida coraggiosa, soprattutto al grande bacino elettorale di Forza Italia. Sulla legge elettorale Parisi temporeggia, in attesa di capire che carte hanno in mano gli altri "per il momento solo il Pd ha parlato di Mattarellum e non sono neanche sicuro che tutto il partito la condivida. Mi auguro che il centro destra abbia una sua ipotesi. Ma si dovrà trattare di una legge in grado di dare stabilità al Paese perchè non è possibile che si cambi modalità di voto ad ogni tornata. Il centrodestra dovrà prendersi la responsabilità di fare una legge elettorale duratura". Nel frattempo si registra la convergenza di Salvini sulla proposta del Mattarellum, sicuramente seguito da Fratelli d’Italia. Più fredda e divisa Forza Italia. Contrari i grillini.

Fonte dichiarazioni Stefano Parisi: affaritaliani.it

Milano, dicembre, interno di una nota multinazionale della comunicazione presente da leader e da tempo immemore soprattutto nel segmento finanziario, lingua franca l’inglese, ma bisogna capirne altre tre per cavarsela degnamente o almeno per sopravvivere ai piani bassi. Ambiente competitivo, meritocratico, sicuramente ambìto sia da affermati professionisti del settore che cercano un trampolino per ulteriori sfide sia da giovani intraprendenti e desiderosi di trasformare la prospettiva di una carriera nella comunicazione nella propria ragione di vita lavorativa. Non facile accedervi, ancora meno superare i primi livelli di selezione naturale ovvero gli stage e i tirocini. Ebbene, può sembrare un dettaglio quasi comico, ma la maggior parte delle ambizioni non arriva nemmeno a superare questi primi ostacoli, i più infatti si schiantano fragorosamente sulla maldestra pronuncia della brand aziendale al primo colloquio. Eppure il problema è noto, la rete è piena zeppa di tutorial che spiegano esattamente la pronuncia in inglese della ragione sociale per non parlare degli innumerevoli video del fondatore in cui stigmatizza proprio questo aspetto non propriamente secondario. Sono candidati impreparati, sono dilettanti, sono vittime di leggerezza? O forse questo succede perchè siamo il Paese della fuga dei cervelli all’estero? E soprattutto nel mondo anglosassone. Evidentemente chi emigra ha superato brillantemente il gap linguistico, altrimenti come farebbe a lavorare o semplicemente a districarsi nella normale vita quotidiana in un Paese straniero? E chi resta in Italia per scelta, per caso, per necessità, non è sicuramente meno dotato e preparato di chi va a cercar fortuna all’estero, forse si è semplicemente dimenticato a suo tempo di approfondire lo studio delle lingue straniere. La sensazione è però un’altra, è quella di una generazione di giovani adulti impagliata, apatica, lenta di riflessi. Non è certamente una novità, basta farsi un giro nelle vie della movida milanese invase da giovani che barcollano da un happy hour all’altro per rendersene conto, questi giovani sembrano messi bene, ma non si sa esattamente di cosa vivano al di là dell’evidente sostegno familiare, girano a vuoto, hanno una vita scandita dall’inerzia di impegni effimeri. E di cosa vivranno in futuro? E’ sufficiente una veloce chiaccherata con loro in un contesto formale come quello di una azienda per capire come sia enorme la distanza tra l’universo competitivo delle professioni più pregiate e il tessuto sociale dal quale dovrebbero emergere le risorse più interessanti. Sembra che sia calata una cappa di nebbia fatta di demotivazione, paura, incertezza, un mix letale che ammorba anche le personalità, i caratteri e le capacità dei più promettenti. E’ il lato più oscuro, deleterio e subdolo degli effetti della crisi. Ancora peggio è la situazione se si allarga il discorso ai giornalisti. La stessa multinazionale ricercava un redattore per agenzia. Un lavoro all’apparenza monotono, ripetitivo, fatto in gran parte di un monitoraggio assiduo e capillare di fonti e di pubblicazione costante di comunicati spesso e volentieri molto brevi e scritti in inglese e italiano. Ma anche altamente motivante perché a stretto contatto con la formazione e la diffusione delle notizie clou di alcuni settori. La categoria dei giornalisti in erba è un coacervo di oracoli, di depositari della verità, di letterati mancati o di gente talmente ambiziosa da non abbassarsi a nulla se non a scrivere per quei due o tre giornaloni che ancora a fatica resistono e sopravvivono. Al di là del fatto di non capire dove sta andando il mondo e della conseguente pessima impressione che si fa in una società leader di mercato per il fatto che non si vuole fare nessuno sforzo per capirlo, colpisce il deposizionamento professionale di uno spaccato importante di una generazione di giovani professionisti. Praticamente sognano un lavoro che esisteva, ma che ai nostri giorni è praticamente scomparso. Destinati pertanto a morte certa, ovvero alla disoccupazione di lungo periodo. Oggi nei grandi media ti pagano se vendi influenza, non se scrivi articoli e nei piccoli non ci sarà proprio più spazio perchè saranno solo o sempre di più sul web dove vigono ben altre logiche. “Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”, diceva Luigi Barzini jr., ma qui sorge il dubbio che per molti giornalisti oggi sia meglio non lavorare tout court. Ma torniamo alla fuga di cervelli. Chi non è più tanto giovane ed ha un minimo di consuetudine internazionale ha ben in mente le ondate di giovani italiani emigrati all’estero che si sono susseguite negli ultimi decenni. Nei settori dell’informatica, della finanza, della ricerca e appunto anche della comunicazione. Per rimanere nella fascia alta del mercato. Il depauperamento italiano è palpabile, dall’estero, di cervelli, ne sono arrivati molti meno di quelli che sono partiti e il gap si allarga inesorabilmente anno dopo anno compromettendo il futuro del Paese in quanto a benessere e crescita. In compenso accogliamo immigrati senza qualità e che al momento rappresentano solo un costo, economico e sociale, una palla al piede. L’attenzione dell’opinione pubblica è ora preda della politica nazionale e locale, in questo mese di dicembre è successo di tutto, ma le priorità sono come al solito sul fare, in questo caso sui giovani, sulla loro preparazione, motivazione, sulla creazione di opportunità di lavoro e sulle prospettive professionali nel lungo periodo. Un punto da mettere in cima all’agenda della politica e delle istituzioni. E subito.

 

Dopo aver appreso dalla stampa di essere indagato, Giuseppe Sala ha dichiarato a caldo «non dirò che non ho fiducia nella magistratura, ma neanche il contrario». E poi il colpo di teatro della autosospensione. Due prese di posizione immediate, anomale e piuttosto nette. Ma andiamo con ordine. Le cronache riportano fatti molto gravi, ma tutta la storia di Expo prima, durante e dopo Sala è un rosario di errori, litigi, circostanze poco chiare, affarismo. Niente di nuovo si dirà, sono i soliti ingredienti che fanno parte del retrobottega delle grandi manifestazioni come appunto l’esposizione universale di Milano. Ma vengono anche in mente decine, centinaia di casi simili dal 1992 ad oggi. Inchieste annunciate a mezzo stampa, quasi sempre strumentalizzate e distorte, con malcelati intenti di fare giustizia in modo sommario ad uso della bassa cucina politica, avversaria del malcapitato di turno, ovviamente, con ipotesi dell’accusa poi spesso e volentieri sgretolate e ridimensionate anche di fronte a prove ritenute in un primo tempo granitiche. Tra meno di due mesi Tangentopoli compie 25 anni, ma la prassi è sempre la stessa, con i processi che si anticipano sui giornali e che dimostrano chiare finalità politiche. Quindi, siamo d’accordo con Sala, la fiducia nella magistratura è indiscutibile, ma i dubbi ci sono, eccome! Indagato non significa colpevole, si è innocenti fino a prova contraria, ma non possiamo però nasconderci lo stretto nesso che esiste tra inchieste e sorti politiche di chi finisce nel mirino così come il ruolo deflagrante dei media nell’ingigantire il fatto o nel creare il colpevole. Una magistratura ad orologeria e media pronti a fare grancassa per ovvii motivi, di servilismo per alcuni e di mera cattura di audience per altri. Va in difficoltà Renzi, mentore e garante della ascesa di Sala, ecco di conseguenza partire l’inchiesta che inguaia il sindaco. Il tempismo è sospetto. Sarà così? A pensar male si fa peccato, ma si azzecca, come diceva il saggio. Un giocattolo difficile da maneggiare e che comprende anche il famigerato meccanismo del contrappasso. Che lezione, che smacco, per chi sulle inchieste in passato ha vinto elezioni, ha cercato di costruire alternative in realtà rivelatesi fasulle o poco più, ha puntato il dito sbandierando una presunta superiorità morale. Una ipocrisia lampante, un lisciare il pelo alle toghe che non ha evitato di ritrovarsi bersaglio del medesimo stile. Chissà appunto cosa pensano in questi giorni quelli che hanno fatto approvare la Legge Severino o hanno creato enti come l’Anac. Comprendiamo la stizza di Sala, ma al contempo lasciamo che la giustizia faccia il suo corso. Dove ha sbagliato il sindaco di Milano è stato sull’autosospensione. Una reazione esagerata, inutile e soprattutto dannosa per la città che resta senza guida. Una prova di debolezza, un errore madornale che rischia di fare il gioco di chi vuole compromettere ed emarginare il ruolo della metropoli lombarda. Una decisione che però inguaia il Pd già diviso al suo interno e frastornato dalla recente batosta referendaria. Viceversa è una chance insperata per le opposizioni in cerca d’autore del centrodestra. Un tornante politico complicato e che va gestito con grande maturità e lungimiranza. Ovvero, non si cavalchi ottusamente la tigre delle inchieste, non si corra dietro la grancassa mediatica, non si faccia il gioco di chi tiene in scacco l’Italia da 25 anni condannandola a rimanere nella palude. Il Paese è già fin troppo debole, oggi per giunta governata da un esecutivo fantoccio, di corto respiro, composto di molti soggetti ai limiti del dilettantismo, non facciamo in modo che si comprometta il ruolo, l’importanza e il peso di Milano, oggi più che mai locomotiva per rigenerare e rilanciare l’Italia. Un ruolo ritrovato anche grazie ad Expo, non dimentichiamolo. Che il vero bersaglio sia quindi Milano?

 

Sembrano passati decenni ed invece era solo la primavera del 2016 quando nella madre di tutte le battaglie lombarde i partiti di destra e sinistra decisero all’unisono di candidare a Milano due manager, pescati si fa per dire nella società civile. Idealità evaporate, divisioni, lotte fratricide, risorse umane presentabili inesistenti costrinsero gli schieramenti all’utilizzo delle foglie di fico. O meglio, veri e propri avatar. Badate bene, in questo caso non si tratta di servi sciocchi o grigi utili idioti, come spesso e volentieri vediamo schierare sul palcoscenico della politica nostrana quando si è a corto di soluzioni, ma di ottimi epigoni del mondo delle professioni e dell’imprenditoria milanese. E con in più il pregio di dimostrare antiche consuetudini con la politica. Giuseppe Sala e Stefano Parisi hanno riempito che meglio non si poteva l’imbarazzante vuoto decisionale, per quanto riguarda le candidature, della sinistra e della destra milanese. Ma è stato un fuoco di paglia. Così come si sono trovati affiancati in campagna elettorale, con il medesimo tempismo sono finiti a terra. Storie, impegni, ambizioni nettamente diverse, ma i due manager prestati più che dignitosamente alla politica sono finiti insieme sul binario morto. Ora aspettiamoci il rilancio, perché di questo si parlerà nelle prossime settimane e mesi, oppure prepariamoci all’inevitabile declino e oblio. L’autosospensione di Sala perchè indagato per fatti che riguardano Expo magari gli fa onore, ma è un errore politico che lo indebolisce e lo lascerà indebolito, la corsa solitaria di Parisi all’interno del centrodestra, ma giocata per i fatti suoi, lo ridurrà al ruolo di semplice capocorrente. Entrambi hanno indossato ottimamente e al di là di ogni più rosea previsione i panni del politico, nel momento topico però sono stati risucchiati dal dilettantismo. E’ un peccato per Milano innanzitutto, è una occasione persa per i partiti che intorno a loro potevano tentare una autentica rigenerazione. Un sindaco, un comandante sta sulla tolda della nave a prendere le cannonate, non si defila, un nuovo leader politico, se ha l’obiettivo di prendere in mano una coalizione di partiti, non solo combatte all’interno del perimetro della coalizione, ma scala il partito di riferimento divenendone segretario, poi costruisce le alleanze con i partner, infine cerca il consenso nelle primarie o nei congressi, evita in ogni modo le corse donchisciottesche e l’enfasi sul protagonismo personale, anche se i fondamentali sono ottimi. Non mi dilungo per ora su questo argomento, sono semplici riflessioni, uno spunto per discutere dopo i recenti avvenimenti. Piuttosto, chi ci guadagna? Perché in politica alla fine è la domanda che bisogna sempre porsi in casi come questi. La sinistra è sulla difensiva, già bastonata duramente dal referendum, con un Renzi alle prese con il suo rilancio, ora con la grana Sala, difenderà le posizioni. Forza Italia è di fatto senza leadership e alla perenne ricerca dell’erede di Berlusconi ormai anziano e malandato, impalpabile nella partita del referendum, poco chiaro per non dir di peggio sulla linea politica, e comunque oggi soprattutto interessato alle vicende aziendali e familiari. Il M5S in Lombardia è tutto da inventare, i numeri non sono determinanti, non si capisce la linea. Ma questa potrebbe essere l’occasione buona per un salto di qualità strategico. Ma non sarà a breve e non sarà facile e scontato. La Lega è indecisa tra la linea nazionale di Salvini, tutta populismo e lepenismo, e quella alla lombarda, autonomista, padana, alla vecchia maniera. L’abbiamo già scritto, in questo delicato tornante politico di fine 2016 le chanches migliori sono per Roberto Maroni che sulla Regione può costruire una roccaforte inattaccabile da spendere anche per la leadership del centrodestra. Alla fine però la considerazione che ne viene fuori dopo le disavventure dei sue avatar Sala e Parisi è una sola, un minimo comune denominatore valido per tutti. La politica deve tornare a fare politica in modo serio e convincente, con persone oneste e di qualità, con visione e progetti solidi per il futuro. Niente di nuovo verrebbe da dire, siamo sempre al solito punto. Daccapo.

 

Lo chiedo ai Lombardi, vi ricordate della Brebemi? Un acronimo misterioso. Ricordiamolo. La A35 Brebemi è quel collegamento autostradale “direttissimo” che unisce Brescia a Milano a sud della A4. L’infrastruttura è attiva dal 23 luglio 2014, ha un’estensione di 62,1 km, è raggiungibile dalla città di Brescia attraverso la Tangenziale Sud e la SP.19 oppure utilizzando la nuova A21 (Corda Molle). I caselli dell’autostrada sono sei: Chiari Ovest, Calcio, Romano di Lombardia, Bariano, Caravaggio e Treviglio. Superato l’ultimo casello di Treviglio, ci si immette nell’A58 Tangenziale Est Esterna Milano (TEEM) che consente all’A35 Brebemi di raggiungere Linate e l’Area Metropolitana di Milano tramite due svincoli, a destra, Pozzuolo Martesana e a sinistra Liscate, che sboccano rispettivamente sulla SP.103 Cassanese e sulla SP.14 Rivoltana. Dal 16 maggio 2015, con l’apertura dell’intera tratta di TEEM, A35 Brebemi è interconnessa con il sistema autostradale nazionale tramite il collegamento diretto con A4 a Nord e con la A1 a Sud. A35 Brebemi è la prima infrastruttura autostradale italiana a essere stata realizzata in project financing, per il quale ha avuto tre importanti riconoscimenti internazionali in Usa e UK. Tutto bene? Mica tanto. L’autostrada è poco utilizzata, è cara, molti addirittura non la conoscono. Ma ora Brebemi ha un alleato importante e forse insperato e che potrebbe finalmente rilanciarla: la nebbia. Che fa rima con illuminazione. 

In questi giorni, in cui la particolare situazione meteorologica fa sì che la nebbia ristagni in molte aree in pianura, la guida in condizioni di scarsa visibilità risulta difficile e stressante. E pericolosa. Per questo motivo è doveroso segnalare la presenza in Brebemi della “linea guida-nebbia”, attiva su tutta la tratta della A35, la prima autostrada in Italia munita di questo sistema lungo tutto il percorso. L’illuminazione con led, attivi sui guardrail a sinistra delle carreggiate consente, ad automobilisti e camionisti, di essere costantemente accompagnati nella guida in condizioni di scarsa visibilità, avendo sempre sotto controllo il percorso e potendosi concentrare maggiormente sulle distanze di sicurezza. Brebemi in un comunicato stampa diramato in settimana elenca una serie di commenti e giudizi positivi da parte dell’utenza. Non c’è dubbio che questo sistema di illuminazione sia utile e sicuro e quindi facilmente apprezzabile. Il pedaggio sarà anche caro, ma almeno quando c’è nebbia d’ora in poi non protesteremo più.

 

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

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