• Tutto il programma delle Giornate del FAI in Lombardia
    Tutto il programma delle Giornate del FAI in Lombardia Al via la 25esima edizione delle Giornate del Fai con l’apertura eccezionale di siti d’arte, scrigni sconosciuti, spesso inaccessibili, alcuni che necessitano d’interventi. 162 siti visitabili in Lombardia, 25 solo a Milano, curiosità un po' ovunque. L’elenco completo con indirizzi e orari è su www.giornatefai.it, per alcuni siti è necessaria l’iscrizione al Fai possibile anche in loco, l’ingresso è libero ovunque, ma è sempre bene accetto anche un piccolo contributo, comunque facoltativo. Partiamo da Milano, che offre una variegata gamma di mete. Palazzo Pirelli è senza dubbio ancora uno dei più celebri “monumenti” di Milano, per 50 anni è stato anche l'edificio più alto della città. Simbolo del razionalismo italiano, è stato costruito tra il 1956 e il 1961 su progetto dell’architetto Giò Ponti, alto 127 m, rimane oggi uno…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Tra le regioni europee la Lombardia rappresenta una eccellenza, è la prima per numero di occupati nel settore manifatturiero, la seconda per Pil, la terza per valore aggiunto industriale pro capite, e totalizza un export superiore a quello di intere nazioni come Svezia, Portogallo o Ungheria. Per la Lombardia l’Europa non è un pesante fardello di cui sbarazzarsi senza troppi complimenti, ha problemi sicuramente, ma offre anche tante opportunità concrete. Eusalp, ovvero la Macroregione Alpina, è un esempio in tal senso, è la dimostrazione lampante di come la strategicità dell’Europa sia di importanza fondamentale per la regione lombarda.

Ne è convinto il varesino Alberto Ribolla, presidente di Confindustria Lombardia, che al tema ha dedicato un evento coinvolgendo i principali attori istituzionali.

Secondo Ribolla «l’Europa rappresenta l'ambito nel quale siamo chiamati ad operare e confrontarci: una grande area politica ed economico-produttiva in competizione con le altre zone continentali del mondo. L'impegno di Confindustria Lombardia sulla strategia Eusalp, l'appartenenza a Enterprise Europe Network con l'accesso ai suoi servizi, rispecchiano questa vocazione e rappresentano l'attuazione di un percorso individuato dalle nostre imprese – attraverso le associazioni territoriali – all'interno del nostro Piano strategico #Lombardia2030”».

«Forte della sua posizione di regione leader in Europa - aggiunge il Presidente di Confindustria Lombardia - è arrivato il momento per la Lombardia di promuovere una nuova linea: quella delle sinergie tra Fondi per lo sviluppo regionali, nazionali ed europei, e per fare ciò c'è bisogno di una ancor più forte sinergia pubblico-privata».

Molto attese le parole del Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni intervenuto al convegno per sottolineare appunto l’importanza del tema Eusalp a livello istituzionale.

«Regione Lombardia – esordisce Maroni - crede nella costruzione dell'Europa delle regioni. In questo percorso abbiamo ottenuto la leadership del 1° Gruppo d'Azione, quello dell'innovazione, per il sostegno alle imprese e siamo ad oggi il gruppo più attivo tra i nove, a dimostrazione del forte impegno che Regione Lombardia investe nella Macroregione Alpina. Questa è l'occasione per sviluppare progetti concreti, transnazionali, in cui fare sinergia a livello continentale».

Ma in termini concreti cosa significa la Macroregione Alpina per la Lombardia e quali benefici porterà? I benefici del forte attivismo degli imprenditori lombardi a favore di Eusalp, portato avanti attraverso la diffusione del posizionamento sulla mobilità integrata tra le regioni che fanno parte della Macroregione oltre che con la promozione della centralità del manifatturiero di cui questa importante porzione dell’Europa può rappresentarne la piattaforma ideale per un suo ulteriore sviluppo, si potranno raccogliere solo negli anni a venire. Invece, l'appartenenza alla rete Enterprise Europe Network (EEN) sta già fornendo risultati concreti consentendo alle imprese lombarde di eccellere nei bandi europei e di fare rete con altri partner europei. E i numeri già parlano chiaro: in 2 anni di partenariato EEN, Confindustria Lombardia ha fatto ottenere alle imprese lombarde circa 1 milione e mezzo di euro di fondi comunitari, ha organizzato 15 B2B e circa 300 incontri internazionali.

"L'Italia ha bisogno di un governo liberale e popolare: questo è il mio mandato e me lo sono dato da solo". Sono le testuali parole di Stefano Parisi, estrapolate da una recente intervista a TgCom24. E’ questa la verità, e fortunatamente aggiungo io, per chi crede possibile in Italia una rigenerazione non solo del centrodestra, ma della politica in generale. E’ uno dalle spalle larghe, dalla lunga esperienza e dalla visione chiara il Parisi in versione politica. E forse proprio per questi motivi Silvio Berlusconi ne ha preso le distanze, di fatto rientrando nei ranghi, preferendo il centrodestra di vecchio conio, quello che guarda a Matteo Salvini e che tiene dentro di tutto e di più di una stagione che solo i diretti interessati ritengono ancora fulgida mentre il paese l’ha già archiviata. Per ora non andando a votare o votando altro. Parisi capisce di comunicazione politica, eccome, e forse più dello stesso Berlusconi, in questo periodo mai sembrato così politicamente vecchio e poco lucido. Parisi ha capito dove c’è lo spazio vuoto e si è buttato a capo fitto, non solo mettendo la bandierina con il suo nome sul tabellone del risiko e organizzandosi di conseguenza, ma ha formulato progetti ed idee come non se ne vedevano da tempo immemore tra i moderati. Sfruttando, come spesso capita in circostanze di questo tipo, le difficoltà altrui, in primis proprio quelle del Cavaliere. Quest’ultimo letteralmente bloccato sulla scena, imbalsamato, ingessato dalla sua storia e dai suoi limiti, oggi pure fisici, ma in politica si cammina sui cadaveri, mai sui vivi. E’ vittima del conflitto d’interesse di nuovo determinante per la sua azione politica. Teme ad esempio ripercussioni per Mediaset in caso di vittoria del No e quindi annacqua la sua campagna per il referendum, eclissandosi o lasciando i residui del popolo bue dei suoi seguaci ad andare in giro per l’Italia a perdere la faccia. Ma soprattutto è costretto a rinverdire l’alleanza con Salvini, a rilanciare gli zombie della destra forzista al solo scopo di perdere con certezza e garantire a Matteo Renzi una navigazione sicura verso le elezioni e soprattutto garantendogli di vincerle senza partita. Ha pure detto che è l’unico leader sulla piazza, siamo alla farsa. Con Salvini è ipotizzabile un buon terzo posto dietro appunto a centrosinistra e grillini. Nulla più. I numeri sono numeri e non esiste nel desco politico la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Il fu centrodestra a trazione moderata non segue questa logica, la rifiuta, non vota, come sta facendo oggi, oppure, se proprio deve, vota altrove, addirittura i grillini come è già successo a Torino e a Roma alle amministrative. In più il vecchio centrodestra nella visione generale dell’area moderata gode ormai di discredito politico, difficile che i delusi rientrino. Il Parisi che capisce di comunicazione, di posizionamento, di coerenza tra proposta, collocazione politica e mezzo, di nuove forme di organizzazione anche in seguito alla rivoluzione digitale è un ostacolo serio per Berlusconi, non uno strumento utile alla bisogna. Come sono stati in passato tanti pseudo delfini, in realtà rivelatisi solo delle marionette. Come forse avrebbe sperato ancora una volta il Cavaliere. Un Parisi che ha evitato astutamente il rischio di uscire dal centrodestra inventandosi cose senza futuro, alla Corrado Passera, e che sta svuotando il vecchio centrodestra dal di dentro è a questo punto il pericolo numero uno per il dinosauro di Arcore. Parisi ha allargato il perimetro del mercato di riferimento coinvolgendo il meglio del segmento moderato e liberale oggi di fatto in libera uscita e ai margini della politica. Senza cooptazioni, proponendo solamente il format del Megawatt come tavolo permanente di confronto e crescita di idee e progetti. Il fine è politico e Parisi è sufficientemente scafato per non dimenticarselo mai, l’obiettivo è la conquista della nomination del centrodestra per poi giocarsela contro Renzi e Grillo. Se poi si vota con una legge rivista in chiave proporzionale ha pure fatto bingo perché potrebbe giocarsela facilmente anche come ago della bilancia. L’avversario oggi è la parte conservatrice e populista della fu coalizione, nonché le caste e castine che di quel periodo hanno beneficiato in termini di potere e non solo e che da qualsiasi ventata di novità ricaverebbero viceversa soltanto il benservito e la pensione. Più che liberale popolare lo chiamerei liberale radicale il popolo di Energie per l’Italia che spinge sempre più a destra la parte conservatrice e populista che in Italia è lepenista e non trumpiana e che a destra si trova bene per la felicità dello stesso Parisi perchè sempre di più si emarginerà e risulterà alla fine irrilevante. Liberali radicali perché oggi i moderati sono arrabbiati, vogliono si rinnovare, rigenerare, non distruggere, ma esigono contenuti, proposte, progetti forti e perentori. Senza mediazioni ed inciuci. Non chiedono carrozzoni e caste, e in tal senso è saggia e opportuna la scelta parisiana della forma liquida del movimento, chiedono soprattutto merito nella scelta di chi li governerà e finalmente gente che non entri in politica solo per sbarcare il lunario. La lezione trumpiana è da tenere in considerazione e fa scuola. Dal punto di vista della comunicazione. Il miliardario americano ha condotto una campagna politicamente scorretta, dura, discutibile nel bon ton, estremista, irriverente, tranchant, ha vinto proprio per questo e un minuto dopo la vittoria ha cambiato registro indossando altri abiti. Con il transition team ha lanciato programmi solo teoricamente sulla falsariga della campagna elettorale, i temi sono chiaramente affrontati con altro taglio, altro tono. Parisi deve diventare, ma lo sta già facendo per la verità, più radicale, spingere a destra Salvini e la Forza Italia di Toti e soci, compreso Berlusconi. E rottamare senza se e senza ma chi non è più rigenerabile ed è esausto politicamente. Alzare i toni, parlare in modo netto delle questioni spinose che sono i cavalli di battaglia della destra, naturalmente con coerenza con la propria posizione, dall’immigrazione fuori controllo, all’Europa matrigna tanto per dirne alcune. Il quid per vincere è lì. Insieme agli spazi lasciati vuoti dalla svolta lepenista di Salvini come la questione settentrionale, l’autonomia e il federalismo. Appannaggio di leghisti vecchio stampo, che al nord però sono la maggioranza di quel movimento e che non seguono Salvini sulle strade del sud o di taglio sovranista. Per non parlare della Lega di governo, timorosa dell’isolamento a destra per ovvii motivi. Vedere Maroni e Zaia, tanto per non fare dei nomi. Argomenti peraltro già in agenda di Parisi, viste le interviste in merito. Il liberale potrà anche usare le armi più grezze e speculative per vincere, è pragmatico, laico, se vogliamo anche opportunista, ma è altrettanto noto che al governo poi va in limousine e non con la ruspa. Trump insegna.

 

Me lo ricordo come fosse successo oggi. Metà degli anni settanta, a Milano, alla scuola media dell’Istituto Zaccaria che allora frequentavo. Un compagno di classe litiga con il suo vicino di banco per futili motivi, la discussione tra i due degenera e termina malamente con il lancio dalla finestra dello zaino con dentro libri e quaderni di quello preso di mira dal provocatore. Apriti cielo! Lezione interrotta, ramanzina del professore, nota sul registro, rimproveri severissimi del preside e convocazione dei genitori per stigmatizzare l’accaduto. E il compagno iroso costretto a scuse pubbliche con la promessa di non farlo mai più. Anche perchè in caso di recidiva la pena sarebbe stata di ben altro spessore, fino all’espulsione dall’istituto. Poi però il professore con pazienza e tatto educativo cercava di spiegare a tutti perché non erano tollerati certi gesti e comportamenti e via discorrendo di consigli e incoraggiamenti a guardare avanti senza timore. Erano altri tempi, l’insegnante era rispettato in classe e fuori, dagli alunni e dai genitori. Un rispetto che si prolungava anche negli anni successivi alla fine della scuola. Atteggiamenti riservati a chiunque, anche al docente menefreghista o di scarso valore. I tempi sono cambiati e proprio allora se ne vedevano le prime avvisaglie. E il recente caso di Palermo in cui un professore, reo di aver redarguito un suo alunno per comportamenti indisciplinati, è stato pestato a sangue fuori dalla scuola dai genitori del ragazzo, è solo l’ultimo di una lunga serie. Che non finirà sicuramente lì. La scuola è ormai in questo stato, terra di nessuno per quanto concerne la disciplina, dove vige la legge del prepotente di turno e parole come rispetto, educazione e autorità sono bandite dal lessico quotidiano. Per non parlare di quello che accade fuori dalla scuola e in ambienti che dovrebbero avere come principale finalità quella della crescita del giovane anche dal punto di vista del comportamento e del saper relazionarsi con gli altri. Andate ad assistere ad una partita di calcio o di altro sport tra ragazzi e lo spettacolo, penoso, è quasi sicuramente sugli spalti e non sul campo da gioco, con genitori che urlano, insultano, minacciano e spesso e volentieri vengono alle mani. Occorre sicuramente ripensare il format educativo e formativo della scuola, avendo il coraggio di imporre quelle sane abitudini e quelle linee di comportamento che garantivano il rispetto tra le persone e la convivenza civile e pacifica tra tutti. E chi sbagliava, pagava. Tra le materie di insegnamento dovrebbe trovare spazio una specie di educazione civica o di civiltà che insegni questi basilari concetti. Che a quanto pare nella odierna società  umana non sono per niente acquisiti naturalmente, anzi sono appunto volutamente banditi. Ma chi propone una cosa del genere viene bollato come un reazionario e magari dagli stessi che poi si stracciano le vesti di fronte a notizie come quella giunta da Palermo.

E alla fine alla Trecca ci sono voluto andare. Tra le periferie milanesi disagiate è forse la più dimenticata, si parla sempre di via Padova, di Quarto Oggiaro, della Barona, del quartiere Adriano e di tante altre realtà che fanno notizia e che anche in questo giornale hanno trovato grande spazio nelle ultime settimane per casi di violenza urbana e non solo. La Trecca invece è salita recentemente agli onori della cronaca grazie all’agenda di Papa Francesco. Il Pontefice durante la prossima visita a Milano in programma per marzo 2017 farà tappa in questo problematico quartiere. Che per la verità non si chiama così, la Trecca originaria non esiste più anche se tra i milanesi, specialmente quelli con i capelli bianchi, viene sempre denominato con questo termine il vasto quartiere ad est del rilevato ferroviario orientale, tra via Zama e via Oreste Salomone. Il nome Trecca lo scoprii negli anni settanta. Nel lungo percorso a piedi che facevo per andare a scuola fiancheggiavo il capolinea della T in via Cadore e lì, parcheggiati in attesa di partire c’erano i gloriosi Fiat Cansa verde scuro con l’indicazione della destinazione: via Romualdo Bonfadini. Dove sarà mai via Bonfadini, mi chiedevo. Mia mamma, straniera, non lo sapeva, mia nonna invece, preoccupata da questa mia insana curiosità, mi tolse subito dalla testa la voglia di scoprirlo. Capii comunque che si trattava di qualcosa di pericoloso, misterioso, immaginavo una foresta popolata di animali feroci, di orchi e poi, dopo la ferrovia che fungeva da muraglia cinese, cosa si poteva mai incontrare da quelle parti, solo leoni e barbari. La linea T oggi si chiama 66, parte sempre da via Cadore in zona Porta Vittoria, ma nel corso degli anni la tratta è stata allungata, prima fino a Ponte Lambro passando per l’ospedale Monzino e poi estesa fino Peschiera Borromeo attraverso una miriade di frazioni tra le quali spicca Linate ai margini meridionali del sedime dell’omonimo aeroporto. Una linea interessante perché segue un ipotetico raggio che parte quasi dal centro e taglia tutte le periferie che nel tempo si sono susseguite come i cerchi del tronco di un albero ultracentenario: viale Molise, Calvairate, la ex Trecca, le case intorno a via Bonfadini e viale Ungheria, ponte Lambro e poi la cintura, in questo caso Peschiera, cento anni fa un nugolo di cascine, oggi una cittadina di oltre 23.000 abitanti. Ma torniamo alla Trecca. Prendo per la prima volta la 66, dal capolinea, la giornata è di quelle nebbiose, con pioggerella intermittente, un cielo plumbeo tipicamente milanese. In dieci minuti o poco più sono al principio di via Salomone. Ho l’appuntamento lì vicino in un bar. Mi aspettano un giornalista blogger che abita da quelle parti, impegnato in associazioni di volontariato nel quartiere, in compagnia di una “guida”, un poco più che trentenne che ha l’aria di saperla lunga. Per chi non lo sapesse o non lo ricordasse, la Trecca odierna nasce a partire dalla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, costruita su quella originaria nata a sua volta negli anni 30 e che appunto è sparita. Quelle originarie erano le cosiddette case minime del periodo fascista costruite alla meno peggio in Via Zama tra il 1934 e il 1937, nel quartiere che allora si chiamava Caproni. Dodici case ad alveare, a due piani, senza scantinati e una speciale soletta per isolarle in teoria dall’umidità. Fredde e umide d’inverno, invivibili per il caldo d’estate. Il minimo indispensabile, case decisamente brutte se non orribili, costruite con il progetto di ospitarvi profughi e indigenti. Erano monolocali, grossi stanzoni con svariate deficienze e con servizi igienici in comune. Una specie di approdo temporaneo per gente in difficoltà estrema che cercava poi di sbarcare il lunario nel vicino ortomercato alla perenne ricerca di manovalanza oppure riciclandosi nei bassifondi della mala. In seguito le emergenze sociali del dopoguerra e la perpetua mancanza di alloggi hanno trasformato la Trecca in un quartiere di solido e stabile insediamento. Famiglie anche di 4 persone sono andate a vivere lì, stipate in spazi angusti, appunto in monolocali. La parola Trecca deriva da tre cà, evidentemente così soprannominati questi primi complessi popolari. Vengono poi abbattute per farne dei casermoni a nove piani, senza balconi, oggi più propriamente identificati come quartiere Salomone che poi si salda con altri caseggiati similari li vicino in via Zama e più giù in viale Ungheria tirati su via via nel corso di alcuni decenni. Il trentenne in questione si presenta come la quintessenza del quartiere, una sfilza di precedenti alle spalle, dieci e più anni tra galera e arresti domiciliari, socializza un po’ con tutti, tiene le fila di tante relazioni, conosce problemi e richieste di tanti cercando di porvi rimedio come può a modo suo. In un certo senso è un sociologo mancato, conosce bene la realtà e cerca di trarne delle considerazioni sensate. Il quartiere ha l’aspetto degradato, case che all’apparenza esteriore sembrano fatiscenti e che mostrano il solito spettacolo tra incuria e abbandono di portoni sfondati, citofoni inesistenti perché vandalizzati, allacciamenti abusivi, ascensori bloccati, intonaci scrostati, amianto, spazzatura. Gli italiani sono la metà o poco più della popolazione e, mi si dice, tantissimi con precedenti penali anche gravi, il resto sono stranieri e nessuno sa dire in realtà quanti siano e cosa facciano perché c’è un veloce turnover. Molti sono gli abusivi tra gli inquilini di questi palazzoni. Per la cronaca, è un quartiere Aler. Vedo tanti rom e nordafricani, pochi sudamericani e ancora meno asiatici. Sembra una terra di nessuno, ma rispetto ad altre periferie problematiche di Milano questa è all’apparenza più tranquilla o per lo meno sotto controllo e dove si cerca in qualche modo di evitare scontri di qualsiasi genere, anche culturali e religiosi. Mi si dice che è così dopo l’ultimo periodo topico di mala, negli anni novanta, i tempi dell’autoparco di via Salomone, crocevia della droga con i relativi boss di base nei palazzoni del quartiere. Da roccaforte della malavita, oggi la ex Trecca sembra tornata al ruolo che fu della vecchia Trecca, un porto di primo approdo per tutte le categorie del disagio sociale italiano e straniero, una terra di confine. In cui però non manca la Milano con il cuore in mano, si nota facilmente la presenza costante e concreta della Parrocchia di san Galdino, dell’oratorio e di tante associazioni di volontari a cominciare dalla Caritas di via Salomone. Un pezzo problematico di Milano a sole dieci fermate del bus dal centro della città.

 

Passano i secoli, cambiano le abitudini, la città cresce e diventa sempre di più un viavai multietnico, ma lui resta sempre lì a dominare la scena, o meglio le tavole, soprattutto tra novembre e San Biagio. Il Panettone, el Panetùn de Milan, un baluardo inattaccabile della cultura e della tradizione pasticcera meneghina, una icona identitaria. La produzione artigianale di questo inconfondibile dolce la si trova facilmente non solo in città, ma anche in tutto il territorio che fu il Ducato di Milano, in Brianza, nel Varesotto e in Canton Ticino. Come tutti i miti che si rispettano, anche il Panettone ha una origine che sconfina nella leggenda. Le storielle più accreditate ed altrettanto note sono due. La prima narra di un tal Messer Ulivo degli Atellani, falconiere, che abitava nella Contrada delle Grazie a Milano. Innamorato di Algisa, bellissima figlia di un fornaio, si fece assumere dal padre di lei come garzone e, per incrementare le vendite, provò a inventare un dolce. Con la migliore farina del mulino impastò uova, burro, miele e uva sultanina. Poi infornò. Fu un successo strabiliante, tutti vollero assaggiare il nuovo pane e qualche tempo dopo i due giovani innamorati si sposarono e vissero felici e contenti. L’altra storia è quella che riguarda il cuoco al servizio di Ludovico il Moro che fu incaricato di preparare un sontuoso pranzo di Natale a cui erano stati invitati molti nobili del circondario, ma il dolce, dimenticato nel forno, quasi si carbonizzò. Vista la disperazione del cuoco, Toni, un piccolo sguattero, propose una soluzione: «Con quanto è rimasto in dispensa – un po' di farina, burro, uova, della scorza di cedro e qualche uvetta – stamane ho cucinato questo dolce. Se non avete altro, potete portarlo in tavola». Il cuoco acconsentì e, tremante, si mise dietro una tenda a spiare la reazione degli ospiti. Tutti furono entusiasti e al duca, che voleva conoscere il nome di quella prelibatezza, il cuoco rivelò il segreto: «L'è 'l pan del Toni». Da allora è il "pane di Toni", ossia il "panettone". Verità storica o leggenda poco importa, l’importante è che non si discuta sulla origine tutta meneghina di questo prelibato e tipico dolce che i milanesi continuano a comprare tutti gli anni con commosso affetto e che degustano devotamente soprattutto durante le festività natalizie. Tornando alla storia, quella vera, Pietro Verri narra di un'antica consuetudine che nel IX secolo animava le feste cristiane legate al territorio milanese. A Natale la famiglia intera si riuniva intorno al focolare attendendo che il pater familias spezzasse "un pane grande" e ne porgesse un pezzo a tutti i presenti in segno di comunione. Nel XV secolo, come ordinato dagli antichi statuti delle corporazioni, ai fornai che nelle botteghe di Milano impastavano il pane dei poveri (pane di miglio, detto pan de mej) era vietato produrre il pane dei ricchi e dei nobili (pane bianco, detto micca). Con un'unica eccezione, il giorno di Natale, quando aristocratici e plebei potevano consumare lo stesso pane, regalato dai fornai ai loro clienti. Era il pan di scior o pan de ton, ovvero il pane di lusso, di puro frumento, farcito con burro, miele e zibibbo. Alla fine del Settecento si verificò una novità inattesa, la Repubblica Cisalpina s'impegnò a sostenere l'attività degli artigiani e dei commercianti milanesi favorendo l'apertura dei forni, mondo di delizie in cui guizzavano indaffarati i prestinee, e delle pasticcerie, regno incantato degli offellee. Nel corso dell'Ottocento, durante l'occupazione austriaca, il panettone diventò l'insostituibile protagonista di un'annuale abitudine, il governatore di Milano, Ficquelmont, era infatti solito offrirlo al principe Metternich come dono personale. Ma è solo nel secolo scorso che il Panettone oltre ad un dolce artigianale della tradizione diventa un prodotto veramente commerciale. Fu per primo il pasticcere Giovanni Cova nel 1930 ad avere l’intuizione di produrre e commercializzare su larga scala questo dolce pur mantenendone le caratteristiche tradizionali e di produzione artigianale. Allestì con un socio un forno dalle parti di viale Monza proprio dedicato al Panettone. Fu subito un successo che contribuì a decretare la successiva fama mondiale della sua pasticceria, seguito di lì a poco dall’intraprendenza di altri pasticceri ed imprenditori. Come non ricordare Angelo Motta, che allora aveva un forno in via della Chiusa e che puntò proprio sul Panettone come prodotto di largo consumo, con un occhio anche alla promozione e alla pubblicità. Nel 1944 inventò il famoso marchio a forma di “M”, che ricorda la facciata del Duomo, e che divenne sinonimo di Natale, di Panettone. Oppure, come non ricordare Angelo Vergani che riprese anche lui la ricetta tradizionale di questo dolce e fondò nel 1944 la Vergani che ancora oggi è azienda di punta del settore. E così via un po’ tutti i pasticceri di Milano dal dopoguerra in poi non fecero mai mancare ai milanesi la propria versione del Panettone. Semplice, con i canditi, farcito con le creme, decorato, al cioccolato e chi più ne ha più ne metta con il solo limite della fantasia. Oggi il panettone è un dolce tipico italiano tutelato dal 2005 da un disciplinare, che ne specifica gli ingredienti e le percentuali minime per poter essere definito tale. E’ consumato abitualmente non solo in Italia, ma in tanti altri Paesi del mondo in cui è diventato anche lì tradizione del Natale. Il prodotto oggi è sostanzialmente di due tipologie: il panettone industriale reperibile soprattutto nella grande distribuzione organizzata e il panettone artigianale prodotto da piccoli laboratori e pasticcerie. A voi la scelta, purchè sia il Panettone.

 

E alla fine il metodico manager liberal popolare anticipa i tempi per evitare di finire stritolato dal tritacarne della politica politicante del centrodestra. Le polemiche degli ultimi giorni, il fuoco di sbarramento della vecchia guardia di Forza Italia e la sostanziale presa di distanza di Silvio Berlusconi hanno indotto Stefano Parisi ad anticipare l’annuncio che avrebbe con grande probabilità pronunciato intorno a gennaio insieme alla sua proposta di governo.

«Abbiamo convocato questa conferenza stampa per annunciare la nascita del nuovo movimento politico 'Energie per l'Italia’», sottolineando che «non si chiama partito». Sarà infatti un movimento «alternativo a Renzi e alla sinistra». Oggi «nello scenario politico italiano non c'è alternativa tra Renzi e Grillo» ha aggiunto Parisi, «abbiamo bisogno di persone oneste che si impegnino in politica, non per interessi personali». Sulle parole di Berlusconi che aveva criticato il suo ruolo di 'riformatore' accusandolo di litigare con tutti, Parisi ha risposto: «io non litigo con nessuno ma sono fermo, perché voglio un confronto chiaro. Non abbiamo più tempo per fare coalizioni che mediano e non producono nulla». Infine ha risposto ad un'altra osservazione riguardo il finanziamento della politica: «Non è vero che siamo stati finanziati da Silvio Berlusconi. Berlusconi mi ha aiutato in campagna elettorale, ma da luglio quello che facciamo è autofinanziato. La politica gratis - ha aggiunto - come vorrebbe fare Grillo non è democrazia. L'unico modello politico che costa zero è la dittatura». E’ un Parisi deciso, a tratti combattivo, per niente disposto a venir meno agli obiettivi del suo progetto politico ormai concreto e avviato. Ascoltandolo è facile immaginare che tale progetto sia al momento molto più strutturato di quanto si potesse immaginare sentendolo parlare in giro per l’Italia in queste ultime settimane nel tour Megawatt. Un tour per ascoltare il Paese al fine di costruire una proposta, fu detto, l’impressione è però quella che il progetto ci fosse già, eccome. Preparato con grande probabilità l’estate scorsa. Quella di oggi è però una svolta politica, si passa dai proclami ai fatti, dalla teoria alla pratica. C’è bisogno di «un grande lavoro di rinnovamento dentro il centrodestra», ma il movimento dice «nasce non contro gli attuali partiti» del centrodestra. «Vogliamo portare un profondo rinnovamento di idee e di persone. Non litigo con nessuno ma sono fermo perché voglio un confronto chiaro». Parisi poi mette in guardia Berlusconi su un centrodestra diviso: «Non so perché Berlusconi abbia cambiato idea rispetto a quello che mi ha sempre detto. Penso che il centrodestra a guida Salvini ci porterebbe a perdere». E continua: «Questa è una risposta a tutti quegli italiani che chiedono un rinnovamento. Non si tratta dell’ennesimo partitino, il nostro progetto è più ambizioso». In estrema sintesi, «non è un movimento dei moderati, è un movimento dei radicali perché vogliamo radicalmente cambiare il nostro Paese. È un movimento che si propone di rinnovare tutta l’area del centrodestra». E risuonano le parole d’ordine dello stile politico liberale, dalla sobrietà al rispetto dell’avversario, da interpretare come valori. E sarà pure un movimento autonomo, libero, «sarà un movimento democratico, il che vuol dire che si discuterà e si deciderà attraverso una piattaforma web di qualità, non fatta di strilli, che sarà una realtà radicata nel Paese». Parisi parla di un rapporto ‘liquido’ con il territorio, «il movimento non sarà organizzato in modo gerarchico: sarà un movimento che pensa al futuro, sarà una politica in mezzo alla gente». «Vogliamo essere una realtà nuova, che sarà tutt’altro rispetto al Movimento 5 Stelle - aggiunge ancora Parisi caso mai qualcuno non lo avesse ancora capito - sarà una realtà politica che vive nella società che entra a contatto con la società, ma non la organizza dall’alto. E soprattutto sarà una realtà leggera e poco costosa». Intanto incombe la scadenza referendaria, «il 4 dicembre io voto ‘No’ e non è un voto perché c’è Renzi. Crediamo che Renzi se ne debba andare con elezioni democratiche, ha commesso l’errore di spaccare in due il Paese e il centrodestra. Non credo che chi vota Sì sia per il futuro e chi vota No sia per il passato. Credo che le nostre istituzioni siano già abbastanza confuse, dobbiamo modificare ma in modo ordinato. E questa riforma non dà ordine». Ma non si sottrae all’attacco contro Renzi e il ministro dell’economia Padoan che - dice l’esponente del centrodestra - «stanno facendo passare l’idea che, se vincesse il ‘No’, per l’Italia sarebbe una disfatta, mentre è il contrario: se vincerà il ‘Sì’, ci sarà una forte instabilità istituzionale perché bisognerà riorganizzare le istituzioni e l’Italia e il rischio è di vedere Beppe Grillo a Palazzo Chigi tra 8 mesi». Il vascello liberal popolare ha preso il largo, l’appuntamento è ora a dopo il 4 dicembre quando effettivamente un po’ tutta la politica metterà le carte sul tavolo e si capiranno meglio giochi e giochetti soprattutto di chi ha rinunciato a rigenerare il centrodestra puntando invece alla palude per mere ragioni di sopravvivenza. Fuori dall’ufficialità della conferenza stampa, nei corridoi si percepisce curiosità e attesa per questo progetto che non sembra certamente destinato a finire nell’elenco delle bandierine usa e getta di uno schieramento in cerca d’autore. Finora Parisi è soprattutto un fenomeno mediatico ed è un punto a suo favore, anche oggi il parterre della stampa era di quelli delle grandi occasioni, lo aspetta al varco il tradurre il progetto in una realtà di militanza e presenza concreta e stabile sul territorio. Tutto ancora da vedere. Il mercato politico c’è e il buon manager l’ha già capito e ripetuto mille volte, è il grande popolo degli astenuti e dei delusi da un centrodestra che ha mancato la gran parte degli obiettivi del famoso spirito del ’94, in sostanza gli elettori, svariati milioni, persi dalla coalizione negli ultimi anni, ma anche chi in politica c’è ancora e ci crede e non trova stimoli e motivazioni da una vecchia guardia ormai autoreferenziale. E su questo punto Parisi se l’è giocata egregiamente in questi mesi puntando su progetti e contenuti come non se ne sentivano da anni nel centrodestra e che hanno scosso la pianta avvizzita di Forza Italia. Da ultimo, ma non meno importante, la capacità di autofinanziarsi. Il punto debole, che è di solito la costante del neofita politico, è la scarsa capacità o propensione dimostrata finora a fare accordi, a mediare, a trovare sintesi. Ma è tutto da vedere, perché alla fine non siamo ancora in campagna elettorale, è ancora infatti il momento di dire chi sono, cosa voglio fare e dove voglio andare. Con chi, lo si vedrà in futuro. Sono comunque sicuro che di Parisi ne sentiremo ancora parlare e in futuro sarà un tassello imprescindibile per costruire il nuovo centrodestra.

E’ una ipotesi volutamente al limite, tirata, quella che segue, scritta non per creare facile polemica strumentale, ma solo per stimolare un dibattito costruttivo intorno al futuro del centrodestra liberale e moderato che oggi appare troppo legato alla tattica e poco alla visione.

Il 5 dicembre, un giorno dopo il referendum, il centrodestra di rito moderato e liberale rischia un brutto risveglio al di là del risultato che emergerà dalle urne. La campagna unitaria per il No, in realtà contro il premier, rischia ora di trasformarsi in una farsa dopo il «di veri leader nella politica ce n'è uno solo e si chiama Renzi» espresso da Silvio Berlusconi pochi giorni fa. Il gioco è presto svelato, ovvero il patto del Nazareno nuova edizione si farà, sempre che non sia stato già siglato. Se a questo aggiungiamo il pesante fuoco di sbarramento della vecchia guardia forzista contro qualsiasi soluzione portatrice di innovazione, a cominciare da Stefano Parisi, il conto è presto fatto. Si fa finta di parlare d’altro, di riforme, di manovra, di problemi vari, ma giusto per ingannare il tempo da oggi al referendum perché la partita è un’altra. Dietro il salvaguardare l’alleanza con Salvini ripetuto come un disco rotto da Toti non c’è un progetto, ma solo il timore di non perdere la presidenza ligure e lo stesso vale per tutti gli altri residuati bellici di una stagione finita, come la Santanchè per dirne una, che hanno il timore di non riuscire più a trovare spazio e soprattutto un simulacro di verginità politica per tornare al centro della scena. Una Forza Italia smagrita numericamente, che rischia defezioni per necessità o per coerenza, a destra appunto Toti e i salviniani azzurri destinati all’abbraccio lepenista e al centro gli spaesati seguaci liberal popolari di Parisi, si trova ora a fare i conti pure con l’incapacità del leader a trovare un successore. Quel che sarà di Forza Italia dopo il referendum dipenderà solo da un Italicum riveduto e corretto in senso proporzionale. Una ultima spiaggia per cercare di giocarsela come ago della bilancia nel migliore dei casi, più verosimilmente per finire a fare la parte della stampella moderata del rassemblement renziano sinistra-centro. E' solo questione di tempo, il tempo necessario per rassicurare Silvio Berlusconi che non si fida dopo le fregature rimediate con il primo Patto del Nazareno. Il Cavaliere chiede forse molto e subito, per il futuro delle sue aziende, per la perpetuazione del suo residuo spazio politico. Come non collegare a questo disegno la ormai nota candidatura di Tajani alla presidenza del parlamento europeo? E’ un incarico importante, di visibilità e peso internazionale e che necessita di larghe intese. Ma è in Italia che si guarda. Impossibile oggi immaginare una alleanza paritetica con Salvini in un centrodestra come l’abbiamo sempre visto, improbabile viceversa poterlo condizionare o riportare al centro dall’angolo della destra lepenista in cui si è ficcato, meglio quindi tenere in vita l’asse con Renzi che tra l’altro non chiede altro in previsione di defezioni importanti sul suo lato sinistro. Stefano Parisi in una intervista concessa a La Stampa ieri sottolinea come il vero problema «è che queste continue oscillazioni disorientano gli elettori che hanno bisogno di chiarezza. Il centro destra liberale ha perso dieci milioni di elettori. Affermare che Renzi è l'unico leader politico in Italia disorienta il nostro elettorato». Il primo ad essere disorientato è però proprio Mr. Chili che aveva pianificato la sua discesa in campo dopo aver ottenuto rassicurazioni in altro senso da parte di Berlusconi e non sa spiegare appunto «perché Berlusconi abbia cambiato idea rispetto a quello che mi ha sempre detto», ma ribadisce la linea già espressa lo scorso fine settimana e che ha innescato lo scontro con il segretario federale della Lega. Ovvero, che «il centrodestra a guida Salvini ci porterebbe a perdere». Alla domanda se Berlusconi sia stato convinto da Toti e Brunetta, Parisi replica: «Non lo so, ma certo le fasi di rinnovamento trovano sempre delle resistenze. Di chi ha paura di perdere il proprio ruolo. Oggi serve una grande azione di rinnovamento delle idee, dei volti, del linguaggio. Berlusconi lo sa benissimo». Parisi si dice anche certo che «la strada degli accordi di Palazzo, delle coalizioni attaccate con lo scotch non funziona più». «Non mi sono sentito usato - conclude - sono convinto che Berlusconi chiarirà meglio il suo progetto». Lo chiarirà di sicuro il suo progetto, ma con grande probabilità nel senso che non si aspetta Parisi. Vinca il Si o vinca il No, al governo resterà sempre Renzi, sicuramente con un nuovo incarico ottenuto da Mattarella. Le riforme interessano relativamente, l’attenzione è puntata sulle formule politiche prossime venture e sugli strumenti per realizzarle. In primis la legge elettorale in chiave proporzionale. Per far fuori in un colpo solo Salvini, Grillo e Sinistra non renziana. Un Pd doroteo, senza il fardello ideologico di una parte di sinistra che sarà sempre contro i disegni centristi, potrà combinare poco con Ncd e altri cani sciolti ex forzisti già al governo, avrà bisogno come l’aria di un ampio segmento che pesi almeno il 10% per poter vincere e governare. Lo ha capito benissimo Berlusconi che ora ritiene Renzi un leader e non un dittatore come diceva pochi mesi fa. Almeno fino al 2018.

 

Il vero orizzonte politico non è il referendum del 4 dicembre, ma il dopo, indipendentemente dallo scenario che il risultato delle urne produrrà. La vera partita è quella che si disputerà sulla legge elettorale perché sarà a quel tavolo che si giocheranno i destini delle coalizioni principali. E non sulle riforme. Focalizzando l’attenzione, come nostra abitudine, sul centrodestra, nell’ultimo fine settimana è stata sancita tra Firenze e Padova, tra Salvini e Parisi, in modo chiaro e inequivocabile la distanza tra le due anime principali dello schieramento. Anime che al momento stanno insieme per forza, unite solo dal No al referendum costituzionale. Ma più per ragioni di tattica che di merito. Sul resto sono appunto divisi e distanti su qualsiasi argomento, sul piano culturale innanzitutto e poi su quello politico-istituzionale, per non parlare dei programmi. La questione leadership è a questo punto addirittura una conseguenza, non l’oggetto prioritario dello scontro. Berlusconi e Parisi sono troppo abili per non orchestrare una campagna che ha come bersaglio principale, in termini di tempi, Salvini e non Renzi. Sono il bad cop e il good cop secondo una consolidata tradizione nel mondo delle trattative. A Parisi il compito del manager arcigno che rilancia la posta, rigenera, fa le due diligence, fa le rottamazioni, a Berlusconi il compito del presidente, dell’azionista di riferimento che dietro le quinte media, smussa gli angoli, tranquillizza, conforta. A Parisi il ruolo di scontrarsi duramente con Renzi sul referendum, a Berlusconi il compito di tenere socchiusa la porta per garantirsi peso e credibilità nelle eventuali future trattative e non solo sulle riforme o altro, ma soprattutto appunto sulla legge elettorale. Resta coperta solo la carta leadership dello schieramento, su cui Parisi ci conta e ci spera anche dopo il faticoso tour in giro per l’Italia che terminerà a gennaio con il lancio ufficiale della proposta di governo. Berlusconi si tiene le mani libere, usa il bastone e la carota con Parisi, lo tiene in evidenza, ma sonda anche altre opzioni e sempre nella cosiddetta società civile, non in Forza Italia. Entrambi immaginano lo stesso percorso e questo è indice di sintonia sugli obiettivi, niente elezioni a breve, ma una larga coalizione con un governo che abbia al primo punto la riforma dell’Italicum in senso proporzionale. Nel caso in cui ovviamente vinca il No il 4 dicembre e Renzi sia di conseguenza costretto ad andare a patti. Ma potrebbe anche vincere il Si e per non farsi tagliare fuori ecco servita la prudenza di Berlusconi nella campagna referendaria, il Cavaliere sta infatti mantenendo un profilo basso e sta usando parole bilanciate e toni misurati quasi si trattasse di un dossier secondario e di scarso interesse. Le diplomazie dei due schieramenti sono già al lavoro ipotizzando anche in questo caso accordi su regole elettorali di tipo proporzionale. Il proporzionale sta diventando una parola magica dalle parti di Forza Italia e probabilmente diventerà un baluardo da difendere nel prosieguo delle vicende politiche post referendarie. Le percentuali dei tempi d’oro di Forza Italia sono solo un ricordo, per evitare di finire nelle fauci di Salvini e fare i portatori d’acqua della Lega, pure nazionale, conviene giocarsela come ago della bilancia e questo può succedere solo con una legge elettorale proporzionale. Dove potrai spostare la deriva a tuo favore e giocare sui due tavoli, accordo con la Lega da una parte per la riedizione del centrodestra in cui però l’ultima parola è di Berlusconi, oppure accordi di nuovo conio con il centro del centrosinistra, quello in cui spera un Renzi in evidente difficoltà sul fronte sinistro. L’esigenza, o meglio l’emergenza, di tenere a destra e in posizione irrilevante Salvini impone la necessità di avere, costi quel che costi, le mani libere, la possibilità di avere sempre una seconda opzione per qualsiasi accordo. Naturalmente è un disegno che non tiene in considerazione il M5S che al momento è in confusione totale, ma ha dalla sua i numeri, a differenza della Lega che è inchiodata al 15%. I grillini sperano nella disintegrazione del centrodestra per incamerare il consenso di moderati e leghisti in libera uscita in funzione anti-sinistra, come è successo alle elezioni amministrative di Roma e Torino. Fantapolitica, ma non troppo, tanto da spingere Berlusconi a dire di non tagliare fuori la Lega da un ipotetica riedizione del centrodestra ammonendo Parisi quando quest’ultimo invece chiude le porte alle ruspe. Tornando alla cronaca di questi giorni, è chiaro che Berlusconi stia cercando di difendere il suo orticello e il suo marchietto con le risorse politiche, poche, che ha a disposizione, Parisi è libero dal peso di questa lunga storia politica (lo spirito del ‘94) e gioca da leader liberal popolare cercando un nemico nei populisti, «noi non siamo quella roba lì» riferendosi ai leghisti a Firenze, detto da Padova proprio nel momento in cui andava a casa Bitonci. Ma Salvini lo tieni nel recinto della Lega non con i comizi, ma con alcuni paletti concreti, come una legge elettorale a suo sfavore, in questo modo gli detti la linea, lo costringi a venire a patti. E’ inutile nascondersi quindi che le visioni e le culture nel centrodestra siano almeno due e che non possano andare d’accordo in una coalizione con l’umiliazione di una delle due. Resta a questo punto aperta la successione a Berlusconi. Non sarà Salvini e magari non sarà neanche Parisi. E non saranno le primarie ad indentificare la figura prescelta, elezioni che saranno indette solo per l’esigenza di fare una passerella mediatica e per assecondare il simulacro di democrazia interna. Basta seguire certa stampa, i giornaloni, i media che appoggiano il passista Parisi in attesa della volata del prescelto. Sono le solite sacrestie di sinedri più o meno risaputi quelle in cui si deciderà. Ambiti ben noti pure a Salvini tanto da pensar bene di sponsorizzare qualcuno per l’Ambrogino d’oro di Milano, proprio per prepararsi il terreno favorevole. Guarda caso però senza successo. A buon intenditor….

 

La prima vera uscita “politica” del sindaco civico-piddino di Milano Giuseppe Sala ha un chiaro sentore di destra. Più esercito a Milano, per le strade e nei quartieri dove la sicurezza reale e percepita è compromessa. La coincidenza non casuale con il ferimento, successivamente rivelatosi mortale, del sudamericano in piazzale Loreto e il tour del presidente della Camera Laura Boldrini a Quarto Oggiaro, storico e noto quartiere difficile della periferia milanese, ha certamente stimolato il primo cittadino a toccare l’argomento. Ma il quadro in cui si inserisce tale proposta è, come si suol dire, più articolato, complesso e politicamente di non immediata lettura. I presidi di forze armate in città sono cosa risaputa anche se il precedente sindaco Giuliano Pisapia arrivava addirittura a negarne l’esigenza, i soldati comunque a Milano ci sono e da anni. Li si vede facilmente in centro, dove c’è l’afflusso maggiore di turisti, oppure nei pressi degli obiettivi considerati sensibili come le rappresentanze diplomatiche o le case di qualche papavero sovraesposto. “Ne sto parlando da un anno - ha detto il primo cittadino milanese - e ne parlerò con il ministro Alfano, sperando di avere un po’ più di militari. Mi era stato spiegato che non era possibile averli subito perché a Roma c’era il Giubileo. Ora che il Giubileo è finito, io reitero la mia richiesta”. E’ comunque chiaro che la situazione generale di via Padova abbia avuto il suo peso in questa uscita di Sala, anche se il tentativo è quello di non drammatizzare, “non voglio essere polemico, ma non ho parlato di via Padova (…). Non penso ai militari in via Padova ma penso che avere a Milano un po’ di militari dell’operazione Strade sicure, quando si saranno liberati da Roma, sarebbe una buona cosa”. Secondo il sindaco i militari andrebbero impiegati soprattutto in “luoghi sensibili. In questo modo potremmo impiegare un po’ dei nostri in altri lavori. Obiettivamente più persone ci servono”. E precisa, “nessuno di noi ha mai negato che nelle periferie, compresa quella di via Padova, esista un problema di sicurezza. Da Loreto in su agiremo perché il tema della sicurezza sia più vivo che da altre parti. Diciamo che alcune comunità sudamericane si caratterizzano per livelli di violenza”. La sensazione però è che si tratti di una toppa insufficiente, si parla di numeri esigui, forse di un centinaio di unità in più. La sortita del sindaco ha più importanza sul lato politico, innanzitutto nell’ambito dell’argomento stesso perché ha scatenato le prevedibili e veementi reazioni dell’opposizione. Critiche sono infatti arrivate da Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega Nord. Partiti che si sono visti scippare un tema simbolo dei propri programmi, la sicurezza è notoriamente un cavallo di battaglia di tutto il centrodestra. Secondo il segretario della Lega, Matteo Salvini, l’uscita di Sala sarebbe “ridicola”, perché quando il centrodestra ha mandato l’esercito a Milano “il Pd lo ha cacciato e ora lo richiama”. A stretto giro la contro replica di Giuseppe Sala: il tema della sicurezza “riguarda tutti i cittadini e non permetteremo a nessuno di impadronirsene”.  Ma appunto, fin qui l’ovvietà nel tradizionale gioco delle parti. L’uscita di Sala è sintomo di ben altro e fa male a sinistra, non a destra. Sicuramente è una presa di posizione personale, la sinistra è notoriamente poco propensa a prendere posizioni perentorie sull’argomento per evitare distinguo e spaccature all’interno. Se a questo aggiungiamo la non partecipazione di Sala alla Leopolda e i pugni battuti sul tavolo per i quattrini prima promessi e poi spariti per chiudere la società di expo, la sensazione dell’isolamento comincia a diventare una certezza. La sinistra politicante è concentrata sul referendum nel breve termine e quindi a salvare il salvabile dell’era Renzi e a medio termine sta pensando a come conquistare la Regione a scapito di Maroni. Il resto conta poco ora. Se a questo aggiungiamo che la narrazione renziana vede da tempo mettere al centro Milano e i suoi successi senza averne merito alcuno, possiamo di conseguenza facilmente immaginare il disagio e la stizza del sindaco quasi dimenticato. Che cerca viceversa di giocare in proprio per evitare di rimanere alla fine, in qualsiasi dossier, cornuto e mazziato. Della serie, se si rompe il giocattolo i cocci sono di Giuseppe Sala che paga politicamente.

Le elezioni americane hanno di fatto aperto la campagna elettorale in Italia. Non quella per il referendum costituzionale del 4 dicembre, ma quella per le elezioni politiche prossime venture. Che restano ovviamente sullo sfondo, oggi la battaglia è sulla leadership degli schieramenti. Per il centrodestra, ammesso che si voglia ancora pensare ad una coalizione di questo tipo, la stura sono state proprio le elezioni presidenziali statunitensi. Per quanto riguarda il centrosinistra tutto è rimandato ad un minuto dopo l’esito referendario. La vittoria di Trump ha scatenato gli entusiasmi dei populisti a qualsiasi latitudine del mondo ma, passata la sbornia dell’evento, è opportuno fare qualche banale ragionamento per evitare l’illusione ottica che certi paragoni inevitabilmente creano. E le differenze tra la situazione in Italia e la storia della vittoria del magnate statunitense non sono poche e difficilmente colmabili nel caso in cui qualcuno, come sembra, speri di emularne le gesta. Trump è un navigatissimo imprenditore di successo che si muove per piani industriali e relativi investimenti, dispone di risorse ingenti, ha creato uno staff di consulenti politici e strategici con i fiocchi. Se pensiamo alla Lega e a Matteo Salvini ci viene da sorridere. In via Bellerio non c’è un soldo e non c’è uno straccio di progetto efficace di fund raising, non esiste uno staff, non ci sono neanche dei piani concreti e chiari salvo quello arrembante, a parole, di prendere Palazzo Chigi senza fare prigionieri. D’accordo l’entusiasmo di fronte al morto che cammina Matteo Renzi, ma come riuscire nell’impresa di convincere gli italiani a portarti alla vittoria? Il Partito della Lega della Nazione che il leader leghista ha in mente è di là da venire, è una incognita e l’esperienza recente di Noi con Salvini è un fallimento, al nord l'architrave della Lega, quella indipendentista o semplicemente autonomista, padana, è in subbuglio e i pessimi risultati alle elezioni amministrative passate sono lì a dimostrare che i duri e i puri non seguono il leader con i paraocchi e turandosi il naso se il quadro di riferimento politico è diverso. Costruire un asse con la Destra della Meloni significa aggregare poca roba, sono praticamente scomparsi dai radar, alcuni spezzoni in libera uscita da Forza Italia non danno garanzie numeriche senza Berlusconi alle spalle, da Toti alla Santanchè e chiedono forse troppo per quello che realmente pesano. Non sembra nemmeno una sortita politicamente intelligente quella di enfatizzare le distanze e le differenze con l’area moderata del fu centrodestra, con i liberali popolari, ad alzare la voce si rischia solo di rafforzarli, è un leit motiv politico vecchio come il mondo, crei un nemico e il nemico fa quadrato e si difende. Salvini sembra vittima della solita ed inveterata sindrome del cul de sac, del condannato all’isolamento, una iattura che lo perseguita da sempre e ne enfatizza il limite della sua azione politica. Il perché di questa considerazione è addirittura banale. Sogna di diventare il Trump italiano, ma di mezzo c’è Beppe Grillo che ha il doppio dei voti, un movimento più radicato in tutta Italia, un programma più definito, una organizzazione più efficace e contatti internazionali più strutturati. E poi Grillo alcune campagne elettorali le ha sapute già vincere. Il nemico di Salvini si chiama legge elettorale, qualsiasi sia. Se si dovesse votare subito come vuole lui e con l’attuale legge elettorale o con l'Italicum, vince il M5S e a tal proposito pare che la lezione di Roma e Torino non sia stata compresa, ovvero se il moderato non ha alternative, vota tranquillamente Grillo e meno la Lega. Se si va a votare più in là, la legge elettorale la scrivono Berlusconi e Renzi. Una legge elettorale che avrebbe lo scopo di penalizzare Grillo e costringere Salvini e qualsiasi ala estrema a coalizzarsi per non perdere a vita. Ma a quel punto la designazione della leadership della coalizione passerà inevitabilmente dalle primarie, il tradizionale regno del calcolo e della composizione degli interessi, non certo il terreno più consono per far valere le ragioni di un tribuno. A marcare le differenze ci guadagna di più uno come Stefano Parisi o altri che mirano ad un consenso trasversale che va dai centristi che oggi sono con Renzi ai leghisti dialoganti e dorotei come Maroni, passando per gli astenuti di lunga durata e i delusi del ventennio berlusconiano. Non basta partire con il 15% per ambire alla vittoria, come fa invece Salvini. Si può anche schifare questo scenario da palude facendo valere non si sa bene quale verginità visto che stiamo parlando del partito, la Lega, più vecchio del panorama politico italico e rotto a qualsiasi esperienza anche poco edificante, ma occorre nel contempo parlare chiaro agli elettori e mettere in conto la sconfitta sicura nel caso di corsa solitaria. Della serie non basta essere Trump a parole, bisogna esserlo anche nei fatti, pardon, nelle risorse, nelle competenze e nella visione.

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

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