• Liala e il suo tich tach
    Liala e il suo tich tach Inabissato. Dopo questa terminologia vissuta intensamente più che scritta, Liala volle crearsi una vita parallela tramite i suoi romanzi. Un modo per sopravvivere. Però lo sguardo dal Montello si inabissava nel lago di Varese in ogni attimo della sua giornata. Dal tramonto all’alba. Ebbe molto Liala essendo di Nobile famiglia. Nobile il suo aspetto e quasi aristocratico quel suo posizionarsi alla macchina da scrivere, sempre più frequentemente, fino a confondere realtà con romanzo. Ma quale era la realtà? Il suo matrimonio combinato e naufragato? No, basta parlare di acqua. Naufragi, inabissarsi di pensieri…. Per fortuna, nella cucciola, Primavera era sempre con lei. Una grande somiglianza, anche fisica. Quella classe quasi aristocratica e quel sorriso dedicato unicamente all’arte di esprimersi con scrittura e canto, che solo dai Cambiasi poteva discendere. Più…

Claudio for Expo

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Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Nel nostro ormai consueto e puntuale susseguirsi di reportage sulla malavita, soprattutto organizzata, attiva in Lombardia, questa volta fa invece notizia una articolata indagine condotta dalla Procura di Busto Arsizio che alla conclusione si è spinta fino nei lontani Caraibi per arrestare due malavitosi rifugiatisi tempo fa da quelle parti. Nel caso in questione si tratta di un trafficante di cocaina di un certo livello, tale Nazzareno Di Stefano di 66 anni, e di un truffatore ed estorsore, tale Giovanni Massimiliano Ponticello, 45 anni, un ex produttore cinematografico. Il primo, il più pericoloso, si era riciclato come imprenditore, aveva avviato con successo una azienda di commercio di funghi, il secondo è stato arrestato mentre se la spassava in un resort di lusso, La Casa de Campo (nella foto), nella esclusiva località turistica di La Romana. Ufficialmente gestiva un ristorante. Non si conoscevano e nemmeno si frequentavano, il minimo comune denominatore tra i due era quello di pensare di averla fatta franca per sempre. Si godevano beatamente la vita convinti che non sarebbero mai stati trovati. Come tutti quelli che si rifugiano nella Repubblica Dominicana contavano sull’assenza di accordi con l'Italia per l’estradizione e nel contempo sull’alto livello di corruzione del personale statale. Insomma, secondo loro, l’avrebbero scampata in eterno. Là c’è la possibilità, spiegano gli inquirenti, di espellere uno straniero ammanettato, ma tassativamente entro 48 ore: un lasso temporale non enorme che spesso consente ai catturati, grazie ad avvocati potenti e a mazzette ben distribuite negli uffici giusti e nelle mani giuste, di riuscire a «superare» la scadenza ed evitare la cacciata. E’ sicuramente la punta di un iceberg, il fenomeno degli espatriati con la coscienza sporca è a quanto pare vasto e la cronaca ce lo ricorda ahimè molto frequentemente. La prima cosa che colpisce è infatti la grandezza dei numeri. Potenziali ovviamente, ma già altamente rappresentativi della vastità del fenomeno. Ufficialmente gli italiani registrati come residenti in Repubblica Dominicana sono 10.000, ma in realtà si calcola che nell’isola caraibica vivano stabilmente altri 50.000 connazionali. Che non rientrano evidentemente nella categoria dei pensionati che si godono il meritato riposo lungo le splendide spiagge dell’isola. Sono veri e propri fantasmi che vanno invece ad infoltire quel variegato mondo di fuggiaschi che sembra appunto avere una particolare predilezione per l’area dei Caraibi. Clima ottimo, qualità della vita accettabile, lingua comprensibile, possibilità concreta di avviare attività economiche con successo, hanno sicuramente il loro perché nella scelta di questa destinazione oltre ovviamente alle altre ragioni "tecniche" sopra ricordate. Dagli stati dell’Istmo, ad iniziare da Panama e Costa Rica, alle coste settentrionali del Sudamerica e soprattutto alle isole sia piccole sia grandi delle Antille, con predilezione per la parte dominicana di Hispaniola, vero e proprio crocevia di italiani. Da cosa fuggono? Sono malavitosi di svariato conio e prestigio, da chi fugge letteralmente con il malloppo in mano per rifarsi una vita al sicuro e lontano da occhi indiscreti a chi continua a lavorare nei vari segmenti della criminalità, soprattutto nel mondo della droga. Da questi splendidi lidi è risaputo il via vai di navi o addirittura piccole imbarcazioni da diporto che attraversano l’oceano cariche di droga destinate alle coste europee, in questo caso prioritariamente italiane, liguri e toscane. Tornando alle indagini, queste hanno successo, ovvero portano agli arresti e alla traduzione in Italia dei ricercati, se ben orchestrate e preparate con le autorità locali, come nel caso della sopra menzionata indagine della Procura di Busto Arsizio. Non sempre facile a farsi come a dirsi, come insegna la storia e l'esperienza.

 

L’Italia non riparte, la crisi non è alle spalle e di conseguenza le disuguaglianze, o la percezione delle stesse, crescono. Oggi alla Camera dei Deputati, in occasione del convegno “L’Italia è uguale o disuguale?. Le sfide poste dalla crescente disuguaglianza e il ruolo dell’Italia”, sono stati presentati i risultati di una indagine condotta per Oxfam dall’Istituto Demopolis dalla quale emerge chiaramente un aumento delle disuguaglianze sociali nel Paese negli ultimi cinque anni. Il 76% degli intervistati è infatti convinto della mancanza di equità nella distribuzione dei redditi e per il 61% le disuguaglianze sono “aumentate negli ultimi 5 anni”. In Italia, l’1% più ricco è in possesso del 23,4% della ricchezza nazionale netta.  Secondo l’indagine il 60% degli italiani individua nella concentrazione dei patrimoni e nelle opportunità di accesso al mondo del lavoro due ambiti in cui le disuguaglianze in Italia si manifestano con maggiore risalto.  Il 67% considera l’accesso ai servizi pubblici di base, come istruzione e sanità, “garantito solo in parte e con livelli di qualità differenti”. Per l’82% quello in vigore è “un sistema fiscale iniquo”. Accanto alle relazioni clientelari e alle politiche economiche, il 65% ritiene inoltre che ad amplificare la disuguaglianza siano evasione ed elusione fiscale: per ben 8 intervistati su 10 gli abusi fiscali sottraggono al bilancio dello Stato risorse fondamentali per l’erogazione dei servizi pubblici. Riguardo alla giustizia fiscale l’85% dei cittadini richiede “nette misure di contrasto” contro i paradisi fiscali, consapevoli del fatto che chi elude, sottrae ingenti risorse allo Stato e alla collettività. Altrettanto elevate le percentuali di consenso a una maggiore trasparenza fiscale. L’86% è a favore di misure che permettano la piena trasparenza dei beneficiari effettivi di società, fondazioni e trust; il 76% supporta la richiesta di trasparenza nei bilanci delle imprese multinazionali, rendendo pubbliche le informazioni sulle loro attività economiche, sui profitti realizzati e sulle tasse pagate in ciascun Paese dove un gruppo multinazionale opera. “Oggi 62 paperoni possiedono la stessa ricchezza della metà più povera del mondo, vale a dire 3,6 miliardi di persone – dichiara Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia -. Si tratta di una disuguaglianza preoccupante e insana. La classe politica non può più permettersi di ritardare l’adozione di rimedi ambiziosi in materia di giustizia fiscale, contrastando gli abusi fiscali in Italia e a livello internazionale che alimentano la grande disuguaglianza dei nostri tempi”.  Niente ideologia, solo numeri, duri e crudi.

Qui trovate lo studio.

Fonte: agenzia Sir

Tra i commenti più frequenti che abbiamo ascoltato dopo la vittoria di Donald Trump svetta sicuramente quello semplicistico, ma altrettanto veritiero, della vittoria del popolo contro le élite. Queste ultime, immerse in una bolla di privilegi e di certezze, di potere reale ed esibito, per niente toccate dalla o dalle crisi dell’ultimo decennio, non hanno letteralmente capito nulla e stentano ancora adesso, a freddo, a comprendere con esattezza quello che è successo. Una rivoluzione, non un semplice avvicendamento di élite al governo del Paese. La concatenazione dei fatti, sempre letta in chiave semplicistica, ma efficace, recita: prima le élite governano impoverendo il popolo, poi esprimono un candidato mediocre "tanto quell'altro fa schifo", infine si meravigliano quando il popolo le punisce. E’ la democrazia, bellezza, per parafrasare Hillary Clinton, ma soprattutto è il suffragio universale a fare la differenza e a sancire il principio che è il popolo ad essere sovrano. Dal naufragio non si sono salvati nemmeno i giornalisti, i commentatori, i raffinati politologi, i sondaggisti. Altre élite, più o meno serve del potere, del padrone, del partito, del governo o di chiunque purchè sia in grado di elargire cospicui contributi. Tanto vale negli Usa, tanto vale in Italia. E ovunque queste categorie hanno fatto cilecca. Bastava leggere e seguire con assiduità i social, i blog indipendenti o semplicemente parlare con la gente e qualche dubbio sarebbe venuto pure al più incallito osservatore pro establishment. Una casta sprezzante, dagli attori prezzolati ai giornalisti di regime passando per l’incauta campagna di Hillary Clinton, tutti hanno dato dei miserabili agli elettori di Trump e questi sono andati alle urne ancora più convinti della scelta che stavano per fare. Elementare, perché il fossato si allargava di insulto in insulto. Bastava appunto leggere i social e chiunque si sarebbe accorto che la marea stava montando. Come ai tempi di Brexit e come sta succedendo ora nella campagna per il referendum costituzionale di dicembre in Italia. Basta scorrere la lista dei sostenitori del Si per mettere insieme tutte le sfumature della casta, comprese quelle che ruotano intorno al mondo giornalistico, agli opinionisti, all’informazione in generale, anche locale. Schiere di maitres a pènser che scrivono a comando, che divulgano sondaggi pilotati, che inquinano i pozzi dell’informazione con notizie artefatte. Negli Usa la percentuale di elettori votanti, molto bassa, è più o meno sempre la stessa da tempo immemore, in Italia la tendenza è al calo progressivo e anche vistoso di anno in anno. E questo facilita il calcolo opportunistico delle elite, una mancia a qualcuno, una promessa a qualcun altro, sperando che gli avversari restino a casa, così da poter rimediare il risultato sperato. Ma questa volta il vento sembra portare verso un’altra direzione. E’ un trend mondiale quello a cui stiamo assistendo, il fallimento di anni di politiche mediocri che accomunano un pò tutti i paesi cosiddetti occidentali. E anche in Italia ci sono serie probabilità che il 5 dicembre qualcuno caschi dal pero, qualcuno che si mostrerà sorpreso per il risultato, irritato nei confronti di chi ha votato con la pancia e non con il cervello, altezzoso verso i miserabili che non capiscono le illuminate politiche del principe di turno e via discorrendo dello scemenziario tipico di queste circostanze. Politica e mondo dell’informazione si stracceranno le vesti, non si daranno pace, non capiranno. Quando bastava semplicemente parlare con la gente.

Si chiude finalmente il sipario sulle elezioni negli Stati Uniti, arrivate alla fine di una delle peggiori campagne elettorali che si ricordino a memoria d’uomo. Oggi sembra di rileggere e risentire i commenti del dopo Brexit, ma i toni sono più duri, lo sgomento e la rabbia sono ancora più palpabili nel variegato mondo degli irritati ed irritabili avversari di Trump di casa nostra. Quasi tutti collocati a sinistra ovviamente. Ci si ostina a non capire, si bolla il magnate americano con i peggiori epiteti, un pericoloso fomentatore di odio e di paure, un volgare razzista, un populista nel senso becero del termine, in realtà è tutta gente che non sa di che cosa sta parlando, che sbraita solo per esorcizzare la propria miopia storica e politica. Nei social si riversa lo sfogo di una sinistra che ha letteralmente perso il contatto con il mondo reale e che non si arrende nemmeno di fronte all’evidenza. I più in buona fede persistono nell’ignorare la realtà dei fatti, gli altri sbrodolano ideologia, insulti e odio. Che Renzi e manutengoli vari non avessero capito niente lo si era notato facilmente durante la recente visita a Barack Obama. In ginocchio di fronte ad un leader in disarmo, alla fine di una delle peggiori presidenze della storia, con tanto di seguito di giullari e leccapiedi a manifestare l’endorsement clintoniano. Lo specchio della sconfitta di una compagine planetaria chiusa nelle torri d’avorio del privilegio, composta da élite autoreferenziali impregnate di smania di potere e completamente insensibili a quello che realmente sta accadendo nel mondo, a cominciare dai propri paesi. Leader ben supportati da una editoria mondiale prona che ha raccontato fandonie per mesi, rappresentando scenari inesistenti, visioni distorte elaborate ovviamente dietro lauti compensi, con schiere di pennivendoli che hanno farcito per mesi stampa e tv di informazione schierata strumentale a disegni inverosimili. Chi osava contrapporsi nel migliore dei casi veniva additato come l’ignorante che parla alla pancia del Paese, nel peggiore dei casi veniva emarginato, bollato come un reazionario oscurantista.

Per Donald Trump ha votato l’America profonda, secondo quanto certifica la vulgata in casi come questi. Mi ricorda la spocchia e lo snobismo degli italici sinistri quando parlano del profondo Nord troglodita che vota Lega o Berlusconi. L’America debole ha votato Trump, la middle class bianca impoverita dalla crisi, gli immigrati che vivono sulla loro pelle la competizione con altri immigrati, ma illegali, hanno votato per lui i ceti medio bassi, quelli senza garanzie. Il paradosso del miliardario votato dai poveri, una incongruenza che i democratici non hanno capito, ma bastava leggere i blog, i social, i giornali indipendenti per rendersi conto che la realtà non era quella dipinta dai sondaggisti prezzolati, ma ben altra.

Se a questo aggiungiamo Hillary Clinton, la frittata era nell’aria. Una candidata sbagliata, che più di élite non si può, dal passato politico discutibile, con gli armadi strapieni di scheletri, un marito ingombrante. Nemmeno il voto delle donne ha catalizzato. Le donne non votano per una isterica in evidente vacatio penis, che ce l’ha con tutti, arrogante, e poi da che pulpito viene la predica. Appunto. Ed è andata a casa.

Di fronte ad un universo politico fuori sintonia con la realtà si può solo sperare che la lezione di Trump sortisca qualche effetto in giro per il mondo, a cominciare dall’Italia. Se a Washington piove, a Roma si comincino a preparare gli ombrelli in previsione del referendum del 4 dicembre. Pro o contro Renzi, inutile girarci intorno. La differenza la faranno gli stessi ceti sociali che hanno decretato la vittoria di Trump. Un paese impoverito, senza certezze, in balia dell’illegalità, invaso da una disordinata immigrazione clandestina, se va a votare, perché non è detto che ci vada, possiamo immaginare facilmente dove metterà la croce

Nella Padania che fu ha tenuto banco nelle ultime settimane un dibattito dai toni piuttosto aspri sul futuro della Lega, un confronto tra chi ne vuole fare un partito della nazione a trazione lepenista ben collocato a destra e di taglio populista, Matteo Salvini, e chi la vuole invece ben radicata al Nord e ai collaudati dettami dell’autonomia e del federalismo bossiano, Roberto Maroni in primis. La questione non è di lana caprina e va ben al di là dei comprensibili contrasti interni per la conquista della leadership. Prima di qualsiasi resa dei conti sul futuro della linea politica del Carroccio, che sarà con grande probabilità risolta in occasione del prossimo congresso, il dibattito politico incrocia la scadenza del referendum costituzionale di dicembre. Il centrodestra è per la quasi totalità schierato per il No, la Lega su questo argomento è da sempre su posizioni molto chiare e nette. Ma forse sbaglia bersaglio e di conseguenza rischia di perdere una occasione propizia per fare una battaglia politica congeniale per radicare consenso, per marcare il territorio. La personalizzazione della tornata referendaria ad opera di Matteo Renzi ha infatti spostato l’obiettivo dalla riforma al presidente del consiglio facendo a mio avviso perdere l’occasione per piantare dei paletti politici non da poco. Da utilizzare a futura memoria in termini elettorali. Scendendo nel merito, la riforma Boschi vede il privato, i corpi intermedi e le autonomie locali con sospetto e non come una risorsa, si diminuisce la partecipazione dei cittadini, alterando il nesso di rappresentatività e quindi la responsabilità della classe politica. Tutto ciò in nome della (presunta) maggiore governabilità, dell’efficienza decisionista, del cambiamento. La strada giusta è quella opposta: più devolution, più autonomia e responsabilità fiscale, più sussidiarietà. In gran parte appunto i cavalli di battaglia del Carroccio da tempo immemore. Al di là delle conseguenze facilmente prevedibili di questa riforma e che vanno enfatizzate. Si rischia innanzitutto di allontanare il cittadino dalla cosa pubblica, di acuire la disaffezione del popolo verso quest’ultima. In più, la vaghezza della norma che attribuisce le competenze a Camera e Senato rallenterà ulteriormente il processo legislativo, dando facilmente adito a continui conflitti d’attribuzione tra i Presidenti dei due rami del Parlamento prima e davanti alla Corte Costituzionale poi. Il nuovo “Senato delle Regioni” sarà composto da amministratori locali, i quali non solo rischieranno di svolgere approssimativamente i due incarichi, ma soprattutto resteranno vincolati a logiche di partito più che ai reali interessi del proprio territorio. A questa situazione fa da contraltare lo sbilanciamento dei poteri nei casi di competenza esclusiva della Camera dei Deputati. Il combinato disposto della riforma costituzionale e della nuova legge elettorale “Italicum” consegnerà ad un partito, pur votato da una percentuale “minima” di aventi diritto, la maggioranza assoluta dei seggi. Il punto nevralgico della riforma, però, è quello che attiene al Titolo V, cioè ai rapporti di competenza legislativa tra Stato e Regioni. Negli ultimi anni questi rapporti sono stati sì causa di scontro, ma hanno anche permesso alle Regioni virtuose, come la Lombardia, di esprimere al meglio le proprie eccellenze, adattando i servizi erogati alle esigenze del territorio. Il ruolo delle Regioni e delle autonomie locali risulta dunque svilito. Un tema che dovrebbe quindi stare molto a cuore alla Lega. Ma torniamo al punto di partenza, la Lega sindacato del territorio o la Lega nazionale persa in altri calcoli e camarille? Nel primo caso la campagna per il No potrebbe diventare l’occasione buona per rinverdire una vecchia tradizione politica foriera di successi numerici non da poco al di là dei minimi risultati conseguiti, nel secondo caso la campagna per il No è qualcosa di prettamente politico, di volatile, di impalpabile di fronte all’opinione pubblica, con il rischio di trasformare la Lega in un Ncd di destra, vittima dei chiari di Luna della politica politicante.

 

*grazie agli spunti ricavati dal giudizio sul referendum costituzionale del 4 dicembre proposto dall’associazione Polis Parallela.

foto: Ansa

Tra le misure contenute nella legge di Bilancio da poco approdata in Parlamento, quelle che fanno più discutere sono le disposizioni che mirano ad accrescere l’attrattività del nostro Paese all’estero garantendo sconti e agevolazioni ai ricchi stranieri che decidono di rilocalizzarsi, agli investitori e ai filantropi, così come già previsto anche da altre legislazioni europee. Per far girare l’economia, per farla ripartire, occorre pensarle proprio tutte e questa misura, voluta fortemente dal ministro Pier Carlo Padoan, va in quella direzione. C’è chi parla di ennesimo favore per una certa categoria di soggetti, i super ricchi, in realtà la decisione è realistica, pragmatica e sicuramente non ideologica. Nel merito della questione è prevista quindi una interessante tassazione agevolata a forfait per i ricchi contribuenti stranieri che decidono di spostarsi in Italia. La tassa fissa prevista è di 100mila euro ed è destinata appunto a chi decide di portare la residenza nel nostro Paese dopo avere vissuto all’estero per almeno 9 dei dieci anni precedenti. L’agevolazione può essere utilizzata per massimo 15 anni. La tassa fissa vale solo per i «redditi prodotti all’estero» mentre i redditi prodotti in Italia saranno soggetti alla normale tassazione. La disposizione è pensata per attrarre «lavoratori altamente qualificati» come «manager e imprenditori», precisano dal Tesoro, «in un momento storico nel quale molte imprese multinazionali stanno considerando dove localizzare i propri "cervelli"». La misura prevede «un’imposta sostitutiva sui redditi prodotti all’estero», che però «rimangono assoggettati alle imposte degli Stati nei quali vengono prodotti e non danno diritto ad alcun credito d’imposta». Il vantaggio sta nel fatto che altrimenti i soggetti che si trasferiscono sarebbero gravati da una doppia imposizione piena. In questo caso verseranno in Italia solo 100mila euro anche se hanno guadagni pluri-milionari. Per fare un paragone concreto, questa è la somma che un connazionale pagherebbe con un imponibile di circa 250mila euro. La misura si rivolge infatti a una platea di super-ricchi che sicuramente, oltre a questo, valuteranno anche altri elementi come la bellezza, il clima e la qualità della vita del nostro Paese per decidere di trasferirsi per un periodo anche lungo. La contropartita per l'Italia è facilmente immaginabile e va ben al di là dell'aspetto fiscale. Persone e famiglie con alto tenore di vita generano un indotto non da poco nei territori in cui risiedono. Ma non è finita qui. Si prevede anche di concedere subito un permesso di soggiorno biennale a chi dimostri di investire almeno 1 milione di euro in Italia e a chi compri titoli di Stato per almeno due milioni. Facilitazioni anche per i "filantropi" che intendano donare 1 milione a sostegno di cultura, istruzione e ricerca. La Lombardia è sicuramente tra le regioni italiane quella che potrebbe beneficiare maggiormente di questo provvedimento, per l’attrattività insita del proprio territorio, delle città e soprattutto della sua economia. Regione e Governo effettivamente negli ultimi anni si sono in parte mossi in questa direzione anche se con poca sinergia e sintonia. Il punto strategico è infatti agevolare, incentivare non solo nuovi investimenti, ma anche il massiccio rientro di capitali e aziende per far ripartire l’economia dopo la lunga crisi. Il reshoring industriale è ormai un dato di fatto, eppure da parte del decisore pubblico si traccheggia. La zona franca, la Zes, che potrebbe incentivare non poco l’insediamento di attività industriali appunto nelle aree maggiormente colpite dalla crisi e dalle delocalizzazioni, come le province di frontiera, è nel limbo. Lo stesso ministro Giuliano Poletti in una recente visita a Varese ha ammesso la difficoltà di attuazione di una misura del genere, ma la sensazione è che non ci sia una reale e seria volontà politica per realizzarla. Per quanto riguarda il rientro fisico dei capitali, la voluntary disclosure e la fine del segreto bancario in Svizzera hanno consentito di segnare un punto a favore. Mentre i precedenti scudi fiscali non avevano fatto rientrare praticamente nulla, la voluntary e l’ufficialità dei patrimoni hanno agevolato fortemente la tendenza al rientro. E soprattutto nella piazza finanziaria di Milano. La controprova è plasticamente visibile a Lugano, ai tempi appunto approdo sicuro delle ricchezze non ufficiali italiane. Le fiduciarie sono sparite, gli istituti bancari sono in vistoso e drammatico declino. I contributi fiscali delle banche sono infatti passati dai 55 milioni di franchi di dieci anni fa a circa 12 milioni di franchi di oggi. Queste brevi note per ricordare la necessità, l’urgenza, di combinare in modo strategico e lungimirante questi provvedimenti per rendere veramente interessante, e reale, il rientro dei capitali e delle aziende, per attrarre i nuovi investimenti dall’estero e ora anche le rilocalizzazioni dei super ricchi. E in Lombardia la questione dovrebbe finire in cima alla agenda politica di chiunque, da destra a sinistra.

 

Stavolta tocca a Raffaele Cattaneo finire sotto i riflettori non benevoli di rete55. Dopo i ben noti e duri attacchi personali al povero Andrea Badoglio recentemente scomparso, la pubblicazione reiterata e maliziosa del curriculum vitae di Nino Caianiello, le insinuazioni sulla gestione di Ciro Calemme ad Aspem Reti, le bordate acrimoniose contro l’ex candidato sindaco di Varese Paolo Orrigoni, per non parlare della vera e propria offensiva mediatica contro alcuni organi di stampa locali come Varesenews, ora le attenzioni della coppia di fatto Rete55-Lega Civica sono puntate sul presidente del consiglio regionale. Reo evidentemente di aver sollevato a suo tempo la questione e il relativo polverone sul chiaccherato prestito obbligazionario concesso dalla Fondazione Molina di Varese alla suddetta emittente televisiva. Stavolta si vagheggia di scenari futuribili e altrettanto improbabili sulle prossime elezioni regionali che vedrebbero schierato Cattaneo nella Lista Maroni. Scenari che peraltro stanno prendendo una ben nota piega e che non è quella descritta dai seguaci di Lorenzo Airoldi. Ma non è un problema di disinformazione, anzi, ma di informazione distorta, a favore del proprio disegno. Non sfugge quindi lo scopo dell’ennesimo attacco personale, questa volta con la finalità di indebolire, mettere in difficoltà uno degli avversari più ostici della azione politica dei Legacivici. In generale è ormai chiaro l'intento di metterla in rissa, chissà mai che la gente non finisca per seguire gli sviluppi della rissa e dimentichi quelli più importanti della questione in ballo. “La notizia riportata da Rete55 – interviene direttamente Raffaele Cattaneo con un post su facebook - che mi vede come futuro capolista della Lista Maroni è destituita di qualsiasi fondamento e prefigura scenari fantasiosi. Come tutti sanno sono esponente di NCD - Lombardia Popolare e coordinatore nella provincia di Varese. La Lista Maroni è con noi alleata in Regione Lombardia a sostegno del Presidente Roberto Maroni. Gode di tutta la mia stima, ma non è il mio ambito di azione politica, che è e resta Lombardia Popolare”. E aggiunge, “nessun retroscena dunque, inventato forse da chi avrebbe piacere a togliermi presto di mezzo, per continuare a favorire una deriva a sinistra di una certa area culturale e politica tanto innaturale quanto funzionale solo a obiettivi di bottega di alcuni. È una cortesia che assicuro non ho intenzione di fare”.

In attesa che la questione Molina si definisca nel merito, a far discutere sono le conseguenze politiche che potranno derivare dalla conclusione ormai facilmente immaginabile della querelle sul prestito. Le manovre diversive e i contrattacchi di Lega Civica e Rete 55, la cortina fumogena dei silenzi del Pd e del sindaco di Varese non eviteranno alla fine di alzare il velo su quello che è successo veramente in questa breve stagione politica del 2016, sulle cose non dette, sui segreti, sugli accordi taciti ed interessati, sulle manfrine e i maneggi per vincere e far decollare l’era Galimberti nella città giardino. Fatti e rivelazioni che potrebbero riservare molto imbarazzo ai protagonisti. C’è stato o non c’è stato un accordo tra Lega Civica e Davide Galimberti al ballottaggio? C’è chi lo nega e c’è chi parla di patti segreti con tanto di prove. Al secondo turno, chi ha fatto desistenza nel centrodestra, dopo che al primo turno Orrigoni aveva preso gli stessi voti di Fontana di cinque anni prima? Le nomine, a cominciare dalla presidenza del consiglio comunale, fanno parte di questo presunto patto? Lo stesso presunto patto finisce lì o è di ampio respiro e coinvolge gran parte della azione e dei programmi della amministrazione guidata da Davide Galimberti? Al di là delle responsabilità politiche di chiunque, degli interessi in gioco, degli obiettivi anche cinici dei partiti alle elezioni, sono domande che si pone qualunque cittadino elettore. Qualcuno alle elezioni e subito dopo ha mentito, le cose molto probabilmente non sono andate come si vuole far credere e Varese chiede di conoscere chi non l'ha raccontata giusta, da una parte e dell'altra. Con certezza. E poi c’è pure la questione Molina……

 

Quasi 7 milioni di zucche per Halloween, con un boom del 58% in appena due anni dei terreni dedicati a questo prodotto in Lombardia, fonte la Coldiretti regionale. Gli italiani – spiega la Coldiretti – consumano circa un chilo di zucca ognuno, anche se si stanno aprendo nuovi mercati e nuovi lavori come quello dell’intagliatore di zucche da esporre poi a cerimonie, battesimi e matrimoni.

In Lombardia, dal 2014 a oggi, gli ettari dedicati alla coltivazione di questo ortaggio sono cresciuti da 530 a 836, con un aumento generalizzato in tutto il territorio: in provincia di Mantova, ad esempio, si è passati da 324 a 494 ettari, nel Pavese da 116 a 131, nel Bresciano da 28 a 86, in provincia di Cremona da 52 a 82, nel Lodigiano da 1 a 19, nel Milanese da 2 a 13. Produzioni marginali si registrano invece nelle province di Varese (4 ettari), Bergamo (3 ettari), Monza e Brianza (2 ettari), Como (1 ettaro) e Sondrio (poco meno di 1 ettaro).   Le varietà più diffuse in Lombardia sono: la Bertagnina di Dorno (Pavia) e la Cappello del Prete di Mantova. Innumerevoli anche le forme che si possono trovare in Lombardia: dalla zucca a fungo molto decorativa a quella a tromboncino, dalla zucca a pera bicolore alla Butternut, una varietà tardiva a forma di campana. Ogni anno inoltre in provincia di Brescia, a Sale Marasino, si svolge la gara italiana di zucche giganti con esemplari che arrivano a pesare oltre 500 chili come quella che ha vinto l’edizione 2015, mentre nel 2014 si superarono i 700 chili.

Il prezzo al consumo – precisa la Coldiretti - si mantiene sostanzialmente stabile rispetto allo scorso anno, tra uno o due euro al chilo, in funzione delle dimensioni e della qualità. Regina indiscussa delle tavole sotto forma di tortelli, la zucca - sottolinea la Coldiretti - è uno dei prodotti più versatili della cucina italiana e può essere utilizzata sia per le preparazioni salate che per quelle dolci ma anche abbinata a pasta, carne, formaggi e torte. Esiste anche il pane di zucca, non troppo dolce, morbido, ottimo per le colazioni e le merende. Le specialità alimentari a base di zucca - spiega la Coldiretti -  sono tantissime. Dai tortelli preparati scegliendo una zucca dolce, compatta e un po' farinosa da unire ad ingredienti speciali come mostarda, amaretti e cioccolata fondente al risotto ormai apprezzato da nord a sud del paese ma anche la zucca fritta o al forno, la crostata di zucca, la torta di zucca e infine - conclude la Coldiretti - come leccornia i suoi semi tostati e salati.

Fonte: Coldiretti Lombardia

A Milano e a Varese, questi ultimi giorni passeranno alla storia per l’ennesimo inciampo in cui è incorsa la politica a scapito di credibilità, sincerità, trasparenza. Dal patto con Milano al pacco con Milano, verrebbe da dire. Fondi promessi solo poche settimane fa e, salvo Human Technopole, spariti dalla Legge di Bilancio. Con i conseguenti problemi che sorgeranno per la società di expo che senza quei fondi è destinata al fallimento e per la realizzazione del campus dell’Università Statale che senza quelle risorse è destinato a finire nel libro dei sogni. Forse ha ragione Basilio Rizzo, storico esponente della sinistra milanese in consiglio comunale, che afferma: “sembra che Renzi voglia tenere Milano sulla corda, per obbligarla a schierarsi sempre più col governo in vista del referendum. Invece di farsi tenere al guinzaglio e chiedere elemosine, Sala abbia uno scatto d'orgoglio”. E’ una ragione sicuramente credibile, ma non l’unica. Il referendum costituzionale è sempre più un referendum su Renzi, da riforma a solenne bufala, un troll mediatico per allungare il brodo di un governo inconcludente guidato da un morto che cammina. Per restare in sella, costi quel che costi, si da fondo a tutte le risorse, compreso il venir meno alla parola data, alle promesse, addirittura ad un vero e proprio patto perché così era stato sbandierato quello con Milano. Con il povero Sala, per tornare all’orgoglio evocato da Rizzo, che proprio per questo se ne starà alla larga dalla imminente Leopolda per evitare di finire stritolato dal tritacarne mediatico renziano. Della serie, va bene cornuto, ma pure mazziato, no! Il ministro Martina annaspa, prende tempo, per tenere a bada la protesta montante paventa l’ipotesi che i fondi in ogni caso arriveranno con i soliti emendamenti o altri provvedimenti salva tutto. Ecco un’altra motivazione. Evidentemente la Legge di Bilancio era troppo pesante per gli occhiuti esaminatori di Bruxelles, meglio potarla. Che alla fine ci resti fregata l’Europa o Milano poco cambia, l’immagine di approssimazione e inaffidabilità del governo in questo caso è indiscutibile, lampante.

A Varese la politica che comanda inciampa nella questione Molina, un caso che va ben al di là del chiaccherato prestito obbligazionario concesso dalla suddetta Fondazione a Rete55 e si allarga alle passate elezioni amministrative di giugno, alle modalità con cui il centrosinistra ha vinto. Qualcuno, una lista civica alleata del pd e sostenitrice del vittorioso sindaco Davide Galimberti si fece addirittura garante, con la sua presenza, della non alleanza con la “inquietante” Lega Civica, il partito creato alla bisogna dall’ambiente che gravita e controlla Rete55 nonché la presidenza del Molina. Le cose sono andate diversamente, quella alleanza è stata fatta, come lo si sta ora via via scoprendo e chi doveva essere il garante della esclusione di Lega Civica siede comodamente in coalizione e in giunta. E questo vale per tanti altri che in campagna elettorale dicevano cose simili e poi hanno puntualmente girato la testa dall’altra parte per quieto vivere. Chi non è d’accordo è stato emarginato oppure si è dimesso, come Andrea Bortoluzzi. Già la partita sulle nomine era stata più di un campanello d’allarme, la questione Molina ha finito solo per scoperchiare questo imbarazzante pentolone. Sul caso in sé il comune ha brillato per assenza, per giustificazioni tardive, generando il sospetto di complicità o di ben calcolato disinteresse nei confronti del tandem Rete55-Lega Civica proprio perché alleati. Nonostante le veementi reazioni del sindaco, arrivate però solo nelle ultime settimane a bubbone esploso. Tacere per non rimanere con il cerino in mano, la prudenza non è mai troppa, prendiamola così. Ma ora Davide Galimberti è stato costretto a prendere posizione, si è difeso contrattaccando, cercando di spostare l’attenzione altrove, ad un piano più allargato, sperando di uscire dal fuoco incrociato delle polemiche. Galimberti immagina una regia politica dietro a tutto, invita a far luce sul passato, si chiede perché la questione interessi solo ora e non interessava prima delle elezioni. Siamo in politica, parliamo di politica, a meno che non si materializzi la Spectre dei film di James Bond è ovvio che ci sia una regia politica. Sembra piuttosto una manovra da ultima spiaggia il rifugiarsi dietro le manine invisibili, i poteri più o meno forti e occulti. Tutti elementi che alla gente, agli elettori interessano poco. Viceversa interessa sapere in modo chiaro e trasparente come sono andate veramente le cose a giugno perché nessuno lo ha ancora spiegato. L’elettore di Galimberti per quale coalizione ha votato? Per la sinistra o per una alleanza organica con Lega Civica? Quali sono gli interessi in gioco? Che tipo di accordo è stato fatto al di là delle nomine già fatte? Non ci sono stati apparentamenti, d’accordo, ma i patti sono stati fatti e la gente aspetta di conoscerli. Entrando nel merito della questione Molina-Rete55, alla gente interessa conoscere il punto di vista della amministrazione comunale e la posizione che verrà di conseguenza presa. I silenzi, il rimpallo, i contrattacchi, l’eludere ripetutamente il problema sono a scapito di trasparenza e credibilità. E poi alla fine la gente, alla politica e ai suoi interpreti, non crede più.

immagine: il sindaco di Varese Davide Galimberti (a sinistra)  e il ministro Maurizio Martina (a destra)

 

A che punto è il cantiere della rigenerazione del centrodestra? Al netto della campagna referendaria per il No che magicamente ha compattato la quasi totalità della coalizione del centrodestra che fu, un vero e proprio miracolo renziano, è già tempo di tirare qualche somma. I partiti sono in disarmo, i centristi sono in libera uscita, Forza Italia aspetta l’ennesimo ritorno sulla scena di Silvio Berlusconi per esorcizzare la paura di tanti che difficilmente saranno ancora in grado di battere un colpo, ma il Cavaliere si porta dietro il logorio di un ventennio sulla scena, per non parlare dell’età avanzata e di qualche contrattempo di salute di troppo. Un coacervo di problemi e limitazioni che sta lentamente arenando la vecchia e gloriosa corazzata di Arcore. La Destra è sostanzialmente sparita e il poco che resta è ormai al traino della Lega sempre più lepenista e sempre meno federalista ed autonomista. Ovvero sempre meno nordista e sempre più Lega nazionale. Comunque già posizionata e con un leader saldamente in sella almeno fino alla prossima conta interna, al congresso che verosimilmente si terrà nel 2017. L’attenzione è quindi tutta rivolta alla parte moderata, una centrifuga di leader e programmi in evoluzione perenne. Tirando le somme, le novità più interessanti arrivano dall’esterno del recinto dei partiti o da chi, pur essendo saldamente in forze in un partito, Forza Italia, marca il territorio con un impegno originale e personale a vasto raggio e trasversale. Nel primo caso il nome di punta è Stefano Parisi, ormai pienamente in gioco, nel secondo Lara Comi, anche lei protagonista sulla scena.

Con un buon appoggio mediatico e altrettanto impegno organizzativo continua il Megawatt tour di Stefano Parisi per l'Italia e si prepara l'ultimo decisivo appuntamento. A gennaio si tireranno le somme di un percorso che sta aggregando migliaia di cittadini, imprenditori, professionisti e tantissimi amministratori di centrodestra, sindaci e consiglieri, accomunati dall'adesione al progetto di rigenerazione del centrodestra lanciato appunto dall'ideatore di Megawatt. Il prossimo gennaio Stefano Parisi presenterà il suo programma di governo per il centrodestra e lancerà Energie per l'Italia, l'associazione che raccoglie, in vista delle future iniziative politiche, i contributi provenienti da tutti i territori. Dalla Lombardia alla Sicilia, dal Veneto al Piemonte passando per la Toscana, l'Umbria, il Friuli, l'Emilia Romagna, la Puglia, quello di Parisi è un viaggio in stile primarie tra la gente per raccogliere idee e stimoli che saranno tradotti in un programma politico di governo in grado di dare risposte ai grandi problemi del Paese. "All'Italia - spiega Parisi - serve un un centrodestra forte, libero e capace di governare. Io seguo la mia missione, senza indugi". Nel quadro di un progetto liberal popolare, chiaramente alternativo alla sinistra, di respiro europeo e con ampia visione e competenza sulle tematiche principali, cardine del programma che sarà appunto presentato a gennaio.

Anche Lara Comi sta girando in lungo e in largo l’Italia, ha cominciato a luglio da Pozzilli in Molise insieme ai colleghi europarlamentari di Forza Italia Salvatore Cicu e Aldo Patriciello. La sua creatura si chiama Siamo Italiani. Mentre la corsa di Parisi è soprattutto giocata sul programma come base per una aggregazione, nel caso di Comi l’approccio è più sottilmente politico. Mentre l’obiettivo prioritario di Parisi è raggiungere la grande massa degli astenuti, di chi ha votato centrodestra ed ora vota altro o non vota, Comi, almeno a vedere dai sostenitori e dalla platea di chi la segue anche sui social, punta sulla rigenerazione in primis di Forza Italia, cercando di serrare le fila, di riaggregare amici, di riprendere un discorso politico con tanti amministratori locali in cerca di sponda e di leader. Siamo Italiani parte idealmente dalle tante battaglie a favore del made in Italy fatte in Europa negli ultimi anni ed è appunto sul cardine europeo che si innesta la proposta politica e programmatica di Comi e amici. Al di là delle questioni meramente locali che hanno sempre spazio e peso nei suoi discorsi. Anche qui, come nel caso di Parisi immagino che si pensi ad eventuali primarie di coalizione, più concretamente credo che l’obiettivo sia quello di puntare a raccogliere una buona messe di consenso forzista da far valere nel momento in cui servirà, nelle occasioni di conta interna e di confronto nel partito per ottenere giusta visibilità e spazio alle elezioni.

Tre lampadine con i colori della bandiera italiana per identificare Energie per l’Italia di Stefano Parisi, tre Vespa (della Piaggio) con i colori della bandiera italiana per riconoscere Siamo Italiani di Lara Comi, rappresentano sicuramente i messaggi più interessanti per il variegato mondo moderato in cerca d’autore. Soprattutto in Lombardia, perché i due in questione sono lombardi e radicati originariamente in territorio insubrico. La curiosità è ora quella di capire che tipo di sintesi ci potrà essere tra lampadine e Vespa. Per rigenerare il centrodestra.

 

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

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