• Castello Isimbardi a Castel d’Agogna, tra storia e curiosità
    Castello Isimbardi a Castel d’Agogna, tra storia e curiosità Collocato in quella parte di Lomellina che vede il suo centro in Mortara, Castel d’Agogna sorprende il visitatore con un Castello o Palazzo come viene chiamato. La sua storia attraversa svariati secoli, diverse casate, per finire con un lascito e la costituzione di una Fondazione che ha lo scopo primario di sostenere un ambulatorio per le persone in difficoltà e in seconda battuta la manutenzione del palazzo. Entrando nel maniero, lo si fa facilmente, il parcheggio è davanti, ampio e comodo, si è accolti con simpatia dalle volontarie in quello che è stato lo studio di Vera Coghi, i mobili ancora quelli, massicci, pieni di libri conservati con cura. Nelle svariate stanze, pavimenti lucidi, camini antichi, lampadari eleganti, soffitti decorati o a travi in legno ben restaurate. Spesso il Castello…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Il nascente governo Gentiloni più che dalle alchimie della politica sembra nato dalla fantasia di un novello Tomasi di Lampedusa alle prese con un redivivo Gattopardo: "se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Paolo Gentiloni è un grigio e anonimo nobile marchigiano vissuto sempre a pane e politica. Partito dalla sinistra extraparlamentare, si è fatto poi le ossa con Rutelli quando quest’ultimo era sindaco di Roma, in seguito spiccò il grande salto politico grazie alla Margherita che gli consentì di entrare in Parlamento nel 2001, seguendo poi una carriera da gregario tra sconfitte e affermazioni, in questo secondo caso ottenute grazie soprattutto al suo specifico ruolo o vocazione di tappabuchi e di testa di legno e quasi mai per effettivo merito e consistenza di leadership. Come nel caso dei ministeri da lui guidati, per conto di altri quando fu alle Comunicazioni nel biennio 2006/2008 e per caso, comunque con lo specifico mandato di non fare ombra al premier, agli Esteri nell’ultimo governo. Era quindi inevitabile immaginare che in questo particolare e delicato tornante politico in cui Renzi è reduce dalla batosta referendaria, sconfitto ma non fuori gioco, ed in cui la minoranza del Pd o chiunque altro all’interno della maggioranza non sembra in grado ancora di segnare determinanti punti a favore, Gentiloni torni utile a tutti. Per sopravvivere, per mediare, per tenere tutto insieme, per cercare di non cambiare nulla negli equilibri, per preparare una improbabile riscossa. Nel nome della stabilità, una parola d’ordine che assomiglia sempre di più ad un palliativo somministrato ad un malato terminale. Fuori da questo perimetro alquanto sbiadito e poco accattivante, la Legge elettorale da fare o rifare è invece l’argomento più interessante, quello più importante in agenda sia sul piano politico sia su quello molto più concreto di dare finalmente all’Italia dopo il voto maggioranze vere, coese, importanti e di conseguenza garantire la tanto agognata governabilità. E i messaggi in codice devono arrivare in primis dall’opposizione, soprattutto dal centrodestra che può trovare in questa battaglia un elemento di unità, come fu per il No al referendum. Già! Ma quale legge elettorale? Mentre Forza Italia è alla perenne ricerca del bandolo della matassa, quando altri pensano alla rigenerazione ideale della coalizione, è la Lega che muove il primo passo e lo fa con chi di solito parla poco, ma proprio per questo, quando parla, lo fa a ragion veduta e sapendo di contare e di essere pertanto ascoltato. L’oracolo in questione è Giancarlo Giorgetti, vicesegretario leghista, che a La Stampa dichiara: “Si potrebbe tirare fuori dal frigo il vecchio Mattarellum e andare alle urne con quello. L’abbiamo già usato ed è sicuramente costituzionale. Sarebbe tutto pronto”. E’ misteriosa la posizione di Salvini, ma Giorgetti è difficile che parli a titolo personale. Mentre Maroni è sicuramente d’accordo. Per chi se lo fosse scordato, facciamo un po’ di storia. La legge Mattarella, dal nome del suo relatore, l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è una riforma della legge elettorale, attuata in seguito al referendum del 18 aprile 1993, con l'approvazione delle leggi 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277, che introdussero in Italia, per l'elezione del Senato e della Camera dei deputati, un sistema elettorale misto così composto: maggioritario a turno unico per la ripartizione del 75% dei seggi parlamentari; recupero proporzionale dei più votati non eletti per il Senato attraverso un meccanismo di calcolo denominato "scorporo" per il rimanente 25% dei seggi assegnati al Senato; proporzionale con liste bloccate per il rimanente 25% dei seggi assegnati alla Camera; sbarramento del 4% alla Camera. Il sistema così concepito riunì pertanto tre diverse modalità di ripartizione dei seggi (quota maggioritaria di Camera e Senato, recupero proporzionale al Senato, quota proporzionale alla Camera). Al principio e per tale ragione venne chiamato "Minotauro" in reminiscenza del nome del mostruoso essere parte uomo e parte toro presente nella mitologia greca. La legge sostituì il precedente sistema proporzionale in vigore dal 1946 ed è rimasta in auge fino al 2005 quando venne sostituita dalla legge Calderoli, il famigerato Porcellum. Fu il politologo Giovanni Sartori a coniare per tale legge del 1993 l'ulteriore e poi più noto e popolare soprannome di Mattarellum in riferimento appunto al relatore della legge, Sergio Mattarella. Il Mattarellum regolò le elezioni politiche italiane del 1994, 1996 e 2001. E’ noto che il Mattarellum in Parlamento sia una specie di fiume carsico per quanto riguarda il consenso nei suoi confronti. Pochi ne parlano o lo sostengono apertamente, ma molti o moltissimi lo gradiscono. E sicuramente può facilmente garantire una convergenza di interessi tra forze politiche diverse e concorrenti. Intanto al Quirinale c’è qualcuno che non solo se ne intende, ma che quella legge materialmente la costruì. Tornando ai partiti, Il M5S non si è mai dimostrato contrario, anzi. Ad inizio legislatura i grillini avevano votato con Sel una mozione parlamentare a firma di Roberto Giachetti che chiedeva l’abolizione del Porcellum e la reintroduzione del Mattarellum come legge-clausola di salvaguardia per evitare di non avere un sistema elettorale utilizzabile mentre si scriveva la nuova legge. A sinistra il Mattarellum dovrebbe essere ampiamente metabolizzato e quindi mettere d’accordo un po’ tutti, è la coalizione che ha avuto a che fare con le primarie e quindi il maggioritario è ormai un concetto assodato. Per il centrodestra, ed è forse l’auspicio di Giorgetti, può essere il motivo per tornare uniti, qualsiasi legge in chiave proporzionale significa invece il definitivo rompete le righe con la conseguenza di avere due o tre centrodestra in campo alle elezioni, una circostanza foriera solo di sconfitta sicura per tutti. Il Mattarellum, nonostante i suoi evidenti limiti e compromessi, ha dimostrato di funzionare egregiamente garantendo governabilità alle coalizioni vincenti. Magari si potrebbe cogliere l’occasione per migliorarlo e adeguarlo ai tempi, per quanto riguarda la soglia di sbarramento, ad esempio. Allora al 4% e che potrebbe essere rivista così come la quota proporzionale del 25% alla Camera con liste bloccate. A pensarci bene sono concetti logici, semplici, addirittura banali, veloci da applicare. Appunto per questo improbabili, come insegna spesso e volentieri la nostra politica. Ma almeno parliamone, chissà mai che le coscienze dei politici abbiano un soprassalto di senso di responsabilità.

 

“I Monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi”, scriveva Johann Wolfgang von Goethe, uno che di Alpi se ne intendeva. Come noi che le vediamo ogni giorno, con il Monte Rosa, vera e propria icona montuosa dell’insubria e non solo, a troneggiare in mezzo alla catena. Ma quanti discepoli silenziosi sanno che oggi, 11 dicembre, si celebra la Giornata Mondiale della Montagna promossa dalle Nazioni Unite? Pochi, sicuramente. Questa ricorrenza ha le sue radici nel 1992 con l’adozione del capitolo 13 dell’Agenda 21 “Managing Fragile Ecosystems: Sustainable Mountain Development” in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo. La crescente attenzione per l’importanza delle montagne e le conseguenti esigenze di sviluppo sostenibile di questi fragili territori ha portato l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a dichiarare il 2002 Anno Internazionale delle Montagne. In quella occasione, l’Assemblea generale dell’ONU ha designato l’11 dicembre di ogni anno, a partire dal 2003, come “Giornata internazionale della montagna” (abbreviata con la sigla “IMD”) .

E’ inevitabile purtroppo ricordare che le aree montane siano sistematicamente trascurate a livello globale, marginalizzate, non valorizzate a dovere. Dichiarò pochi anni fa Eduardo Rojas-Briales, Vice Direttore Generale del Dipartimento Forestale della FAO, in un editoriale pubblicato da Repubblica “Le montagne, che coprono un quarto della superficie terrestre e ospitano il 12% della popolazione mondiale sono tra gli habitat più minacciati: deforestazione, sfruttamento indiscriminato del territorio, alti tassi di emigrazione, attività minerarie e turismo spesso mal gestiti e dannosi per l’ecosistema. Nonostante le comunità montane siano quelle che a livello globale meno contribuiscono alle emissioni di gas serra, sono paradossalmente tra quelle che più risentono degli effetti negativi del cambiamento climatico con lo scioglimento dei ghiacciai e l’arretramento del permafrost, mentre inondazioni, frane e valanghe diventano sempre più frequenti. Le montagne sono i più grandi serbatoi idrici e riforniscono d’acqua l’intero pianeta. Oltre il 50% della popolazione mondiale dipende dall’acqua fornita dal territorio montano per bere, per cucinare, per irrigare, per la produzione di energia elettrica, per l’industria. Ma appare ormai evidente che questa situazione non durerà all’infinito. Le montagne si spopolano e molti sono costretti a migrare verso le città perché le opportunità diventano sempre più scarse. L’aver trascurato questi habitat non ha soltanto avuto ripercussioni sulle comunità che vi abitano, ma sta avendo ricadute negative su ogni abitante del pianeta”. Si parla in termini generali, mondiali, ma è innegabile che tale quadretto in gran parte sconfortante possa essere declinato tranquillamente in qualsiasi territorio, comprese appunto le Alpi. Che per quanto ci riguarda non devono essere intese come un mero orpello paesaggistico da ammirare o da vivere solamente in funzione del turismo, ma come un prezioso asset da tutelare, valorizzare e sfruttare nei dovuti modi. Che almeno questa giornata serva per scuotere le coscienze e stimolare le comunità locali a preservare e rilanciare questi preziosi territori.

Foto: Il monte Rosa visto dalla vetta del monte Limidario

Cucina regionale, inverno, tradizioni in Lombardia fanno subito rima con busecca, büsèca, per essere precisi. L’origine della parola “busècca” è riconducibile al tedesco “butze” (viscere) divenuto poi in lingua lombarda “busa” (pancia). Dal Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini, edito dalla Stamperia Reale (1814), leggiamo: Buseccòn. Milanese. Così è chiamato per antonomasia il nostro popolo dall'amore ch'ei porta alla vivanda conosciuta tra noi col nome di “busecca", cioè trippa.

Di umili origini, come la gran parte dei piatti della tradizione lombarda e milanese, era spesso presente sulle tavole contadini in occasione dei mercati, delle fiere, delle feste paesane e veniva mangiata anche la Notte di Natale quando i contadini si riunivano nelle cascine e nelle stalle dopo la Messa di Mezzanotte.

Essendo un piatto economico molto nutriente che richiede una lunga preparazione e una lunga cottura veniva preparato soprattutto nel periodo invernale quando la “stufa economica” era sempre accesa per riscaldare la cucina e quindi si sfruttava il calore anche per preparare cibi di “lunga cottura” che in altri periodi dell'anno sarebbero risultati troppo costosi.

Molte città rivendicano la paternità della trippa con ricette naturalmente diverse da regione a regione, con addirittura varianti da una città all’altra. La trippa alla milanese, alla lombarda, è comunque un baluardo della cultura gastronomica regionale, una vera e propria tradizione che nonostante i tanti cambiamenti di abitudini e di vita, resiste nelle case, nei ristoranti e nelle trattorie della regione. E tante sono le sagre della trippa che si organizzano nelle varie province durante la gran parte dell’anno. Insomma, i lombardi non saranno più i busecconi di una volta, ma dimostrano di amarla ancora, eccome!

Tra i nostri ricordi “cult” c’è sicuramente il “Sabato trippa”, un avviso che compariva abitualmente nelle osterie milanesi. Il perché è presto spiegato. In un mondo senza frigoriferi, la macellazione dei bovini e la lavorazione delle carni seguiva un preciso calendario a partire dal lunedì. Nel primo giorno della settimana venivano distribuite le più deperibili frattaglie (cervella, animelle, fegato, rognoni, cuore, polmoni [corada], milza [con cui si preparavano saporite minestre di riso]). La trippa necessitava di un lungo processo di raschiatura, lavaggio e precottura, giungeva a bottega all’alba del sabato, pronta per essere cucinata in svariati modi, sempre arricchita di aromi e verdure di stagione.

Tra i detti che riguardano la trippa, forse quello più noto anche in Lombardia è il “non c’è trippa per gatti”, ma ha origini romane. E’ la frase che il Sindaco di Roma, Ernesto Nathan, in carica tra il 1907 e il 1913, alle prese con le ristrettezze finanziarie del Comune, pronunciò quando iniziò una serie di tagli al bilancio, tra cui il taglio alla somma che veniva periodicamente stanziata per l’acquisto del cibo per sfamare le tante colonie di gatti che vivevano (e vivono) tra le antiche e storiche vestigia della città che fu.

Ricetta (da giallozafferano.it)

Tritate finemente la cipolla, la carota e il sedano e teneteli da parte. Fate soffriggere la pancetta con il burro e poi aggiungete il soffritto di verdure, le foglie di salvia, le bacche di ginepro e i chiodi di garofano.

Quando il soffritto sarà pronto aggiungete la trippa tagliata a pezzettini non molto grossi, fatela asciugare e poi unite qualche cucchiaio di passata di pomodoro, pepate e aggiungete un pò di acqua calda per consentire la cottura prolungata. Fate cuocere per almeno un’ora a fuoco moderato, sempre controllando che non si asciughi troppo, dopodiché aggiungete i fagioli bianchi di Spagna precotti (o fagioli Borlotti), scolati e rimescolate per un quarto d’ora, e comunque fino a quando la busecca avrà raggiunto una consistenza densa. Servite la trippa alla milanese in ciotole di cotto, accompagnandola con crostini di pane e un’ampia spolverata di parmigiano reggiano.

Conservazione

Conservate la trippa alla milanese, chiusa in un contenitore ermetico e posta in frigorifero, per 2-3 giorni al massimo.

 

Ieri abbiamo parlato di Roberto Maroni, forse il più lesto nel centrodestra a muovere una prima pedina sulla scacchiera del dopo referendum. Ma è anche vero che, dopo la batosta personale e politica incassata da Renzi e dal Pd, in attesa che il panorama romano si schiarisca, l’attenzione venga inevitabilmente puntata sulla Lombardia, regione cardine o locomotiva, comunque strategica in qualsiasi tornante della politica italiana. Ha parlato quindi anche Giuseppe Sala, sindaco di Milano, sentenziando immediatamente e a scanso di equivoci il suo leit motiv «qualunque tipo di governo deve ripartire da Milano». L’occasione per esternare il suo pensiero si è palesata ieri al Piccolo Teatro di via Rovello, durante una intervista del direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana. Il nodo di fondo, il problema che attanaglia Milano, la mucca nel corridoio che non si può non vedere, per dirla alla Bersani, nella caduta di Renzi è appunto il rischio del venir meno di un asse preferenziale tra governo e Milano. Che nel recente passato è stato foriero di tanti successi, innanzitutto della elezione dello stesso Sala, mentore appunto Renzi, e poi in termini concreti del famoso Patto per Milano. Ma Sala tira diritto, sornione e attento, dispensa concetti rassicuranti, «qualunque governo ha bisogno di Milano perché ha università straordinarie, ospedali al top, volontariato, creatività, industria e tecnologia. Ed Expo è una sfida vinta che ha fatto prendere più sicurezza alla città. In ogni caso, lungi da me riposarmi: il 12 dicembre presenteremo un programma alla città su cosa vogliamo fare nei prossimi 4 anni e mezzo». Ma il sindaco ha anche perfettamente capito che questa circostanza può diventare l’occasione buona per far decollare la sua leadership. Sempre più autonoma ed indipendente, sempre meno manager di Renzi e sempre più primo cittadino che brilla di luce propria. Alla concreta domanda del direttore Fontana sul fatto che il risultato del voto possa in definitiva essere destabilizzante nei rapporti Milano-Italia, per un progetto come l’Human Technopole e per i fondi promessi con il Patto per Milano, Sala risponde da sindaco con i piedi ben piantati per terra, in città appunto, «anche se Renzi ha fatto un doppio strappo su Human Technopole, facendo fare da capofila al progetto l’Istituto italiano di Tecnologia che è di Genova e poi chiedendo la collaborazione degli atenei milanesi, io sono sempre stato d’accordo con l’idea di realizzare qui un centro di ricerche sulle Scienze della vita, perché le cure mediche del futuro sono legate all’analisi del nostro Dna. Mi batterò, dunque, affinché l’idea vada avanti. Lo stesso farò per i fondi promessi con il Patto per Milano: sono stati sottoscritti da un premier e chi arriverà non potrà fare finta di nulla. E serve anche un governo forte e motivato per portare in città l’Agenzia del farmaco che oggi è a Londra, occupa mille persone e ha come indotto prenotazioni negli alberghi per 50 mila notti. Il nostro dossier è pronto». A Milano domenica ha vinto il SI grazie ad una forte affermazione in centro e semicentro, mentre ha perso in periferia. Un successo dovuto anche a Sala e ai suoi primi cinque mesi di governo in sostanza apprezzati bipartisan. Dal risultato referendario è però emersa una lettura dei flussi elettorali anomala rispetto alle tendenze che si vorrebbero far credere, Milano rischia di rappresentare solo la gente che sta bene, vicina al potere che conta, lontana dal disagio sociale e persino dal modo di ragionare dei giovanissimi. «Il rischio della Milano a due velocità, con la periferia che arranca e il centro che sta bene, c’è. L’importante è esserne consci (e io lo sono) — ammette Sala —. Le mie politiche sono orientate a lavorare sulle periferie, a partire dalla sicurezza e dal decoro urbano. Il 12 dicembre presenterò insieme con la mia giunta il programma per la città dei prossimi quattro anni e mezzo. Metteremo 250-300 milioni sulle periferie per il ripristino del patrimonio di edilizia residenziale (dalle case senza ascensore e semiabbandonate fino all’abbattimento e alla ricostruzione di edifici al Lorenteggio) e porteremo una fermata della metro a Baggio e Muggiano. Diremo, poi, che cosa faremo su scali ferroviari, welfare, trasporti e cultura in una Milano già pronta a ospitare mostre come un Dalì e di nuovo un Picasso». Un sindaco innanzitutto calato nella parte, «è un ruolo da cui non stacchi mai e la privacy va a zero. Ma non è più difficile di quanto me lo aspettassi». L’attenzione e le preoccupazioni sono oggi inevitabilmente puntate altrove. A Roma innanzitutto. E poi c'è sempre la curiosità di capire come se la caverà il sindaco nel bailamme politico odierno, nel probabile rimescolamento di carte che ci sarà nella sinistra in Lombardia. Ma questa è un'altra partita che sicuramente Sala giocherà da moderato, al centro, da uomo di mediazione e di sintesi in cerca di sinergie virtuose per lo meno operative. E si torna a Maroni citato in apertura, una versione speculare di Sala nel centrodestra, anche lui alle prese con un Patto, quello per la Lombardia e anche lui alla ricerca di autonomia politica in una coalizione eccesivamente competitiva e volubile. Lombardia e Milano insegnano, come sempre.

Foto: ansa

Fonte dichiarazioni Giuseppe Sala: Corriere della Sera

 

Nel dopo referendum il primo a muovere una pedina sulla scacchiera della politica e a portarsi oltre i consueti commenti di rito e di circostanza del post voto è Roberto Maroni che ieri a Milano a margine di una presentazione di una guida ha dichiarato all’Ansa: "archiviato questo, facciamo il referendum sull'autonomia: se ci saranno elezioni politiche anticipate, chiederò nuovamente l'abbinamento e spero che il nuovo governo ce lo conceda”. "Se non ci saranno elezioni politiche anticipate in primavera, - ha proseguito Maroni - faremo comunque il referendum per la Lombardia autonoma". "Il primo passo era archiviare questo, il secondo è promuovere il nostro di referendum", ha concluso il governatore. Il momento è ora propizio. In vista della lunga corsa per le elezioni politiche è importante infatti avere le frecce giuste nella propria faretra e questa opportunità è per il governatore lombardo imperdibile. E un referendum sull’autonomia, dal prevedibile risultato positivo scontatissimo, può trasformarsi in un viatico decisivo per la vittoria in generale e per il rafforzamento della leadership regionale del Bobo di Lozza. Maroni punta a diventare un grande elettore, un mentore, uno snodo decisivo e non emarginabile nella scelta del leader del centrodestra che andrà a sfidare le altre coalizioni alle elezioni politiche e soprattutto non vuole avere problemi in ottica regionali prossime venture, cioè nel 2018. Il candidato alle politiche con grande probabilità uscirà dalle primarie, uno scannatoio in cui la spunterà chi riuscirà ad aggregare di più al di fuori del proprio abituale orticello. Maroni va oltre, fa sapere tra una dichiarazione e l’altra che la sua legge elettorale preferita è il Mattarellum (uninominale con quota proporzionale), in effetti l’unica formula che ha dimostrato di funzionare in Italia, e stila la road map: dimissioni Renzi, governo che approvi legge elettorale e convochi il referendum lombardo da svolgere magari in coincidenza con le elezioni politiche anticipate. Da ultimo e nel novero della collaudata dialettica politica, la conseguente rassicurazione a Matteo Salvini di sostenerlo come candidato alle primarie della coalizione. Ma il messaggio di Maroni è destinato soprattutto all’intero centrodestra, soprattutto a chi sta fuori dalla Lega. Il mercato elettorale è cambiato e la Lombardia, tipicamente il laboratorio politico d’Italia che anticipa le tendenze a livello nazionale ispirandole o condizionandole, è una cartina di tornasole. E il recente risultato del referendum ha dato indicazioni interessantissime. Una su tutte, la trasformazione della sinistra e soprattutto del Pd. Il NO ha stravinto in periferia, in provincia, nelle campagne, nelle vallate alpine, tra i giovani, tra chi non ha protezioni, tra le fasce sociali a rischio povertà se non già povere. Il SI ha vinto a Milano, stravincendo in centro e semicentro. Ci sarà pure la sinistra radical chic come nella migliore tradizione meneghina, ma il grosso dell’elettorato è una sinistra in loden e prime della Scala come annota qualcuno, che vive a ridosso del potere traendone beneficio, senza idealità di nessun tipo se non quella del proprio tornaconto, un consenso volubile e volatile. Una evoluzione nelle componenti sociali del bacino elettorale a sinistra pericolosa per il Pd che di fatto regala lo spicchio decisivo e determinante del suo tradizionale elettorato, come le periferie e certe fasce deboli, ad una versione nostrana del populismo sia trumpiano sia lepenista. In questo modo la sinistra si taglia fuori da qualsiasi possibilità di vittoria in Lombardia, ma compromette pure il consenso nelle tradizionali roccaforti rosse e i sintomi già si notano tra Toscana ed Emilia. A Milano aggiungiamo pure il fattore Sala, che sarà anche l’asset migliore in mano alla sinistra, ma è pur sempre una mina vagante, un potenziale leader che lavora in proprio, figuriamoci poi se sparisce il suo mentore Matteo Renzi. Fosse un confronto bipolare quello fra coalizioni, come è di fatto in Lombardia, per il centrodestra sarebbe vittoria sicura, ma c’è il M5S che ormai da anni campa su questa tendenza dello scambio delle preferenze elettorali erodendo il consenso degli altri. Per eludere la minaccia dei grillini, il centrodestra dovrebbe venirsene fuori con una proposta che cerchi prioritariamente di sostenere i cavalli di battaglia del populismo, ma che sia in grado allo stesso tempo di formulare una proposta di governo credibile, fattibile, europea e quindi competitiva. Un mix che deve produrre una proposta di conio marcatamente liberal popolare, non moderata, ma di taglio radicale, che sappia chiaramente e con determinazione, e responsabilmente, contrastare la sinistra, partito della spesa, delle caste, delle lobby e delle prebende, ed essere viceversa in grado di contrapporsi, non solo con gli slogan, alle grezze proposte dei grillini. E' chiaro che un programma liberalpopolare, che riesca a mediare tra le diverse anime del centrodestra, compresi ovviamente i populismi da intendersi in senso positivo, può nascere solo grazie ad una forte sintesi politica. Ci vogliono alla base qualità, visione, lungimiranza, capacità progettuale, doti politiche non comuni. Il profilo del candidato, primarie o non primarie, non deriverà solo da una rendita di posizione dettata dall'appartenenza ad un partito, ma anche da queste caratteristiche. Altrimenti è mero e miope cerchiobottismo che non porta a nulla.

 

Esulta il centrodestra in Lombardia per l’affermazione netta del No ed esultano soprattutto coloro che per il No sono sempre stati schierati senza se e senza ma, come Matteo Salvini, Stefano Parisi, il grosso di Forza Italia. Pareggiano Silvio Berlusconi, poco presente nella competizione o addirittura ambiguo per molto tempo, salvo schierarsi all’ultimo con i sondaggi in mano e i centristi divisi tra il Si di Lupi e il No di Cattaneo. Vince il M5S e perde il Pd. Lo smacco del Pd fa rumore perché domenica è cambiata l’inerzia e la conquista della Regione nel 2018 diventa a questo punto una chimera irraggiungibile. I pretendenti di sempre, i vari Alfieri, Martina e Gori nell’immediato futuro dovranno rivedere le loro strategie e soprattutto contenere le personali ambizioni che andranno necessariamente rivolte altrove. Di fronte poi ad una evidente eclissi di Renzi e ad un suo futuro difficilmente immaginabile oggi, risulta difficile per chiunque programmare qualsiasi operazione a lungo termine. Tra tutti però il referendum ha decretato due sicuri vincitori, equamente distribuiti per coalizione, ovvero Roberto Maroni e Giuseppe Sala. Il primo, per effetto della sconfitta del Pd, ha in mano ormai la sicura riconferma in Regione, l’unico nemico sul campo resta il M5S, ma in Lombardia non sfonda, il secondo conferma l’eccezionalità di Milano in cui vince il Si, non certo e non solo per merito suo, ma è solo lui che ci può mettere sopra il cappello soprattutto dopo alcuni mesi alla guida della metropoli che, sondaggi alla mano, sono graditi, un enorme credito politico già accumulato e che il fu manager di expo potrà incassare come e dove vuole anche a livello nazionale. A nessuno era sfuggita recentemente la forte valenza politica dei due Patti, Lombardia e Milano, una sinergia virtuosa tra Maroni e Sala in chiave lobbying territoriale. Il confronto tra i due al principio sospettoso e competitivo si è via via trasformato in un’asse preferenziale, squisitamente win-win in nome della ragion di Stato nel senso del territorio e delle ambizioni e degli interessi politici in primis personali. Un calcolo azzardato solo in apparenza, in realtà un saggio di puro realismo politico pensato per produrre effetti positivi qualunque fosse stato il risultato del referendum. Il Pd in Lombardia dovrà fare i conti con Sala, il centrodestra in cerca d’autore dovrà fare i conti con Maroni per rilanciarsi anche a livello nazionale. Se per il Pd in Lombardia d’ora in poi si tratterà di salvaguardare le posizioni, per il centrodestra tutto ruoterà intorno ai progetti di rigenerazione e rilancio della coalizione. Sicuramente assisteremo ad un ritorno sulla scena di Silvio Berlusconi, ma al di là della prosopopea e degli annunci pomposi, la sua battaglia sarà quella per diventare l’ago della bilancia, il garante, l’ispiratore, non certo quella per tornare ad essere leader incontrastato del centrodestra. Anche perché Forza Italia, o quel che ne resta, non appare per niente compatta, divisa almeno in due tronconi, quelli che guardano a Salvini e quelli che cercano alternative sulla falsariga dello spirito del ‘94, liberali, europei, popolari. Tanto farà la legge elettorale e se questa sarà rivista in chiave proporzionale, molto peso avranno coloro che potranno far valere rendite elettorali di posizione. Materia per pontieri di professione o per nuovi arrivati, ma in grado di sfondare con progetti innovativi ben strutturati a livello mediatico e/o territoriale. Nel primo caso andrà osservato il muoversi dei leader locali, nel secondo, in Lombardia, si vedono per ora solo Lara Comi con Siamo Italiani e Stefano Parisi con Energie per l’Italia. La partita è comunque solo all’inizio, i posizionamenti ancora indefinibili in attesa degli spunti dei leader chiave.

 

Uomo di rara cultura e svariati interessi Giovanni Orelli, scrittore e poeta ticinese, scomparso ieri a 88 anni. Nacque infatti il 30 ottobre del 1928 a Bedretto in Canton Ticino, Svizzera. Di solida formazione umanistica, si laureò a Milano in filologia medioevale, studiò anche a Zurigo. Cugino di Giorgio Orelli, scomparso pochi anni fa, anch’egli scrittore ed intellettuale tra i più raffinati del novecento italofono svizzero, Giovanni, originario come sopra ricordato di Bedretto, visse però la maggior parte della sua vita a Lugano legando indissolubilmente il suo nome a quello del liceo cantonale di cui fu professore per decenni. Nel 1965 con L’anno della valanga inizia per lui una prolifica carriera letteraria. Un libro a suo modo emblematico, un vero successo d’esordio, pubblicato da Mondadori con l’introduzione del poeta luinese Vittorio Sereni, fu poi rieditato nel 2003 per i tipi dell’editore Casagrande di Bellinzona. Nel 1972 con il romanzo La festa del ringraziamento vinse il Premio Schiller e sempre in tema di riconoscimenti, nel 1997 ottenne il premio Gottfried Keller per l’insieme della sua opera e sempre alla carriera, per l’insieme della sua opera letteraria, nel 2012 fu insignito a Soletta del Gran Premio Schiller. Pur essendo sostanzialmente un prosatore, non sono mancate le poesie nella sua abbondante produzione letteraria, sia in lingua italiana sia in dialetto bedrettese. Di cui tra l’altro andava molto fiero, della lingua locale, ma anche delle sue origini alto leventinesi. Esemplare a tal proposito il Farciámm da Punt a Punt: facezie dell'Alto Ticino, Bellinzona, Messaggi Brevi, 2000. Fu molto politicamente impegnato, esponente dapprima del Partito socialista autonomo e collaboratore del settimanale Politica nuova, aderì poi al Partito Socialista Svizzero per il quale venne eletto e mantenne la funzione di deputato al Gran Consiglio del Canton Ticino per una legislatura nella seconda metà degli anni novanta del secolo scorso. Uno scrittore di confini, non tanto politici, ma linguistici e culturali e non poteva essere diversamente viste le sue origini. Bedretto, minuscolo borgo di alta montagna vicino alle sorgenti del Ticino e che più a settentrione non si può. Dominato a nord dal massiccio del Gottardo, ai piedi del Passo della Novena che porta nella parte di lingua germanica del Canton Vallese, è la quintessenza del baluardo italofono e della terra di passaggio. Il suo è un Ticino di confine in ogni senso, dal forte taglio sociale, molte volte graffiante, con tratti di durezza nello scrivere che forse ricordano le sue silenziose montagne. Viene in mente Il treno delle italiane, Roma, Donzelli, 1995, tra i lavori più noti in Italia. Finita la seconda guerra mondiale, la Svizzera neutrale si riapre al mondo, a cominciare dai lavoratori italiani che riprendono la via dell’emigrazione. Un bigliettaio delle ferrovie federali svizzere raccoglie sui treni le storie dei viaggiatori, racconti e frammenti di vita di emigranti, in questo caso donne. Treni del desiderio, del riscatto e del dolore, non solo per aver lasciato alle spalle la propria terra, ma anche per quello di sconosciuto a cui si va incontro. Come l’immancabile intermediario, un “malossero” che smista e amministra senza scrupoli il traffico di speranze, di lavoro e di corpi. Una figura come tante che abbondano nei flussi migratori in qualsiasi epoca. Per non parlare della Svizzera, del Ticino, visti come una sorta di eldorado. «Il grasso allora le gridò: invece di star lì a farci vedere le mutandine belle, il lunapark, il paradiso bello, perché non vai un poco anche tu, in Svizzera, che ci vanno tutti, e ci guadagni un po' di soldi? Un pensierino per tua madre potresti farlo no? Abbi pazienza! che a trent'anni è nonna, a sessanta sarà quadrisnonna e a novanta com'è che si dice? sesnonna? scommetto che non c'è nel dizionario. Non farla morire prima del necessario con la scusa che non c'è nel dizionario». Un Ticino che spesso e volentieri si chiude, come ben descritto in Un Orto sopra Pontechiasso, una raffinata edizione con 16 acqueforti di Massimo Cavalli, Ed. Rovio, 1983. Sopra Pontechiasso inteso come tutto il territorio che sta da Chiasso ad Airolo, un orto, un giardino sotto le Alpi. «Siamo in questa marca di confine, tra due barriere. Le Alpi e Pontechiasso. Il Ticino è un bel compartimento stagno. Si, stagno. Che fluiscono, nei due sensi del lungo budello di servizio, Airolo-Chiasso e viceversa, sono le lire, i portavalute, le automobili, i corrieri della droga, i reciclatori, i TlR, gli uomini d'affari, i trenimerci, forse qualche puttana. Se occorre, i Gastarbeiter, e alcune altre cose. Il resto è stagno». L’ultimo libro, I mirtilli del Moléson, Torino, Aragno, 2014, è un po’ la sintesi del pensiero e dell'opera di Orelli, non c’è rassegnazione, ma il ritrovamento di una energia rinnovata, quasi giovanile, una apoteosi di creatività. Ci sono i capisaldi della sua narrazione, a partire dalla Val Bedretto con i suoi topoi: l’inverno, la scuola, i contadini, gli animali, gli emigrati. Nel silenzio di quelle montagne, per alcuni il ricordo è cristallizzato, per altri è immaginazione. In questo senso, cosa accade se gli animali popolassero le case del paese abbandonato, se i contadini prestassero orecchio al filosofare dei vitelli e se, dopo sessant’anni, un vecchio e una vecchia rivivessero l’Arcadia della loro pubertà? E’ il suo ultimo messaggio. La sua scrittura originale, frizzante, scarna e il suo mimetizzarsi nelle tante realtà del Ticino dell’ultimo mezzo secolo e oltre non saranno di sicuro dimenticati.

 

Un modo colto e raffinato di viaggiare e di conoscere gli angoli meno noti e fuori dagli itinerari abituali del turismo, ma altrettanto interessanti della nostra splendida Insubria, è quello di prendere ispirazione dai libri degli scrittori del territorio. Una vera e propria miniera di consigli, dati, spunti, ricordi, sorprese oppure stimoli per riscoprire vecchie tradizioni, usanze dimenticate, luoghi che evocano storie e personaggi per non parlare della cucina tipica. Andrea Vitali significa Bellano, sponda orientale del Lario, tra Varenna e Colico in provincia di Lecco. Sulla strada per la Valtellina merita sicuramente una sosta. Lunghissima ormai la serie di racconti e romanzi ambientati nelle più svariate epoche e che hanno per sfondo questo borgo lariano. Vitali, oggi sessantenne, di professione medico, ha però sempre coltivato la passione per la scrittura, “confesso che sin da giovane ho avvertito la necessità di scrivere, di usare la scrittura come mezzo di comunicazione con gli altri”, scrive nella sua biografia. L’esordio è nel 1988 con “Il procuratore” e da lì non si è più fermato. Tra i vari successi e riconoscimenti, nel 1996 vinse il Premio letterario Piero Chiara con “L’ombra di Marinetti”. Ma torniamo alla sua Bellano e facciamoci condurre da lui tra luoghi più o meno noti e cucina locale.

“La piccola, magra, tenera Filzina Navacchi, esile, quasi incorporea figuretta, lavorava come segretaria nell’ufficio del direttore del Cotonificio Cantoni.” (da Olive comprese). Nel secolo scorso Bellano fu giustamente definita “la piccola Manchester del Lario” per i suoi grandi stabilimenti di industria serica (Gavazzi, Cotonificio Cantoni, Lanificio Rossi). Di questo grande sviluppo industriale oggi resta solamente il grande stabilimento Cantoni di Via Roma, in pietra di Moltrasio, esempio straordinario di archeologia industriale.

“Nel silenzio che calò quella sera dopo il pasto dei felini, lo zio Pinuccio lasciò passare qualche istante, l’aria fu invasa dal rumore della Cascata dell’Orrido” (da Regalo di nozze). Una visita obbligatoria è quella all’orrido. Si tratta di una gola naturale creata dal fiume Pioverna le cui acque, nel corso dei secoli, hanno modellato gigantesche marmitte e suggestive spelonche. I tetri anfratti, il cupo rimbombo delle acque tumultuose che hanno ispirato moltissimi scrittori, hanno fatto dell’Orrido la località turistica più nota del Lario. La Cà del diavol evoca nell’immaginario collettivo paure e riti satanici, rendendo palpabile il fascino misterioso del luogo.

“All’epoca era gracilino e spesso gli uscivano dal braccio lanci tanto deboli che gli scarti andavano a finire sul terrazzino del primo piano dove abitava la vedova Piscitelli, il cui marito era morto durante la prima guerra mondiale e aveva il nome inciso nel marmo del Parco delle Rimembranze” (da Regalo di nozze). Il parco di medie dimensioni, posto al centro del paese, è da sempre luogo di commemorazione per i bellanesi caduti nella Grande Guerra del 1925-1918, ricordati sul monumento posto al centro di esso, e per i morti in tutti i conflitti. 

E a tavola? Come non ricordare il Tortino di interiora di pesce, così ben descritto in questo passo tratto da La leggenda del morto contento: “Erano quasi le sei di quel pomeriggio e nella camera dolente del podestà sembrava di stare dentro una pignatta appena portata via dal fuoco. Il Sacaraffia aveva giusto terminato di mettere al corrente il podestà sugli esiti del processo e questi si era complimentato. Complimenti sinceri, che gli erano venuti dal profondo del cuore perché alla cena mancava più di un’ora e se il pretore aveva concluso il suo lavoro e il dottore, che era ancora lì, ai piedi del suo letto, aveva pure lui terminato di visitarlo voleva dire che nessuno gli avrebbe rotto l’anima più tardi, consentendogli di consumare in santa pace uno dei piatti più buoni che conosceva, per il quale sarebbe stato disposto a dare in cambio anche la moglie, se ne avesse avuta una ancora in vita. Si trattava di un tortino fatto con interiora di pesci, persici lavarelli agoni lucci, cotto sulla pietra ollare, annegato in olio e arricchito col sapore del timo selvatico e la cipolla. Proibitissimo dal dottore, che s’impiccasse all’albero più vicino!, era una leccornia che la moglie del pescatore Pastacchi preparava un paio di volte all’anno, non di più. Andava mangiato bello caldo, da bruciarsi le busecche, per gustare fino in fondo l’unto che teneva insieme quella poltiglia e accompagnato dal miglior vino, che non doveva vedere nemmeno una lacrima di acqua” (da La leggenda del morto contento)

Non ci resta che andare a Bellano!

Fonte: http://www.andreavitali.info/

 

Per il variegato universo delle coalizioni di centrodestra presenti in Europa la vittoria di François Fillon alle elezioni primarie in Francia è una notizia da tenere in grande considerazione, una ottima notizia se vista dalla parte più al centro di tali schieramenti. Fillon è un francese dallo spiccato charme, 62 anni, cattolico, una famiglia numerosa e un passato politico di tutto rispetto. Sarà quindi lui il candidato della formazione dei Repubblicani che contenderà l’Eliseo alla sinistra orfana di Hollande. Con il terzo incomodo del Fronte National della famiglia Le Pen, sicuramente oggi tra i meno contenti di questa affermazione. Le primarie, nonostante fosse la prima volta per la destra, sono state un grande successo numerico, tanta la partecipazione, oltre 4 milioni di francesi hanno espresso la loro scelta, e di assoluto livello è stato il dibattito sui contenuti e sul futuro immaginato della Francia. Dal punto di vista della comunicazione la narrazione del vittorioso Fillon è risultata nettamente più convincente di quella degli altri contendenti, non ha seguito la retorica politicamente corretta di Alain Juppè, troppo ingessato nel suo profilo di politico di lungo corso, non si è lasciato prendere la mano dalle tentazioni populistiche di Nicolas Sarkozy, quest’ultimo efficace nella dialettica forse più degli altri, ma a corto di argomenti convincenti. Un uomo senza fronzoli François Fillon, che mira agli obiettivi con strategia lineare, con idee e principi solidi, ma senza finire nella trappola delle derive ideologiche, la sua è stata, come lui stesso ha affermato, «l’inaspettata» vittoria del «realismo». Il suo programma ha convinto e ha vinto nettamente. Non ha dispensato ricette miracolistiche o sogni impossibili che durano giusto il tempo di una campagna elettorale. In pillole. Per risollevare l’economia propone la riduzione della spesa pubblica di 100 miliardi, aiuti alle imprese, ma a costo dell’aumento dell’Iva e del taglio di 500 mila posti pubblici. In politica estera ha forse espresso le posizioni più coraggiose e nette, si è schierato con Assad e non con le ragioni degli pseudo ribelli per contrastare e sconfiggere l’Isis. Di conseguenza invoca la fine delle sanzioni economiche europee contro la Russia e auspica un nuovo patto tra i presidenti Vladimir Putin e Donald Trump. Cattolico e moderato, ha puntato sui valori tradizionali e non sulla laicità, o meglio laicismo, tipicamente alla francese. Sul fronte interno, si è guadagnato il sostegno della Manif pour tous promettendo di abolire l’adozione omosessuale. Ha proposto infine di limitare l’immigrazione attraverso un referendum e sullo spinoso tema del terrorismo islamico basta citare il titolo del suo ultimo libro: Contro il totalitarismo islamico. Primarie che servono da lezione per i centrodestra europei in cerca d’autore o di rilancio. Un esempio da seguire. Il meccanismo di selezione funziona e piace all’opinione pubblica ed è questa la prima indicazione da tenere in considerazione. La seconda indicazione riguarda il profilo del vincitore Fillon. Non si è presentato come un moderato, dal punto di vista del marketing politico non sarebbe oggi vincente, ma non ha neppure scimmiottato Trump, è stato semplicemente realista, concreto, efficace. Nelle proposte e nel modo di porsi. Ha convinto e ha vinto. E in Italia? Le primarie nel centrodestra sono per ora solo annunciate, evocate, ma lungi dall’essere convocate. E se si facessero, bisognerebbe anche capire in che modo, con che regole, perché non diventino una inutile passerella per un candidato deciso altrove o viceversa si trasformino in uno scannatoio che porta più danno che vantaggio. A differenza della Francia, da noi parteciperebbe sicuramente anche Matteo Salvini, il Le Pen italiano e questa evenienza porrebbe alcuni interrogativi di tipo organizzativo nell’area liberale, popolare e tra i centristi. Quasi a consigliare delle pre-primarie per rendere più efficace e produttiva una posizione che contrasti la destra. Dimenticando per un attimo Salvini, il Fillon italiano potrebbe essere Stefano Parisi che incarna un progetto realistico, radicale, di spessore, liberale. Non cadrebbe certamente nell’ideologia come succede in alcuni gruppi marginali centristi e neppure si farebbe abbindolare dalle sirene populiste alla Berlusconi. Non si sta proponendo come un moderato, perché non aggregherebbe, capisce il senso della metodica trumpiana per rendersi accattivante di fronte all’opinione pubblica, ma non eccede. Spazio al merito nella scelta del personale politico che lo segue, esperienza e risultati indiscutibili nel suo curriculum professionale. Sicuramente con la sua discesa in campo sta dando gusto alla minestra del centrodestra che oggi senza di lui sembrerebbe ancora di più un prodotto vecchio e da riscaldare. Ma la sua corsa sarà lunga, da qui a farne un candidato ce ne passa. A differenza di Fillon, Parisi deve ancora concretizzare l'organizzazione e lo staff, deve ottenere elementi di certezza sui finanziamenti della campagna. Ma questo riguarda la sua agenda personale, non la visione d'insieme del progetto e gli obiettivi. Che sono chiari.

 

Correva l’anno 2013 quando Roberto Maroni conquistava la presidenza della Regione Lombardia a capo della solita variegata coalizione di centrodestra, ma con la bandiera della Macroregione del Nord e al grido Prima il Nord. Un vessillo politico marcatamente padano e che doveva aggregare intorno alle principali regioni settentrionali in mano leghista truppe e progetti per rinverdire una tradizione ideale a corto di argomenti. Il Bobo di Lozza, già barbaro sognante con la ramazza in mano per ripulire il Carroccio dalla sporcizia del passato, prima ancora federalista in tutte le declinazioni, secessionista, teorico della devolution, arriva a Palazzo Lombardia con l’ultimo della serie degli slogan. Onestamente nessuno ci capì molto al di fuori della promessa che il 75% delle tasse dei lombardi sarebbero rimaste nella regione, ma si è rivelato un messaggio efficace, creava il solito bagaglio di sogni e illusioni, una pensata mediatica, di quelle che devono giusto reggere i quaranta giorni di una campagna elettorale. Passata la festa, gabbato lo santo, un Trump ante litteram, di Macroregione non si parlò più. L’ennesimo slogan usa e getta? Un troll mediatico e politico? Sarebbe troppo riduttivo liquidarla così, se pensiamo appunto al paragone attuale con Trump. Maroni è un politico raffinato e navigato, non ha la scaltrezza di Bossi, ma è più concreto. Una concretezza di visione che l’ha portato inevitabilmente sul versante doroteo della politica. Ma era questo l’obiettivo, e pure malcelato. Perché conviene, è un fine politico, non un mezzo, come invece uno slogan accattivante può essere. Gli elettori del Carroccio vedevano il dito della Macroregione del Nord, Maroni e i suoi la Luna dell’ultimo piano di palazzo Lombardia. La Regione, tra l’altro la più importante, come centro di potere strategico e di lobbying territoriale, questo è il Prima il Nord di Maroni. Quasi craxiano nell’approccio, conta il fine e non il mezzo e comunque nella azione politica disinteressarsi dello spessore morale e reputazionale di chi ti sta intorno purchè serva, quasi democristiano nel saper tessere trame oblique di relazioni e di potere di fraterno sostegno. Un padano double face, che riesce a stare al governo e nel contempo ad una polentata di una festa di paese. Infaticabile uomo di mediazione, ma sempre con il bastone in mano, ha archiviato scientemente l’armamentario tradizionale del buon leghista per dedicarsi alla raffinata cura del potere alla maniera di un cardinale francese del seicento. Di Macroregione ora si parla solo di quella Alpina, l’europea Eusalp, un tavolo di lobbying territoriale tra regioni di varie nazioni con in comune le Alpi, i barbari sognanti sono diventati scudieri dediti alla prosaica arte del tirare a campare su poltrone e strapuntini. Ha aperto canali diplomatici con tutti, soprattutto a sinistra dove è riuscito a diventare interlocutore privilegiato, o stampella, del sindaco Giuseppe Sala, che sembra un maroniano speculare, però con un piglio più aziendale, manageriale, ha imposto Antonio Di Pietro in Pedemontana, ha tenuto le fila del rapporto con il governo, soprattutto a livello personale con Renzi. Si è inventato il patto con la Lombardia, un capolavoro politico, sintesi del doroteismo più efficace. Non è importante il colore del gatto, ma che si mangi il topo, senza fronzoli ideali, senza remore di schieramento Maroni tira dritto, porta a casa, governa, fa gli interessi del territorio e pure quelli suoi. I sondaggi lo danno per strafavorito se si votasse domani mattina. La Lega nei suoi confronti è andata in difficoltà, divisa tra quella collocata a destra con Salvini che in Lombardia non riesce a sfondare e quella federalista di Bossi che gioca a fare il terzo incomodo, attaccando Salvini e alzando il prezzo con Maroni. Il congresso del Carroccio, se ci sarà, sarà una conta, questa volta vera, tra leghisti nazionali lepenisti, leghisti padano federalisti del Nord e leghisti di governo o dorotei e nessuno sa dire oggi con certezza cosa ne sarà della Lega. Se esisterà ancora o se si disintegrerà in due o tre spezzoni. Ma come diceva un vecchio banchiere, le azioni si pesano e non si contano, lo stesso vale per i voti. Ma per pesarli adeguatamente, i voti, è necessario mettere sul tavolo un peso specifico tale da condizionare la partita. Ovvero, potere con la P maiuscola. Il concreto e pragmatico Maroni ha già in saccoccia tanti crediti politici ottenuti non con Prima il Nord, ma con prima le ragioni degli equilibri di potere in regione. Da lui mediati, garantiti, controllati. Comunque la si pensi, ha già vinto la sua battaglia. Nel 2018 Maroni ci sarà, non sarà emarginabile e confermerà di essere il principale crocevia del potere per il centrodestra in Lombardia. Un messaggio non tanto per i leghisti da lui mandati alla deriva, ma per gli alleati. Una provocazione per scuotere le coscienze: che il futuro leader del centrodestra sia lui?

 

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