• Varese, tutte le novità per il Premio Chiara 2017
    Varese, tutte le novità per il Premio Chiara 2017 Sul lago di Varese, nel suggestivo Isolino Virginia, presso il Ristorante Tana dell’Isolino, la sera di venerdì 23 giugno sono stati annunciati alla stampa i primi vincitori del Festival del Racconto - Premio Chiara 2017, promosso dall’Associazione “Amici di Piero Chiara” con il sostegno di Regione Lombardia, Repubblica e Cantone Ticino, Provincia di Varese, Comune di Varese, Comune di Luino, Camera di Commercio di Varese e Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus, presenti numerose autorità come l’assessore alla Cultura del Comune Roberto Cecchi, l’assessore regionale Francesca Brianza e il questore Giovanni Pepè. Padrona di casa come sempre Bambi Lazzati, vera e propria anima del Premio. La prima citazione è per il vincitore della ventesima edizione del Premio Chiara alla carriera, Valerio Massimo Manfredi, studioso e ricercatore dell’antichità e uno dei massimi…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Da una parte la notizia, ovvero la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della graduatoria dei progetti ammessi al bando periferie, dall’altra l’inevitabile contorno di polemiche a sfondo politico tra maggioranza e opposizione in consiglio comunale. Varese infatti finisce a metà classifica, al sessantunesimo posto su centoventi, il suddetto bando come noto premiava i primi ventiquattro, ma nonostante ciò per Varese si concretizzerà ugualmente la possibilità di ottenere i 18 milioni necessari per finanziare il progetto della Giunta Galimberti di risistemazione del comparto delle stazioni. Un quartiere trasandato, dimenticato da anni, con problemi evidenti di degrado e per di più a ridosso del centro. Un pessimo biglietto da visita per chi arriva in città, un quartiere da temere o da evitare per chi ci vive o si trova costretto a passarci, uno spreco di territorio vista l’ubicazione strategica. Per chi ha a cuore il bene della città, non può che far piacere che qualcuno ci metta finalmente mano, chiunque sia, anche se il progetto non è certamente epocale e tanto meno esteticamente accattivante. Resta una chimera l’unificazione delle stazioni, ci si accontenta di passerelle aeree, coperture di piazzali e risistemazione dello chalet degli Angeli Urbani. E si spera in una conseguente radicale cura del decoro di quel quartiere. Per il sindaco Davide Galimberti è una salutare boccata d’ossigeno, fatti e risultati immediati che tornano utili per far dimenticare un esordio non certo felice almeno sul piano politico, basti solo pensare alla questione delle liaisons dangereuses con Lega Civica con annessi e connessi, per l’opposizione è invece una bocciatura che, nelle parole di Simone Longhini, capogruppo di Forza Italia, è tout court, “Varese bocciata sulle stazioni. Il progetto presentato dall’amministrazione, che nonostante le richieste dell’opposizione e di una parte della maggioranza non tornerà più in consiglio comunale, è arrivato sessantunesimo su 120, quando il bando per le periferie premiava solo i primi 24. Prima di noi, solo per fare degli esempi, Avellino, Grosseto, Andria, Oristano, Agrigento, Carbonia, Caltanissetta, Tempio Pausania, Enna. Un finanziamento a pioggia anche per i comuni scartati (alla faccia della meritocrazia) permetterà forse a questo progetto zoppicante di andare avanti. Ma, arrivati a questo punto, siamo sicuri che due passerelle e qualche pilone (tra l’altro costosissimi) non ritenuti meritevoli nemmeno dal Governo di centrosinistra, possano rappresentare una buona soluzione per il futuro di un’area centrale della nostra città?”, così l’ex assessore forzista spiega sulla bacheca del suo profilo di facebook. A stretto giro arriva la risposta di Luca Conte, capogruppo del pd in consiglio comunale, che dopo aver sostenuto la validità dell’operazione e l’utilità del finanziamento, sottolinea che “è curioso che chi prima copriva il ruolo di assessore, ed era corresponsabile del fatto che Varese ha perso decine di milioni di euro non partecipando ai bandi, oggi si permetta di pontificare e spiegare che si sarebbe potuto fare meglio. In passato, al bando periferie il comune di Varese non ha nemmeno partecipato”. Resta il fatto ineludibile che il progetto sia finito a metà classifica e che non sia stato pertanto ritenuto di grande interesse. La speranza a questo punto è che si riesca a rivederlo, migliorarlo prima di eseguirlo. E’ meritevole l’impegno del sindaco e della giunta nel ricercare finanziamenti per i principali progetti che possano rilanciare la città e non solo dal punto di vista dell’immagine, ma l’alibi del piuttosto del nulla che ci ha preceduto ha il sapore del dilettantismo. Non vorremmo infatti trovarci tra qualche anno a commentare tanti fatti, tanti risultati, ma di qualità mediocre o addirittura inutili. La Varese da mezza classifica è ormai una realtà da tempo immemore, in qualunque ambito la si guardi, credo invece che un messaggio innovativo, a livello politico e soprattutto nell’amministrazione più concreta della città, sia quello di cercare di farla volare alto, con progetti di sostanza e ambiziosi che non la rendano solo più bella e vivibile, ma che creino soprattutto le condizioni per tornare a far girare l’economia. Che è appunto asfittica da troppi anni. Che ce ne facciamo in futuro di una città più bella e ordinata, ma dalla quale si emigra o si vive peggio di prima?

 

I social network, i media tradizionali sul web, i blog, le piattaforme di messaggistica, per farla breve, qualsiasi tipologia di sito in rete è ormai chiaramente diventato un market place di prodotti politici online. Si trova di tutto, per tutti i gusti e per tutte le culture. Vediamo politici consumati o prossimi candidati a scendere in campo con le loro storie spesso e volentieri preconfezionate dalle segreterie e dagli spin doctor, assistiamo alle chiamate alle armi per le più diverse battaglie politiche, veniamo bersagliati inconsapevolmente da campagne elettorali, petizioni, raccolte di firme per le più disparate cause. Qualcuno riesce pure tra un post promozionale e l’altro, tra un tweet autocelebrativo e l’altro a dare indicazioni e proposte, nonché sponsorizzare candidati per congressi ed elezioni o a stigmatizzare limiti e pregi di avversari e alleati. Una vera e propria Torre di Babele nella quale molte volte è difficile districarsi e discernere. Ragionamenti politici pochi o inesistenti, contenuti in genere limitati a qualche battuta, tutto concentrato sulla comunicazione, possibilmente furba e ammiccante. Nessuno si aspetta o pretende disquisizioni dotte e lezioni auliche su questi mezzi, ma lo spettacolo potrebbe essere con poca fatica meno scontato, squallido e vacuo per non dire noiosamente ripetitivo e veicolato ai limiti dello spamming. I partiti, come ebbe a dire una volta Pierluigi Bersani con una battuta efficace, rischiano di passare da soggetto politico a spazio politico. Personalmente ritengo che il concetto di spazio sia addirittura inadeguato o superato, proprio perché siamo nel mondo virtuale del web, una realtà parallela in perfetto stile second life immaginata ed utilizzata come strumento di e-commerce per la vendita appunto di prodotti politici siano essi partiti, movimenti, candidati, leader, programmi, gadgets. E a che pro? Per fare cosmesi, per imbellettare la pura e per certi versi squallida gestione del potere così come appare nella dimensione reale. Difficile però veicolare e soprattutto “vendere” questa prosaica finalità. Ma questo è l’imperativo, da realizzare a qualunque costo. Alla faccia della congiuntura negativa che vive la maggior parte degli italiani, della crisi di tutto il sistema, della recessione che non accenna a finire e che imporrebbe alla politica di parlare solo di contenuti e di concretezza. Mi viene in mente una profetica frase di Diego Masi, precursore in Italia della comunicazione politica, che in un libro editato negli anni ’80, “Come vendere un partito politico”, scrisse: “Il partito è un prodotto (qualcuno dice semidurevole) e come un prodotto va venduto. Si può stimolare l’acquisto di un voto, di un candidato, di un partito insinuandosi tra i dilemmi della scelta, come un detersivo o un dado per brodo si impongono nella borsa della spesa?” La risposta è oggi sicuramente affermativa.

Nel web non esistono linee politiche e, al di là della inevitabile affabulazione tipica dello stile politico, non si vedono proposte concrete, scelte dettate da valori, ma solo calcolo e iniziative che devono creare i presupposti per un veloce guadagno in termini di voti, aderenze, posti di potere. La rete velocizza il contatto, il rapporto con il bersaglio, meglio non dilungarsi troppo nel ragionamento altrimenti si perde di vista l’obiettivo. E proprio per questo motivo il tutto è veicolato con arroganza e prosopopea. Anatemi e proposte lanciate dal pulpito virtuale con la sicurezza di chi ritiene di essere il depositario della verità o delle soluzioni dei problemi dell’universo arrivano prima e meglio all’attenzione del target designato, vera e propria preda. Ci manca la riforma degli spazzacamini e poi abbiamo fatto tutto…e sentito di tutto (naturalmente nella dimensione virtuale), la cosiddetta sindrome della Merkel. La onnipotenza e la onniscienza portano consenso, da sempre, anche se in concreto non realizzi un granchè. Vizi e abitudini che colpiscono tutti sul web, da Grillo a Renzi, dalla Lega a Berlusconi. Poca sana dialettica politica, solo scontri tra partiti, correnti, fazioni più o meno strutturate e più o meno piegate ad interessi e logiche esterne e che per affermarsi tendono quindi ad abusare degli strumenti della comunicazione a scapito dei contenuti. Domina il carrierismo e l’arrivismo a tutti i costi, per mettere le mani sul governo del Paese, sugli organi di gestione delle amministrazioni locali, sulle istituzioni politiche, sulla economia di Stato. E’ arcinoto che non ci siano battaglie politiche senza tornaconto e che non esistano idee senza corrispettivo, in politica se sei idealista dopo i vent’anni vuol dire che hai sbagliato mestiere, non è un ambito per anime belle e pure. Ma il web è terribile, quando comunichi qualcosa, qualsiasi cosa, devi aspettarti il contrappasso che smaschera sempre il cinismo del comunicatore. Basta scorrere i tweet dei politici più noti, guardare le principali pagine facebook, tutto materiale preconfezionato a tavolino da staff e uffici stampa con la “appassionata” dedizione del mercenario che scrive a comando. E quindi sono idee senza sentimento, senza pathos, non trasmettono nulla se non slogan buoni per vendere il prodotto in un certo momento e ad un certo target. I profili dei politici sul web sembrano house-organ aziendali, freddi, commerciali, pieni zeppi di messaggi motivazionali all’americana da dare in pasto alle truppe cammellate che devono essere incentivate a leggere, condividere e cliccare like. Eserciti di “militanti” indottrinati fungono da grancassa sul web, cercando di espandere al massimo il prodotto/slogan coinvolgendo strumentalmente frotte di seguaci e pseudoamici. Più followers hai, più like hai, più amici hai, più “conti”. Così almeno sembra. Tremende sono le pagine a sostegno del governo di turno. Emblematiche sono state quelle legate in qualche modo a Renzi, ma non erano da meno nemmeno quelle di Letta, ce n’erano di simili pure per Monti, si legge e si leggeva di tutto, si giustifica e si giustificava tutto, si vende e si vendeva l’invendibile pur di garantire l’esistenza del potere costi quel che costi, pure la faccia. Ma si sa, in politica il mantenimento della dignità e della faccia è cosa da dilettanti e se poi si ha a che fare con materiale raffazzonato e costruito a più mani, lo smacco è solo questione di tempo. E si innesca il micidiale contrappasso, il carnefice diventa vittima dello strumento da lui stesso costruito. Per chi, come il sottoscritto, ha la pazienza sadica di conservare a futura memoria post e commenti di alcuni politici di riferimento, c’è da ridere a crepapelle nel rileggere le vecchie dichiarazioni, tra scempiaggini colossali, balle, strafalcioni storici, giri di valzer e piroette dialettiche. E tutto nel giro di pochi mesi. Ma tanto per questa gente sembra che chi naviga sul web sia uno sfaccendato, un troglodita che sa a mala pena leggere e scrivere e comunque qualcuno che per default ha la memoria cortissima. I partiti ormai liquefatti, destrutturati cercano disperatamente di sfuggire alla loro inevitabile fine storica o al suicidio politico reinventandosi sul web. E pensano che sia un giochino facile facile e pure poco costoso. Con tutta una serie di tattiche e trucchi francamente patetici e smascherabili facilmente. L’ultima fase di questa singolare parabola è la questione bufale che viaggia di pari passo con quella dell’insulto programmato. Notizie distorte, verosimili ma impossibili da verificare, palesemente false pubblicate con metodo e cadenza premeditata sui principali social o addirittura negli stessi siti dei media tradizionali stanno diventando un caso sociale molto preoccupante. Un fenomeno ingigantito dall’effetto valanga che gli stessi social alimentano con catene di Sant’Antonio e tattiche di induzione subdola alla condivisione. Con finalità non certo nobili, l’obiettivo è quasi sempre la creazione di opinioni artefatte al solo fine di screditare l’avversario, di creare terra bruciata intorno ad una certa operazione, di generare tendenze o bisogni in modo spiccio.

Ma non è tutto negativo quello che si vede, qua e là affiora un qualche tipo di dibattito democratico e confronto di posizioni, per esempio in occasione di primarie, congressi o per il lancio di petizioni o raccolte firme. Chi mira a cambiare la società attuale, lo Stato attuale, chi cerca soluzioni alla violenta crisi economica e finanziaria, chi cerca di cambiare i rapporti di potere e gli equilibri della foresta pietrificata della nostra politica, e perché no dell’informazione ormai quasi totalmente asservita, può trovare nel web un mezzo dirompente e rivoluzionario, implementabile velocemente e relativamente poco costoso. Ma torniamo agli elementi fondamentali della comunicazione perché è di questo che stiamo parlando: chi sei, cosa vuoi comunicare, per che cosa. Deve esserci, in chi comunica, in che cosa si comunica e per che cosa si comunica, trasparenza e buona fede, spessore culturale e ideale, reputazione e solidità morale, chiarezza sui finanziamenti, altrimenti è aria fritta e saremo destinati a continuare a goderci lo spettacolo dei “partiti di plastica” e dei “leader virtuali” in un mondo liquido di menzogne e troll mediatici.

 

Tra pochi giorni, a maggio, cade il trecentesimo della nascita di Maria Teresa d’Austria. Un nome e un periodo storico che non lasciano di sicuro indifferenti i milanesi e i lombardi. Un lungo regno il suo, dal 1740 al 1780, quattro decenni che per Milano hanno significato molto in termini positivi e che hanno lasciato nella popolazione un ottimo ricordo nonostante la successiva austrofobia del risorgimento e la omologazione politica, sociale e culturale dell’Italia unita. Maria Teresa non lasciò tracce personali, non venne mai a Milano, i ricordi sono legati al suo buongoverno, alla stabilità, all’ordine. In quei decenni furono poste le basi per la Milano moderna. Il seicento, con la fallimentare dominazione spagnola e le pestilenze, aveva fiaccato la città, la popolazione risultava addirittura dimezzata rispetto al passato oltre che impoverita. L’ennesima dominazione straniera, questa volta austriaca, avrebbe invece innescato di lì a poco un volano virtuoso, una specie di età dell’oro che in pochi anni ha creato le condizioni e le basi per lo sviluppo della Lombardia come la vediamo oggi. In quel periodo Milano prese i contorni della capitale morale futura, sede di industrie e commerci via via sempre più fiorenti ed importanti, ma parimenti attenta alla cultura con la C maiuscola. E’ del periodo teresiano la nascita dell’Accademia di Brera e la fondazione del Teatro alla Scala. Si può tranquillamente affermare che è il carattere e lo stile asburgico quello che più è entrato nel dna milanese impregnando il modus vivendi, la mentalità e anche l’aspetto estetico di molti quartieri centrali della città. Non fu solo per merito di Maria Teresa che Milano tornò in auge, tutta la migliore società meneghina collaborò in modo sinergico a riavviare il motore. Come non citare, tra i tanti, il cardinale Giuseppe Pozzobonelli che resse l’arcidiocesi per quarant’anni, coincidenti con uno scarto di tre anni con il regno di Maria Teresa. La figura dell’arcivescovo di Milano è sempre stata un elemento chiave nei momenti più importanti della storia della città e della diocesi nel corso dei secoli e così è stato anche nel settecento con Pozzobonelli, abile e diplomatico, con ottime doti politiche, artefice e promotore di tante iniziative non solo religiose e caritatevoli, ma anche culturali e di coesione sociale come si direbbe oggi. Ma è sicuramente quello che è legato al buon governo, all’amministrazione efficiente, alle tante iniziative innovative e modernizzatrici l’aspetto che fece subito la differenza con gli altri Stati italiani afflitti viceversa da malgoverno ed istituzioni obsolete. Una differenza che si è accentuata nei secoli successivi proiettando Milano e la Lombardia tra i motori d’Europa. La Milano teresiana con le sue riforme è sicuramente un benchmark ancora oggi a distanza di quasi tre secoli. Dal catasto teresiano, che di fatto obbligò i feudatari lombardi a rendere produttivi i propri latifondi o a venderli ,all’introduzione della numerazione civica nelle strade, dalla riorganizzazione dell’istruzione all’espansione edilizia secondo specifici criteri non casuali, per non parlare dell’importanza della cultura su impulso e stimolo della corte di Vienna, sono alcuni dei punti di forza della Lombardia austriaca. Se Milano è una locomotiva d’Europa, se ricchezza e benessere non sono stati mai così in alto come negli ultimi anni, se l’importanza nel mondo della capitale lombarda è un fatto assodato, il merito è anche dell’impulso positivo dato a suo tempo dall'Austria teresiana. Lezioni da ricordare e tenere a mente anche e soprattutto nella complicata temperie attuale che impone sforzi eccezionali per tirare fuori dalle secche della stagnazione e della recessione una regione di fatto trainante. E che però non ha mai deciso completamente in autonomia, oggi come allora. Un monito per le classi dirigenti, in primis per la politica. Possiamo anche importare eccellenza ed esempi virtuosi e beneficiarne lungamente, ma alla fine non abbiamo mai dimostrato di avere una classe dirigente all’altezza di pensare, organizzare e agire da sola, in autonomia. A Milano e alla Lombardia è mancato costantemente proprio questo tassello per volare alto, si è delegato troppo e non si è preteso e difeso il dovuto. Con le inevitabili conseguenze su benessere, sviluppo e ricchezza. Certo, c’è padrone e padrone. I milanesi oggi hanno nostalgia di Maria Teresa, difficilmente in futuro ricorderanno Mattarella e Gentiloni.

 

Rileggendo le cronache di un paio d’anni fa, alla vigilia dell’apertura di Expo e della lunga stagione che avrebbe proiettato la migliore immagine di Milano nel mondo, la moltitudine dei milanesi e dei lombardi conveniva bipartisan sul fatto che quella operazione sarebbe stata l’ultima o forse l’unica vera occasione di rilancio della città, dell’Italia intera e non solo per quanto riguardava l’aspetto economico. Una opportunità, insomma, da non perdere ad ogni costo, pena il declino irreparabile. A questo auspicio, peraltro assolutamente fondato, si legavano infiniti timori sul dopo, una manifestazione in grande stile, volano di tante eccellenze, ma con il rischio che potesse rivelarsi alla fine solo un illusorio fuoco di paglia. Una operazione di marketing o poco più e nel 2016 tornare tutto come prima. Non è stato così, anzi. Milano, intesa come città-regione si è rimessa in moto, il rullo compressore ambrosiano gira che è un piacere, i trend del 2015 non solo sono stati confermati, ma anche ampiamente superati. La capitale lombarda è ormai, e come forse non è mai successo dal 1861, la vera e propria capitale morale del Paese, il centro nevralgico de facto. L’Italia non riparte, continua viceversa a dare segni di vistoso cedimento, Milano e la Lombardia, quando va male, tengono le posizioni, è indiscutibilmente l’unico territorio italiano dove si riesce a fare impresa con successo, dove ancora c’è lavoro e soprattutto dove si innova, si progetta per il futuro, che sia nella industria, nella finanza, nelle infrastrutture. E la palla al piede dell’Italia di oggi fa male, tarpa le ali dello sviluppo. Sarebbe interessante calcolare i benefici concreti, in soldoni, di una vera e propria equità tra i vari territori del Paese, se il residuo fiscale lombardo di oltre cinquanta miliardi annui rimanesse in regione piuttosto che finire nella cloaca dello spreco italico e romano, per non parlare appunto di una vera autonomia almeno fiscale della regione, chissà che volano si metterebbe in moto, altro che ripresa dello zero virgola. Milano è già la locomotiva della vasta regione padano alpina, capitale economica del Sud Europa, se avesse maggiore autonomia politica, fiscale e quant’altro chissà dove sarebbe ora, potrebbe competere alla pari con le megalopoli che fanno girare il mondo. Ma non è così purtroppo. Ingabbiata in confini ottocenteschi, con istituzioni farraginose e arcaiche, immersa nella burocrazia bizantina di uno stato statalista e iniquo, la città deve prima liberarsi di questi fardelli e poi poter pensare con libertà a lavorare, a crescere, ad innovare. Oggi Milano ci riesce a fatica, ma pensiamo cosa potrebbe fare, che obiettivi potrebbe prefigurarsi, che risultati potrebbe raggiungere se fosse nella condizione di poter effettivamente volare senza quel piombo nelle ali. Sono discorsi vecchi, si fanno per lo meno da venticinque anni, dai tempi di Tangentopoli e dell’esplosione del fenomeno Lega Nord. Due grandi occasioni perse per Milano? Per cambiare, per voltare pagina. Forse si, ai posteri l’ardua sentenza, però è altrettanto vero che la Lombardia e la Milano del 2017 sono e stanno molto meglio di quelle del 1992, in ogni ambito, sotto ogni aspetto e non sono solo i numeri a parlare, basta andare in giro, osservare e toccare con mano. Nonostante tutte le crisi degli ultimi anni, gli scenari internazionali complicati e lo sfacelo italiano, l’economia lombarda è in ripresa, l’industria c’è e innova, le università e i centri di ricerca sono di fama mondiale, le banche sono più solide che altrove, i livelli occupazionali tengono. Ai vertici del comune di Milano e della regione Lombardia ci sono due persone sagge, Giuseppe Sala e Roberto Maroni, due figure che più diverse non si potevano allineare, di fronti politici opposti, con esperienze alle spalle completamente differenti e altrettanti obiettivi politici sicuramente non identici. Eppure la quadra è stata trovata nella lobbying territoriale, nel fare gli interessi concreti delle comunità locali, senza fronzoli e derive ideologiche. I vari Patti per Milano e per la Lombardia sono gli esempi più noti. Per non parlare del ruolo della Lombardia nelle macroregioni europee, delle sinergie con l’economia reale, del fare rete ovunque, che si tratti di turismo, lobbying europea, università, infrastrutture. E’ solo il primo passo e meno male che lo si è fatto, Milano e la Lombardia però si devono porre obiettivi politici e istituzionali più importanti e di alto livello. Strategie a lungo termine che parlino innanzitutto di visione e missione. Per contare davvero, volare alto e contenere il più possibile le inefficienze e i pesi morti. Servono in chiave futura anche i messaggi che si danno, interessante l’apertura di Sala alle opposizioni in consiglio comunale, felicemente raccolta da Stefano Parisi (ne abbiamo già parlato su questo giornale ieri), ancora più opportuna sarebbe la convocazione del referendum sull’autonomia lombarda sul quale auspichiamo convergenze bipartisan. Le convenienze politiche, i calcoli dei partiti, la sopravvivenza delle caste e castine, il familismo amorale di un certo ceto ben radicato nei vari sottogoverni non solo non interessa al popolo lombardo peraltro chiaramente sempre più irritato e insofferente verso queste pratiche come si vede dalle percentuali degli astenuti, ma appunto sono fenomeni che compromettono le migliori chances per il futuro, per il benessere di tutti. E ai lombardi, ai milanesi interessa in primis il bene della Lombardia e di Milano. Punto.

 

Va in archivio un anno particolarmente caldo per la politica nazionale e locale e già senza ombra di dubbio è possibile immaginare un 2017 con una temperatura ancora più torrida. Mentre a sinistra si cerca di capire come sarà impostata la riscossa di Matteo Renzi e quali saranno nel concreto le sue strategie per cercare di non perdere l’ultimo treno per riconquistare il centro del potere tramite le elezioni politiche prossime venture, nel centrodestra impera la confusione massima. Sulla sponda del fiume, verrebbe da dire, è accomodato il M5S. Puntando l’attenzione, come nostra abitudine, sul centrodestra, la centrifuga politica del 2016 ci consegna diversi elementi e chiavi di lettura per interpretare la situazione e i futuri scenari. Un quadro che andrà evolvendosi nei prossimi mesi da una parte come conseguenza degli sviluppi sul fronte della elaborazione della legge elettorale e dall’altra in funzione delle manovre tattiche di leader già noti o presunti tali. Semplificando al massimo, due sono le chiare tendenze in atto al centro e a destra. Berlusconi sempre più artefice e vittima del redivivo o mai tramontato Patto del Nazareno e Matteo Salvini che corre sempre più spedito verso l’obiettivo della Lega nazionale, neomissina-lepenista e centralista. Più che strategie ben ragionate e lungimiranti sembrano in realtà soluzioni dettate da esigenze contingenti, un concatenarsi di snodi politici in cui si alza la posta sempre di più per cercare di salvare il proprio peso specifico e la propria utilità marginale, ma al duro prezzo di compromettere seriamente qualsiasi chanche di vittoria finale per una ipotetica coalizione di centrodestra. Schieramento che per ora è solo teorizzato, ma gli interessati lo vogliono davvero? Sembrerebbe proprio di no, visti i fatti. Berlusconi agganciato a Renzi con un occhio alle proprie aziende e al futuro della propria famiglia punta ad un partito-cartello di matrice popolare, un grande Ncd, per fare l’ago della bilancia che finirà però per pendere a sinistra per le ovvie ragioni della sua sopravvivenza politica e imprenditoriale. Lo immaginavamo, l’atteggiamento tiepido sul No al referendum e le successive dichiarazioni hanno solo svelato l’arcano, il segreto di Pulcinella. Renzi terrà sotto pressione Berlusconi con il Mattarellum e Berlusconi cercherà di uscire dall’angolo proponendo una legge elettorale in chiave proporzionale promettendo, o svendendo, al leader piddino di tutto e di più. Salvini viceversa prosegue imperterrito sul piano inclinato della destra lepenista strettamente alleata con i residui missini capeggiati dalla Meloni. Che dopo essersi ben assicurata sulle reali intenzioni di Salvini, ovvero di non tornare sui suoi passi, confezionerà di volta in volta i più classici dei trappoloni per allontanare il più possibile la nuova Lega nazionale da quella di vecchio conio, federalista, padana, già bossiana. Valga come esempio della deriva a cui assisteremo il recente attacco della abile politica romana alle iniziative di un semisconosciuto partito indipendentista sud tirolese, il classico sasso nello stagno leghista. Il messaggio è chiaro, se fai la Lega nazionale, scordati federalismo, secessione, Padania e via discorrendo e se cerchi di dare un colpo al cerchio e uno alla botte ti fai male da solo. Qualcuno infatti tra i papaveri leghisti, per difendersi da questa pericolosa tagliola, prefigura o minaccia convergenze addirittura con M5S, prefigurando una alleanza dei populisti di qualsiasi estrazione contro tutti al solo scopo di blindare l’ascesa di Salvini. Il tutto condito con il Mattarellum, il maggioritario che ha lo scopo di tarpare le ali alle ambizioni dei cespugli, a cominciare appunto dalla Meloni. Ma tutto questo è poco più che fantapolitica. Di sicuro comunque c’è che Berlusconi e Salvini sono oggi distanti come mai è successo in passato e forse irreparabilmente. Una situazione che apre una voragine al centro, nel vasto segmento politico liberale popolare, quello che fu il grande bacino elettorale della prima Forza Italia, una cospicua fetta di elettori che da parecchi anni diserta le urne o è in libera uscita, votando di volta in volta sull’onda delle convenienze del momento. Un vuoto che ha tentato di occupare in anticipo su tutti Stefano Parisi. Il già candidato sindaco a Milano si è inventato un movimento, sta mettendo in piedi una proposta di governo, sta girando per l’Italia a diffondere il verbo, presidia alcuni importanti media nazionali, ma per ora non si vedono le truppe, lo staff, l’organizzazione e soprattutto i fondi per sostenere una operazione costosa a prescindere e che senza tanti giri di parole punta alla leadership dello schieramento che dovrebbe contrastare alle elezioni politiche Sinistra e M5S. Il passaggio cruciale per Parisi si concretizzerà nei prossimi due mesi. Riuscirà sicuramente a presentare una sua proposta di governo ben articolata e di qualità, ma in quel momento dovrà decidere cosa fare: una corsa solitaria che è facile prevedere come possa andare a finire oppure sedersi ad un tavolo con altri comprimari, potenziali alleati. Nel centrodestra, dal 1994 ad oggi, le partite si sono vinte al centro quando questo si è compattato a favore di Berlusconi oppure le elezioni si sono perse quando il centro si è sfilacciato finendo prima nell’Ulivo di Prodi e ultimamente al traino di Renzi. Un erede di Berlusconi non esiste, non è stato creato e mai si troverà, non è nelle corde del Cavaliere confezionare successori, lo stesso partito Forza Italia creato a immagine e somiglianza del leader fondatore non è stato pensato per avere un seguito senza Berlusconi. Uno zoccolo duro di fedelissimi seguirà il vecchio capo ovunque, ma gli altri? Lo stesso dicasi della Lega. Salvini ha fatto una scelta perentoria, prendere o lasciare, ma lo seguiranno i leghisti federalisti, del Nord? E’ difficile immaginare che gli orfani di Berlusconi si accodino per proprietà transitiva al carro di Parisi, ancora più improbabile che lo facciano i leghisti scontenti. Tra i due può farsi largo solo chi della mediazione politica ne ha fatto un’arte sopraffina, della sopravvivenza sugli scranni più strategici del potere un obiettivo imprescindibile, dell’attenzione a non bruciarsi i ponti alle spalle una cura maniacale. E viene in mente al momento un nome soltanto, quello di Roberto Maroni. Che ha già in tasca la ricandidatura in Regione Lombardia nel 2018 con la quasi scontata riconferma vista la mala parata a sinistra orfana di Renzi, divisa all’interno e ora pure con un Giuseppe Sala indebolito. Il Bobo di Lozza è consapevole di avere a disposizione un credito politico importante guadagnato grazie anche ai successi in Regione, di avere esperienza e seguito, di poter addirittura influenzare in modo decisivo le eventuali primarie. E’ quindi inevitabile per lui guardare oltre le finestre di Palazzo Lombardia e monitorare attentamente gli scenari in divenire. Della serie, non ci penso, ma se l’occasione mi si para davanti non me la lascio sfuggire. Come fu già per le elezioni regionali vittoriose del 2013.

 

Per chi bazzica assiduamente la rete alla ricerca di tutto e di più per trovare ispirazione tra mode, tendenze e fenomeni di costume, il 2016 fa rima con il tormentone #Escile lanciato ad inizio anno sui profili Facebook 'spotted' delle principali università meneghine e non solo. Innanzitutto, per i meno informati, cosa significa profilo spotted. Spotted significa letteralmente “adocchiato” o “avvistato”. L’amministratore apre la pagina Spotted (su Facebook) dedicata alla tale Università, naturalmente si tratta di una pagina non ufficiale dell’ateneo in questione. A questo punto gli studenti inviano i loro pseudo segreti, al principio per lo più commenti su ragazzi dell’altro sesso intravisti in università e dichiarazioni. E nel seguito si è letto di tutto, critiche o segnalazioni di episodi di qualsiasi genere inerenti la vita universitaria, battute, commenti e via discorrendo. L’amministratore li riceve e li modera, quindi li pubblica in modo anonimo, così almeno si spera. E fin qui niente di particolarmente creativo e innovativo, è quanto di più social si può fare in un social network nato a suo tempo proprio tra le quattro mura di una università, ma la sorpresa prima o poi doveva arrivare e ha fatto capolino a gennaio scorso. Evidentemente la noia della routine universitaria incombeva pesantemente, la necessità di prendersi delle distrazioni tra una sessione d’esami e l’altra era irresistibile ed ecco per magia apparire l’hashtag #escile. Il vettore virtuale di una vera e propria gara tra università a colpi di selfie underboob. Una gara informale a chi ce l’ha migliore e non stiamo parlando di medie di voti, ma di culi e di tette. Al principio un confronto tutto al femminile, prima sui decolletè e poi anche con i lati B, ma nel prosieguo sono comparsi non pochi maschietti con pettorali e torsi glabri ben in vista. Scatti più o meno sexy, alcuni veramente hot. Il minimo comune denominatore tra tutti erano le scritte a pennarello con il nome dell’Università ben visibile su chiappe e seni. Un tormentone iniziato pudicamente e poi via via resosi più torrido per la concorrenza sempre più dura e per le inevitabili leggi di mercato valide anche in questo contesto. Per svettare e farti notare, prima cominci selfandoti con la magliettina, poi la togli e resti in reggiseno e infine togli anche quello sperando di vincere la tenzone catturando più like e commenti. Esilaranti e scontati i feedback, dagli entusiasti che postavano lodi sperticate ai soliti critici per partito preso che addirittura scomodavano concetti arcani come i rischi della mercificazione del corpo. Ma per chi sa qualcosa di comunicazione, alla fine vale il detto “purchè se ne parli” e l’iniziativa degli studenti milanesi fece sicuramente parlare. Anche se l’argomento non era per nulla aulico, ma una evoluzione pecoreccia del Milanese Imbruttito, specchio dei tempi, piacciano o no. Per chi invece sa qualcosa di satira di costume, a chi come al solito storce il naso e sale sul pulpito a fare la morale agli altri, vale la solita raccomandazione “state sereni e fatevi una risata”. A proposito è in programma una riedizione di #escile anche per il 2017?

“Im Grunde gefällt mir’s nirgendwo so gut“, ovvero, in fondo non vi è altro posto che io ami così tanto, scrisse il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche a proposito della Val Fex e delle ultime propaggini dell’Alta Engadina ai piedi del Passo Maloja. Ma sono anche gli scenari che hanno incantato Giovanni Segantini che li ha dipinti nelle sue opere più significative ed importanti. Il cuore di una escursione da queste parti è sicuramente la Val Fex a patto però di non dimenticare altre chicche nel circondario. E‘ una meta per turisti raffinati, non c’è solo la montagna con l‘indiscutibile fascino delle Alpi Retiche, ma anche tanti altri ingredienti intriganti tra nostalgia e storia e con un immancabile tocco romantico. Ma andiamo con ordine. Siamo a centocinquanta chilometri da Milano e il punto di partenza è l’abitato di Sils, il primo che incontriamo arrivando appunto dal Maloja e dal quale si dirama la Val Fex. La valle è chiusa al traffico e ha conservato un paesaggio idilliaco sia in versione estiva sia in versione invernale. Il nome deriva dal termine romancio “feda”, che significa "pecora". Evidentemente in un lontano passato gli abitanti dell’Alta Engadina usavano portare nella valle grandi greggi di pecore a pascolare. All’ingresso della valle si passano due piccoli e pittoreschi paesini, tra cui Crasta con la splendida chiesina quattrocentesca, dopodichè il paesaggio presenta un lato della valle soleggiato con pochissimi alberi, pascoli, tipica flora di alta montagna e un lato ombreggiato dominato da vasti e fitti boschi di larici e pini. La valle si protrae per pochi chilometri e termina contro il ghiacciaio omonimo tra Piz Chapütschin, Piz Fora, Piz Güz e Pizzo delle Tre Mogge che la divide dalla Val Malenco in provincia di Sondrio. In passato, prima che diventasse il paradiso turistico di oggi era luogo di transito di piccoli contrabbandieri che l’attraversavano da e verso l’Italia. La valle la si può percorrere a piedi o in carrozza, d’inverno sulle slitte trainate dai cavalli. Ci sono alcuni ristoranti e un albergo che segnaliamo volentieri. Si chiama Fex e ha il suo perché. E’ semplice, tipicamente di montagna, un nostalgico albergo engadinese che risale agli albori del turismo alpino. Originariamente venne costruito a St. Moritz, poi venne diviso in diverse parti e ricostruito in una delle posizioni più belle della Val Fex e nel tempo è stato mantenuto inalterato salvo piccoli inevitabili restauri. Ha solo 15 camere, ma il pezzo forte è la cucina e la sala da pranzo. Solo ricette della tradizione e della regione in un ambiente che più grigionese d’antan non si può, compresa l’accogliente stüva con caminetto e terrazza con vista. Tra ambiente incontaminato e albergo storico si rivivono le atmosfere del turismo alpino degli albori e con un’aura romantica. Dicevamo del circondario. Se volete vedere la valle dall’alto e con un vista che spazia sulle Alpi Retiche, a cominciare dal massiccio del Bernina, tornati a Sils, prendete la funivia per Furtschellas, in alternativa prendete la ferrovia di montagna a Surlej, vicino a Silvaplana, che porta al vicino Piz Corvatsch. Entrambe sono mete classiche dell'Engadina che valgono il classico prezzo del biglietto. Sempre a Sils, ci si mette letteralmente sulle tracce di Nietzsche. Tra romantiche insenature ed anfratti del lago omonimo si arriva alla penisola dove si trova la pietra di Nietzsche con i versi da Zarathustra. Il filosofo arrivò in Engadina per motivi di salute. Il primo impatto, a St. Moritz, pare che non fosse stato dei migliori, città invasa da tedeschi e turisti basilesi, disse, ma a Sils cambiò immediatamente idea, trovando appunto la sua terra promessa. Oggi è visitabile la casa diventata museo. Infine, consigliamo la visita all’atelier di Giovanni Segantini. L'atelier dell’artista si trova a Maloja, il villaggio alpino che ospitò il celebre pittore dal 1894 fino alla sua morte. Di fronte all’Hotel Schweizerhaus, accanto alla stradina che s’inerpica verso la Torre Belvedere, si trova la piccola costruzione rotonda che si staglia dinanzi allo chalet della famiglia. L’atelier è una riproduzione in legno e in scala ridotta di quello che doveva essere il padiglione engadinese all’Esposizione Universale di Parigi del 1900: una costruzione rotonda del diametro di 70 metri progettata dall’artista stesso. Le pareti del padiglione avrebbero dovuto ospitare una gigantesca raffigurazione pittorica del paesaggio bregagliotto ed engadinese, lunga 220 metri. L’opera rimase però incompiuta, ma da essa nacque il Trittico della Natura (o delle Alpi). Tre quadri che sono la summa della vita artistica di Segantini e che adesso si possono ammirare nel Museo Segantini a St. Moritz, a quindici chilometri a valle di Sils.

 

Berlusconi? C’era una volta Silvio Berlusconi. E’ innegabile che il futuro del centrodestra incroci oggi più che mai le sorti del dinosauro di Arcore. Cambio della guardia a Palazzo Chigi, si insedia Paolo Gentiloni e il nostro si affretta a commentare: “sia chiaro che noi ci siamo su tutto, a cominciare da Mps, auguri di buon lavoro”. Era già così anche prima, lo sappiamo, ma con il senno del poi ne abbiamo avuto la certezza. Sul perchè del comportamento tiepido nei confronti del No al referendum ormai ci sono solo certezze. E solo per rimanere all’ultimo capitolo della saga quasi triennale del Nazareno, patto o non patto che ci sia stato. Berlusconi, o meglio, le sue aziende sono sotto scacco, guarda caso da un’ora dopo la caduta di Renzi. Evidentemente c’era una vera e propria alleanza mai dichiarata, tra un Renzi garante di uno status quo che teneva in vita come politico e come imprenditore il Cavaliere e un Berlusconi che poteva rimanere grazie a quel patto sulla scena principale anche se da co-protagonista. Ora, dopo il referendum, tra fatti ineludibili e dichiarazioni chiarissime, riconosciamo una linea del Piave con paletti ben precisi e inamovibili: no al Mattarellum, di conseguenza si al proporzionale, sostegno indiretto al governo Gentiloni al solo scopo che duri il più a lungo possibile, via libera al salvataggio pubblico e immediato del Monte dei Paschi a qualunque condizione, nuova legge elettorale da utilizzare come architrave di un, nuovo?, accordo politico con Renzi. Intanto è così, poi chi vivrà, vedrà. L’importante è tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia per citare alla buona Giulio Andreotti, uno che di accordi sottobanco e trattati su più tavoli se ne intendeva. “Vuole che alla mia età ci sia ancora qualcosa che mi preoccupi”, ha bofonchiato Berlusconi ad un giornalista che gli chiedeva se era preoccupato per la ormai conclamata ed imminente scalata di Bollorè e Vivendi a Mediaset. In realtà il Cavaliere è molto preoccupato e, al netto delle questioni aziendali, è lo spirito berlusconiano ad essere in crisi, per non dire completamente svanito. Lo spirito del ’94 come viene evocato ad ogni piè sospinto, quando si vuole ricreare una specie di humus per future sfide politiche, è ormai materia da libri di storia. L’arrembante Berlusconi a capo della rivoluzione liberale è finito da quel dì, seppellito dal ribaltone di fine ’94 e inizio ’95, resuscitato e tenuto in vita artatamente a più riprese nel decennio successivo, ora è improponibile se non impossibile immaginarne qualsiasi riedizione. Il leader è anziano, non in perfetta salute, in uscita dal Milan, sotto attacco nel cuore del suo impero in Mediaset, marginale in politica. E come se non bastasse si trova ora a dover fronteggiare alcuni concorrenti proprio sul suo terreno prediletto, quello moderato e liberale, come accade con Stefano Parisi di cui ne mal sopporta l’attivismo. Manca l’ispirazione propositiva, l’afflato ideale e il venir meno dei cavalli di battaglia del ventennio che fu sono sintomo di ripiego, di declino inesorabile. Un esempio su tutti appunto la rinuncia al maggioritario che fu invece una delle chiavi del successo della prima ora e non solo. Ma il Cavaliere non ha scelta, non ha più opzioni in mano anche perché mancano i numeri, perché oggi porta a casa non più del 10% su base nazionale. Una inezia per pensare di poter essere determinante nella lotta per ottenere la leadership dello schieramento, molto meglio quindi pensare di fare cassa elettorale al momento debito tentando di giocarsi al meglio il ruolo dell’ago della bilancia. E per raggiungere tale obiettivo è necessario come l’aria ottenere il proporzionale. E’ solo tattica di sopravvivenza, non ci sono più idee, non c’è più nessuna spinta propositiva, le truppe sono date in libera uscita, consapevoli del declino del leader e dell’arroccamento del cerchio magico dei fedelissimi di tante battaglie, oggi logori ed esausti. Le chiavi del futuro sono in mano ad altri, a Renzi, a Salvini, a Grillo. Berlusconi in qualsiasi campagna elettorale del passato ha sempre puntato al 51% del consenso degli italiani se non addirittura alla totalità in qualche uscita sopra le righe, era comunque il sintomo migliore della visione, degli obiettivi, della forza e della spinta delle idee per poter rendere alla portata qualsiasi traguardo. Partire invece dall’obiettivo di prendere il 10% in uno scenario da palude della prima repubblica è piuttosto mortificante. Ma se parti dal 10% potenziale alle elezioni, finisci che prendi si e no il 5%, obiettivi minimi, risultati minimi. E il “ci siamo su tutto” è una mossa disperata che certifica queste considerazioni, è il sintomo di chi non riesce più a negoziare, di chi vede sgretolarsi il proprio mondo e le proprie certezze intorno a sé. Il partito azienda è in crisi non solo perché il capo è in crisi e perché il modello non incanta più nessuno, ma anche perché ora si scopre che le aziende sono vulnerabili agli attacchi esterni o eccessivamente sotto ricatto governativo. Stupisce che nessuno nel centrodestra, ad eccezione di Parisi, sia riuscito ancora a leggere per quella che realmente è questa situazione. Salvini che punta sul Mattarellum confermando contemporaneamente la linea politica del lepenismo della Lega nazionale si candida a miglior perdente se lo seguono gli altri della vecchia coalizione, altrimenti incasserà il misero bottino del diritto di tribuna se decidesse o fosse costretto a correre da solo. Dalla Lega arrivano però segnali di fumo contrastanti, il Carroccio “di governo” ha bisogno di una figura come Berlusconi, non di una che fa il verso a Le Pen, per poter competere con qualche chanche di successo contro grillini e sinistra. Sulla legge elettorale che verrà si modellerà infatti l’auspicata coalizione di centrodestra. Se si deciderà per il proporzionale, ci sarà un iniziale sciogliete le righe per contarsi al voto e successivamente in sede di trattative per formare un governo si valuterà se fare aggregazioni, uno scenario in stile prima repubblica, se invece passerà il ritorno al Mattarellum, in quel caso sarà tassativo presentarsi alle elezioni in coalizione e, se non si decide per il suicidio salviniano-lepenista, la partita la guideranno i maggioritari in sonno di Forza Italia e Roberto Maroni e Giancarlo Giorgetti nella Lega. La destra è sparita e poi c'è Stefano Parisi che non ha ancora una linea chiara in merito, un leader in nuce a cui oggi va ricordato il detto di Pierluigi Bersani: meglio avere un passerotto in mano che un tacchino sul tetto.

 

Ha preso il via ieri la tre giorni di Energie PER l'Italia, il movimento politico di Stefano Parisi. Il pacato e solido liberale, tutt’altro che moderato, anzi radicale, tira le somme di tre mesi di tour Megawatt. In giro per l’Italia a raccogliere idee e contributi e poi il lavoro dei gruppi dedicati a formulare progetti. Da quello che si è visto già ieri sono moltissimi i partecipanti e i relatori provenienti da tutta Italia e con una cospicua presenza di donne. Da lunedi pomeriggio a mercoledì 21 dicembre si riuniscono infatti alla Società Umanitaria di Milano, in via San Barnaba, 48, i 18 gruppi di lavoro che si sono formati dopo la conferenza Megawatt di settembre. I componenti di ciascun gruppo, i quali hanno elaborato in questi mesi proposte e idee che potranno confluire nel programma di governo di Energie PER l'Italia, faranno il punto con Stefano Parisi. Prende corpo così il programma nazionale del movimento: idee per far rinascere l'Italia e persone con competenze nei diversi settori - edilizia, sanità, sicurezza, cultura, fisco, economia e via dicendo - che sostengono il progetto di Stefano Parisi e che, secondo i promotori, rappresentano la fucina di una nuova classe politica in grado di portare in dote esperienza e idee. Sempre secondo gli organizzatori, chi in questi mesi ha lavorato nei diversi gruppi di lavoro ha l’opportunità ora di far sentire la propria voce, ma anche chi non l’ha ancora fatto potrà unirsi agli altri e costruire l’alternativa liberale e popolare di cui il Paese ha bisogno soprattutto in questo momento di confusione istituzionale e di vuoto di proposte. Ai tavoli si dibatte, ci si confronta tra realtà e territori anche molto diversi del Paese e questo è indubbiamente un bel risultato, si riscopre soprattutto il gusto della politica che parte dalle esigenze reali degli Italiani, da una visione di futuro e dal bisogno di vedere in campo persone nuove e integre che tornano a considerare la politica come servizio ai cittadini. La base insomma per qualsiasi progetto che abbia a cuore la rigenerazione e il rilancio della azione politica, in questo caso inquadrata nel centrodestra. L’incontro clou si terrà mercoledì 21 dicembre alle 17, quando sarà convocata la conferenza stampa e poi l’Assemblea Plenaria che chiuderà la tre giorni e durante la quale Parisi farà la sintesi delle proposte discusse nei singoli gruppi di lavoro. Per quanto riguarda i contenuti il neo movimento e il neo leader hanno sicuramente fatto centro. Da quanti anni nell’ambito del centrodestra, soprattutto per quanto riguarda la parte più al centro e liberale, non si è più parlato di idee, contenuti, progetti e in un modo così costruttivo e articolato? Da tanti anni sicuramente, forse bisogna addirittura tornare al 1994. Ma la vera partita che Parisi dovrà giocare per poter ambire a vedersela con Salvini e con gli altri che competeranno per la leadership dello schieramento che si confronterà alle elezioni politiche contro centrosinistra e grillini è sulle truppe, sull’organigramma del movimento, sul seguito insomma. Che oggi appare ancora una nebulosa. Si va probabilmente verso le primarie e il saggio manager le ha già messe in conto e non da ora, "le primarie sono sicuramente la strada per scegliere il leader del centrodestra e per portare la nostra opera di rinnovamento in mezzo alla gente, ma ci devono essere regole molto serie, non devono essere primarie superficiali e bisogna basarle su una piattaforma di valori comuni", ha dichiarato. E a tali primarie Parisi si presenterà con un posizionamento chiaro e originale, nell’alveo della tradizione liberlpopolare, "stiamo costruendo un programma di governo che dovra' essere pronto a meta' febbraio, un programma liberale e popolare che è profondamente alternativo a quello di Renzi e del centro sinistra, ma anche in forte discontinuità rispetto a quello che il centrodestra è stato fino ad ora". Una sfida coraggiosa, soprattutto al grande bacino elettorale di Forza Italia. Sulla legge elettorale Parisi temporeggia, in attesa di capire che carte hanno in mano gli altri "per il momento solo il Pd ha parlato di Mattarellum e non sono neanche sicuro che tutto il partito la condivida. Mi auguro che il centro destra abbia una sua ipotesi. Ma si dovrà trattare di una legge in grado di dare stabilità al Paese perchè non è possibile che si cambi modalità di voto ad ogni tornata. Il centrodestra dovrà prendersi la responsabilità di fare una legge elettorale duratura". Nel frattempo si registra la convergenza di Salvini sulla proposta del Mattarellum, sicuramente seguito da Fratelli d’Italia. Più fredda e divisa Forza Italia. Contrari i grillini.

Fonte dichiarazioni Stefano Parisi: affaritaliani.it

Milano, dicembre, interno di una nota multinazionale della comunicazione presente da leader e da tempo immemore soprattutto nel segmento finanziario, lingua franca l’inglese, ma bisogna capirne altre tre per cavarsela degnamente o almeno per sopravvivere ai piani bassi. Ambiente competitivo, meritocratico, sicuramente ambìto sia da affermati professionisti del settore che cercano un trampolino per ulteriori sfide sia da giovani intraprendenti e desiderosi di trasformare la prospettiva di una carriera nella comunicazione nella propria ragione di vita lavorativa. Non facile accedervi, ancora meno superare i primi livelli di selezione naturale ovvero gli stage e i tirocini. Ebbene, può sembrare un dettaglio quasi comico, ma la maggior parte delle ambizioni non arriva nemmeno a superare questi primi ostacoli, i più infatti si schiantano fragorosamente sulla maldestra pronuncia della brand aziendale al primo colloquio. Eppure il problema è noto, la rete è piena zeppa di tutorial che spiegano esattamente la pronuncia in inglese della ragione sociale per non parlare degli innumerevoli video del fondatore in cui stigmatizza proprio questo aspetto non propriamente secondario. Sono candidati impreparati, sono dilettanti, sono vittime di leggerezza? O forse questo succede perchè siamo il Paese della fuga dei cervelli all’estero? E soprattutto nel mondo anglosassone. Evidentemente chi emigra ha superato brillantemente il gap linguistico, altrimenti come farebbe a lavorare o semplicemente a districarsi nella normale vita quotidiana in un Paese straniero? E chi resta in Italia per scelta, per caso, per necessità, non è sicuramente meno dotato e preparato di chi va a cercar fortuna all’estero, forse si è semplicemente dimenticato a suo tempo di approfondire lo studio delle lingue straniere. La sensazione è però un’altra, è quella di una generazione di giovani adulti impagliata, apatica, lenta di riflessi. Non è certamente una novità, basta farsi un giro nelle vie della movida milanese invase da giovani che barcollano da un happy hour all’altro per rendersene conto, questi giovani sembrano messi bene, ma non si sa esattamente di cosa vivano al di là dell’evidente sostegno familiare, girano a vuoto, hanno una vita scandita dall’inerzia di impegni effimeri. E di cosa vivranno in futuro? E’ sufficiente una veloce chiaccherata con loro in un contesto formale come quello di una azienda per capire come sia enorme la distanza tra l’universo competitivo delle professioni più pregiate e il tessuto sociale dal quale dovrebbero emergere le risorse più interessanti. Sembra che sia calata una cappa di nebbia fatta di demotivazione, paura, incertezza, un mix letale che ammorba anche le personalità, i caratteri e le capacità dei più promettenti. E’ il lato più oscuro, deleterio e subdolo degli effetti della crisi. Ancora peggio è la situazione se si allarga il discorso ai giornalisti. La stessa multinazionale ricercava un redattore per agenzia. Un lavoro all’apparenza monotono, ripetitivo, fatto in gran parte di un monitoraggio assiduo e capillare di fonti e di pubblicazione costante di comunicati spesso e volentieri molto brevi e scritti in inglese e italiano. Ma anche altamente motivante perché a stretto contatto con la formazione e la diffusione delle notizie clou di alcuni settori. La categoria dei giornalisti in erba è un coacervo di oracoli, di depositari della verità, di letterati mancati o di gente talmente ambiziosa da non abbassarsi a nulla se non a scrivere per quei due o tre giornaloni che ancora a fatica resistono e sopravvivono. Al di là del fatto di non capire dove sta andando il mondo e della conseguente pessima impressione che si fa in una società leader di mercato per il fatto che non si vuole fare nessuno sforzo per capirlo, colpisce il deposizionamento professionale di uno spaccato importante di una generazione di giovani professionisti. Praticamente sognano un lavoro che esisteva, ma che ai nostri giorni è praticamente scomparso. Destinati pertanto a morte certa, ovvero alla disoccupazione di lungo periodo. Oggi nei grandi media ti pagano se vendi influenza, non se scrivi articoli e nei piccoli non ci sarà proprio più spazio perchè saranno solo o sempre di più sul web dove vigono ben altre logiche. “Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”, diceva Luigi Barzini jr., ma qui sorge il dubbio che per molti giornalisti oggi sia meglio non lavorare tout court. Ma torniamo alla fuga di cervelli. Chi non è più tanto giovane ed ha un minimo di consuetudine internazionale ha ben in mente le ondate di giovani italiani emigrati all’estero che si sono susseguite negli ultimi decenni. Nei settori dell’informatica, della finanza, della ricerca e appunto anche della comunicazione. Per rimanere nella fascia alta del mercato. Il depauperamento italiano è palpabile, dall’estero, di cervelli, ne sono arrivati molti meno di quelli che sono partiti e il gap si allarga inesorabilmente anno dopo anno compromettendo il futuro del Paese in quanto a benessere e crescita. In compenso accogliamo immigrati senza qualità e che al momento rappresentano solo un costo, economico e sociale, una palla al piede. L’attenzione dell’opinione pubblica è ora preda della politica nazionale e locale, in questo mese di dicembre è successo di tutto, ma le priorità sono come al solito sul fare, in questo caso sui giovani, sulla loro preparazione, motivazione, sulla creazione di opportunità di lavoro e sulle prospettive professionali nel lungo periodo. Un punto da mettere in cima all’agenda della politica e delle istituzioni. E subito.

 

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