• Breve racconto sul 25 aprile tra le colline dei miei nonni
    Breve racconto sul 25 aprile tra le colline dei miei nonni Alcuni amici e lettori mi hanno spinto a pubblicare anche su La Bissa un breve racconto che ho postato il 25 aprile scorso su Facebook in occasione della Festa della Liberazione. E’ vita vissuta, con qualche considerazione personale che spero venga letta come imparziale e neutrale. La famiglia di mia nonna paterna, originaria di Canelli in provincia di Asti, non era di simpatie fasciste. Era una famiglia patriarcale di campagna, di tradizione culturale liberale ottocentesca, erano noti per essere antimonarchici e da sempre moderatamente anticlericali. E appunto mai fascisti e non facevano nulla per mascherarlo. I miei nonni vivevano però a Milano e nel 1941, viste le difficoltà e i disagi creati dalla guerra soprattutto per chi viveva nei grandi centri urbani, decisero di trasferirsi a Canelli nella tenuta agricola…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Correva l’anno 2013 quando Roberto Maroni conquistava la presidenza della Regione Lombardia a capo della solita variegata coalizione di centrodestra, ma con la bandiera della Macroregione del Nord e al grido Prima il Nord. Un vessillo politico marcatamente padano e che doveva aggregare intorno alle principali regioni settentrionali in mano leghista truppe e progetti per rinverdire una tradizione ideale a corto di argomenti. Il Bobo di Lozza, già barbaro sognante con la ramazza in mano per ripulire il Carroccio dalla sporcizia del passato, prima ancora federalista in tutte le declinazioni, secessionista, teorico della devolution, arriva a Palazzo Lombardia con l’ultimo della serie degli slogan. Onestamente nessuno ci capì molto al di fuori della promessa che il 75% delle tasse dei lombardi sarebbero rimaste nella regione, ma si è rivelato un messaggio efficace, creava il solito bagaglio di sogni e illusioni, una pensata mediatica, di quelle che devono giusto reggere i quaranta giorni di una campagna elettorale. Passata la festa, gabbato lo santo, un Trump ante litteram, di Macroregione non si parlò più. L’ennesimo slogan usa e getta? Un troll mediatico e politico? Sarebbe troppo riduttivo liquidarla così, se pensiamo appunto al paragone attuale con Trump. Maroni è un politico raffinato e navigato, non ha la scaltrezza di Bossi, ma è più concreto. Una concretezza di visione che l’ha portato inevitabilmente sul versante doroteo della politica. Ma era questo l’obiettivo, e pure malcelato. Perché conviene, è un fine politico, non un mezzo, come invece uno slogan accattivante può essere. Gli elettori del Carroccio vedevano il dito della Macroregione del Nord, Maroni e i suoi la Luna dell’ultimo piano di palazzo Lombardia. La Regione, tra l’altro la più importante, come centro di potere strategico e di lobbying territoriale, questo è il Prima il Nord di Maroni. Quasi craxiano nell’approccio, conta il fine e non il mezzo e comunque nella azione politica disinteressarsi dello spessore morale e reputazionale di chi ti sta intorno purchè serva, quasi democristiano nel saper tessere trame oblique di relazioni e di potere di fraterno sostegno. Un padano double face, che riesce a stare al governo e nel contempo ad una polentata di una festa di paese. Infaticabile uomo di mediazione, ma sempre con il bastone in mano, ha archiviato scientemente l’armamentario tradizionale del buon leghista per dedicarsi alla raffinata cura del potere alla maniera di un cardinale francese del seicento. Di Macroregione ora si parla solo di quella Alpina, l’europea Eusalp, un tavolo di lobbying territoriale tra regioni di varie nazioni con in comune le Alpi, i barbari sognanti sono diventati scudieri dediti alla prosaica arte del tirare a campare su poltrone e strapuntini. Ha aperto canali diplomatici con tutti, soprattutto a sinistra dove è riuscito a diventare interlocutore privilegiato, o stampella, del sindaco Giuseppe Sala, che sembra un maroniano speculare, però con un piglio più aziendale, manageriale, ha imposto Antonio Di Pietro in Pedemontana, ha tenuto le fila del rapporto con il governo, soprattutto a livello personale con Renzi. Si è inventato il patto con la Lombardia, un capolavoro politico, sintesi del doroteismo più efficace. Non è importante il colore del gatto, ma che si mangi il topo, senza fronzoli ideali, senza remore di schieramento Maroni tira dritto, porta a casa, governa, fa gli interessi del territorio e pure quelli suoi. I sondaggi lo danno per strafavorito se si votasse domani mattina. La Lega nei suoi confronti è andata in difficoltà, divisa tra quella collocata a destra con Salvini che in Lombardia non riesce a sfondare e quella federalista di Bossi che gioca a fare il terzo incomodo, attaccando Salvini e alzando il prezzo con Maroni. Il congresso del Carroccio, se ci sarà, sarà una conta, questa volta vera, tra leghisti nazionali lepenisti, leghisti padano federalisti del Nord e leghisti di governo o dorotei e nessuno sa dire oggi con certezza cosa ne sarà della Lega. Se esisterà ancora o se si disintegrerà in due o tre spezzoni. Ma come diceva un vecchio banchiere, le azioni si pesano e non si contano, lo stesso vale per i voti. Ma per pesarli adeguatamente, i voti, è necessario mettere sul tavolo un peso specifico tale da condizionare la partita. Ovvero, potere con la P maiuscola. Il concreto e pragmatico Maroni ha già in saccoccia tanti crediti politici ottenuti non con Prima il Nord, ma con prima le ragioni degli equilibri di potere in regione. Da lui mediati, garantiti, controllati. Comunque la si pensi, ha già vinto la sua battaglia. Nel 2018 Maroni ci sarà, non sarà emarginabile e confermerà di essere il principale crocevia del potere per il centrodestra in Lombardia. Un messaggio non tanto per i leghisti da lui mandati alla deriva, ma per gli alleati. Una provocazione per scuotere le coscienze: che il futuro leader del centrodestra sia lui?

 

Tutti fermi, o quasi, in attesa dell’esito del referendum. Almeno apparentemente non si registreranno scossoni il 5 dicembre nel centrodestra lombardo, così dicono le veline, ma in politica quello che viene predicato dal pulpito dei partiti non sempre rispecchia la realtà dei fatti che oggi è quella del fuoco che cova sotto la cenere. Il referendum di sicuro non è la partita che vale il campionato, ma può condizionare non poco l’inerzia dei progetti e della attività politica di questo o di quello. Salvini e Parisi si sono schierati nettamente per il No anche se con motivazioni ed obiettivi differenti, più ambigua la posizione di Silvio Berlusconi anche se il grosso di Forza Italia in Lombardia è chiaramente per il No. Se vincesse il No non è però automatico immaginare una rinascita e ricomposizione automatica del centrodestra nella versione che abbiamo sempre visto, come se dovesse vincere il Si non assisteremo viceversa ad un sciogliete le righe. Il referendum potrà rafforzare, consolidare alcune posizioni, ma la vera partita è giocata su altri ambiti ed ha comunque ormai un unico obiettivo: la conquista della leadership dello schieramento e la conseguente nomination per la candidatura di chi dovrà sfidare Renzi e Grillo alle politiche. Sono quindi più impostanti gli scontri interni, i riposizionamenti, le alleanze tra leader. Il No è comunque il risultato che farebbe comodo a tutti, a Berlusconi perché gli giustifica il rientro sulla scena per tentare di capitanare uno schieramento che si era appunto riaggregato intorno al No, a Parisi perché con il rientro del Cavaliere si toglie di torno concorrenti ancora più scomodi e poco dialoganti come Toti e qualsiasi altro ipotetico colonello forzista, a Salvini perché del No ne ha fatta quasi una battaglia per la sopravvivenza. La domanda è però questa: quanti centrodestra ci sono? Tanti, perché i partiti sono di fatto disintegrati. Il rientro di Berlusconi è spinto anche da una considerazione banale, senza di lui Forza Italia è una illusione, troppo litigiosi i leaderini e i capi bastone, spariti i voti dei tempi d’oro, c’è difficoltà ad individuare una linea politica chiara e programmi che stimolino attenzione negli elettori. Il rientro di Berlusconi paradossalmente rinforzerebbe la corsa di Parisi perché crea un contraltare per l’ex candidato sindaco di Milano. Che ha sempre detto di voler puntare sul grande consenso che fu di Forza Italia e del centrodestra, un seguito imponente sparito negli anni ed inghiottito nel vortice del disinteresse e della conseguente astensione. Un elettorato in libera uscita e che mai e poi mai rientrerà nei ranghi. Avere un Berlusconi in campo significa per Parisi avere in mano la chiave di volta che giustifica la sua discesa in campo e poi al limite mediare. I liberal popolari hanno infatti di nuovo una opzione e fuori dal recinto berlusconiano anche se potranno rimanere alleati. Una sfida impossibile è stato detto, ma che viene resa interessante e giocabile dal fatto che a destra nello spazio occupato dal Carroccio ci sono ormai più Leghe, tanti frammenti, almeno tre, tra loro oggi molto litigiosi e che per affermarsi dovranno necessariamente aprire canali con potenziali alleati all'esterno. C’è Salvini che punta alla Lega Nazionale lepenista, c’è Bossi che incarna la vecchia Lega padana e federalista, c’è Maroni che impersona la Lega di governo, anche lui nordista, ma nel perimetro del dialogo costruttivo, più accomodante. I tre non perdono occasione per beccarsi in un clima che è già congressuale, quindi infuocato. Nel caso di vittoria del No assisteremo di sicuro ad una ricomposizione di parte di Forza Italia intorno ad un Berlusconi dal vago sentore trumpiano, marginale, ma pur sempre deciso a giocare il ruolo dell’ago della bilancia, prima nel centro destra ed eventualmente, o soprattutto come pensano i maligni, a favore di Renzi, poi ci sarà Parisi con Energie per l’Italia, un movimento più trasversale, di conio liberale popolare che punta ad impattare fortemente l’opinione pubblica con un programma innovativo e poi c’è Salvini, che si presume isolato a destra nel caso in cui Bossi cominci a flirtare di nuovo col Cavaliere e Maroni a sondare rapporti preferenziali magari con Parisi oltre che con lo stesso Berlusconi. Una scacchiera affollata, tra personaggi in cerca d’autore, vecchi arnesi da riciclare, leader nuovi e leader ritrovati, personalismi, ambizioni. C’è di tutto, mancano solo i pontieri, ma vedrete che sbucheranno dalla boscaglia non appena la battaglia entrerà nel vivo. Maggiore sarà la confusione sulla scena e più sarà utile il loro apporto. E’ dal loro successo che dipenderanno le scelte vincenti che poi potranno anche fare la passerella delle primarie.

 

I risultati latitano, la protesta monta e il vicesindaco si lascia andare a commenti da bar dello sport. Siamo a Varese, zona stazioni a due passi dal centro. Un comparto problematico da tanti anni, con evidente degrado e problemi di sicurezza per chi è costretto a passare da quelle parti. Ultimamente, per quanto riguarda la stazione delle Ferrovie dello Stato, anche dormitorio e rifugio per senza tetto. In campagna elettorale il problema ha tenuto banco e da parte del centrosinistra, e proprio con l’attuale vicesindaco Daniele Zanzi in testa, si promise di prendere di petto la situazione e risolverla in tempi brevi. Non solo non è stato fatto quasi nulla, ma il problema è vistosamente peggiorato e di sera, o in alcuni angoli, appare fuori controllo tra risse, aggressioni e presenze poco raccomandabili. Oggi, il consigliere regionale in quota Forza Italia, Luca Marsico ha postato sulla bacheca del suo profilo facebook alcune foto emblematiche, l’ex scalo merci della stazione varesina trasformato in dormitorio (vedi foto pubblicata), con l’obiettivo di stigmatizzare la situazione. Non si tratta di una questione ideologica e di propaganda, è la pura e semplice realtà dei fatti, un mini reportage di quello che succede in quella parte di Varese e che chiunque può osservare. Il loquace assessore varesino dopo aver visto le immagini ha rilasciato ad un quotidiano locale una incauta dichiarazione della serie dello scarica barile, "però questo modo di fare politica parlando alla pancia della gente piuttosto che facendo proposte non mi piace e non serve alla città". Pronta la risposta di Luca Marsico, “il vicesindaco della città di Varese Daniele Zanzi, mi ha accusato di speculare sulle disgrazie altrui per le fotografie che ho scattato e postato sul mio profilo Facebook e che ritraggono una zona degradata di Varese. Evidentemente Zanzi è entrato nel vortice della supremazia morale tipico di una certa sinistra avendo postato con garbo e lasciando volutamente che le immagini parlassero da sole rispetto a ciò che non funziona in città e, specialmente, in un'area di grande transito come quella delle stazioni ferroviarie”. Ma non sfugge anche il ragionamento politico, continua infatti Marsico, “fino a qualche mese fa molti erano i censori delle inefficienze vere o presunte della passata amministrazione ed i portatori di novità sulla modalità di approcciarsi alla politica: fra loro qualcuno era giunto persino a dichiararsi come garante dell'inesistenza di patti politici poi rivelatisi in tutta la loro splendida esistenza senza che il predetto garante abbia accennato alla benché minima reazione” (Marsico si riferisce all’ormai conclamato patto Lega Civica-Centrosinistra). Il consigliere regionale non perde però l’occasione non solo per sottolineare che “da parte mia continuerò a pubblicare, qualora lo ritenessi opportuno, foto di Varese ed a dire liberamente ciò penso forte della libertà di pensiero garantita dalla nostra Costituzione”, ma anche per annunciare che, proprio per comprendere meglio i problemi e le situazioni di disagio, visiterà giovedì pomeriggio 1 dicembre alle ore 14,30 la struttura dell'ex Chalet Martinelli gestito dagli Angeli Urbani ed incontrerà, nello stesso pomeriggio, Maura Aimini dei City Angels.

Ma cosa succederà il 5 dicembre? Il centrodestra aspetta solo il referendum per dare il via alle danze. Ufficialmente lo schieramento è compatto per il No, in realtà è diviso su tutto. Il tutto ruota intorno a Matteo Renzi, sia che vinca il No sia che vinca il Si. Perché il premier è in difficoltà, a prescindere. Il governo è impantanato, l’Italia non è ripartita, l’immagine e il peso internazionali sono inesistenti, le sabbie mobili nel Pd sempre più estese. A dicembre avremo sicuramente gli elementi che renderanno più chiaro il quadro della situazione e lo spessore delle ambizioni degli attori in campo. L’obiettivo sono le elezioni politiche e la leadership della compagine che sfiderà il centrosinistra. Per quanto riguarda Silvio Berlusconi, ha ragione Paolo Del Debbio che in una intervista di Pietro Senaldi pubblicata su Libero sostiene che “all'indomani del referendum. Berlusconi farà un congresso hegeliano, uno di quelli che si poteva inventare solo lui, in cui reciterà ogni ruolo della commedia. Farà la tesi, ascoltando qualcuno elaborerà l'antitesi, e poi, naturalmente da solo, estrarrà la sintesi”. Nel frattempo tirerà avanti con la fiaba del gatto e del topo. Con Renzi ovviamente nella parte del topo, il Cavaliere ci gioca e ci giocherà per un po’ nella speranza che prima o poi Renzi avrà bisogno di lui. Berlusconi è deciso, rientrerà in gioco, sicuramente in caso di vittoria del No, quasi sicuramente in caso di vittoria del Si. Il motivo è molto semplice. E’ ormai certo che la legge elettorale sarà (ri)fatta in chiave proporzionale. Da sconfitto sicuro in un confronto tripolare con sinistra e grillini ad ago della bilancia, ad elemento determinante per teoricamente la vittoria di chiunque. Questo è lo scenario che ha indotto il Cavaliere ad immaginare un ritorno sulla scena in qualche modo da protagonista. I voti di Forza Italia dei tempi d’oro sono un ricordo, la gran parte degli elettori è in libera uscita o relegata nell’astensionismo di lunga durata. Le percentuali di oggi sono però più che sufficienti per far pendere la bilancia a favore di uno qualsiasi degli schieramenti in campo. Ma i grillini sono esclusi a priori per ovvii motivi e quindi resta solo Renzi con il quale resuscitare un nuovo patto del Nazareno, ma questa volta definito con il premier in declino, in difficoltà e quindi maggiormente propenso a cedere posizioni e a trattare con maggiore facilità. Una strategia che nasce anche dalle difficoltà dell’alleato storico, la Lega Nord. Con Salvini Berlusconi non quaglia, impossibile infatti proporre al Cavaliere di sedersi ad un tavolo a patto però che il candidato premier lo faccia Salvini. Questo messaggio non è accettabile da Berlusconi. In più la collocazione a destra del Carroccio, su posizioni lepeniste e non trumpiane, complica qualsiasi confronto sul programma con la parte moderata del fu centrodestra. Ma alla fine è uno scontro sulle ambizioni personali. Lo ha capito Umberto Bossi che sta calcando la mano sulla diversità della sua Lega da quella salviniana, chiedendo al più presto un congresso per chiudere la porta alla Lega nazionale e alla conseguente ascesa di Salvini. Il terzo incomodo della contesa nel centrodestra è Stefano Parisi ormai deciso a giocare nella partita il ruolo del leader del segmento liberale popolare, decisamente inflessibile per quanto riguarda approccio e metodo per costruire un programma che deve essere chiaro e condiviso da tutti prima delle elezioni, più malleabile nella tattica perché alla fine una buona parte del suo potenziale consenso è ancora parcheggiato dentro Forza Italia. Per tagliare il nodo di Gordio della scelta in provetta del candidato premier se ne verrà fuori con varie proposte di soluzione e che dipenderanno anche dalla legge elettorale. L’unico che crede alle primarie è Salvini perchè non ha altre opzioni disponibili. Ma verosimilmente con una legge elettorale proporzionale, corretta quanto si vuole, insistere con le primarie per Salvini significa farsele da solo e andare alle elezioni sicuramente perdente e poi finire fuori dai giochi. Mentre nel contempo Berlusconi tenterà anche lui la corsa solitaria, ma per diventare la futura stampella di Renzi, un appoggio, quello suo, immaginato a caro prezzo. Si torna a quello che ha detto Del Debbio, al congresso hegeliano di Berlusconi, che si autoproclama per l’ennesima volta leader della coalizione, aggregando di tutto e di più da destra al centro, partiti e leader che da soli non andrebbero da nessuna parte. A rompere le uova nel paniere del Cavaliere potrebbe essere Parisi che non è sicuramente destinato solo a sparigliare le carte, come qualche ingenuo pensava al principio. La strategia funziona, il mercato elettorale chiede infatti, pena l’astensione o votare altro, una compagine di ispirazione liberal popolare di nuovo conio, con personale politico e programmi nuovi, innovativi. Non chiede inciuci. Una sfida impossibile è stato detto, ma giocata tra le evidenti macerie ideali e politiche di uno schieramento che non esiste più, che è ormai nel bene e nel male storia e come tutto quello che appartiene al passato va archiviato nel più breve tempo possibile. Dovrà pedalare e non poco Parisi per emergere dal gruppone, dovrà dare il massimo su programma ed organizzazione, ma il tempismo è azzeccato. In politica, infatti, si avanza solo quando ci si muove sopra i cadaveri. Alla fine in queste circostanze ti resta sempre qualcosa in saccoccia.

La storica sede della Lega Nord di Varese nella centralissima piazza del Podestà ha compiuto trent’anni. La prima roccaforte del movimento, da dove tutto è cominciato, fu fondata da Umberto Bossi, Giuseppe Leoni e Roberto Maroni (nella foto) insieme ad altri amici alla fine di novembre del 1986. Una sede che in molti nel movimento trasformerebbero volentieri in un museo del modernariato politico perché ormai si guarda altrove. Tengono banco nuovi slogan, altre linee politiche e soprattutto voglia di Lega Nazionale, lepenista, sovranista, antieuropea. Oggi non è stata solo l’occasione per una rimpatriata intorno ad una torta e a tanti ricordi, ma anche il momento migliore per mandare messaggi politici perentori ad un unico indirizzo, quello di Matteo Salvini. "Rischia di cambiare la Lega? No, rischia di cambiare il segretario, la base non vuole più Salvini, non vuole più uno che ogni giorno parla di un partito nazionale". Sono le testuali parole del presidente della Lega Umberto Bossi che va dritto al nocciolo della questione senza girarci intorno. Il Senatùr ha chiesto che si tenga il congresso federale al più presto, visto che "il 16 dicembre scade il mandato di Salvini". Secondo l'ex leader della Lega, alla base, "soprattutto in Lombardia e in Veneto, non frega niente dell'Italia". Quindi, a suo avviso, ci vuole un nuovo congresso federale che stabilisca una linea, anche se per Bossi è una sola: l'indipendenza del Padania, che è scritta nel primo articolo dello Statuto della Lega Nord. E, possibilmente, un nuovo segretario, "uno che si attenga allo Statuto e non faccia quello che vuole". Un papavero del Carroccio, tra i portici del vicino corso Matteotti, confida che, se davvero si arriverà ad una conta in un congresso, per Salvini saranno dolori, almeno in Lombardia e Veneto. I motivi non sono solo ideali, il timore è che una Lega eccessivamente targata a destra, eccessivamente populista, pericolosamente antitutto finisca facilmente all’angolo. Battuta da Grillo, isolata, emarginata e alla fine costretta, per rientrare in gioco, a qualsiasi accordo, ovviamente al ribasso. E per una Lega di governo, chiamiamola così, Salvini è fumo negli occhi, il rischio concreto di perdere per sempre posizioni di potere e rendite di posizione garantiti da alleanze variabili, ma pur sempre alleanze, con il centrodestra. Oltre sicuramente al rischio non calcolato di aprire una stagione senza certezze se non quella di abbandonare una strada che in passato è stata foriera di tanti successi alle elezioni. Ovvero quella della Lega federalista, addirittura secessionista, e soprattutto della Lega Nord. Nord, punto. Salvini dovrà prima o poi fare i conti con la vecchia Lega bossiana, antiromana e federalista, oggi allineata dietro di lui, ma insofferente, riluttante proprio perché non sente la Lega nazionale. Ma c’è anche la Lega di Maroni, l’altra faccia della medaglia bossiana, quella istituzionale, dialogante, lontana dalle ideologie e dai preconcetti, quella che parla di Macroregione Alpina in Europa e di patto Lombardia con Roma. Ma restando tatticamente sempre il baluardo, il partito del Nord, quasi una lobby territoriale. Nella sede spicca un vecchio manifesto del Carroccio 'Più lontani da Roma, più vicini all'Europa'. "Bisogna mandarlo a Salvini!" ha esclamato Bossi scoppiando in una risata. Se ne riparlerà a dicembre, dopo il referendum, il mese in cui si apriranno le danze nel centrodestra. Intanto Bossi ha lanciato il suo sasso in piccionaia.

Foto e dichiarazioni On. Umberto Bossi: Ansa

Volgarmente detta la sindrome del bunker, del tramonto non somatizzato, che accomuna oggi due tra i principali protagonisti della politica degli ultimi anni: Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Nel primo caso l’artefice di questo epilogo è il diretto interessato che ha politicizzato il referendum costituzionale del 4 dicembre trasformandolo in un prendere o lasciare sulla sua leadership. Di fatto isolandosi e concentrando sulla sua persona le conseguenze del risultato sul modello del referendum Brexit che ha bruciato David Cameron. Nel secondo caso, il protagonista non ha letto la situazione, come si suol dire, e, sommando a questa evidenza una miriade di altre circostanze affastellatesi nel tempo, è finito all’angolo. Entrambi, spariscono, soccombono oppure con una manovra laterale tentano di rientrare in gioco. Nel caso di Renzi, la carta da giocare saranno le dimissioni tattiche per garantirsi un futuro che non lo emargini e che gli consenta di rifarsi alle prossime elezioni da protagonista del centrosinistra. Nel caso di Berlusconi la carta da giocare è riuscire a garantirsi il peso determinante per (ri)fare una legge elettorale a proprio vantaggio, chiunque manovri il gioco in futuro. Restiamo nel centrodestra, come nostra abitudine. Leggiamo l’agenzia AdnKronos del 24 novembre, così dice Berlusconi ai microfoni di Radio24: “devono stare dentro il centrodestra tutti e due, Salvini e Parisi, perchè da sempre il centrodestra vince se è unito e ha un programma comune. E a questo programma comune ci stiamo già lavorando tutti insieme, è pronto al 95%”. La traduzione dal politichese è fin troppo evidente. Ho bisogno come l’aria di un centrodestra unito per avere un alleato controllabile a destra perchè sono l’unico che può trattare con Renzi e con la sinistra, non gli ho fatto male in campagna elettorale e gli ho lasciato un po’ dei miei per tenergli in piedi il governo. La posizione naturale di mediatore mi assicura la possibilità di incolpare l’uno o l’altro se le trattative falliscono e di preservarmi di conseguenza peso politico in futuro. Almeno come ago della bilancia. Ma per il Cavaliere il problema oggi è l’unità del centrodestra, che non c’è. Il richiamo di Berlusconi a Parisi perché non litighi con Salvini è naif. I diretti interessati gettano acqua sul fuoco, Salvini dice che il rapporto con Parisi è recuperabile e viceversa si danno rassicurazioni se si parla di programmi e non di simpatie personali. Le anime del centrodestra sono due (almeno) e nessuna delle due la controlla Berlusconi. Ma i due, Salvini e Parisi, che prima forse litigavano per davvero, da ora in poi litigheranno più per finta che per davvero per giustificare una marcia separata che ha comunque un obiettivo condiviso: la rottamazione di Berlusconi e un nuovo centrodestra. Un disegno visibile plasticamente nella campagna per il No al referendum. E quindi, non divisi per andare alle elezioni con due centrodestra, ma per rendere ininfluente ed emarginabile il Cavaliere. Che a quel punto si sarà fatto fuori da solo seppellito politicamente nel suo bunker. Nessuno avrà le mani insanguinate e tutti potranno ricordarne con la dovuta commozione le gesta e la storia e di conseguenza incensarlo come si fa con i santi protettori o i padri nobili. Quelli di cui tutti parlano bene, ma che non contano nulla.

Tra le regioni europee la Lombardia rappresenta una eccellenza, è la prima per numero di occupati nel settore manifatturiero, la seconda per Pil, la terza per valore aggiunto industriale pro capite, e totalizza un export superiore a quello di intere nazioni come Svezia, Portogallo o Ungheria. Per la Lombardia l’Europa non è un pesante fardello di cui sbarazzarsi senza troppi complimenti, ha problemi sicuramente, ma offre anche tante opportunità concrete. Eusalp, ovvero la Macroregione Alpina, è un esempio in tal senso, è la dimostrazione lampante di come la strategicità dell’Europa sia di importanza fondamentale per la regione lombarda.

Ne è convinto il varesino Alberto Ribolla, presidente di Confindustria Lombardia, che al tema ha dedicato un evento coinvolgendo i principali attori istituzionali.

Secondo Ribolla «l’Europa rappresenta l'ambito nel quale siamo chiamati ad operare e confrontarci: una grande area politica ed economico-produttiva in competizione con le altre zone continentali del mondo. L'impegno di Confindustria Lombardia sulla strategia Eusalp, l'appartenenza a Enterprise Europe Network con l'accesso ai suoi servizi, rispecchiano questa vocazione e rappresentano l'attuazione di un percorso individuato dalle nostre imprese – attraverso le associazioni territoriali – all'interno del nostro Piano strategico #Lombardia2030”».

«Forte della sua posizione di regione leader in Europa - aggiunge il Presidente di Confindustria Lombardia - è arrivato il momento per la Lombardia di promuovere una nuova linea: quella delle sinergie tra Fondi per lo sviluppo regionali, nazionali ed europei, e per fare ciò c'è bisogno di una ancor più forte sinergia pubblico-privata».

Molto attese le parole del Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni intervenuto al convegno per sottolineare appunto l’importanza del tema Eusalp a livello istituzionale.

«Regione Lombardia – esordisce Maroni - crede nella costruzione dell'Europa delle regioni. In questo percorso abbiamo ottenuto la leadership del 1° Gruppo d'Azione, quello dell'innovazione, per il sostegno alle imprese e siamo ad oggi il gruppo più attivo tra i nove, a dimostrazione del forte impegno che Regione Lombardia investe nella Macroregione Alpina. Questa è l'occasione per sviluppare progetti concreti, transnazionali, in cui fare sinergia a livello continentale».

Ma in termini concreti cosa significa la Macroregione Alpina per la Lombardia e quali benefici porterà? I benefici del forte attivismo degli imprenditori lombardi a favore di Eusalp, portato avanti attraverso la diffusione del posizionamento sulla mobilità integrata tra le regioni che fanno parte della Macroregione oltre che con la promozione della centralità del manifatturiero di cui questa importante porzione dell’Europa può rappresentarne la piattaforma ideale per un suo ulteriore sviluppo, si potranno raccogliere solo negli anni a venire. Invece, l'appartenenza alla rete Enterprise Europe Network (EEN) sta già fornendo risultati concreti consentendo alle imprese lombarde di eccellere nei bandi europei e di fare rete con altri partner europei. E i numeri già parlano chiaro: in 2 anni di partenariato EEN, Confindustria Lombardia ha fatto ottenere alle imprese lombarde circa 1 milione e mezzo di euro di fondi comunitari, ha organizzato 15 B2B e circa 300 incontri internazionali.

"L'Italia ha bisogno di un governo liberale e popolare: questo è il mio mandato e me lo sono dato da solo". Sono le testuali parole di Stefano Parisi, estrapolate da una recente intervista a TgCom24. E’ questa la verità, e fortunatamente aggiungo io, per chi crede possibile in Italia una rigenerazione non solo del centrodestra, ma della politica in generale. E’ uno dalle spalle larghe, dalla lunga esperienza e dalla visione chiara il Parisi in versione politica. E forse proprio per questi motivi Silvio Berlusconi ne ha preso le distanze, di fatto rientrando nei ranghi, preferendo il centrodestra di vecchio conio, quello che guarda a Matteo Salvini e che tiene dentro di tutto e di più di una stagione che solo i diretti interessati ritengono ancora fulgida mentre il paese l’ha già archiviata. Per ora non andando a votare o votando altro. Parisi capisce di comunicazione politica, eccome, e forse più dello stesso Berlusconi, in questo periodo mai sembrato così politicamente vecchio e poco lucido. Parisi ha capito dove c’è lo spazio vuoto e si è buttato a capo fitto, non solo mettendo la bandierina con il suo nome sul tabellone del risiko e organizzandosi di conseguenza, ma ha formulato progetti ed idee come non se ne vedevano da tempo immemore tra i moderati. Sfruttando, come spesso capita in circostanze di questo tipo, le difficoltà altrui, in primis proprio quelle del Cavaliere. Quest’ultimo letteralmente bloccato sulla scena, imbalsamato, ingessato dalla sua storia e dai suoi limiti, oggi pure fisici, ma in politica si cammina sui cadaveri, mai sui vivi. E’ vittima del conflitto d’interesse di nuovo determinante per la sua azione politica. Teme ad esempio ripercussioni per Mediaset in caso di vittoria del No e quindi annacqua la sua campagna per il referendum, eclissandosi o lasciando i residui del popolo bue dei suoi seguaci ad andare in giro per l’Italia a perdere la faccia. Ma soprattutto è costretto a rinverdire l’alleanza con Salvini, a rilanciare gli zombie della destra forzista al solo scopo di perdere con certezza e garantire a Matteo Renzi una navigazione sicura verso le elezioni e soprattutto garantendogli di vincerle senza partita. Ha pure detto che è l’unico leader sulla piazza, siamo alla farsa. Con Salvini è ipotizzabile un buon terzo posto dietro appunto a centrosinistra e grillini. Nulla più. I numeri sono numeri e non esiste nel desco politico la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Il fu centrodestra a trazione moderata non segue questa logica, la rifiuta, non vota, come sta facendo oggi, oppure, se proprio deve, vota altrove, addirittura i grillini come è già successo a Torino e a Roma alle amministrative. In più il vecchio centrodestra nella visione generale dell’area moderata gode ormai di discredito politico, difficile che i delusi rientrino. Il Parisi che capisce di comunicazione, di posizionamento, di coerenza tra proposta, collocazione politica e mezzo, di nuove forme di organizzazione anche in seguito alla rivoluzione digitale è un ostacolo serio per Berlusconi, non uno strumento utile alla bisogna. Come sono stati in passato tanti pseudo delfini, in realtà rivelatisi solo delle marionette. Come forse avrebbe sperato ancora una volta il Cavaliere. Un Parisi che ha evitato astutamente il rischio di uscire dal centrodestra inventandosi cose senza futuro, alla Corrado Passera, e che sta svuotando il vecchio centrodestra dal di dentro è a questo punto il pericolo numero uno per il dinosauro di Arcore. Parisi ha allargato il perimetro del mercato di riferimento coinvolgendo il meglio del segmento moderato e liberale oggi di fatto in libera uscita e ai margini della politica. Senza cooptazioni, proponendo solamente il format del Megawatt come tavolo permanente di confronto e crescita di idee e progetti. Il fine è politico e Parisi è sufficientemente scafato per non dimenticarselo mai, l’obiettivo è la conquista della nomination del centrodestra per poi giocarsela contro Renzi e Grillo. Se poi si vota con una legge rivista in chiave proporzionale ha pure fatto bingo perché potrebbe giocarsela facilmente anche come ago della bilancia. L’avversario oggi è la parte conservatrice e populista della fu coalizione, nonché le caste e castine che di quel periodo hanno beneficiato in termini di potere e non solo e che da qualsiasi ventata di novità ricaverebbero viceversa soltanto il benservito e la pensione. Più che liberale popolare lo chiamerei liberale radicale il popolo di Energie per l’Italia che spinge sempre più a destra la parte conservatrice e populista che in Italia è lepenista e non trumpiana e che a destra si trova bene per la felicità dello stesso Parisi perchè sempre di più si emarginerà e risulterà alla fine irrilevante. Liberali radicali perché oggi i moderati sono arrabbiati, vogliono si rinnovare, rigenerare, non distruggere, ma esigono contenuti, proposte, progetti forti e perentori. Senza mediazioni ed inciuci. Non chiedono carrozzoni e caste, e in tal senso è saggia e opportuna la scelta parisiana della forma liquida del movimento, chiedono soprattutto merito nella scelta di chi li governerà e finalmente gente che non entri in politica solo per sbarcare il lunario. La lezione trumpiana è da tenere in considerazione e fa scuola. Dal punto di vista della comunicazione. Il miliardario americano ha condotto una campagna politicamente scorretta, dura, discutibile nel bon ton, estremista, irriverente, tranchant, ha vinto proprio per questo e un minuto dopo la vittoria ha cambiato registro indossando altri abiti. Con il transition team ha lanciato programmi solo teoricamente sulla falsariga della campagna elettorale, i temi sono chiaramente affrontati con altro taglio, altro tono. Parisi deve diventare, ma lo sta già facendo per la verità, più radicale, spingere a destra Salvini e la Forza Italia di Toti e soci, compreso Berlusconi. E rottamare senza se e senza ma chi non è più rigenerabile ed è esausto politicamente. Alzare i toni, parlare in modo netto delle questioni spinose che sono i cavalli di battaglia della destra, naturalmente con coerenza con la propria posizione, dall’immigrazione fuori controllo, all’Europa matrigna tanto per dirne alcune. Il quid per vincere è lì. Insieme agli spazi lasciati vuoti dalla svolta lepenista di Salvini come la questione settentrionale, l’autonomia e il federalismo. Appannaggio di leghisti vecchio stampo, che al nord però sono la maggioranza di quel movimento e che non seguono Salvini sulle strade del sud o di taglio sovranista. Per non parlare della Lega di governo, timorosa dell’isolamento a destra per ovvii motivi. Vedere Maroni e Zaia, tanto per non fare dei nomi. Argomenti peraltro già in agenda di Parisi, viste le interviste in merito. Il liberale potrà anche usare le armi più grezze e speculative per vincere, è pragmatico, laico, se vogliamo anche opportunista, ma è altrettanto noto che al governo poi va in limousine e non con la ruspa. Trump insegna.

 

Me lo ricordo come fosse successo oggi. Metà degli anni settanta, a Milano, alla scuola media dell’Istituto Zaccaria che allora frequentavo. Un compagno di classe litiga con il suo vicino di banco per futili motivi, la discussione tra i due degenera e termina malamente con il lancio dalla finestra dello zaino con dentro libri e quaderni di quello preso di mira dal provocatore. Apriti cielo! Lezione interrotta, ramanzina del professore, nota sul registro, rimproveri severissimi del preside e convocazione dei genitori per stigmatizzare l’accaduto. E il compagno iroso costretto a scuse pubbliche con la promessa di non farlo mai più. Anche perchè in caso di recidiva la pena sarebbe stata di ben altro spessore, fino all’espulsione dall’istituto. Poi però il professore con pazienza e tatto educativo cercava di spiegare a tutti perché non erano tollerati certi gesti e comportamenti e via discorrendo di consigli e incoraggiamenti a guardare avanti senza timore. Erano altri tempi, l’insegnante era rispettato in classe e fuori, dagli alunni e dai genitori. Un rispetto che si prolungava anche negli anni successivi alla fine della scuola. Atteggiamenti riservati a chiunque, anche al docente menefreghista o di scarso valore. I tempi sono cambiati e proprio allora se ne vedevano le prime avvisaglie. E il recente caso di Palermo in cui un professore, reo di aver redarguito un suo alunno per comportamenti indisciplinati, è stato pestato a sangue fuori dalla scuola dai genitori del ragazzo, è solo l’ultimo di una lunga serie. Che non finirà sicuramente lì. La scuola è ormai in questo stato, terra di nessuno per quanto concerne la disciplina, dove vige la legge del prepotente di turno e parole come rispetto, educazione e autorità sono bandite dal lessico quotidiano. Per non parlare di quello che accade fuori dalla scuola e in ambienti che dovrebbero avere come principale finalità quella della crescita del giovane anche dal punto di vista del comportamento e del saper relazionarsi con gli altri. Andate ad assistere ad una partita di calcio o di altro sport tra ragazzi e lo spettacolo, penoso, è quasi sicuramente sugli spalti e non sul campo da gioco, con genitori che urlano, insultano, minacciano e spesso e volentieri vengono alle mani. Occorre sicuramente ripensare il format educativo e formativo della scuola, avendo il coraggio di imporre quelle sane abitudini e quelle linee di comportamento che garantivano il rispetto tra le persone e la convivenza civile e pacifica tra tutti. E chi sbagliava, pagava. Tra le materie di insegnamento dovrebbe trovare spazio una specie di educazione civica o di civiltà che insegni questi basilari concetti. Che a quanto pare nella odierna società  umana non sono per niente acquisiti naturalmente, anzi sono appunto volutamente banditi. Ma chi propone una cosa del genere viene bollato come un reazionario e magari dagli stessi che poi si stracciano le vesti di fronte a notizie come quella giunta da Palermo.

E alla fine alla Trecca ci sono voluto andare. Tra le periferie milanesi disagiate è forse la più dimenticata, si parla sempre di via Padova, di Quarto Oggiaro, della Barona, del quartiere Adriano e di tante altre realtà che fanno notizia e che anche in questo giornale hanno trovato grande spazio nelle ultime settimane per casi di violenza urbana e non solo. La Trecca invece è salita recentemente agli onori della cronaca grazie all’agenda di Papa Francesco. Il Pontefice durante la prossima visita a Milano in programma per marzo 2017 farà tappa in questo problematico quartiere. Che per la verità non si chiama così, la Trecca originaria non esiste più anche se tra i milanesi, specialmente quelli con i capelli bianchi, viene sempre denominato con questo termine il vasto quartiere ad est del rilevato ferroviario orientale, tra via Zama e via Oreste Salomone. Il nome Trecca lo scoprii negli anni settanta. Nel lungo percorso a piedi che facevo per andare a scuola fiancheggiavo il capolinea della T in via Cadore e lì, parcheggiati in attesa di partire c’erano i gloriosi Fiat Cansa verde scuro con l’indicazione della destinazione: via Romualdo Bonfadini. Dove sarà mai via Bonfadini, mi chiedevo. Mia mamma, straniera, non lo sapeva, mia nonna invece, preoccupata da questa mia insana curiosità, mi tolse subito dalla testa la voglia di scoprirlo. Capii comunque che si trattava di qualcosa di pericoloso, misterioso, immaginavo una foresta popolata di animali feroci, di orchi e poi, dopo la ferrovia che fungeva da muraglia cinese, cosa si poteva mai incontrare da quelle parti, solo leoni e barbari. La linea T oggi si chiama 66, parte sempre da via Cadore in zona Porta Vittoria, ma nel corso degli anni la tratta è stata allungata, prima fino a Ponte Lambro passando per l’ospedale Monzino e poi estesa fino Peschiera Borromeo attraverso una miriade di frazioni tra le quali spicca Linate ai margini meridionali del sedime dell’omonimo aeroporto. Una linea interessante perché segue un ipotetico raggio che parte quasi dal centro e taglia tutte le periferie che nel tempo si sono susseguite come i cerchi del tronco di un albero ultracentenario: viale Molise, Calvairate, la ex Trecca, le case intorno a via Bonfadini e viale Ungheria, ponte Lambro e poi la cintura, in questo caso Peschiera, cento anni fa un nugolo di cascine, oggi una cittadina di oltre 23.000 abitanti. Ma torniamo alla Trecca. Prendo per la prima volta la 66, dal capolinea, la giornata è di quelle nebbiose, con pioggerella intermittente, un cielo plumbeo tipicamente milanese. In dieci minuti o poco più sono al principio di via Salomone. Ho l’appuntamento lì vicino in un bar. Mi aspettano un giornalista blogger che abita da quelle parti, impegnato in associazioni di volontariato nel quartiere, in compagnia di una “guida”, un poco più che trentenne che ha l’aria di saperla lunga. Per chi non lo sapesse o non lo ricordasse, la Trecca odierna nasce a partire dalla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, costruita su quella originaria nata a sua volta negli anni 30 e che appunto è sparita. Quelle originarie erano le cosiddette case minime del periodo fascista costruite alla meno peggio in Via Zama tra il 1934 e il 1937, nel quartiere che allora si chiamava Caproni. Dodici case ad alveare, a due piani, senza scantinati e una speciale soletta per isolarle in teoria dall’umidità. Fredde e umide d’inverno, invivibili per il caldo d’estate. Il minimo indispensabile, case decisamente brutte se non orribili, costruite con il progetto di ospitarvi profughi e indigenti. Erano monolocali, grossi stanzoni con svariate deficienze e con servizi igienici in comune. Una specie di approdo temporaneo per gente in difficoltà estrema che cercava poi di sbarcare il lunario nel vicino ortomercato alla perenne ricerca di manovalanza oppure riciclandosi nei bassifondi della mala. In seguito le emergenze sociali del dopoguerra e la perpetua mancanza di alloggi hanno trasformato la Trecca in un quartiere di solido e stabile insediamento. Famiglie anche di 4 persone sono andate a vivere lì, stipate in spazi angusti, appunto in monolocali. La parola Trecca deriva da tre cà, evidentemente così soprannominati questi primi complessi popolari. Vengono poi abbattute per farne dei casermoni a nove piani, senza balconi, oggi più propriamente identificati come quartiere Salomone che poi si salda con altri caseggiati similari li vicino in via Zama e più giù in viale Ungheria tirati su via via nel corso di alcuni decenni. Il trentenne in questione si presenta come la quintessenza del quartiere, una sfilza di precedenti alle spalle, dieci e più anni tra galera e arresti domiciliari, socializza un po’ con tutti, tiene le fila di tante relazioni, conosce problemi e richieste di tanti cercando di porvi rimedio come può a modo suo. In un certo senso è un sociologo mancato, conosce bene la realtà e cerca di trarne delle considerazioni sensate. Il quartiere ha l’aspetto degradato, case che all’apparenza esteriore sembrano fatiscenti e che mostrano il solito spettacolo tra incuria e abbandono di portoni sfondati, citofoni inesistenti perché vandalizzati, allacciamenti abusivi, ascensori bloccati, intonaci scrostati, amianto, spazzatura. Gli italiani sono la metà o poco più della popolazione e, mi si dice, tantissimi con precedenti penali anche gravi, il resto sono stranieri e nessuno sa dire in realtà quanti siano e cosa facciano perché c’è un veloce turnover. Molti sono gli abusivi tra gli inquilini di questi palazzoni. Per la cronaca, è un quartiere Aler. Vedo tanti rom e nordafricani, pochi sudamericani e ancora meno asiatici. Sembra una terra di nessuno, ma rispetto ad altre periferie problematiche di Milano questa è all’apparenza più tranquilla o per lo meno sotto controllo e dove si cerca in qualche modo di evitare scontri di qualsiasi genere, anche culturali e religiosi. Mi si dice che è così dopo l’ultimo periodo topico di mala, negli anni novanta, i tempi dell’autoparco di via Salomone, crocevia della droga con i relativi boss di base nei palazzoni del quartiere. Da roccaforte della malavita, oggi la ex Trecca sembra tornata al ruolo che fu della vecchia Trecca, un porto di primo approdo per tutte le categorie del disagio sociale italiano e straniero, una terra di confine. In cui però non manca la Milano con il cuore in mano, si nota facilmente la presenza costante e concreta della Parrocchia di san Galdino, dell’oratorio e di tante associazioni di volontari a cominciare dalla Caritas di via Salomone. Un pezzo problematico di Milano a sole dieci fermate del bus dal centro della città.

 

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

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