• Liala e il suo tich tach
    Liala e il suo tich tach Inabissato. Dopo questa terminologia vissuta intensamente più che scritta, Liala volle crearsi una vita parallela tramite i suoi romanzi. Un modo per sopravvivere. Però lo sguardo dal Montello si inabissava nel lago di Varese in ogni attimo della sua giornata. Dal tramonto all’alba. Ebbe molto Liala essendo di Nobile famiglia. Nobile il suo aspetto e quasi aristocratico quel suo posizionarsi alla macchina da scrivere, sempre più frequentemente, fino a confondere realtà con romanzo. Ma quale era la realtà? Il suo matrimonio combinato e naufragato? No, basta parlare di acqua. Naufragi, inabissarsi di pensieri…. Per fortuna, nella cucciola, Primavera era sempre con lei. Una grande somiglianza, anche fisica. Quella classe quasi aristocratica e quel sorriso dedicato unicamente all’arte di esprimersi con scrittura e canto, che solo dai Cambiasi poteva discendere. Più…

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Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

E’ morto domenica Andrea Badoglio, 46 anni, già candidato sindaco alle recenti elezioni amministrative di Varese per conto di una lista civica da lui stesso fondata e organizzata, Varese Civica. E' stato trovato questa mattina presto in casa sua dal fratello e dalla madre che erano andati a cercarlo preoccupati per il prolungato silenzio. Era riverso nel suo letto, deceduto per cause apparentemente naturali e sulle quali comunque indaga la procura. In questo anomalo e tormentato 2016 varesino connotato da una campagna elettorale molto accesa, spesso dai toni scomposti e da un dopo non da meno, l’Andrea è sempre stato anche suo malgrado al centro dell’attenzione. Noto ai più per le battaglie contro usura e racket, fatte sempre all’ombra delle associazioni del caso, con una storia tormentata alle spalle, il desiderio di un riscatto sociale che si è concretizzato negli ultimi anni in una innumerevole serie di impegni culturali e non, anche politici appunto. Lo conoscevo da una vita, ma sinceramente non siamo stati mai amici perché le occasioni di frequentazione erano poche e comunque formali. Negli ultimi tempi però per vari motivi ci si vedeva spesso, si era trasferito in via Prima Cappella, quasi a Oronco, eravamo vicini di quartiere e ci scappava spesso una birra serale o un caffè di prima mattina. Poi la politica e gli impegni culturali, la presenza sui social, insomma Badoglio, volente o nolente te lo trovavi facilmente intorno. Mi raccontava di tutto, mi teneva aggiornato sui passaggi principali delle sue vicende umane e legali, sono assolutamente sicuro che fosse sincero nella sua battaglia-missione per la legalità a qualsiasi livello ed in qualsiasi ambito. Con evidenti costi personali da sopportare, come l’isolamento. La recente discesa in campo alle elezioni di Varese, di fronte a chi, come il sottoscritto, gli consigliava di avvicinarsi alle coalizioni per qualificare meglio il suo impegno e dargli maggiore ampiezza, rispondeva che la sua era una battaglia di principio, a fianco della gente che di politica non ne vuole sapere, civica nel vero senso del termine. Era vittima di quella illusione ottica tipica del salvatore della patria, ma nel suo caso non c’era vanagloria, superbia, protagonismo, ma semplicemente la voglia di dimostrare un teorema. Quello del cittadino, civico appunto, che presta parte del suo tempo e competenze al servizio della città, al di fuori dei recinti e dei tornaconti della politica politicante. Una politica che spesso e volentieri non ha dato una bella immagine di sé negli ultimi decenni. Una illusione, lo sappiamo, l’obiettivo dovrebbe viceversa essere quello di fare buona politica con gli strumenti della politica. Ammetteva con trasparenza intellettuale questa opinione, non era uno sprovveduto. Confidava però che il suo obiettivo prioritario fosse quello di tornare a farsi vedere, a esserci. E non poteva che farlo da solo, in una lista da lui organizzata ed indipendente. Dopo un passato appunto piuttosto complicato, per voltare pagina, la catarsi forse imponeva solo questa scelta. Scongelarsi, poi chi vivrà vedrà. Non fu eletto, ma non sparì nell’oblio. Riprese in mano Varese Nascosta, il suo piccolo capolavoro, lo rilanciò, lo stava rilanciando anche al di fuori del mondo virtuale dei social. Chi non ha letto una notizia di storia locale, visto una fotografia della vecchia Varese o altro postato nel gruppo facebook? Probabilmente nessuno. E da lì stava cercando di ripartire alla continua ricerca di un ruolo che in qualche modo fosse utile per la comunità. Anche se il suo focus rimaneva sempre la battaglia per la legalità e soprattutto la trasparenza, che combatteva senza risparmio, cercando di andare fino in fondo. Come nel caso del recente chiaccherato prestito obbligazionario concesso dalla Fondazione Molina a Rete55 che gli procurò un sacco di veementi attacchi personali. Era una spina nel fianco, una coscienza critica, uno osso duro, basti ricordare la questione del parcheggio della Prima Cappella, ma si muoveva sempre a ragion veduta, in ambito legale, sempre ben consigliato. A suo modo era un professionista della trasparenza e della legalità. Anche provata a sue spese. Sono sicuro che a Varese, fin da oggi, mancherà una figura come la sua, soprattutto alla politica.

 

In quella vasta produzione artistica lombarda e piemontese tra ottocento e novecento che ha nelle vedute, nei paesaggi il proprio fulcro, non si può dimenticare il contributo di Francesco Gnecchi. Personaggio forse minore, noto soprattutto per altri meriti, quelli numismatici per la precisione, ricoprì però un ruolo a suo modo importante nella galleria dei pittori coevi. Come non ricordare le sue vedute del Lago Maggiore, dell’Engadina, per rimanere tra Insubria e le Alpi, eseguiti sempre con gusto aneddotico e grande attenzione per i dettagli che animano e vivacizzano scene in cui sono la natura e i panorami quelli che principalmente catturano l’attenzione di chi osserva.

Il suo dipinto che abbiamo pubblicato (vedere immagine in alto) riproduce una veduta del Lago Maggiore tra Baveno e Pallanza, eseguito nel 1884 nei pressi di Fondotoce, oggi riserva naturale. E’ stato acquisito da Fondazione Cariplo nel 1991 e a sua volta proveniente dalla Collezione Istituto Bancario Italiano (IBI).

All’Esposizione Nazionale di Torino del 1884, Francesco Gnecchi presentò due vedute del Lago Maggiore, rispettivamente dedicate a Riviera e a Fondo Toce. L’opera in questione è forse identificabile con quest’ultima. Il punto focale della composizione coincide con la foce del fiume, cui è conferito il massimo risalto attraverso l’adozione di un punto di vista leggermente rialzato. L’ampio paesaggio con il Sempione sullo sfondo si articola attraverso la successione di piani paralleli che degradano lentamente e acquistano profondità grazie al cielo che sfuma in lontananza in una foschia indistinta, in contrasto con la vista limpida e tersa del primo piano.

L’artista propone un panorama molto apprezzato dagli esponenti del naturalismo lombardo e piemontese, più volte rappresentato da Eugenio Gignous, Filippo Carcano e Uberto Dell’Orto. A quest’ultimo Gnecchi fu legato da intima amicizia, e verosimilmente i due pittori si recavano insieme a dipingere dal vero sul lago, dove entrambi disponevano di una residenza estiva, condividendo l’interesse per i valori luministici e atmosferici del paesaggio. Il dipinto trasmette sicuramente ammirazione e nostalgia per una veduta di una arcana bellezza in gran parte apprezzabile ancora oggi. Dell’epoca sono i particolari che animano la scena, a cominciare dalle caratteristiche imbarcazioni che solcano le acque calme del lago. Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano in piazza della Scala.

Francesco Gnecchi nacque a Milano nel 1847, proveniva da un facoltosa famiglia di imprenditori della seta e si dedicò alla pittura in contemporanea all'attività di famiglia fino al 1878. Iniziato agli studi artistici da Mosè Bianchi e Achille Formis, si dedicò prevalentemente al paesaggio ricavando suggestioni dalle coeve ricerche del naturalismo lombardo. La costante presenza alle maggiori rassegne espositive milanesi e nazionali, dal 1881 fino al 1891, concorre a definire un'immagine professionistica della sua attività. L'amicizia con Luigi Scrosati favorisce il suo interesse per la pittura di fiori.

Gnecchi è però noto soprattutto nel mondo della numismatica. Dal 1870 si dedicò assiduamente al collezionismo di monete romane, pubblicando in collaborazione con il fratello Ercole alcuni opuscoli dedicati alla classificazione della sua raccolta. Decise di occuparsi di monete romane, mentre il fratello si occupava di monete medievali italiane. Fondò, assieme al fratello ed altri appassionati, la Rivista italiana di numismatica, diretta inizialmente da Solone Ambrosoli e in seguito da lui e dal fratello Ercole. Nel 1892 partecipò alla fondazione della Società numismatica italiana assieme a vari studiosi di numismatica italiani tra cui Solone Ambrosoli, il fratello Ettore Gnecchi, il conte Niccolò Papadopoli, Antonino Salinas, Giulio Sambon, Costantino Luppi. Nel 1906 gli fu conferita la medaglia della Royal Numismatic Society di Londra. La sua opera più nota è Medaglioni romani, pubblicata in tre volumi nel 1912. Alla sua morte, avvenuta a Roma nel 1919, la collezione numismatica contava circa 20.000 pezzi e nel 1923 fu acquisita dallo Stato e destinata al Museo Nazionale Romano ubicato nella capitale nella sede di palazzo Massimo alle Terme.

Fonti liberamente tratte: biografia Francesco Gnecchi e portale Artgate della fondazione Cariplo

 

Le barricate di Goro sono più di un segnale. Che purtroppo rimarrà disatteso e la spirale involutiva delle conseguenze generate dal fenomeno immigrazione continuerà inesorabile. Nel fastidioso chiacchericcio mediatico l’Italia benpensante e politicamente corretta ha puntato il dito, ha giudicato. Quella Italia che per intenderci fa la carità con i soldi degli altri, quella dei buoni samaritani che tendono la mano a qualsiasi sventurato purchè sia ospitato altrove, quella di chi giustifica qualunque fenomeno mondiale con le colpe dell’Occidente, per non parlare dei cultori dell’integrazione ad oltranza come risorsa per il futuro, dei predicatori della decrescita felice, dei radical chic che hanno trovato argomenti per i loro dibattiti spocchiosi in torri d’avorio ben difese e via discorrendo. Un manipolo di rozzi pescatori di vongole senza sentimenti, secondo appunto l'opinione comune, ha innalzato muri contro una dozzina di donne e bambini africani destinati ad occupare alcune stanze requisite dal prefetto ad un ostello del paese. Per una collocazione temporanea, ovvero definitiva, perché come diceva Montanelli, in Italia non c’è nulla di più definitivo del temporaneo. Un comportamento umanamente discutibile, ma, ahimè per i benpensanti, non esecrabile, addirittura giustificabile se inquadrato nel contesto generale. L’impressione è che tra chi innalza muri e chi predica accoglienza tout court la questione migranti sia sfuggita di mano, maldestramente e colpevolmente. Per basso tornaconto politico. Ma si gioca con il fuoco. Con l’Europa che non accoglie, che espressamente tiene alla larga i migranti con le buone e con le cattive, all’Italia, paese politicamente debolissimo ed insignificante, ricattabile, tocca il ruolo di ricettacolo di chiunque sbarchi in Europa. Affari nostri. Ce li dobbiamo tenere, a nostre spese, in un limbo legale/illegale senza una prospettiva certa. Non c’è logica in tutto questo, c’è mala fede, questa si, con l’inevitabile conseguente commistione di interessi economici, politici, sociali. Nell’ipocrisia generale di tante classi dirigenti. Fatevi una passeggiata alla stazione Centrale di Milano, un posto a caso perché a Milano se ne contano a decine di situazioni precarie del genere. Bivacchi, sporcizia, malavita, insicurezza. Altro che le barricate di Goro, qui dovrebbe scoppiare forte l’indignazione popolare per una situazione umanamente intollerabile. Uno schiaffo a Milano e poi questi ospiti, con questi presupposti, vorrebbero integrarsi? Mah! Perché Milano alla fine deve accogliere tutti? Perché non si affronta il problema con razionalità, con freddezza, con obiettività e piani alla mano? Ed invece ci tocca ascoltare le dichiarazioni del pusillanime sindaco Giuseppe Sala che enfatizza la inveterata tradizione di accoglienza milanese, ma occorre ricordargli che non è questa l’accoglienza milanese oppure ci tocca ascoltare i moniti del solito burocrate piddino che svicola dall’argomento prendendosela con i leghisti rei di scatenare paure a proprio uso e consumo elettorale. Come se il fenomeno non esistesse e se lo fosse inventato artatamente la Lega. Un disco rotto. L’Italia, come qualsiasi altro paese, non può accogliere chiunque, tanto meno una vera e propria invasione di illegali, clandestini e pseudo profughi pretenziosi, con lo smartphone e i jeans firmati, non certo desiderosi di integrazione, ma solo di sbarcare il lunario sine die a nostre spese. L’Italia deve in primis avere rispetto per la sua gente in un periodo in cui la gran parte degli italiani non se la passa di certo bene. Non ci sono le risorse, non ci sono i luoghi di accoglienza, non esiste nemmeno la certezza del diritto per accoglierli nel modo corretto. E poi, chi sono, dove sono, cosa fanno questi ospiti? Nessuno lo sa. Si sa solo quanto costano anche in termini di percezione di insicurezza. Aspettiamoci altre Goro, ma forse a questo punto più di una attesa è un auspicio, chissà mai che le coscienze intorpidite dei moralisti e dei buonisti à la carte a quel punto si sveglino una volta per tutte.

 

La bomba Molina e Lega Civica deflagra a Varese in tutta la sua potenza e ora la città aspetta di capire fin dove si spingerà l’onda d’urto. Soprattutto in ambito politico, perché la vicenda in sè sembra ormai chiarissima anche se oggi in Regione durante l’audizione di Ats Insubria in commissione Sanità, assente il presidente del Molina Campiotti, il tempo del verbo usato da tutti era il condizionale, ma solo perché si è fatto lo slalom tra documentazione lacunosa o addirittura mancante a causa solo della reticenza dei vertici della casa di riposo varesina che l’hanno consegnata solo parzialmente. Intanto il tritacarne politico si è messo in funzione e se ne va il consigliere Andrea Bortoluzzi, eletto nella Lista Galimberti, epigono di una nota famiglia di notai varesini, personaggio di primo piano al di là della politica alla quale appunto non deve chiedere nulla. Ai quotidiani locali dichiara “Ho consegnato le dimissioni e sono irrevocabili, non sarò sui banchi già dal consiglio di giovedì sera”. E lancia un attacco forte e chiaro all’indirizzo del sindaco: “Sono deluso da Davide Galimberti, lo dico con sincerità. Ho visto una impostazione renziana in cui decide solo un gruppetto e tutti gli altri devono obbedire e alzare la mano. Se non voti come ti dicono, allora diventi un provocatore. C’è il decisionismo, ma manca la discussione”. E continua, mettendo il dito nella piaga, “in generale posso dire che con questa amministrazione non c’è stata la svolta, non si è registrata la sterzata che la città chiedeva. Avevo forti aspettative nel cambiamento, ma se questo significa solo mettere un marchio nuovo su un prodotto vecchio, allora non ci sto”. Una perfetta sintesi dello stato d’animo generale, almeno dei non allineati al sinedrio del sindaco. La vicenda Molina getta infatti ombre inquietanti sulla vittoria pianificata ed ottenuta ad ogni costo dal centrosinistra alle elezioni comunali soprattutto per quanto riguarda la trasparenza nei confronti della compagine stessa che ha appoggiato Davide Galimberti. Ed è quindi inevitabile assistere ora all’epidemia di mal di pancia, prima solo accennati, oggi palesi, in tanti ambiti della coalizione. Già la partita sulle nomine l’estate scorsa è stata una mezza dèbacle per la maggioranza, parte del pd, i marantelliani Oprandi e Mirabelli, tra l’altro poi uno dei più accaniti sostenitori dell’operazione trasparenza sul Molina, e Infortuna sono saliti sulle barricate perché emarginati dai giochi. Mentre il legacivico Andrea Malerba diventava presidente del consiglio comunale seguito da altri amici di partito finiti nelle partecipate. Ora Bortoluzzi che se ne va sbattendo la porta. E non sarà appunto l’ultimo della serie. Finalmente emerge con tutta evidenza che l’accordo con Lega Civica c’è stato eccome e non era una invenzione del centrodestra o una sparata giornalistica. Un accordo evidentemente inconfessabile visto che per mesi si è cercato di evitare accuratamente l’argomento. La regia di Lega Civica è da far risalire a rete55 in mano all’editore ex dc Lorenzo Airoldi, la stessa emittente beneficiaria di uno o più prestiti obbligazionari concessi dal Molina. Una commistione che si riteneva inopportuna ed ora certamente scorretta. La reticenza, il silenzio del sindaco sulla vicenda ha ora il suo perché e la tardiva giustificazione arrivata solo domenica scorsa in un concitato intervento è stata della serie la toppa è peggio del buco. Ats e la Regione si erano mossi eccome e stupisce la disinformazione del sindaco al riguardo, i ritardi erano dovuti solo alla lentezza nel fornire le informazioni e i dati richiesti ai vertici della Fondazione Molina. Ma è il Pd ora in subbuglio, insofferente per una campagna elettorale gestita con poca trasparenza e molto dilettantismo e per una vittoria che si sta trasformando via via in una pesante iattura. “Caro sindaco, ti aspettiamo al direttivo provinciale, per dissipare tutte le inutili ombre provocate dal chiacchiericcio sul rapporto tra Comune di Varese e Fondazione Molina e sul presunto apparentamento elettorale con la lista che sosteneva Stefano Malerba”. La richiesta proviene dal renziano Giancarlo Pignone, membro del direttivo provinciale del Pd. Tira insomma aria di resa dei conti. Tornando alla questione Molina in senso stretto, aspettiamo gli sviluppi che si possono però facilmente immaginare e che non salveranno di sicuro i protagonisti di questa torbida storia. Intanto, per togliere dall’imbarazzo la politica varesina e soprattutto fare una operazione trasparenza, rapida, vera, definitiva su questa vicenda che riguarda una delle istituzioni più amate dai varesini, che questa gente si dimetta immediatamente, se ne vada, sparisca dalla circolazione.

 

Il referendum del 4 dicembre si avvicina, vinca il Si, vinca il No, poco cambia, il giorno dopo comincerà la lunga e decisiva cavalcata verso le elezioni politiche del (forse?) 2018. Da una parte ci sarà sicuramente Matteo Renzi, leader del Pd e della maggioranza di governo nonché presidente del consiglio e dall’altra? Il Centrodestra naviga a vista, ci siamo occupati più volte su questo giornale della parte moderata della coalizione alle prese con una vera e propria rigenerazione e che vede oggi attivamente in campo solo Stefano Parisi, mentre Forza Italia si dimena tra la resistenza ad oltranza dei vecchi leader e qualche tentativo di smarcamento nella continuità come quello di Lara Comi e Siamo Italiani. Sembrano i prodromi di una battaglia politica in stile primarie, si gira l’Italia, si cercano amici e seguaci, si propongono idee e progetti, poi si vedrà, ci sarà sicuramente una conta e solo lì si tireranno le conclusioni. A destra invece la situazione è più consolidata, c’è solo un leader incontrastato in campo, almeno in apparenza, e che sta cercando di mettere il cappello addirittura sulla leadership della coalizione intera anche se il risultato accettabile sarà quello di porsi per tempo in posizione di sicuro vantaggio nel caso in cui alla fine si dovesse decidere alle primarie il leader del centrodestra che andrà a scontrarsi alle elezioni contro Renzi. Un leader, Salvini, alle prese con l'identità del proprio partito in continua evoluzione. Sembrano passati secoli dal congresso che sancì la fine del bossismo e della vecchia Lega federalista e secessionista. Prima c'è stata la sterzata a destra con l'alleanza con CasaPound, i "fascisti del terzo millennio", poi in via Bellerio hanno scoperto che con le nuove camicie nere non si va troppo lontano. E dire che Umberto Bossi gliel'aveva detto: noi siamo antifascisti. C'è stato poi il tentativo di creare una Lega nazionale per pescare voti nel Mezzogiorno con la lista Noi con Salvini, poi le alleanze con i populisti europei e le relative benedizioni d’Oltralpe. Infine la deriva lepenista ha preso il sopravvento ed è diventata la linea politica del movimento. Non è stata una corsa indolore, la vecchia Lega ha protestato e protesta, il cambio di pelle non piace ai duri e puri e, in più, i rischi estremizzazione e relativo isolamento sono visti come un pericolo letale dalla cosiddetta Lega dorotea, di governo, vedasi gli screzi con alcuni leader, come nel caso dei continui scontri con Roberto Maroni. Ma Salvini tira diritto. Nel vasto e variegato panorama editoriale in materia, un contributo per chiarire presente e futuro del leader leghista-lepenista arriva dall’ultimo libro del giornalista David Allegranti, “Matteo Le Pen – Che destra che fa” (Fandango libri, 2016, 14 €). A metà strada tra il reportage e l'analisi politologica della Lega di oggi, il libro traccia, con stile schietto e ironico, un'immagine nitida dell'aspirante leader della Destra italiana che si candida a riunire tutte le forze conservatrici del Paese in una specie di Front National italiano e da lì cercare di rappresentare la vera alternativa a Matteo Renzi. Moderati permettendo, ovviamente. In merito, l’attenzione è rivolta alla questione del bacino dei voti di Berlusconi, oggi da ritenersi in libera uscita. Il libro focalizza l’attenzione su Salvini che tenta di ereditare questo decisivo consenso, ma sarebbe interessante un seguito e un aggiornamento di questa riflessione nel momento in cui il progetto di Parisi prenderà veramente piede. Se ne riparlerà sicuramente dopo il 4 dicembre o quando Parisi presenterà, come promesso, il suo programma di governo. E sarà quello il momento in cui si discuterà veramente di coalizione e di leadership. Ma è comunque dalla partita sul consenso dei moderati che parte la disanima di Allegranti di cui riportiamo qui di seguito alcuni ampi stralci:

«Oggi il centro destra è uno schieramento al bivio fra il populismo securitario leghista di Matteo Salvini, quello della chiusura delle frontiere e della caccia al migrante, e il liberalismo parecchio azzoppato dopo vent’anni di fallimenti berlusconiani. Insomma, il centro destra che farà? Chi vincerà la battaglia delle idee? Salvini o Stefano Parisi? Per capirlo bisogna affrontare la questione principale, il fattore B. e il fardello che rappresenta nel dibattito attuale. “Berlusconi – dice il senatore Riccardo Mazzoni, di Ala, ex berlusconiano, fallaciano, giornalista ed ex vicedirettore del Giornale – è come Totti. Spalletti dice ‘io lo venero, ma ho bisogno di vincere’. Berlusconi non è più in grado, ma finché c’è lui, le primarie non ci sono. E se anche ci fossero, le vincerebbe Salvini, un leader che a suo modo fa concorrenza a Grillo. Il popolo di centro, schifato, che non va a votare, probabilmente tappandosi il naso tra Renzi e Salvini voterebbe Renzi... In Francia la lotta era tra due partiti di centro, tra Giscard D’Estaing e Pompidou, e il Front National era tenuto fuori da tutte le competizioni. Qui invece il centro destra è di fatto guidato da un leader che sta scavalcando a destra la Le Pen»

«Il rischio è che il ruolo del liberale prima versione tocchi farlo a Renzi, anche se il premier non lo è; né per indole personale, psicologica, antropologica, né per storia politica. I pochi liberali stanno altrove. Animano dibattiti in convegni, pensatoi, organizzano sparute opposizioni intellettuali. Uno dei think tank più interessanti è quello dell’Istituto Bruno Leoni, di cui Alberto Mingardi è il direttore. Ha pubblicato sulla rivista Nuova storia contemporanea un saggio sul neoliberismo, diventato, secondo Mingardi, il feticcio contro cui la sinistra si scaglia, come fa Luciano Gallino nel suo ultimo libro Il denaro, il debito e la doppia crisi (Einaudi). Eppure, scrive Mingardi sulla rivista: “La notizia del trionfo del neo-liberismo è abbondantemente esagerata”. “Il segreto del successo della Lega di Bossi e di Forza Italia di Berlusconi – dice il direttore dell’Istituto Bruno Leoni – è che hanno offerto una rappresentanza politica piena, senza vergognarsi, ai ceti produttivi del Nord Italia, che per quarant’anni avevano votato Dc turandosi davvero il naso e senza averne in cambio granché. Berlusconi entra in politica dicendo che bisogna tagliare le tasse, in quarant’anni non lo aveva detto nessuno. Non rientrava nel galateo della politica contemplare la riduzione del raggio d’azione dello Stato. Sia la Lega che Forza Italia però hanno drammaticamente fallito nei confronti di quei ceti produttivi e industriali che erano andati a votarli. Che cosa hanno portato a quegli elettori che li hanno votati per quindici anni? Pochissimo. Il federalismo è stato sostanzialmente un’eterna promessa che i leghisti non hanno mai realizzato e, per quanto riguarda Berlusconi, noi possiamo dire che ha fatto, dal punto di vista della spesa pubblica, tutto fuorché un programma di riduzione della spesa e quindi delle imposte.” Insomma, un disastro. “Io – riprende Mingardi – arriverei a scusare sotto un certo aspetto Berlusconi per un motivo semplice: quando quelle proposte sono state avanzate mancava il materiale umano per realizzarle.

Non basta più dire meno tasse, devi avere un ceto politico, devi avere un tecnico del diritto, persone che scrivono leggi e una certa rete di supporto nel mondo delle idee.” Basta pensare, dice Mingardi, alla flat tax che Berlusconi proponeva nel 1994 – e che oggi torna tra qualche nostalgico, in rete – “ma non aveva persone e professionalità per trasformarla da idea in norma”. Ciò che paga oggi il centro destra è, di nuovo, “l’assenza di persone. E questo è dovuto in parte a Berlusconi, che è una specie di tappo e impedisce la formazione di cose alternative in quell’area. Poi però c’è anche la tendenza della società civile liberale ad affidarsi a persone che dovrebbero risolvere problemi – Berlusconi, ma anche Renzi – piuttosto che tentare di esprimere essi stessi una rappresentanza politica o una forma di impegno più o meno diretto. E questo pesa. Dopotutto la politica è fatta di persone che fanno le cose. Non dico che non ci siano persone di sentimenti genuinamente liberali ma non sono persone che hanno una posizione preminente”. Mingardi stavolta è “d’accordo a metà” con Orsina sulla domanda di destra che c’è nel paese ma che non trova un’offerta. “Credo che, al posto di soluzioni liberali, ci sia piuttosto una domanda più rilevante di sicurezza. C’è un forte pezzo dell’elettorato spaesato che ha bisogno di punti fermi, che non capisce come si comportino i governi davanti all’immigrazione, che ha paura del terrorismo, che è preoccupato rispetto a certe evoluzioni della società e quindi vuole risposte più di destra che di taglio liberale.

La domanda è: quali sono gli spazi di libertà in un mondo nel quale gli ideali di sicurezza sono sempre più sentiti? È una di quelle questioni nelle quali è l’offerta che fa la domanda. Servirebbero dunque una classe dirigente e una leadership che provassero a costruire delle risposte in quel senso.” Il problema sta tutto in una questione di numeri. I liberali sono pochi in termini di movimento organizzato. E nessun capo politico emergerà finché “non ci saranno solo economisti liberali o politologi liberali, ma anche un romanziere liberale, un idraulico liberale e quindi anche un leader liberale. E per ora i liberali sono quattro gatti, sovente impegnati a litigare con gli altri per dire che ‘nessuno è veramente liberale quanto lo sono io’”. Mingardi però intravede qualche speranza. “C’è un segnale che ha del provvidenziale e che è inaspettato e incomprensibile rispetto alla situazione di un centro destra sgangherato come questo: la candidatura di Stefano Parisi a Milano, una figura che appartiene alla società civile, con una carriera notevole, anche nell’associazionismo d’impresa e dotato di sentimenti liberali strutturati. Forse da un caos totale come questo può anche venire qualcosa di molto buono.” Aspettando Godot.

Nei primi mesi del 2016 si sono confrontate due idee politiche, ma anche due stili diversi. Un duello che poi si è replicato a metà settembre con due assemblee pubbliche: da una parte Stefano Parisi a Milano, che ha riunito società civile e società politica (poca Forza Italia, molti centristi), annunciando nel giro di quattro mesi un programma di governo. “Qui a Milano è nata una nuova comunità politica. Noi siamo la vera alternativa al centrosinistra”. Dall’altra a Pontida Matteo Salvini, che si è fatto subito riconoscere commentando la morte dell’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. “Come per tutti, umano cordoglio e un pensiero alla famiglia. Senza dimenticare però che fu uno dei tanti (da Napolitano a Scalfaro, da Prodi a Monti) a svendere il lavoro, la moneta, i confini e il futuro dell’Italia”. Si è trattato di bieco marketing politico in vista di Pontida, ma denota un punto interessante: Salvini conferma per i prossimi mesi la rotta della sua destra populista e anti Unione Europea, che passa da sparare su Roma ladrona a Bruxelles (via dall’Ue, via dall’euro) essendo alternativo non solo al centrosinistra ma anche allo stesso centrodestra.

Non ci può essere complementarietà, al momento, fra Salvini e Parisi, perché offrono due opzioni politiche differenti e anche due stili differenti. D’altronde non c’è spazio per la dialettica poliziotto buono/poliziotto cattivo in una eventuale coalizione di conservatori, perché qui anzitutto c’è in gioco la leadership di un’area politico-culturale orfana di Berlusconi, di cui il centrodestra avrebbe ancora bisogno, se fosse nel pieno delle sue forze. Può darsi che alla fine, quindi, ognuno vada per la sua strada. Anche perché il modello Milano – Parisi leader, coalizione riunita, con Salvini che accetta di non farsi vedere in prima persona e, di fatto, di non fare campagna elettorale – non è replicabile in tutta Italia (occhio però alla legge elettorale). Salvini, se facesse così, scomparirebbe in poco tempo. Al capo leghista il suo storytelling cattivista piace perché funziona. Una parte dell’elettorato è convinto che si debba uscire dall’euro, che i migranti vadano cacciati a pedate dall’Italia, che a Bruxelles ci sia gente “mangiapane a tradimento”. I liberali conservatori non trovano pace dai tempi della Destra storica, sono sempre alla ricerca di qualcosa che non arriva, alla fine paresiano tutti dietro, appunto, a Godot. Neanche Berlusconi ha soddisfatto le aspettative, tant’è che si parla di rivoluzione liberale fallita. Il berlusconismo però aveva una sua ideologia, anche forte, della società. Offriva sogni che non potevano essere mantenuti, spacciava ottimismo anche quando non doveva esserci. Era nazional-popolare in senso autentico, era parte dello spirito degli italiani, per questo ha retto tanto a lungo (e continua a reggere nelle sue esondazioni e ramificazioni)».

E alla fine, come era ormai prevedibile dopo alcune anticipazioni ventilate negli ultimi giorni, Il presidente della Fondazione Molina Christian Campiotti non parteciperà mercoledi mattina all’audizione in Commissione Sanità di regione Lombardia presieduta dal consigliere Fabio Rolfi. Riunione che in ogni caso si terrà perché ad essere ricevuti in audizione ci sono anche i vertici della Direzione Generale dell’Agenzia di Tutela della Salute (ATS) dell’Insubria.

“Meno di tre settimane fa il Presidente Campiotti si diceva lieto di incontrare la Commissione Sanità e Politiche sociali di Regione Lombardia riconoscendo nell'ente Regione il corretto interlocutore ove esporre la bontà e validità di tutte le iniziative intraprese nei mesi scorsi - chiosa il consigliere regionale varesino Luca Marsico - oggi, alla vigilia dell'appuntamento si apprende che né il Presidente né alcun altro componente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione sarà presente domani mattina nel corso dell'Audizione che vedrà, invece, la partecipazione dell' ATS Insubria sempre sullo stesso punto. Da un continuo rimandare e venir meno alle richieste di chiarezza e trasparenza di questo o di quello sulla ben nota vicenda del o dei prestiti obbligazionari concessi dal Molina alla emittente televisiva locale rete55 sembra si sia passati alla strategia dell’inabissamento. Sparire dalla circolazione, evitare confronti, rimandare, nella speranza di far dimenticare e passare oltre. Con l’inevitabile imbarazzo del mondo politico varesino, lato centrosinistra. Il sindaco piddino Davide Galimberti, più volte accusato anche all’interno del Pd, di latitanza sull’argomento, di non aver preso posizione per tempo sulla questione, dopo mesi di silenzio, proprio domenica scorsa ha chiarito la sua linea di pensiero, affermando di aver scritto addirittura a giugno una lettera a Regione Lombardia, che ha appunto potere di controllo sul Molina, e all’Autorità anticorruzione. Regione che alla fine si è mossa, ma Campiotti è ora uccel di bosco e la patata bollente torna sui tavoli della politica varesina. Lo stesso Campiotti ha addirittura richiesto recentemente un incontro con il sindaco Galimberti, un faccia a faccia evidentemente di pubbliche relazioni visto che il comune non ha responsabilità nella materia. Della serie fumo negli occhi e guadagnare tempo. Un bel intrico o intrigo intanto che la città continua ad attendere risposte chiare e perentorie su una vicenda in cui non dovrebbe esserci reticenza e sulla quale invece si stanno addensando nubi, non tanto sulla legittimità e regolarità dell’operazione finanziaria in sè, ma sull’opportunità della stessa. E' nota infatti la vicinanza di rete55 alla formazione politica della Lega Civica che ha consentito di fatto, schierandosi, la vittoria del centrosinistra al ballottaggio a Varese. Successivamente tale partito è stata premiato dai vincitori con la nomina di Stefano Malerba a presidente del consiglio comunale. Insomma, la gente non vive a priori di retropensieri e complottismo, si chiede molto semplicemente, se non c’è nulla di cui temere, se tutto è regolare e trasparente, perché nascondersi, non rendere conto e svicolare?

Continua Marsico, ”la richiesta di trasparenza e correttezza che avevo invocato lo scorso 4 ottobre resta così, ancora una volta, disattesa. Appare dunque evidente che, in meno di 20 giorni, il Presidente Campiotti deve avere cambiato idea non ritenendo più nemmeno Regione Lombardia il corretto interlocutore cui esporre le iniziative messe in atto sotto la sua gestione».

Le motivazioni addotte dal presidente del Molina per non andare in Regione sembrano puramente strumentali e dilatorie, vengono sollevate, in linguaggio avvocatese, questioni formali rispetto alle normative che darebbero il potere di audizione alla commissione. Campiotti chiede altresì di conoscere le ragioni dell’indagine amministrative da parte dell’ATS. Ora la questione, per quanto riguarda le conseguenze politiche, per tacere delle polemiche, potrebbe facilmente salire di livello. O forse no, dipende dai calcoli del manovratore bavarese e dalla composizione a vasto raggio degli interessi in gioco. A Varese e non solo. Cui prodest?

 

E’ possibile che un dipinto, un paesaggio in particolare, possa nel tempo raccontare molto di più di quello che a prima vista possiamo semplicemente osservare? Certamente si, se l’autore nel dipingerlo ha svolto un attento studio e una ricerca del contesto in cui ha ambientato l’opera. Se poi torniamo indietro nel tempo, i migliori dipinti di paesaggi trasmettono un tocco identitario, rappresentano anche in modo romantico una testimonianza storica di abitudini e culture in gran parte perse o dimenticate. Prendiamo per esempio la Veduta di Sala sul Lago di Como di Giuseppe Canella (1788-1847), un caposaldo della pittura di paesaggio dell’Ottocento. Il dipinto fu sicuramente presentato all’Esposizione di Belle Arti di Brera nel 1847 insieme con altri sei paesaggi. Alla sua apparizione l’opera riscosse l’apprezzamento entusiastico della critica e fu immediatamente riprodotta in incisione sulle Gemme d’arti italiane, accompagnata da una puntuale descrizione del scrittore liberale Antonio Zoncada. Il lungo testo evidenziava le qualità pittoriche del dipinto, contraddistinto da un’atmosfera suggestiva, da una luminosità chiara e rarefatta e da un’interpretazione del paesaggio in chiave emozionale. La composizione piuttosto semplificata è costruita lungo la diagonale che dalla riva del lago prosegue lungo i profili delle abitazioni. Nella luce crepuscolare si concludono le attività quotidiane dei popolani (le imbarcazioni sono già ormeggiate, gli animali stanno per riparare nella stalla) mentre su tutto domina un senso di quiete e di malinconia. Canella ha ricoperto un ruolo importante nel panorama artistico ottocentesco, era veronese, ha girovagato per l’Europa e per l’Italia non poco nel corso della sua vita artistica, nel 1832 però si stabilisce a Milano, dedicandosi all'esecuzione di vedute cittadine caratterizzate dall'interesse per la cronaca della vita contemporanea e da una resa atmosferica della visione, in evidente competizione con Giovanni Migliara che allora andava per la maggiore. Dal 1835 si rivolge in prevalenza al paesaggio, con soggetti tratti dalla campagna lombarda e dall'ambiente lacustre. L'evidenza riservata agli aspetti più poveri e umili rientra nel fondamentale interesse naturalistico dell'artista e coincide con le istanze moraleggianti di derivazione manzoniana. Sono vedute dal forte potere evocativo, Canella dipinge di solito varie località dei laghi di Como, Maggiore e Varese e della campagna lombarda. La connotazione romantica del paesaggio lacustre e, soprattutto l’accento posto sulla quotidianità delle scene sono quelle che hanno appunto spinto la critica a istituire un parallelo tra la pittura di Canella e le opere letterarie di Alessandro Manzoni fin dal 1841, amplificando il successo riscosso dall’artista sulla scena artistica milanese come indiscusso caposcuola di una nuova pittura di paesaggio. Il dipinto fa parte della immensa Collezione della Fondazione Cariplo. Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano in piazza della Scala.

Fonte liberamente tratta: portale Artgate della Fondazione Cariplo

 

 

Alzi la mano chi non conosce Diana Ceriani, almeno di fama! Nel variegato universo delle tradizioni, della cultura e della lingua locale declinata in bosino, l’infaticabile cantastorie cabiagliese è un sicuro baluardo. Con l’abbigliamento tradizionale, la sperada in testa, la chitarra e tanta passione. Da tanti anni in trincea per ricordare, diffondere, rivalutare, far conoscere il meglio della nostra terra. Con un di più però, con una propria e ormai vasta produzione di canzoni, poesie, piccoli racconti, aneddoti, elzeviri tutti rigorosamente in Lombardo e quando possibile tutti raccontati ed interpretati dal vivo. E artisticamente ha già una bella storia alle spalle. Ha fatto parte del gruppo Folkloristico Bosino di Varese e della compagnia teatrale de “Ra Famiglia Bosina”. Ha insegnato Lingua, Tradizioni e Storia del Territorio presso la Scuola Bosina. Ha vinto nel 2011 e nel 2014 il secondo e terzo posto al Festival della Canzone Lombarda di Induno Olona con le canzoni “Maria Bambina” e “Canzun d’Amur Busina”. Le sue canzoni sono raccolte nel CD “I Stagiun da Vares” (2012). Collabora con riviste on line, tra le quali anche La Bissa de l’Insubria, ed ha partecipato come ospite a diverse trasmissioni televisive. Per non parlare della costante presenza su Facebook, dove è possibile scoprire di lei un profilo più personale, quasi intimo, pieno di riflessioni, progetti, gioie e anche di tanta fatica e tenacia per portare a termine lavori che non sono mai improvvisati. Come nel caso dell’ultimo libro da poco pubblicato per i tipi di Macchione, piccolo e affermato editore varesino sempre molto attento all’ambito locale, alle tradizioni, alla storia, alle usanze nonché agli aspetti turistici e del tempo libero per una migliore fruizione e conoscenza del territorio. Il titolo è già un programma, “Almanacco delle tradizioni bosine….con le mie canzoni. I stagiun dur cör”. Nel libro, stagione dopo stagione, Diana Ceriani ci guida alla scoperta delle tradizioni del territorio varesino. Alla vita delle donne e degli uomini partecipano gli animali e le piante parti integranti ed essenziali delle abitudini, mestieri e costumi della civiltà contadina. Aneddoti, storie, leggende … i giorni, i mesi ... l'anno scorre veloce accompagnato dalle poesie e dalle canzoni in lingua bosina e tutte composte, come detto, da Diana. L'amore per la propria terra diventa cultura del cuore, svelando le radici più profonde dell'identità prealpina nata tra boschi, laghi e colline. Un punto di arrivo, una consacrazione dopo tanti anni di lavoro? Non credo, conoscendola. Piuttosto è uno stimolo in più per continuare, per farsi conoscere, per coinvolgere sempre più pubblico interessato. Un consiglio ai più a questo punto viene spontaneo, pensando soprattutto ai commenti e alle polemiche letti e ascoltati dopo l'approvazione della recente legge regionale sulla lingua lombarda. Seguitela in queste settimane, sicuramente ci saranno tante occasioni pubbliche in cui verrà presentato il libro, la conoscerete, l’ascolterete e sicuramente potrete capire di più e meglio di cultura e tradizioni locali, imparerete ad amare la lingua lombarda, le usanze bosine e magari, se siete scettici o prevenuti, uscirete dagli stereotipi, dalle banalità, dalla superficialità e anche dalle strumentalizzazioni di cui questi argomenti sono purtroppo facilmente oggetto.

 

Pro memoria:

Diana Ceriani, Almanacco delle tradizioni bosine….con le mie canzoni. I stagiun dur cör, Macchione Editore, Varese, 2016

 

 

Gavirate galeotta. Chi l’avrebbe mai immaginato che il suggestivo borgo adagiato sulla sponda settentrionale del Lago di Varese fosse stato a fine ottocento lo sfondo per uno dei legami amorosi più discussi del momento! Il sommo poeta toscano Giosuè Carducci (1835-1907), poi premio Nobel nel 1906, e la scrittrice Annie Vivanti (1866-1942) sono stati gli interpreti di qualcosa di più di un amoroso incontro di fine Ottocento come scrisse un giornalista anni dopo, ma furono protagonisti di una vera e propria intensa storia d’amore. L’ultima per l’attempato Carducci. Un legame di cui Gavirate e il lago di Varese furono appunto testimoni. Così scriveva, da Gavirate, Annie Vivanti "…vorrei mandarLe un mazzo di rose grande più di me. Vorrei creare una parola nuova che racchiudesse tutto ciò che ha di soave la gratitudine e di sublime la gioia, per dirLe quello che sento… Ho capito tutto, trovo splendido tutto, amo tutto ciò ch’Ella ha corretto ne’ miei versi. (Benedetti versi che m’hanno ispirato l’ardire di venire da Lei!)…". Ma facciamo un passo indietro. Lei, giovanissima, non bella, ma molto attraente, figura flessuosa, intrigante, dal profilo aristocratico, volubile, aspirante scrittrice, nel 1889 si rivolse ad un editore per farsi pubblicare una raccolta di liriche. L’editore, convinto di liberarsi una volta per tutte di lei, le rispose: «Ci vorrebbe una presentazione di Carducci». Annie non ci pensò due volte ed incurante del perbenismo d’allora cominciò a cercarlo, lo tampinò assiduamente nel vero senso della parola e finalmente lo incontrò e soprattutto gli fece perdere la testa e gli cambiò irrimediabilmente la vita. E’ il 1889, Carducci a quei tempi aveva cinquantaquattro anni suonati e, per i canoni di allora, quella era considerata una età avanzata soprattutto per le divagazioni amorose. Ma il vate toscano non si fece problemi e aprì senza indugio la porta del suo cuore alla poco più che ventenne Annie che portò così nella sua esistenza una ventata di vitalità, di novità e di spregiudicatezza. E’ una storia d’amore da copertina, che fa parlare tutti, che rapisce entrambi, tanto che di lei Carducci scrive “Signorina, nel mio codice poetico c’è questo articolo: ai preti e alle donne è vietato fare versi. Per i preti no, ma per Lei l’ho abrogato”. Per chi ha pazienza ed interesse, leggendo la cronistoria dei carteggi tra i due pubblicata in vari libri, è facile ricostruire l’intensa storia d’amore che si dipana dal primo appuntamento a Bologna ai lunghi periodi trascorsi in Liguria a La Spezia. Dai ripetuti soggiorni a Gavirate, fino a Napoli dove Carducci rincorre la giovane e inquieta amante, che nel frattempo si è affermata come scrittrice di versi e di prosa. Fino all’ultimo incontro a Madesimo nel 1898.

Ma sono i primi anni, il 1889 e il 1890, i più interessanti, quelli in cui i due riescono a vedersi da soli con facilità. Così la Vivanti ricorda la genesi della poesia Ad Annie, scritta dal Carducci a La Spezia nel 1890 a lei dedicata e simbolo della loro storia: Mentre egli veniva a vedermi, una vecchietta gli aveva dato un ramoscello di giacinto azzurro, e con questo egli venne a battere alla mia porta. Quando gli fu aperto, egli entrò, e senza parlarmi, gesticolava vagamente con il glauco fiore come battendo il tempo a qualche suo ritmico pensiero, andò a sedersi al pianoforte chiuso, prese un foglietto di carta, e scrisse. Scrisse la poesia che comincia così: “Batto a la chiusa imposta con un ramicello di fiori / glauchi ed azzurri come i tuoi occhi, o Annie ..”. Compose le sei brevi strofe sempre battendo col fiore il ritmo, e quasi cantando le parole fra sé. Scrisse lentamente, deliberatamente, senza mai smettere, né esitare, nella bella scrittura di cui era tanto orgoglioso. Una poesia che rimase scolpita nella memoria e nella vita della Vivanti tanto da finire incisa sulla lapide della sua tomba al Cimitero Monumentale di Torino quando in quella città morì nel 1942.

A Londra nell’aprile del 1892 Annie, dopo rapporti anche di natura saffica, sposò John Chartre, un importante avvocato irlandese, dal quale avrà la figlia Vivien. La relazione tra i due diventa uno strano rapporto, tipo una famiglia allargata, con il Carducci nel ruolo del mentore, dell’ispiratore, una figura che si barcamena tra Annie e la figlia da una parte e le partite a briscola e scopone, sua altra passione, con il marito dall’altra. Tra sentimento e amicizia lei scrive: “Quando voglio parlare, c’è Carducci che mi sta a sentire; quando voglio essere adorata, c’è Carducci che mi adora”.

A Gavirate era ospite del fratello Italo, a quei tempi medico condotto del paese, i giorni che trascorreva nel varesotto erano sempre contrassegnati da tranquille passeggiate al lago e da lunghe frequentazioni dei caffè locali, come il Veniani, dove i due li immaginiamo seduti sul divanetto ottocento ancora oggi ben conservato, magari assaggiando i brutti e buoni, i tipici dolcetti locali.

Un rapporto che si nutriva di luoghi e di paesaggi, fossero questi anche molto differenti come il lago di Varese o le Alpi Retiche o il golfo de La Spezia.

Come in tutte le storie d’amore, specialmente in quelle più tumultuose, c’è una fine. La personalità piena di eccessi e di ombre di Annie e il sentimento del grande Poeta nato sotto la fragilità della stessa poesia presto trasformarono la loro storia in amicizia, in devozione, in ricordo. Scartabellando tra gli scritti di Carducci, quell’ Elegia del Monte Spluga del 1898 in cui l’amore, fatto di citazioni mitologiche, di temperie classica, nutre la celebrazione di un luogo e di una presenza e soprattutto di un ricordo che colma e ferisce il vuoto, è emblematica. È diventata la sorella delle Fate incoronate di quercia, che inquisiscono quell’ “Orco umano” (Carducci veniva benevolmente soprannominato Orco da Annie) al quale chiedono se l’ha divorata. Ella vive ancora e palpita nelle vene, sedendo nella mente, assalita dalla solitudine e dalla paura: “Sali, dice il poeta, tu fiera sovrana, e co’l lampo/ de’tuoi belli occhi spirami gloria e amore”.

Annie Vivanti scrisse nel maggio 1906 al suo Giosuè Carducci: “Non dimenticheremo mai l’addio che ci deste nel crepuscolo lassù a Madesimo. Noi traversammo il ponte e Voi tornaste indietro, solo. La Vostra figura è scolpita solitaria e grande nel mio cuore e in quello di mia figlia. E penso che è una grande felicità l’averVi conosciuto ed amato. Penso anche che di là di un altro ponte – dopo un altro crepuscolo – noi ci ritroveremo ancora. È certo. Addio, diletto Signore. Stringo le vostre care mani”. (Londra, 14 novembre 1902).

 

Antonio Di Pietro l’ha presa a cuore, parlo della questione Pedemontana, e non solo perché ne è diventato da poco il presidente. Forse ci ha visto giusto Roberto Maroni, l’ex Pm qualche idea originale per tirare fuori dal guado l’infrastruttura più utile della Lombardia, ma anche la più inutilizzata e costosa, ce l’ha. L’occasione buona per esternare il pensiero dipietrista è stata data da una riunione con i sindaci interessati all’autostrada andata in scena giovedi nella sede della Provincia di Varese nel capoluogo, presente il presidente della stessa Gunnar Vincenzi. Non la utilizza nessuno l’autostrada? E’ troppo cara? Semplice, la statalizziamo. Almeno per quanto riguarda il tratto della tangenziale di Varese. E Como, aggiungiamo noi. A Milano, a Roma, a Napoli non si pagano le tangenziali, perché a Varese si? L’ex Pm ha assicurato che “se ci sarà un accordo politico in tal senso, nessuno si metterà di traverso”. L’uovo di Colombo, ovvero di Di Pietro. Il ragionamento è semplice e non fa una grinza, se il piano di project financing prevede di pedaggiare l’autostrada per coprire i costi e soprattutto gli onerosi mutui contratti a suo tempo dalla società per costruire i tratti autostradali in questione e i pedaggi così cari non li vuole pagare nessuno, qualche soluzione bisogna pur trovarla per far quadrare i conti. Quindi, la giriamo allo Stato, almeno per la parte che riguarda il tratto che rende meno e renderà sempre poco anche con pedaggi risibili. Come le brevi tangenziali. Ma per fare cosa sostanzialmente? Per evitare che l’opera rimanga una incompiuta, una cattedrale nel deserto. Per completarla ne manca infatti quasi la metà e quindi non è immaginabile che al danno si aggiunga pure la beffa. Oggi l’autostrada è poco utilizzata anche perché è completa a metà, impossibile quindi a queste condizioni sperare in un aumento determinante della utenza, pedaggio si o pedaggio no. Una posizione, comunque la si pensi, costruttiva e più sensata rispetto a quello che andava dicendo tempo fa il ministro Graziano Delrio, ovvero che si tratta di un’opera non strategica, malcelando interessi ed obiettivi politici di altro tipo ed uscendo dai ragionamenti sul merito. Ai tempi, prima di costruirla, si poteva sicuramente e prudentemente ragionare sulla utilità di Pedemontana così come era stata prevista fin dagli anni ’60, magari finendo per preferire altri modelli di mobilità più consoni ai tempi, più sostenibili e lungimiranti, ma ormai che l’opera c’è, va completata. E completarla significa innanzitutto recuperare il traffico per renderla così un minimo remunerativa. Tra il numero di utenti previsto a suo tempo, e sul quale è stato costruito il project financing, e quello reale il gap è enorme. Sulla tangenziale di Varese circola il 78% di auto e camion in meno rispetto al previsto, seguita da quella di Como con il 72%. Sulla tratta B1 della A36, il collegamento tra la A9 e Lentate sul Seveso, si conta il 70% in meno. L’unica tratta a reggere è la A, cioè la bretella tra la A8 e la A9, dove mancano all’appello “solo” il 34% delle auto previste dai piani di Pedemontana. E’ la più utilizzata perché, guarda caso, è proprio la parte più utile alla utenza. Per ora tante promesse, idee, suggestioni, ma comunque va dato atto a Di Pietro di aver profuso un concreto impegno per trovare soluzioni. Nel frattempo i sindaci e il territorio incamerano lo sblocco delle prime opere di compensazione che, una volta approvate dai rispettivi consigli comunali, saranno finalmente avviate.

 

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

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