• Breve racconto sul 25 aprile tra le colline dei miei nonni
    Breve racconto sul 25 aprile tra le colline dei miei nonni Alcuni amici e lettori mi hanno spinto a pubblicare anche su La Bissa un breve racconto che ho postato il 25 aprile scorso su Facebook in occasione della Festa della Liberazione. E’ vita vissuta, con qualche considerazione personale che spero venga letta come imparziale e neutrale. La famiglia di mia nonna paterna, originaria di Canelli in provincia di Asti, non era di simpatie fasciste. Era una famiglia patriarcale di campagna, di tradizione culturale liberale ottocentesca, erano noti per essere antimonarchici e da sempre moderatamente anticlericali. E appunto mai fascisti e non facevano nulla per mascherarlo. I miei nonni vivevano però a Milano e nel 1941, viste le difficoltà e i disagi creati dalla guerra soprattutto per chi viveva nei grandi centri urbani, decisero di trasferirsi a Canelli nella tenuta agricola…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Passano i secoli, cambiano le abitudini, la città cresce e diventa sempre di più un viavai multietnico, ma lui resta sempre lì a dominare la scena, o meglio le tavole, soprattutto tra novembre e San Biagio. Il Panettone, el Panetùn de Milan, un baluardo inattaccabile della cultura e della tradizione pasticcera meneghina, una icona identitaria. La produzione artigianale di questo inconfondibile dolce la si trova facilmente non solo in città, ma anche in tutto il territorio che fu il Ducato di Milano, in Brianza, nel Varesotto e in Canton Ticino. Come tutti i miti che si rispettano, anche il Panettone ha una origine che sconfina nella leggenda. Le storielle più accreditate ed altrettanto note sono due. La prima narra di un tal Messer Ulivo degli Atellani, falconiere, che abitava nella Contrada delle Grazie a Milano. Innamorato di Algisa, bellissima figlia di un fornaio, si fece assumere dal padre di lei come garzone e, per incrementare le vendite, provò a inventare un dolce. Con la migliore farina del mulino impastò uova, burro, miele e uva sultanina. Poi infornò. Fu un successo strabiliante, tutti vollero assaggiare il nuovo pane e qualche tempo dopo i due giovani innamorati si sposarono e vissero felici e contenti. L’altra storia è quella che riguarda il cuoco al servizio di Ludovico il Moro che fu incaricato di preparare un sontuoso pranzo di Natale a cui erano stati invitati molti nobili del circondario, ma il dolce, dimenticato nel forno, quasi si carbonizzò. Vista la disperazione del cuoco, Toni, un piccolo sguattero, propose una soluzione: «Con quanto è rimasto in dispensa – un po' di farina, burro, uova, della scorza di cedro e qualche uvetta – stamane ho cucinato questo dolce. Se non avete altro, potete portarlo in tavola». Il cuoco acconsentì e, tremante, si mise dietro una tenda a spiare la reazione degli ospiti. Tutti furono entusiasti e al duca, che voleva conoscere il nome di quella prelibatezza, il cuoco rivelò il segreto: «L'è 'l pan del Toni». Da allora è il "pane di Toni", ossia il "panettone". Verità storica o leggenda poco importa, l’importante è che non si discuta sulla origine tutta meneghina di questo prelibato e tipico dolce che i milanesi continuano a comprare tutti gli anni con commosso affetto e che degustano devotamente soprattutto durante le festività natalizie. Tornando alla storia, quella vera, Pietro Verri narra di un'antica consuetudine che nel IX secolo animava le feste cristiane legate al territorio milanese. A Natale la famiglia intera si riuniva intorno al focolare attendendo che il pater familias spezzasse "un pane grande" e ne porgesse un pezzo a tutti i presenti in segno di comunione. Nel XV secolo, come ordinato dagli antichi statuti delle corporazioni, ai fornai che nelle botteghe di Milano impastavano il pane dei poveri (pane di miglio, detto pan de mej) era vietato produrre il pane dei ricchi e dei nobili (pane bianco, detto micca). Con un'unica eccezione, il giorno di Natale, quando aristocratici e plebei potevano consumare lo stesso pane, regalato dai fornai ai loro clienti. Era il pan di scior o pan de ton, ovvero il pane di lusso, di puro frumento, farcito con burro, miele e zibibbo. Alla fine del Settecento si verificò una novità inattesa, la Repubblica Cisalpina s'impegnò a sostenere l'attività degli artigiani e dei commercianti milanesi favorendo l'apertura dei forni, mondo di delizie in cui guizzavano indaffarati i prestinee, e delle pasticcerie, regno incantato degli offellee. Nel corso dell'Ottocento, durante l'occupazione austriaca, il panettone diventò l'insostituibile protagonista di un'annuale abitudine, il governatore di Milano, Ficquelmont, era infatti solito offrirlo al principe Metternich come dono personale. Ma è solo nel secolo scorso che il Panettone oltre ad un dolce artigianale della tradizione diventa un prodotto veramente commerciale. Fu per primo il pasticcere Giovanni Cova nel 1930 ad avere l’intuizione di produrre e commercializzare su larga scala questo dolce pur mantenendone le caratteristiche tradizionali e di produzione artigianale. Allestì con un socio un forno dalle parti di viale Monza proprio dedicato al Panettone. Fu subito un successo che contribuì a decretare la successiva fama mondiale della sua pasticceria, seguito di lì a poco dall’intraprendenza di altri pasticceri ed imprenditori. Come non ricordare Angelo Motta, che allora aveva un forno in via della Chiusa e che puntò proprio sul Panettone come prodotto di largo consumo, con un occhio anche alla promozione e alla pubblicità. Nel 1944 inventò il famoso marchio a forma di “M”, che ricorda la facciata del Duomo, e che divenne sinonimo di Natale, di Panettone. Oppure, come non ricordare Angelo Vergani che riprese anche lui la ricetta tradizionale di questo dolce e fondò nel 1944 la Vergani che ancora oggi è azienda di punta del settore. E così via un po’ tutti i pasticceri di Milano dal dopoguerra in poi non fecero mai mancare ai milanesi la propria versione del Panettone. Semplice, con i canditi, farcito con le creme, decorato, al cioccolato e chi più ne ha più ne metta con il solo limite della fantasia. Oggi il panettone è un dolce tipico italiano tutelato dal 2005 da un disciplinare, che ne specifica gli ingredienti e le percentuali minime per poter essere definito tale. E’ consumato abitualmente non solo in Italia, ma in tanti altri Paesi del mondo in cui è diventato anche lì tradizione del Natale. Il prodotto oggi è sostanzialmente di due tipologie: il panettone industriale reperibile soprattutto nella grande distribuzione organizzata e il panettone artigianale prodotto da piccoli laboratori e pasticcerie. A voi la scelta, purchè sia il Panettone.

 

E alla fine il metodico manager liberal popolare anticipa i tempi per evitare di finire stritolato dal tritacarne della politica politicante del centrodestra. Le polemiche degli ultimi giorni, il fuoco di sbarramento della vecchia guardia di Forza Italia e la sostanziale presa di distanza di Silvio Berlusconi hanno indotto Stefano Parisi ad anticipare l’annuncio che avrebbe con grande probabilità pronunciato intorno a gennaio insieme alla sua proposta di governo.

«Abbiamo convocato questa conferenza stampa per annunciare la nascita del nuovo movimento politico 'Energie per l'Italia’», sottolineando che «non si chiama partito». Sarà infatti un movimento «alternativo a Renzi e alla sinistra». Oggi «nello scenario politico italiano non c'è alternativa tra Renzi e Grillo» ha aggiunto Parisi, «abbiamo bisogno di persone oneste che si impegnino in politica, non per interessi personali». Sulle parole di Berlusconi che aveva criticato il suo ruolo di 'riformatore' accusandolo di litigare con tutti, Parisi ha risposto: «io non litigo con nessuno ma sono fermo, perché voglio un confronto chiaro. Non abbiamo più tempo per fare coalizioni che mediano e non producono nulla». Infine ha risposto ad un'altra osservazione riguardo il finanziamento della politica: «Non è vero che siamo stati finanziati da Silvio Berlusconi. Berlusconi mi ha aiutato in campagna elettorale, ma da luglio quello che facciamo è autofinanziato. La politica gratis - ha aggiunto - come vorrebbe fare Grillo non è democrazia. L'unico modello politico che costa zero è la dittatura». E’ un Parisi deciso, a tratti combattivo, per niente disposto a venir meno agli obiettivi del suo progetto politico ormai concreto e avviato. Ascoltandolo è facile immaginare che tale progetto sia al momento molto più strutturato di quanto si potesse immaginare sentendolo parlare in giro per l’Italia in queste ultime settimane nel tour Megawatt. Un tour per ascoltare il Paese al fine di costruire una proposta, fu detto, l’impressione è però quella che il progetto ci fosse già, eccome. Preparato con grande probabilità l’estate scorsa. Quella di oggi è però una svolta politica, si passa dai proclami ai fatti, dalla teoria alla pratica. C’è bisogno di «un grande lavoro di rinnovamento dentro il centrodestra», ma il movimento dice «nasce non contro gli attuali partiti» del centrodestra. «Vogliamo portare un profondo rinnovamento di idee e di persone. Non litigo con nessuno ma sono fermo perché voglio un confronto chiaro». Parisi poi mette in guardia Berlusconi su un centrodestra diviso: «Non so perché Berlusconi abbia cambiato idea rispetto a quello che mi ha sempre detto. Penso che il centrodestra a guida Salvini ci porterebbe a perdere». E continua: «Questa è una risposta a tutti quegli italiani che chiedono un rinnovamento. Non si tratta dell’ennesimo partitino, il nostro progetto è più ambizioso». In estrema sintesi, «non è un movimento dei moderati, è un movimento dei radicali perché vogliamo radicalmente cambiare il nostro Paese. È un movimento che si propone di rinnovare tutta l’area del centrodestra». E risuonano le parole d’ordine dello stile politico liberale, dalla sobrietà al rispetto dell’avversario, da interpretare come valori. E sarà pure un movimento autonomo, libero, «sarà un movimento democratico, il che vuol dire che si discuterà e si deciderà attraverso una piattaforma web di qualità, non fatta di strilli, che sarà una realtà radicata nel Paese». Parisi parla di un rapporto ‘liquido’ con il territorio, «il movimento non sarà organizzato in modo gerarchico: sarà un movimento che pensa al futuro, sarà una politica in mezzo alla gente». «Vogliamo essere una realtà nuova, che sarà tutt’altro rispetto al Movimento 5 Stelle - aggiunge ancora Parisi caso mai qualcuno non lo avesse ancora capito - sarà una realtà politica che vive nella società che entra a contatto con la società, ma non la organizza dall’alto. E soprattutto sarà una realtà leggera e poco costosa». Intanto incombe la scadenza referendaria, «il 4 dicembre io voto ‘No’ e non è un voto perché c’è Renzi. Crediamo che Renzi se ne debba andare con elezioni democratiche, ha commesso l’errore di spaccare in due il Paese e il centrodestra. Non credo che chi vota Sì sia per il futuro e chi vota No sia per il passato. Credo che le nostre istituzioni siano già abbastanza confuse, dobbiamo modificare ma in modo ordinato. E questa riforma non dà ordine». Ma non si sottrae all’attacco contro Renzi e il ministro dell’economia Padoan che - dice l’esponente del centrodestra - «stanno facendo passare l’idea che, se vincesse il ‘No’, per l’Italia sarebbe una disfatta, mentre è il contrario: se vincerà il ‘Sì’, ci sarà una forte instabilità istituzionale perché bisognerà riorganizzare le istituzioni e l’Italia e il rischio è di vedere Beppe Grillo a Palazzo Chigi tra 8 mesi». Il vascello liberal popolare ha preso il largo, l’appuntamento è ora a dopo il 4 dicembre quando effettivamente un po’ tutta la politica metterà le carte sul tavolo e si capiranno meglio giochi e giochetti soprattutto di chi ha rinunciato a rigenerare il centrodestra puntando invece alla palude per mere ragioni di sopravvivenza. Fuori dall’ufficialità della conferenza stampa, nei corridoi si percepisce curiosità e attesa per questo progetto che non sembra certamente destinato a finire nell’elenco delle bandierine usa e getta di uno schieramento in cerca d’autore. Finora Parisi è soprattutto un fenomeno mediatico ed è un punto a suo favore, anche oggi il parterre della stampa era di quelli delle grandi occasioni, lo aspetta al varco il tradurre il progetto in una realtà di militanza e presenza concreta e stabile sul territorio. Tutto ancora da vedere. Il mercato politico c’è e il buon manager l’ha già capito e ripetuto mille volte, è il grande popolo degli astenuti e dei delusi da un centrodestra che ha mancato la gran parte degli obiettivi del famoso spirito del ’94, in sostanza gli elettori, svariati milioni, persi dalla coalizione negli ultimi anni, ma anche chi in politica c’è ancora e ci crede e non trova stimoli e motivazioni da una vecchia guardia ormai autoreferenziale. E su questo punto Parisi se l’è giocata egregiamente in questi mesi puntando su progetti e contenuti come non se ne sentivano da anni nel centrodestra e che hanno scosso la pianta avvizzita di Forza Italia. Da ultimo, ma non meno importante, la capacità di autofinanziarsi. Il punto debole, che è di solito la costante del neofita politico, è la scarsa capacità o propensione dimostrata finora a fare accordi, a mediare, a trovare sintesi. Ma è tutto da vedere, perché alla fine non siamo ancora in campagna elettorale, è ancora infatti il momento di dire chi sono, cosa voglio fare e dove voglio andare. Con chi, lo si vedrà in futuro. Sono comunque sicuro che di Parisi ne sentiremo ancora parlare e in futuro sarà un tassello imprescindibile per costruire il nuovo centrodestra.

E’ una ipotesi volutamente al limite, tirata, quella che segue, scritta non per creare facile polemica strumentale, ma solo per stimolare un dibattito costruttivo intorno al futuro del centrodestra liberale e moderato che oggi appare troppo legato alla tattica e poco alla visione.

Il 5 dicembre, un giorno dopo il referendum, il centrodestra di rito moderato e liberale rischia un brutto risveglio al di là del risultato che emergerà dalle urne. La campagna unitaria per il No, in realtà contro il premier, rischia ora di trasformarsi in una farsa dopo il «di veri leader nella politica ce n'è uno solo e si chiama Renzi» espresso da Silvio Berlusconi pochi giorni fa. Il gioco è presto svelato, ovvero il patto del Nazareno nuova edizione si farà, sempre che non sia stato già siglato. Se a questo aggiungiamo il pesante fuoco di sbarramento della vecchia guardia forzista contro qualsiasi soluzione portatrice di innovazione, a cominciare da Stefano Parisi, il conto è presto fatto. Si fa finta di parlare d’altro, di riforme, di manovra, di problemi vari, ma giusto per ingannare il tempo da oggi al referendum perché la partita è un’altra. Dietro il salvaguardare l’alleanza con Salvini ripetuto come un disco rotto da Toti non c’è un progetto, ma solo il timore di non perdere la presidenza ligure e lo stesso vale per tutti gli altri residuati bellici di una stagione finita, come la Santanchè per dirne una, che hanno il timore di non riuscire più a trovare spazio e soprattutto un simulacro di verginità politica per tornare al centro della scena. Una Forza Italia smagrita numericamente, che rischia defezioni per necessità o per coerenza, a destra appunto Toti e i salviniani azzurri destinati all’abbraccio lepenista e al centro gli spaesati seguaci liberal popolari di Parisi, si trova ora a fare i conti pure con l’incapacità del leader a trovare un successore. Quel che sarà di Forza Italia dopo il referendum dipenderà solo da un Italicum riveduto e corretto in senso proporzionale. Una ultima spiaggia per cercare di giocarsela come ago della bilancia nel migliore dei casi, più verosimilmente per finire a fare la parte della stampella moderata del rassemblement renziano sinistra-centro. E' solo questione di tempo, il tempo necessario per rassicurare Silvio Berlusconi che non si fida dopo le fregature rimediate con il primo Patto del Nazareno. Il Cavaliere chiede forse molto e subito, per il futuro delle sue aziende, per la perpetuazione del suo residuo spazio politico. Come non collegare a questo disegno la ormai nota candidatura di Tajani alla presidenza del parlamento europeo? E’ un incarico importante, di visibilità e peso internazionale e che necessita di larghe intese. Ma è in Italia che si guarda. Impossibile oggi immaginare una alleanza paritetica con Salvini in un centrodestra come l’abbiamo sempre visto, improbabile viceversa poterlo condizionare o riportare al centro dall’angolo della destra lepenista in cui si è ficcato, meglio quindi tenere in vita l’asse con Renzi che tra l’altro non chiede altro in previsione di defezioni importanti sul suo lato sinistro. Stefano Parisi in una intervista concessa a La Stampa ieri sottolinea come il vero problema «è che queste continue oscillazioni disorientano gli elettori che hanno bisogno di chiarezza. Il centro destra liberale ha perso dieci milioni di elettori. Affermare che Renzi è l'unico leader politico in Italia disorienta il nostro elettorato». Il primo ad essere disorientato è però proprio Mr. Chili che aveva pianificato la sua discesa in campo dopo aver ottenuto rassicurazioni in altro senso da parte di Berlusconi e non sa spiegare appunto «perché Berlusconi abbia cambiato idea rispetto a quello che mi ha sempre detto», ma ribadisce la linea già espressa lo scorso fine settimana e che ha innescato lo scontro con il segretario federale della Lega. Ovvero, che «il centrodestra a guida Salvini ci porterebbe a perdere». Alla domanda se Berlusconi sia stato convinto da Toti e Brunetta, Parisi replica: «Non lo so, ma certo le fasi di rinnovamento trovano sempre delle resistenze. Di chi ha paura di perdere il proprio ruolo. Oggi serve una grande azione di rinnovamento delle idee, dei volti, del linguaggio. Berlusconi lo sa benissimo». Parisi si dice anche certo che «la strada degli accordi di Palazzo, delle coalizioni attaccate con lo scotch non funziona più». «Non mi sono sentito usato - conclude - sono convinto che Berlusconi chiarirà meglio il suo progetto». Lo chiarirà di sicuro il suo progetto, ma con grande probabilità nel senso che non si aspetta Parisi. Vinca il Si o vinca il No, al governo resterà sempre Renzi, sicuramente con un nuovo incarico ottenuto da Mattarella. Le riforme interessano relativamente, l’attenzione è puntata sulle formule politiche prossime venture e sugli strumenti per realizzarle. In primis la legge elettorale in chiave proporzionale. Per far fuori in un colpo solo Salvini, Grillo e Sinistra non renziana. Un Pd doroteo, senza il fardello ideologico di una parte di sinistra che sarà sempre contro i disegni centristi, potrà combinare poco con Ncd e altri cani sciolti ex forzisti già al governo, avrà bisogno come l’aria di un ampio segmento che pesi almeno il 10% per poter vincere e governare. Lo ha capito benissimo Berlusconi che ora ritiene Renzi un leader e non un dittatore come diceva pochi mesi fa. Almeno fino al 2018.

 

Il vero orizzonte politico non è il referendum del 4 dicembre, ma il dopo, indipendentemente dallo scenario che il risultato delle urne produrrà. La vera partita è quella che si disputerà sulla legge elettorale perché sarà a quel tavolo che si giocheranno i destini delle coalizioni principali. E non sulle riforme. Focalizzando l’attenzione, come nostra abitudine, sul centrodestra, nell’ultimo fine settimana è stata sancita tra Firenze e Padova, tra Salvini e Parisi, in modo chiaro e inequivocabile la distanza tra le due anime principali dello schieramento. Anime che al momento stanno insieme per forza, unite solo dal No al referendum costituzionale. Ma più per ragioni di tattica che di merito. Sul resto sono appunto divisi e distanti su qualsiasi argomento, sul piano culturale innanzitutto e poi su quello politico-istituzionale, per non parlare dei programmi. La questione leadership è a questo punto addirittura una conseguenza, non l’oggetto prioritario dello scontro. Berlusconi e Parisi sono troppo abili per non orchestrare una campagna che ha come bersaglio principale, in termini di tempi, Salvini e non Renzi. Sono il bad cop e il good cop secondo una consolidata tradizione nel mondo delle trattative. A Parisi il compito del manager arcigno che rilancia la posta, rigenera, fa le due diligence, fa le rottamazioni, a Berlusconi il compito del presidente, dell’azionista di riferimento che dietro le quinte media, smussa gli angoli, tranquillizza, conforta. A Parisi il ruolo di scontrarsi duramente con Renzi sul referendum, a Berlusconi il compito di tenere socchiusa la porta per garantirsi peso e credibilità nelle eventuali future trattative e non solo sulle riforme o altro, ma soprattutto appunto sulla legge elettorale. Resta coperta solo la carta leadership dello schieramento, su cui Parisi ci conta e ci spera anche dopo il faticoso tour in giro per l’Italia che terminerà a gennaio con il lancio ufficiale della proposta di governo. Berlusconi si tiene le mani libere, usa il bastone e la carota con Parisi, lo tiene in evidenza, ma sonda anche altre opzioni e sempre nella cosiddetta società civile, non in Forza Italia. Entrambi immaginano lo stesso percorso e questo è indice di sintonia sugli obiettivi, niente elezioni a breve, ma una larga coalizione con un governo che abbia al primo punto la riforma dell’Italicum in senso proporzionale. Nel caso in cui ovviamente vinca il No il 4 dicembre e Renzi sia di conseguenza costretto ad andare a patti. Ma potrebbe anche vincere il Si e per non farsi tagliare fuori ecco servita la prudenza di Berlusconi nella campagna referendaria, il Cavaliere sta infatti mantenendo un profilo basso e sta usando parole bilanciate e toni misurati quasi si trattasse di un dossier secondario e di scarso interesse. Le diplomazie dei due schieramenti sono già al lavoro ipotizzando anche in questo caso accordi su regole elettorali di tipo proporzionale. Il proporzionale sta diventando una parola magica dalle parti di Forza Italia e probabilmente diventerà un baluardo da difendere nel prosieguo delle vicende politiche post referendarie. Le percentuali dei tempi d’oro di Forza Italia sono solo un ricordo, per evitare di finire nelle fauci di Salvini e fare i portatori d’acqua della Lega, pure nazionale, conviene giocarsela come ago della bilancia e questo può succedere solo con una legge elettorale proporzionale. Dove potrai spostare la deriva a tuo favore e giocare sui due tavoli, accordo con la Lega da una parte per la riedizione del centrodestra in cui però l’ultima parola è di Berlusconi, oppure accordi di nuovo conio con il centro del centrosinistra, quello in cui spera un Renzi in evidente difficoltà sul fronte sinistro. L’esigenza, o meglio l’emergenza, di tenere a destra e in posizione irrilevante Salvini impone la necessità di avere, costi quel che costi, le mani libere, la possibilità di avere sempre una seconda opzione per qualsiasi accordo. Naturalmente è un disegno che non tiene in considerazione il M5S che al momento è in confusione totale, ma ha dalla sua i numeri, a differenza della Lega che è inchiodata al 15%. I grillini sperano nella disintegrazione del centrodestra per incamerare il consenso di moderati e leghisti in libera uscita in funzione anti-sinistra, come è successo alle elezioni amministrative di Roma e Torino. Fantapolitica, ma non troppo, tanto da spingere Berlusconi a dire di non tagliare fuori la Lega da un ipotetica riedizione del centrodestra ammonendo Parisi quando quest’ultimo invece chiude le porte alle ruspe. Tornando alla cronaca di questi giorni, è chiaro che Berlusconi stia cercando di difendere il suo orticello e il suo marchietto con le risorse politiche, poche, che ha a disposizione, Parisi è libero dal peso di questa lunga storia politica (lo spirito del ‘94) e gioca da leader liberal popolare cercando un nemico nei populisti, «noi non siamo quella roba lì» riferendosi ai leghisti a Firenze, detto da Padova proprio nel momento in cui andava a casa Bitonci. Ma Salvini lo tieni nel recinto della Lega non con i comizi, ma con alcuni paletti concreti, come una legge elettorale a suo sfavore, in questo modo gli detti la linea, lo costringi a venire a patti. E’ inutile nascondersi quindi che le visioni e le culture nel centrodestra siano almeno due e che non possano andare d’accordo in una coalizione con l’umiliazione di una delle due. Resta a questo punto aperta la successione a Berlusconi. Non sarà Salvini e magari non sarà neanche Parisi. E non saranno le primarie ad indentificare la figura prescelta, elezioni che saranno indette solo per l’esigenza di fare una passerella mediatica e per assecondare il simulacro di democrazia interna. Basta seguire certa stampa, i giornaloni, i media che appoggiano il passista Parisi in attesa della volata del prescelto. Sono le solite sacrestie di sinedri più o meno risaputi quelle in cui si deciderà. Ambiti ben noti pure a Salvini tanto da pensar bene di sponsorizzare qualcuno per l’Ambrogino d’oro di Milano, proprio per prepararsi il terreno favorevole. Guarda caso però senza successo. A buon intenditor….

 

La prima vera uscita “politica” del sindaco civico-piddino di Milano Giuseppe Sala ha un chiaro sentore di destra. Più esercito a Milano, per le strade e nei quartieri dove la sicurezza reale e percepita è compromessa. La coincidenza non casuale con il ferimento, successivamente rivelatosi mortale, del sudamericano in piazzale Loreto e il tour del presidente della Camera Laura Boldrini a Quarto Oggiaro, storico e noto quartiere difficile della periferia milanese, ha certamente stimolato il primo cittadino a toccare l’argomento. Ma il quadro in cui si inserisce tale proposta è, come si suol dire, più articolato, complesso e politicamente di non immediata lettura. I presidi di forze armate in città sono cosa risaputa anche se il precedente sindaco Giuliano Pisapia arrivava addirittura a negarne l’esigenza, i soldati comunque a Milano ci sono e da anni. Li si vede facilmente in centro, dove c’è l’afflusso maggiore di turisti, oppure nei pressi degli obiettivi considerati sensibili come le rappresentanze diplomatiche o le case di qualche papavero sovraesposto. “Ne sto parlando da un anno - ha detto il primo cittadino milanese - e ne parlerò con il ministro Alfano, sperando di avere un po’ più di militari. Mi era stato spiegato che non era possibile averli subito perché a Roma c’era il Giubileo. Ora che il Giubileo è finito, io reitero la mia richiesta”. E’ comunque chiaro che la situazione generale di via Padova abbia avuto il suo peso in questa uscita di Sala, anche se il tentativo è quello di non drammatizzare, “non voglio essere polemico, ma non ho parlato di via Padova (…). Non penso ai militari in via Padova ma penso che avere a Milano un po’ di militari dell’operazione Strade sicure, quando si saranno liberati da Roma, sarebbe una buona cosa”. Secondo il sindaco i militari andrebbero impiegati soprattutto in “luoghi sensibili. In questo modo potremmo impiegare un po’ dei nostri in altri lavori. Obiettivamente più persone ci servono”. E precisa, “nessuno di noi ha mai negato che nelle periferie, compresa quella di via Padova, esista un problema di sicurezza. Da Loreto in su agiremo perché il tema della sicurezza sia più vivo che da altre parti. Diciamo che alcune comunità sudamericane si caratterizzano per livelli di violenza”. La sensazione però è che si tratti di una toppa insufficiente, si parla di numeri esigui, forse di un centinaio di unità in più. La sortita del sindaco ha più importanza sul lato politico, innanzitutto nell’ambito dell’argomento stesso perché ha scatenato le prevedibili e veementi reazioni dell’opposizione. Critiche sono infatti arrivate da Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega Nord. Partiti che si sono visti scippare un tema simbolo dei propri programmi, la sicurezza è notoriamente un cavallo di battaglia di tutto il centrodestra. Secondo il segretario della Lega, Matteo Salvini, l’uscita di Sala sarebbe “ridicola”, perché quando il centrodestra ha mandato l’esercito a Milano “il Pd lo ha cacciato e ora lo richiama”. A stretto giro la contro replica di Giuseppe Sala: il tema della sicurezza “riguarda tutti i cittadini e non permetteremo a nessuno di impadronirsene”.  Ma appunto, fin qui l’ovvietà nel tradizionale gioco delle parti. L’uscita di Sala è sintomo di ben altro e fa male a sinistra, non a destra. Sicuramente è una presa di posizione personale, la sinistra è notoriamente poco propensa a prendere posizioni perentorie sull’argomento per evitare distinguo e spaccature all’interno. Se a questo aggiungiamo la non partecipazione di Sala alla Leopolda e i pugni battuti sul tavolo per i quattrini prima promessi e poi spariti per chiudere la società di expo, la sensazione dell’isolamento comincia a diventare una certezza. La sinistra politicante è concentrata sul referendum nel breve termine e quindi a salvare il salvabile dell’era Renzi e a medio termine sta pensando a come conquistare la Regione a scapito di Maroni. Il resto conta poco ora. Se a questo aggiungiamo che la narrazione renziana vede da tempo mettere al centro Milano e i suoi successi senza averne merito alcuno, possiamo di conseguenza facilmente immaginare il disagio e la stizza del sindaco quasi dimenticato. Che cerca viceversa di giocare in proprio per evitare di rimanere alla fine, in qualsiasi dossier, cornuto e mazziato. Della serie, se si rompe il giocattolo i cocci sono di Giuseppe Sala che paga politicamente.

Le elezioni americane hanno di fatto aperto la campagna elettorale in Italia. Non quella per il referendum costituzionale del 4 dicembre, ma quella per le elezioni politiche prossime venture. Che restano ovviamente sullo sfondo, oggi la battaglia è sulla leadership degli schieramenti. Per il centrodestra, ammesso che si voglia ancora pensare ad una coalizione di questo tipo, la stura sono state proprio le elezioni presidenziali statunitensi. Per quanto riguarda il centrosinistra tutto è rimandato ad un minuto dopo l’esito referendario. La vittoria di Trump ha scatenato gli entusiasmi dei populisti a qualsiasi latitudine del mondo ma, passata la sbornia dell’evento, è opportuno fare qualche banale ragionamento per evitare l’illusione ottica che certi paragoni inevitabilmente creano. E le differenze tra la situazione in Italia e la storia della vittoria del magnate statunitense non sono poche e difficilmente colmabili nel caso in cui qualcuno, come sembra, speri di emularne le gesta. Trump è un navigatissimo imprenditore di successo che si muove per piani industriali e relativi investimenti, dispone di risorse ingenti, ha creato uno staff di consulenti politici e strategici con i fiocchi. Se pensiamo alla Lega e a Matteo Salvini ci viene da sorridere. In via Bellerio non c’è un soldo e non c’è uno straccio di progetto efficace di fund raising, non esiste uno staff, non ci sono neanche dei piani concreti e chiari salvo quello arrembante, a parole, di prendere Palazzo Chigi senza fare prigionieri. D’accordo l’entusiasmo di fronte al morto che cammina Matteo Renzi, ma come riuscire nell’impresa di convincere gli italiani a portarti alla vittoria? Il Partito della Lega della Nazione che il leader leghista ha in mente è di là da venire, è una incognita e l’esperienza recente di Noi con Salvini è un fallimento, al nord l'architrave della Lega, quella indipendentista o semplicemente autonomista, padana, è in subbuglio e i pessimi risultati alle elezioni amministrative passate sono lì a dimostrare che i duri e i puri non seguono il leader con i paraocchi e turandosi il naso se il quadro di riferimento politico è diverso. Costruire un asse con la Destra della Meloni significa aggregare poca roba, sono praticamente scomparsi dai radar, alcuni spezzoni in libera uscita da Forza Italia non danno garanzie numeriche senza Berlusconi alle spalle, da Toti alla Santanchè e chiedono forse troppo per quello che realmente pesano. Non sembra nemmeno una sortita politicamente intelligente quella di enfatizzare le distanze e le differenze con l’area moderata del fu centrodestra, con i liberali popolari, ad alzare la voce si rischia solo di rafforzarli, è un leit motiv politico vecchio come il mondo, crei un nemico e il nemico fa quadrato e si difende. Salvini sembra vittima della solita ed inveterata sindrome del cul de sac, del condannato all’isolamento, una iattura che lo perseguita da sempre e ne enfatizza il limite della sua azione politica. Il perché di questa considerazione è addirittura banale. Sogna di diventare il Trump italiano, ma di mezzo c’è Beppe Grillo che ha il doppio dei voti, un movimento più radicato in tutta Italia, un programma più definito, una organizzazione più efficace e contatti internazionali più strutturati. E poi Grillo alcune campagne elettorali le ha sapute già vincere. Il nemico di Salvini si chiama legge elettorale, qualsiasi sia. Se si dovesse votare subito come vuole lui e con l’attuale legge elettorale o con l'Italicum, vince il M5S e a tal proposito pare che la lezione di Roma e Torino non sia stata compresa, ovvero se il moderato non ha alternative, vota tranquillamente Grillo e meno la Lega. Se si va a votare più in là, la legge elettorale la scrivono Berlusconi e Renzi. Una legge elettorale che avrebbe lo scopo di penalizzare Grillo e costringere Salvini e qualsiasi ala estrema a coalizzarsi per non perdere a vita. Ma a quel punto la designazione della leadership della coalizione passerà inevitabilmente dalle primarie, il tradizionale regno del calcolo e della composizione degli interessi, non certo il terreno più consono per far valere le ragioni di un tribuno. A marcare le differenze ci guadagna di più uno come Stefano Parisi o altri che mirano ad un consenso trasversale che va dai centristi che oggi sono con Renzi ai leghisti dialoganti e dorotei come Maroni, passando per gli astenuti di lunga durata e i delusi del ventennio berlusconiano. Non basta partire con il 15% per ambire alla vittoria, come fa invece Salvini. Si può anche schifare questo scenario da palude facendo valere non si sa bene quale verginità visto che stiamo parlando del partito, la Lega, più vecchio del panorama politico italico e rotto a qualsiasi esperienza anche poco edificante, ma occorre nel contempo parlare chiaro agli elettori e mettere in conto la sconfitta sicura nel caso di corsa solitaria. Della serie non basta essere Trump a parole, bisogna esserlo anche nei fatti, pardon, nelle risorse, nelle competenze e nella visione.

Nel nostro ormai consueto e puntuale susseguirsi di reportage sulla malavita, soprattutto organizzata, attiva in Lombardia, questa volta fa invece notizia una articolata indagine condotta dalla Procura di Busto Arsizio che alla conclusione si è spinta fino nei lontani Caraibi per arrestare due malavitosi rifugiatisi tempo fa da quelle parti. Nel caso in questione si tratta di un trafficante di cocaina di un certo livello, tale Nazzareno Di Stefano di 66 anni, e di un truffatore ed estorsore, tale Giovanni Massimiliano Ponticello, 45 anni, un ex produttore cinematografico. Il primo, il più pericoloso, si era riciclato come imprenditore, aveva avviato con successo una azienda di commercio di funghi, il secondo è stato arrestato mentre se la spassava in un resort di lusso, La Casa de Campo (nella foto), nella esclusiva località turistica di La Romana. Ufficialmente gestiva un ristorante. Non si conoscevano e nemmeno si frequentavano, il minimo comune denominatore tra i due era quello di pensare di averla fatta franca per sempre. Si godevano beatamente la vita convinti che non sarebbero mai stati trovati. Come tutti quelli che si rifugiano nella Repubblica Dominicana contavano sull’assenza di accordi con l'Italia per l’estradizione e nel contempo sull’alto livello di corruzione del personale statale. Insomma, secondo loro, l’avrebbero scampata in eterno. Là c’è la possibilità, spiegano gli inquirenti, di espellere uno straniero ammanettato, ma tassativamente entro 48 ore: un lasso temporale non enorme che spesso consente ai catturati, grazie ad avvocati potenti e a mazzette ben distribuite negli uffici giusti e nelle mani giuste, di riuscire a «superare» la scadenza ed evitare la cacciata. E’ sicuramente la punta di un iceberg, il fenomeno degli espatriati con la coscienza sporca è a quanto pare vasto e la cronaca ce lo ricorda ahimè molto frequentemente. La prima cosa che colpisce è infatti la grandezza dei numeri. Potenziali ovviamente, ma già altamente rappresentativi della vastità del fenomeno. Ufficialmente gli italiani registrati come residenti in Repubblica Dominicana sono 10.000, ma in realtà si calcola che nell’isola caraibica vivano stabilmente altri 50.000 connazionali. Che non rientrano evidentemente nella categoria dei pensionati che si godono il meritato riposo lungo le splendide spiagge dell’isola. Sono veri e propri fantasmi che vanno invece ad infoltire quel variegato mondo di fuggiaschi che sembra appunto avere una particolare predilezione per l’area dei Caraibi. Clima ottimo, qualità della vita accettabile, lingua comprensibile, possibilità concreta di avviare attività economiche con successo, hanno sicuramente il loro perché nella scelta di questa destinazione oltre ovviamente alle altre ragioni "tecniche" sopra ricordate. Dagli stati dell’Istmo, ad iniziare da Panama e Costa Rica, alle coste settentrionali del Sudamerica e soprattutto alle isole sia piccole sia grandi delle Antille, con predilezione per la parte dominicana di Hispaniola, vero e proprio crocevia di italiani. Da cosa fuggono? Sono malavitosi di svariato conio e prestigio, da chi fugge letteralmente con il malloppo in mano per rifarsi una vita al sicuro e lontano da occhi indiscreti a chi continua a lavorare nei vari segmenti della criminalità, soprattutto nel mondo della droga. Da questi splendidi lidi è risaputo il via vai di navi o addirittura piccole imbarcazioni da diporto che attraversano l’oceano cariche di droga destinate alle coste europee, in questo caso prioritariamente italiane, liguri e toscane. Tornando alle indagini, queste hanno successo, ovvero portano agli arresti e alla traduzione in Italia dei ricercati, se ben orchestrate e preparate con le autorità locali, come nel caso della sopra menzionata indagine della Procura di Busto Arsizio. Non sempre facile a farsi come a dirsi, come insegna la storia e l'esperienza.

 

L’Italia non riparte, la crisi non è alle spalle e di conseguenza le disuguaglianze, o la percezione delle stesse, crescono. Oggi alla Camera dei Deputati, in occasione del convegno “L’Italia è uguale o disuguale?. Le sfide poste dalla crescente disuguaglianza e il ruolo dell’Italia”, sono stati presentati i risultati di una indagine condotta per Oxfam dall’Istituto Demopolis dalla quale emerge chiaramente un aumento delle disuguaglianze sociali nel Paese negli ultimi cinque anni. Il 76% degli intervistati è infatti convinto della mancanza di equità nella distribuzione dei redditi e per il 61% le disuguaglianze sono “aumentate negli ultimi 5 anni”. In Italia, l’1% più ricco è in possesso del 23,4% della ricchezza nazionale netta.  Secondo l’indagine il 60% degli italiani individua nella concentrazione dei patrimoni e nelle opportunità di accesso al mondo del lavoro due ambiti in cui le disuguaglianze in Italia si manifestano con maggiore risalto.  Il 67% considera l’accesso ai servizi pubblici di base, come istruzione e sanità, “garantito solo in parte e con livelli di qualità differenti”. Per l’82% quello in vigore è “un sistema fiscale iniquo”. Accanto alle relazioni clientelari e alle politiche economiche, il 65% ritiene inoltre che ad amplificare la disuguaglianza siano evasione ed elusione fiscale: per ben 8 intervistati su 10 gli abusi fiscali sottraggono al bilancio dello Stato risorse fondamentali per l’erogazione dei servizi pubblici. Riguardo alla giustizia fiscale l’85% dei cittadini richiede “nette misure di contrasto” contro i paradisi fiscali, consapevoli del fatto che chi elude, sottrae ingenti risorse allo Stato e alla collettività. Altrettanto elevate le percentuali di consenso a una maggiore trasparenza fiscale. L’86% è a favore di misure che permettano la piena trasparenza dei beneficiari effettivi di società, fondazioni e trust; il 76% supporta la richiesta di trasparenza nei bilanci delle imprese multinazionali, rendendo pubbliche le informazioni sulle loro attività economiche, sui profitti realizzati e sulle tasse pagate in ciascun Paese dove un gruppo multinazionale opera. “Oggi 62 paperoni possiedono la stessa ricchezza della metà più povera del mondo, vale a dire 3,6 miliardi di persone – dichiara Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia -. Si tratta di una disuguaglianza preoccupante e insana. La classe politica non può più permettersi di ritardare l’adozione di rimedi ambiziosi in materia di giustizia fiscale, contrastando gli abusi fiscali in Italia e a livello internazionale che alimentano la grande disuguaglianza dei nostri tempi”.  Niente ideologia, solo numeri, duri e crudi.

Qui trovate lo studio.

Fonte: agenzia Sir

Tra i commenti più frequenti che abbiamo ascoltato dopo la vittoria di Donald Trump svetta sicuramente quello semplicistico, ma altrettanto veritiero, della vittoria del popolo contro le élite. Queste ultime, immerse in una bolla di privilegi e di certezze, di potere reale ed esibito, per niente toccate dalla o dalle crisi dell’ultimo decennio, non hanno letteralmente capito nulla e stentano ancora adesso, a freddo, a comprendere con esattezza quello che è successo. Una rivoluzione, non un semplice avvicendamento di élite al governo del Paese. La concatenazione dei fatti, sempre letta in chiave semplicistica, ma efficace, recita: prima le élite governano impoverendo il popolo, poi esprimono un candidato mediocre "tanto quell'altro fa schifo", infine si meravigliano quando il popolo le punisce. E’ la democrazia, bellezza, per parafrasare Hillary Clinton, ma soprattutto è il suffragio universale a fare la differenza e a sancire il principio che è il popolo ad essere sovrano. Dal naufragio non si sono salvati nemmeno i giornalisti, i commentatori, i raffinati politologi, i sondaggisti. Altre élite, più o meno serve del potere, del padrone, del partito, del governo o di chiunque purchè sia in grado di elargire cospicui contributi. Tanto vale negli Usa, tanto vale in Italia. E ovunque queste categorie hanno fatto cilecca. Bastava leggere e seguire con assiduità i social, i blog indipendenti o semplicemente parlare con la gente e qualche dubbio sarebbe venuto pure al più incallito osservatore pro establishment. Una casta sprezzante, dagli attori prezzolati ai giornalisti di regime passando per l’incauta campagna di Hillary Clinton, tutti hanno dato dei miserabili agli elettori di Trump e questi sono andati alle urne ancora più convinti della scelta che stavano per fare. Elementare, perché il fossato si allargava di insulto in insulto. Bastava appunto leggere i social e chiunque si sarebbe accorto che la marea stava montando. Come ai tempi di Brexit e come sta succedendo ora nella campagna per il referendum costituzionale di dicembre in Italia. Basta scorrere la lista dei sostenitori del Si per mettere insieme tutte le sfumature della casta, comprese quelle che ruotano intorno al mondo giornalistico, agli opinionisti, all’informazione in generale, anche locale. Schiere di maitres a pènser che scrivono a comando, che divulgano sondaggi pilotati, che inquinano i pozzi dell’informazione con notizie artefatte. Negli Usa la percentuale di elettori votanti, molto bassa, è più o meno sempre la stessa da tempo immemore, in Italia la tendenza è al calo progressivo e anche vistoso di anno in anno. E questo facilita il calcolo opportunistico delle elite, una mancia a qualcuno, una promessa a qualcun altro, sperando che gli avversari restino a casa, così da poter rimediare il risultato sperato. Ma questa volta il vento sembra portare verso un’altra direzione. E’ un trend mondiale quello a cui stiamo assistendo, il fallimento di anni di politiche mediocri che accomunano un pò tutti i paesi cosiddetti occidentali. E anche in Italia ci sono serie probabilità che il 5 dicembre qualcuno caschi dal pero, qualcuno che si mostrerà sorpreso per il risultato, irritato nei confronti di chi ha votato con la pancia e non con il cervello, altezzoso verso i miserabili che non capiscono le illuminate politiche del principe di turno e via discorrendo dello scemenziario tipico di queste circostanze. Politica e mondo dell’informazione si stracceranno le vesti, non si daranno pace, non capiranno. Quando bastava semplicemente parlare con la gente.

Si chiude finalmente il sipario sulle elezioni negli Stati Uniti, arrivate alla fine di una delle peggiori campagne elettorali che si ricordino a memoria d’uomo. Oggi sembra di rileggere e risentire i commenti del dopo Brexit, ma i toni sono più duri, lo sgomento e la rabbia sono ancora più palpabili nel variegato mondo degli irritati ed irritabili avversari di Trump di casa nostra. Quasi tutti collocati a sinistra ovviamente. Ci si ostina a non capire, si bolla il magnate americano con i peggiori epiteti, un pericoloso fomentatore di odio e di paure, un volgare razzista, un populista nel senso becero del termine, in realtà è tutta gente che non sa di che cosa sta parlando, che sbraita solo per esorcizzare la propria miopia storica e politica. Nei social si riversa lo sfogo di una sinistra che ha letteralmente perso il contatto con il mondo reale e che non si arrende nemmeno di fronte all’evidenza. I più in buona fede persistono nell’ignorare la realtà dei fatti, gli altri sbrodolano ideologia, insulti e odio. Che Renzi e manutengoli vari non avessero capito niente lo si era notato facilmente durante la recente visita a Barack Obama. In ginocchio di fronte ad un leader in disarmo, alla fine di una delle peggiori presidenze della storia, con tanto di seguito di giullari e leccapiedi a manifestare l’endorsement clintoniano. Lo specchio della sconfitta di una compagine planetaria chiusa nelle torri d’avorio del privilegio, composta da élite autoreferenziali impregnate di smania di potere e completamente insensibili a quello che realmente sta accadendo nel mondo, a cominciare dai propri paesi. Leader ben supportati da una editoria mondiale prona che ha raccontato fandonie per mesi, rappresentando scenari inesistenti, visioni distorte elaborate ovviamente dietro lauti compensi, con schiere di pennivendoli che hanno farcito per mesi stampa e tv di informazione schierata strumentale a disegni inverosimili. Chi osava contrapporsi nel migliore dei casi veniva additato come l’ignorante che parla alla pancia del Paese, nel peggiore dei casi veniva emarginato, bollato come un reazionario oscurantista.

Per Donald Trump ha votato l’America profonda, secondo quanto certifica la vulgata in casi come questi. Mi ricorda la spocchia e lo snobismo degli italici sinistri quando parlano del profondo Nord troglodita che vota Lega o Berlusconi. L’America debole ha votato Trump, la middle class bianca impoverita dalla crisi, gli immigrati che vivono sulla loro pelle la competizione con altri immigrati, ma illegali, hanno votato per lui i ceti medio bassi, quelli senza garanzie. Il paradosso del miliardario votato dai poveri, una incongruenza che i democratici non hanno capito, ma bastava leggere i blog, i social, i giornali indipendenti per rendersi conto che la realtà non era quella dipinta dai sondaggisti prezzolati, ma ben altra.

Se a questo aggiungiamo Hillary Clinton, la frittata era nell’aria. Una candidata sbagliata, che più di élite non si può, dal passato politico discutibile, con gli armadi strapieni di scheletri, un marito ingombrante. Nemmeno il voto delle donne ha catalizzato. Le donne non votano per una isterica in evidente vacatio penis, che ce l’ha con tutti, arrogante, e poi da che pulpito viene la predica. Appunto. Ed è andata a casa.

Di fronte ad un universo politico fuori sintonia con la realtà si può solo sperare che la lezione di Trump sortisca qualche effetto in giro per il mondo, a cominciare dall’Italia. Se a Washington piove, a Roma si comincino a preparare gli ombrelli in previsione del referendum del 4 dicembre. Pro o contro Renzi, inutile girarci intorno. La differenza la faranno gli stessi ceti sociali che hanno decretato la vittoria di Trump. Un paese impoverito, senza certezze, in balia dell’illegalità, invaso da una disordinata immigrazione clandestina, se va a votare, perché non è detto che ci vada, possiamo immaginare facilmente dove metterà la croce

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

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