• Tutto il programma delle Giornate del FAI in Lombardia
    Tutto il programma delle Giornate del FAI in Lombardia Al via la 25esima edizione delle Giornate del Fai con l’apertura eccezionale di siti d’arte, scrigni sconosciuti, spesso inaccessibili, alcuni che necessitano d’interventi. 162 siti visitabili in Lombardia, 25 solo a Milano, curiosità un po' ovunque. L’elenco completo con indirizzi e orari è su www.giornatefai.it, per alcuni siti è necessaria l’iscrizione al Fai possibile anche in loco, l’ingresso è libero ovunque, ma è sempre bene accetto anche un piccolo contributo, comunque facoltativo. Partiamo da Milano, che offre una variegata gamma di mete. Palazzo Pirelli è senza dubbio ancora uno dei più celebri “monumenti” di Milano, per 50 anni è stato anche l'edificio più alto della città. Simbolo del razionalismo italiano, è stato costruito tra il 1956 e il 1961 su progetto dell’architetto Giò Ponti, alto 127 m, rimane oggi uno…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Piuttosto complicata la vita per il segmento moderato del centrodestra in cerca di rigenerazione e rilancio. Di quella che fu Forza Italia, oggi in vita solo di nome. Un tira e molla tra il titanic veteroberlusconiano del cerchio magico di Arcore e della dirigenza reduce da tutte le battaglie del ventennio del Cavaliere e i tentativi di chi cerca di uscire con proposte e progetti innovativi dalle sabbie mobili di una azione politica senza più slancio e idee. Il minimo comune denominatore è il NO alla riforma renziana, ovvero a Matteo Renzi. Tra un ricovero e un malore, Berlusconi ha ricucito con Salvini e Meloni e proprio sul No al referendum costituzionale è basata la riscossa politica della coalizione e un nuovo patto con obiettivo le elezioni. Una convergenza nata per conseguenza di un altro No forte al referendum, quello di Parisi. Opportuno quindi per Berlusconi mettersi in mezzo e mediare tra campagne simili però in ambiti culturali e politici molto diversi del centrodestra. Il pontiere tra anime distanti e distinte, come si usava dire nella migliore tradizione dei tempi che furono. Tutto facile e scontato? Per niente. In pochi pensano che Berlusconi abbia intenzione di andare fino in fondo, di spendersi veramente per la campagna referendaria. Per non bruciare i ponti a sinistra e non mandare all’aria quello che tutti immaginano sia un patto vero e proprio con Renzi anche se fortemente smentito dagli interessati. Verosimilmente il Cavaliere farà un po’ di comparsate televisive e poi si schiererà nelle ultime settimane, sondaggi alla mano, per una campagna che di conseguenza negli ultimi giorni sarà blanda o dai toni perentori a seconda dei numeri emersi dalle prospezioni. Lo schierarsi nettamente e fortemente per il NO porta Berlusconi verso scenari inesplorati. I due segmenti della coalizione, quello moderato oggi presidiato da Parisi e il segmento a destra presidiato dal duo Salvini Meloni e dalla parte di Forza Italia irritata dalla discesa in campo di Parisi sono nettamente schierati per il NO e in campagna senza se e senza ma già da tante settimane. Fare una forte campagna per il NO, per Berlusconi significa accodarsi a questi tronconi con il rischio di diventare ininfluente. Brunetta avrebbe sondaggi riservati che mostrerebbero che il Cavaliere potrebbe spostare un 4%, un dato importante, condizionante, ma forse non sufficiente per potersi intestare una vittoria qualora questa risultasse sonante, affermazione che invece si intesterebbero Salvini e Parisi per meriti ottenuti sul campo e per indiscutibile antirenzismo. Meglio nel frattempo mandare avanti il Fedele, di nome e di fatto, Confalonieri a tranquillizzare Renzi e a lasciare intendere che al momento tutte le porte sono aperte. Anche per una resa dei conti interna al centrodestra prima che con il Pd. Della serie, Renzi lo faccio fuori io, quando dico io, alle mie condizioni e quindi con il poco velato obiettivo di emarginare a tempo debito dal gioco e dalle decisioni Parisi e Salvini, mantenendo saldamente il pallino decisionale in mano. Una manovra rischiosa, difficile, dagli esiti insondabili ed imprevedibili. Una manovra di palazzo che sfugge all’opinione pubblica, avulsa dal sentore del popolo elettore. E stupisce che a metterla in essere sia proprio Berlusconi che dell’empatia con l’elettore ci ha sempre campato. Ma il rischio è un altro ancora e letale. Qualora dovesse avere successo l’opa salviniana sulla parte più a destra di Forza Italia e che proprio sul referendum sta prendendo piede e se dovesse nel contempo avere successo, come ormai sembra certo, la lunga marcia di Parisi per intestarsi una leadership moderata, il patto per il nuovo centrodestra lo faranno Parisi e Salvini. Decidendo loro due chi andrà a sfidare Renzi alle politiche, magari con le primarie. A Berlusconi non resterebbe altro che il ruolo del padre nobile. Poco più di un soprammobile.

 

Uscì l’anno scorso, a dicembre, la corposa autobiografia di Gianni Rivera. 73 anni ottimamente portati e una lunga vita divisa tra calcio e istituzioni e tanti altri impegni vissuti sempre da protagonista. Una trafila infinita di fatti ed emozioni contenuti in uno splendido libro di oltre 500 pagine. Dall'Alessandria al Milan, le olimpiadi, il pallone d'oro, i campionati mondiali, la famiglia, l’impegno in politica, fino ad arrivare ai giorni nostri. Immagini, racconti, articoli di giornale, emozioni. In parte materiale inedito anche per chi conosce bene l’ex calciatore. La presentazione che andiamo a segnalare è però un tantino differente dalle altre o dalle solite che si sono susseguite incessantemente per mesi perché il protagonista non sarà solo Gianni Rivera. A Somma Lombardo (VA) il prossimo sabato 29 ottobre alle ore 11 presso la biblioteca comunale si ricorderà, Rivera stesso ricorderà, Franco Pedroni. Calciatore anche lui, poi allenatore, ebbe un ruolo importante nella carriera di Rivera, fu infatti colui che materialmente lo lanciò. A quei tempi Rivera militava nelle giovanili dell’Alessandria e fu l’allenatore della prima squadra, appunto Franco Pedroni, a testarlo in una amichevole contro gli svedesi dell’AIK in quello che fu appunto l’esordio nel calcio che conta. Era l’aprile del 1958 e il nostro aveva solo 14 anni e mezzo. Se la cavò benissimo e segnò pure una rete. Nella stagione successiva, nel giugno del 1959, debuttò in serie A contro l’internazionale. Fu sempre Pedroni, che in passato era stato anche un calciatore del Milan, a segnalarlo nel 1959 alla squadra milanese che gli fece fare un provino con Schiaffino a Linate. Fu un successo e Rivera entrò nell’orbita rossonera. Rimase però ancora un anno a farsi le ossa ad Alessandria, nella stagione 1959-60. Retrocesse in B, però segnò sei gol, giocò con regolarità e si mise in luce. Dall’anno dopo passò appunto al Milan e divenne la leggenda che tutti conosciamo. Grazie anche a Pedroni. Franco Pedroni, nato a Somma Lombardo nel 1926 e scomparso a Gallarate nel 2001, divenne calciatore professionista nell’immediato dopoguerra con la Gallaratese che allora militava in serie B. In serie A giocò successivamente con Como, Milan e Alessandria per molte stagioni e con buona continuità. Originariamente impiegato come terzino sinistro, in seguito giocò molto spesso a centrocampo. Riuscì anche a farsi convocare e a giocare una partita in Nazionale. Quando appese le scarpette al chiodo si dedicò sostanzialmente ad altro anche se continuò ad allenare nelle serie minori e nella seconda metà degli anni ‘80 fu anche presidente della Gallaratese. I ricordi migliori di allenatore però vanno al periodo di Alessandria, un vero e proprio allenatore in campo profeta del catenaccio, talvolta interpretato con caratteri estremi, talvolta con maggiore duttilità. Ma con efficacia perché ottenne immediatamente una promozione in serie A. Scrupoloso e intelligente riuscì a mantenere per alcuni anni nella massima serie l’Alessandria, ma forse è ricordato dai più proprio per aver fatto debuttare Gianni Rivera giovanissimo. Rivera gli manifestò spesso gratitudine: «Ebbe il coraggio di farmi giocare molto presto in una squadra che giocava per la salvezza». Ebbe come già detto più sopra il merito di segnalarlo al Milan, caldeggiandone l'acquisto a Viani: «Voleva assolutamente che il Milan si accorgesse di me, e che diventassi rossonero». Aggiungendo, «Forse esagero, ma dico che rischiò la vita facendomi debuttare così giovane. E poi scommise subito su di me: grazie all'amicizia con Viani, mi portò a fare il provino nel Milan e capì che i rossoneri mi avrebbero preso».

 

Pro memoria:

In ricordo di Franco Pedroni – Gianni Rivera a Somma Lombardo

Gianni Rivera presenterà la sua autobiografia, sarà l'occasione per ricordare chi lo ha lanciato nel mondo del calcio: Franco Pedroni.

Sabato 29 ottobre ore 11:00, Biblioteca Comunale di Somma Lombardo (VA) - Via Marconi, 6/c

Per info e acquisto del libro: www.giannirivera.eu

 

La seconda o forse la terza tappa del tour in giro per l’Italia di Stefano Parisi è stata dedicata a Varese lunedi sera. Non è un caso, la città all’ombra del Sacro Monte è sempre stata un crocevia importante per le sorti del centrodestra. Inevitabile tastare il terreno e capirne i sentori. Qui sono nati partiti e movimenti, tante formule e alleanze sono state provate proprio da queste parti per non parlare di una intera generazione politica andata poi ad occupare spazi di rilievo altrove, dalla regione al governo. C’era tanta gente come non se ne vedeva da tempo immemore alle riunioni del centrodestra, molta Forza Italia, i ciellini, tanti centristi in cerca d’autore, lìberali in sonno, amministratori locali. Tutti addetti ai lavori o comunque vicini alla politica. E’ un tour motivazionale quello di Parisi, mascherato pudicamente dalla volontà di ascoltare, di raccogliere suggerimenti e perché no, nuovi seguaci. E’ ancora presto per formulare progetti concreti e programmi di governo, se ne riparlerà ben dopo il referendum, in primavera. Per ora il clima è quello del talk show, botta e risposta sugli argomenti più caldi del momento avendo però sempre cura di ricordare il posizionamento liberale popolare, di enfatizzare i cavalli di battaglia, di chiarire dubbi e perplessità soprattutto nelle relazioni con gli eventuali compagni di cordata, alleati presenti e futuri. La comunicazione regge, anzi, rispetto ai tempi del Megawatt Parisi sembra più pimpante e sicuro. L’ho analizzato bene ieri sera, ho soppesato le sue parole, ho cercato di capire la strategia tra le tante cose dette o accennate. Un punto a favore del manager imprenditore è che ha perfettamente capito l’obiettivo prioritario di qualsiasi discesa in campo. Come Berlusconi nel 94, anche Parisi ha individuato uno spazio libero, in questo caso una domanda liberal popolare che è senza risposta da troppo tempo e che ha concorso a generare la crescente astensione degli ultimi anni e in minima parte è pure causa dei grandi numeri dell’antipolitica. Ha trovato lo spazio e ci si è buttato dentro per occuparlo consapevole o meno che in politica le primogeniture generano sempre credito e soprattutto credibilità. Ha poi riempito il suo tentativo politico con idee e contenuti di alto livello, di non comune spessore nel deserto delle idee della politica nostrana. La presenza al Megawatt di relatori provenienti da rinomati think tank di area liberale, ma anche cattolici o altri, accomunati dal minimo comun denominatore di essere stati dimenticati o addirittura emarginati negli ultimi anni è stata sicuramente una mossa intelligente e lungimirante. Il programma che ne verrà fuori sarà originale, innovativo, nuovo. Altro punto favorevole per Parisi, che anche ieri è stato ripetuto, è che la sua azione non è mirata a creare un nuovo partito, niente riedizioni di formule alla Scelta Civica, operazioni marginali di puro organigramma, ma viceversa il mettersi a disposizione con idee e progetti per rigenerare una coalizione di fatto sul binario morto. Il come non lo racconta o sta sul vago, ma è facilmente prevedibile se rimaniamo nel perimetro di un progetto di comunicazione, perché di questo alla fine stiamo parlando, il progetto di Parisi è per ora un progetto mediatico e di comunicazione. Andare avanti, relazionarsi, vedere gente, stringere alleanze, farsi notare e valutare per una posizione originale su programmi e organigrammi alla fine ti consente di non essere tagliato fuori o addirittura ti permette di incamerare la nomination per meriti sul campo. Una lunga corsa in stile primarie, dove tappa per tappa, come fossero caucuses, il candidato acquisisce sempre più credito, notorietà, relazioni, amici e quindi alla fine voti e peso specifico. La stizza e il contrasto della più alta nomenklatura forzista nasce proprio da questo aspetto. Mentre, viceversa, il corpaccione del partito è molto più disponibile a seguire una opzione come Parisi, o per lo meno lo segue per capire fin dove può arrivare. Per ora non c’è la necessità di fare delle scelte, basta riempire i teatri, ma a breve può diventare impellente organizzarsi. D’accordo il rinnovamento, d’accordo lo svecchiamento, d’accordo la brillantezza dei nomi nuovi, ma le campagne elettorali alla fine le vinci con chi le sa fare e con chi controlla i bacini elettorali. A onor del vero Parisi non è mai caduto nella trappola della rottamazione, è stato chiaro e altrettanto vago nei confronti di chi lo avversa ai piani alti, ma qualche messaggio forte dovrà pur rivolgerlo e a breve ai grandi routiniers della politica politicante e che stanno in mezzo, tra il cerchio magico di Arcore o i top del partito e la militanza. Che lo ascoltano. Ieri a Varese, lato Forza Italia e ciellini, questi c’erano tutti. Per un motivo, perché Parisi vola alto e ha creato le condizioni per uno spazio politico, non sta banalmente marcando il territorio come fanno tanti altri nel disfacimento di Forza Italia, che girano il paese cercando di aggregare al solo fine di potersi poi sedere ad un tavolo con la saccoccia piena di voti, presunti, in cambio di visibilità e sedie. Parisi sta creando le condizioni per rigenerare un contenitore che era Forza Italia e non si sa cosa sarà, ben consapevole che in una squadra non c’è solo il top player quello che comanda il gioco e fa pure gol, ma ci sono anche una infinità di altri ruoli, magari più oscuri, ma altrettanto decisivi. E’ seguito e ascoltato perché alla fine, ai tanti leader locali, interessa avere un contenitore e una bandiera per la quale spendersi e vincere. Che oggi non c’è e quindi Parisi diventa una speranza concreta. Resta infine l’incognita Silvio Berlusconi. Cosa farà, se farà ancora qualcosa? L’ultima parola sarà sua, ma la scommessa di Parisi è quella che tale ultima parola sarà data da presidente della squadra, da mentore, da ispiratore, da padre nobile. Qualunque ruolo, ma lontano dal campo. Detto senza mezzi termini anche ieri.

 

Sembra ieri, ma sono ormai passati dieci anni dalla scomparsa del cantautore Bruno Lauzi. In sua memoria l’infaticabile raccoglitore e narratore di storie e fatti nostrani Mauro della Porta Raffo ha organizzato un momento in suo ricordo che andrà in scena sabato 22 ottobre alle ore 11:00 al Caffè Zamberletti di Corso Matteotti a Varese. Interverrà il giornalista Tony Damascelli. Per l’occasione è fresco di stampa un simpatico libriccino “Un amico, un certo Bruno Lauzi”, edito nella collana dei quaderni di Dissensi e Discordanze a cura appunto dello stesso Mauro della Porta Raffo. Tutti ricordano certamente il Lauzi cantautore della “scuola genovese”, gli anni della maturità artistica, pochi forse ricordano i forti legami con Varese, negli anni della formazione, quella vera, quella giovanile. Anni 60 o giù di lì. Complici la leggendaria sede del PLI varesino in via Bernascone 1 e il mentore Piero Chiara vero e proprio padrone di casa, tanti apprendisti di cose della vita si davano appuntamento in quell'ufficio. Che frequentava appunto anche Lauzi, magari accasciato sul divano a strimpellare la chitarra e a provare canzoni. Della Porta Raffo ricorderà quei momenti e sicuramente, con un balzo di oltre quaranta anni, anche gli ultimi anni di vita di Lauzi e il ritorno a Varese, proprio nel caffè Zamberletti, nel 2005. C’ero anch’io, me lo ricordo. Un Lauzi mesto che parlava di decessi e tristezze simili, forse immaginando la sua imminente fine, ma pur sempre sagace e brillante tanto da dire, come ricorda lo stesso Della Porta Raffo, una simpatica battuta sicuramente rivolta a se stesso “non si deve mai dimagrire perché la gente che sta per andarsene da questo mondo, prima, dimagrisce”. Lo scopo di quel ritorno alle origini fu la presentazione di una bella raccolta di poesie e poi anche di un romanzo, l’unico. Ma fu anche l’occasione per trovare tanti amici, estimatori o comunque cultori di cose belle della vita. Nel ricordo di quelle sortite nostrane, credo almeno due, e poi della scomparsa avvenuta di questi tempi dieci anni fa, Della Porta Raffo nel suddetto libriccino cita in tema di bilanci di vita prima Vittorio Sereni che negli ultimi anni diceva “richiamano le classi” e poi l’immancabile pensiero epitaffio di Piero Chiara, “il bosco dei viventi dirada, si svuota la platea”, aggiungendo: “Spero di essere l’ultimo ad andarmene”. Non fu ovviamente accontentato. Appuntamento quindi a sabato prossimo, per questo ed altro.

 

Un pezzo alla volta e l’Alta velocità ferroviaria italiana avanza. Questa volta verso Est e tutta in territorio lombardo lungo la direttrice europea che attraversa la pianura padano-veneta da Torino a Trieste. Domenica 11 dicembre, in concomitanza con l’entrata in vigore del nuovo orario ferroviario invernale, i Frecciarossa di Trenitalia faranno il loro ingresso nella stazione di Brescia Centrale grazie appunto alla inaugurazione per il traffico passeggeri del tratto Treviglio-Brescia che prosegue quello già in esercizio tra Milano e Treviglio. I tempi di viaggio tra Milano Centrale e Brescia Centrale scenderanno in una prima fase di dieci minuti e si attesteranno a 36 minuti, in attesa che venga completata in una seconda fase l’interconnessione con la stazione bresciana che porterà la percorrenza a 30 minuti. Come detto, la tratta che ha visto concludersi i lavori con l’inaugurazione per le autorità di oggi, è la Treviglio Brescia ed è la naturale prosecuzione della Milano-Treviglio inaugurata nel 2007. E’ costata circa due miliardi di euro, è lunga 39,6 chilometri ed è stata costruita praticamente tutta in affiancamento all’autostrada Brebemi. Secondo le Fs ci sono ora tutti i presupposti per aumentare l’offerta da e per Brescia, garantendo un servizio di alto livello, cadenzato e rapido tra i due maggiori centri lombardi. Si sta studiando a tal fine anche un abbonamento per il traffico pendolare sulla Av. Ma sarà tutta l’infrastruttura ferroviaria est-ovest a beneficiarne considerando già l’alto livello di traffico che insiste sulla linea tradizionale. La specializzazione delle linee ferroviarie consentirà di predisporre una pluralità di servizi per la medesima tratta che amplieranno l’offerta e garantiranno regolarità e puntualità. Il nodo bresciano sarà quindi riorganizzato in funzione della interconnessione tra linea tradizionale e la linea Alta Velocità. Ora l’attenzione di tutti, utenti in testa, è rivolta alla prosecuzione dei lavori verso est tutt’ora avvolta nelle nebbie, i 73 chilometri della Brescia-Verona e poi il tratto Verona-Padova che si allaccerà al peduncolo già esistente tra Padova e Mestre. Oggi c’è stato il viaggio inaugurale con il ministro Graziano Delrio che al riguardo non si è sbilanciato salvo che per la dichiarazione di circostanza: «L’Alta velocità ferroviaria è un messaggio di unione dell’Europa. Entro la fine del 2016 pensiamo di completare l’iter autorizzativo per portare la Tav anche sulla linea Brescia-Padova». In occasione dell’inaugurazione ufficiale del prossimo 10 dicembre ci sarà molto probabilmente a Brescia il premier Matteo Renzi che sicuramente fornirà qualche dettaglio e chiarimento in più sui tempi per il completamento di questa importante infrastruttura. Per quanto riguarda il corollario all’alta velocità in territorio bresciano, l’amministratore delegato delle Ferrovie Renato Mazzoncini ha definitivamente sepolto l’idea dello shunt su Montichiari, ovvero la deviazione della Av verso l’aeroporto. Lo scalo sarà collegato alla città attraverso una deviazione dalla linea Brescia-Parma.

Mentre la città di Milano era intenta a dare l’ultimo saluto a Dario Fo nel chiasso delle immancabili polemiche bipartisan, un altro grande milanese se ne andava per sempre ed in silenzio: Kengiro Azuma. Un milanese d’adozione, naturalizzato italiano, nato giapponese. Una storia incredibile vissuta tra talento, arte e raffinato pensiero di matrice orientale. Aveva novant’anni compiuti da pochi mesi lo scultore giapponese ed è morto a Milano nella sua casa nella notte tra venerdì 14 e sabato 15 ottobre. Nato a Yamagata sull'isola di Honshu da una famiglia di artigiani del bronzo, nel 1926, a soli 17 anni diventa pilota-kamikaze nella marina, durante la Seconda Guerra Mondiale, ma fortunatamente per lui il conflitto finì di lì a poco. Azuma a soli 19 anni si era preparato a immolarsi contro la flotta americana con un caccia Zero del reparto d’assalto, ma due giorni prima della sua missione suicida, la guerra finì con i funghi atomici su Hiroshima e Nagasaki. Azuma smarrì la fede nella divinità imperiale e trovò sollievo in una nuova vocazione, per la scultura. Una vocazione che sviluppò più tardi in Italia, a Milano, alla Bovisa. Dopo la laurea a Tokyo, nel 1956 ottiene infatti una borsa di studio dal governo italiano e si trasferisce in Italia. Doveva essere una parentesi, si trasferì per sempre. Alla Bovisa fin da subito, il quartiere d’adozione, quello che ha visto crescere la sua arte, le sue opere e la sua famiglia con sua moglie Shizuyo e poi con i figli Mami, la primogenita, che riunisce nel nome la devozione paterna per Marini e per Milano, e Ambrogio, architetto. Comincia i suoi studi all’Accademia di Brera dove diventa allievo di Marino Marini e in seguito suo assistente per tanti anni. L’incontro con Marini sarà fondamentale per la sua arte che diventa una sintesi dell’arte Zen e della lezione oltre che di Marini anche di Lucio Fontana. Nel 1962 partecipa al V Festival dei Due Mondi a Spoleto. Da allora le sue sculture prendono il nome di “mu” e sono seguite da un numero, intero per le sculture e 0 per i rari dipinti eseguiti. Mu e Yu sono i capisaldi del suo pensiero, nella cultura Zen essi rappresentano gli opposti, il vuoto e il pieno, l’infinito e il finito, la nascita e la morte, lo spirito e la materia, l’uomo e la donna. Tra il 1980 e il 1990 è stato docente della Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Tra le sue ultime opere quella donata lo scorso anno alla città di Milano, dal titolo “MU141: La vita infinita” una scultura, in bronzo alta 4 metri, che è stata collocata all’ingresso del Cimitero degli Acattolici al Monumentale. E poi vengono in mente la fontana delle Tartarughe a Sesto san Giovanni in largo Lamarmora, le fioriere e le panche in piazzale Cordusio ricordo di un “Percorso della Scultura” in corso Vittorio Emanuele nel 1990. A novembre è già in programma una mostra alla Galleria Lorenzelli, pensata a suo tempo per celebrare i 90 anni dell’artista, la mostra ora diventa un omaggio postumo. Il Comune di Milano però dovrebbe pensare di ricordarlo adeguatamente con una grande antologica in una delle tante splendide location di cui la città dispone.

 

Chissà quante volte abbiamo scartabellato i nostri archivi o navigato in rete alla ricerca di itinerari nuovi o differenti dai soliti per conoscere meglio il Lago Maggiore e scoprirne magari qualche angolo ancora per noi inesplorato. Lasciate perdere le guide raffazzonate, i suggerimenti di tizio o di caio il più delle volte prezzolati, evitate le banali guide internettiane e i trip advisor di turno. Torniamo indietro di qualche secolo e più precisamente al 1603, anno in cui fu dato alle stampe la Historia della nobiltà et degne qualità del lago Maggiore del frate Paolo Morigia. Morigia nacque a Milano nel 1525, appartenente alla famosa famiglia dei Morigia o Morigi, tra le più note ed influenti del Ducato, entrò nell'ordine dei Gesuati, fondato dal beato senese Giovanni Colombini, del quale fu per quattro volte superiore generale. La sua attività principale era però quella di storico, fu autore prolifico e attento, quasi più un cronista che uno storico tanto che l’eruditissimo Girolamo Tiraboschi un secolo dopo lo giudicava appunto privo di spirito critico. Scrisse una sessantina di opere, come si legge nell’epitaffio inciso sulla sua tomba dal conte Giorgio Trivulzio, ma lo storico Filippo Argelati ebbe modo di annotare nella sua immensa Bibliotheca scriptorum mediolanensium che le opere del Morigia fossero in realtà quarantacinque, alcune delle quali rimaste manoscritte. Morigia si spense a Milano nel 1604 e fu sepolto nella chiesa del convento di San Girolamo, appartenente all'ordine. La Historia della nobiltà et degne qualità del lago Maggiore è il suo ultimo lavoro, pubblicato alla soglia degli ottant’anni. Non è un semplice viaggio della memoria intorno al lago, che sicuramente amava moltissimo anche per motivi familiari essendo la sua famiglia originaria di quelle parti, il Morigia ci andò per davvero, visitò i luoghi, parlò con le persone, navigò per il lago, degustò cibi e vini. L’anziano frate, colto, curioso, sagace, annota tutto come un turista raffinato e ci lascia una serie di quadretti, di cartoline di luoghi che conosciamo tutti, ma visti all’inizio del ‘600. Ne esce una immagine molto bella del Verbano, un eden che rinfranca spirito e corpo e che l’anziano e appagato frate scopre in modo e con curiosità quasi infantile e con tratto gaudente in tutte le tappe del periplo del lago, da Locarno a Magadino. Di molte degne qualità e prerogative, che possiede questo lago, che non sono possedute da niun altro lago ...: il Cielo è stato liberalissimo e favorevole a questo lago. Perciocché primieramente l'aria è temperata, sanissima, e felicissima. Quivi l'acque sono sanissime e limpidissime, il verno è piacevol”. E più avanti “L'estate quando più il sole abbruggia la terra, e travaglia il giorno, e la notte e i mortali: in in questi luoghi si trova l'aria mitigata da soavissimi vertarelli”. Già dal frontespizio della edizione originale si capisce la sintesi della ricerca di Morigia sul lago creato dal fiume Ticino. Del perché si chiami Maggiore, del ben di Dio di quello che si produce o si pesca lungo le sue sponde, una serie di prelibatezze, a cominciare dai pesci, di tutti i tipi, per non parlare delle formaggelle delle valli di Luino, delle vigne che producono soavissimi vini. Un patrimonio di cui beneficia innanzitutto Milano. Tornando al microclima favorevole, dice Morigia nelle prime pagine del viaggio “gode Brissago un'aria temperatissima, e quindi è che quella gente è di sangue vivacissimo e di colore bellissimo, e di corpo bellissimo, e perciò non solo le donne son belle, ma anco gli huomini, e vivono assai”. Una terra che ha dato belle donne e uomini illustri in tanti ambiti non poteva che racchiudere un universo di bellezze, di panorami, di storia, di prelibatezze per il palato. Scendendo da nord lungo la sponda occidentale l’attenzione di Morigia è tutta per il “gombito di lago” o comunque per la parte centrale del Verbano, terra d’origine del suo casato, ma anche la parte con maggiori elementi di cui parlare. Si dilunga sulle origini della sua famiglia, i Morigia o Morigi, sulle terre infeudate, sulla storia di alcuni parenti, tra i quali ricordiamo la Beata Caterina, fondatrice del Santuario di Santa Maria del Monte sopra Varese. Ma poi scopriamo che Intra in passato si chiamava Sant’Ambrogio e che colpisce il frate perché gli abitanti sono colti, “i quali tutti sanno leggere e scrivere”, che Pallanza era forse il centro più importante e nel suo girovagare pallanzotto annota curioso la scritta sulla casa di un tal Bartolotto “Ancora non me dispero”. Il poveretto, dopo aver millantato in giro per il Ducato ricchezze di mercante e di essere imprenditore di successo fu obbligato a costruire a sue spese una torre del Castello di Milano per imposizione del Duca Francesco Sforza. E rimase sul lastrico. Il frate prosegue lodando le isole Borromee e il golfo, a un Borromeo è peraltro dedicata la sua opera, Su Stresa sorvola perché allora non c’era praticamente nulla se non un misero villaggio di pescatori. Mentre dedica una vasta descrizione ad Arona città borromaica per eccellenza, non dimenticandosi di fermarsi a Lesa per i suoi vigneti e a Massino per le ascendenze viscontee. Scopriamo che la sponda magra come la chiamiamo oggi, quella orientale, varesotta, lo era anche allora. Al di là di vestigia storiche importanti, anche romane, a Sesto Calende, alla bellezza e importanza di Angera e soprattutto alla misteriosa Santa Caterina del Sasso legata alla memoria del beato Besozzi e del suo voto, la descrizione di Morigia segue veloce fino a Luino, borgo molto attivo con il suo mercato e una popolazione di tutto rispetto, per i canoni di allora, e appunto noto per le vigne e la formaggella. Passa da Maccagno, patria del Macaneo, autore di una nota Descrittione d’Italia e di una Cosmografia del Lago Maggiore. Il viaggio infine termina a Magadino dove il frate trova solo due osterie. Possiamo ripercorrere le tappe del viaggio di Morigia in modo ideale e con l’immaginazione, quel Verbano non esiste più, la vegetazione descritta dal frate è diversa, il clima pure, l’antropizzazione ha sconvolto i paesaggi, ma non tutto è perduto di quelle atmosfere. Vi consiglio una giornata autunnale, uggiosa, con quella tipica nebbiolina che stempera i contorni del lago e dei panorami, che attutisce i rumori, scegliete un luogo non troppo fuori mano, vicino alla sponda del lago, ma lontano dal traffico, dal caos odierno, magari nella parte più amata da Morigia. Andateci da soli, scegliete un belvedere. Potete andare al Sacro Monte di Ghiffa o sulla terrazza della chiesa di Carmine Superiore. Luoghi suggestivi e dalla bellezza arcana che in giornate dal clima che vi ho raccontato prima possono facilmente portarvi con la fantasia al 1600. Questo per appagare lo spirito. Per il corpo non vi resta che frequentare uno dei tanti grotti o trattorie sul lago e cercare qualche piatto tipicamente locale e senza tempo, di pesce di lago per esempio e che si avvicini il più possibile a quelli descritti da Morigia. Senza dimenticare un buon vino di quelli che solo oggi si stanno riscoprendo grazie alle poche vigne superstiti lungo le sponde del lago.

 Immagine: Carmine Superiore

Giorni fa, mettendo ordine in alcuni scaffali, ho trovato una fotografia della mia prima comunione in Santa Maria del Suffragio a Milano in corso XXII Marzo, a pochi passi da Porta Vittoria. Primavera del 1972. Tanti bambini ed in mezzo il prevosto, Mons. Andrea Ghetti. Nonostante la mia giovane età di allora e i tanti anni trascorsi da quel giorno, ho un ricordo nitidissimo di Ghetti. Impossibile sarebbe il contrario, se pensiamo alla caratura e al carattere vulcanico del personaggio. Non passava inosservato questo milanesone di Brera, classe 1912, dal timbro vocale altissimo, dalla battuta pronta, dal carattere volitivo, dal piglio decisionista. E dalla storia che vale sicuramente la pena di ricordare e raccontare e che ho appunto avuto l’opportunità di incrociare per qualche anno, negli anni settanta. Il suo nome è innanzitutto legato allo scoutismo. Vi entrò per caso nel 1927 con suo fratello minore Vittorio dopo un incontro estivo con un reparto di esploratori pistoiesi, aderì al gruppo scout ASCI Milano 11. Ma fu un inizio tormentato. Dopo aver pronunciato la sua Promessa scout in aprile, il 6 maggio 1928 assiste all'auto-scioglimento dell'ASCI, imposto dal regime fascista. Piuttosto che lasciar perdere per non finire nei guai, il combattivo Ghetti ritorna a svolgere attività scout e dall'autunno 1929 farà parte del gruppo clandestino delle Aquile randagie fondato da Giulio Cesare Uccellini fino alla fine della seconda guerra mondiale, aiutando tra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 numerosi ebrei, perseguitati politici e militari alleati a rifugiarsi in Svizzera tramite l'O.S.C.A.R. (Opera Scoutistica Cattolica Aiuto Ricercati). Quando entrò nelle Aquile randagie si autoimpose il nome di battaglia di Baden, in onore di Baden Powell fondatore degli Scout. Non poteva essere altrimenti, la modestia non era il suo forte. Rimase il suo marchio di fabbrica per gli anni a venire. Anche al catechismo lo chiamavamo Baden. Intanto, dopo aver conseguito la laurea in filosofia a indirizzo psicologico all'Università Cattolica di Milano, discussa il 30 ottobre 1935, battibeccando non poco con la commissione perché si rifiutò di indossare l'obbligatoria camicia nera fascista, l'8 novembre entrò nel Seminario Lombardo di Roma. Fu ordinato sacerdote nel marzo del 1939 e celebrò la sua prima messa nella chiesa di S. Maria Incoronata, sua parrocchia natale. La famosa “chiesa doppia” in fondo a Corso Garibaldi, forse una premonizione, il sentore di una vita vissuta tra azione e riflessione. I suoi primi incarichi furono di insegnante a Lecco e poi a Milano di storia, filosofia e religione. Ma il grande impegno era per l’attività scout. Nel 1942 insieme a Uccellini scopre la zona di Montecchio Sud, vicino a Colico, sul lago di Como, che dopo la guerra sarebbe diventata la prima e principale base scout d'Italia. Nel 1945 ottiene il primo vero incarico, fu nominato Assistente Ecclesiastico regionale dell'ASCI Lombarda. In quel ruolo, con l'assenso dell'arcivescovo di Milano, cardinal Alfredo Ildefonso Schuster, promosse la rinascita dello scoutismo cattolico in Lombardia assieme ad Uccellini ed al fratello Vittorio. Il suo ruolo organizzativo e strategico nello sviluppo del metodo fu paragonabile a quello dei responsabili nazionali, capì anche l’importanza della comunicazione e lanciò una rivista R-S Servire, per i rover e i capi. I suoi scout non andavano in giro a fare gite, erano organizzati come dei militari in missione per attività di solidarietà di qualsiasi tipo. Scegliendo tra le tante iniziative: nell'estate 1949 ideò e realizzò con i rover la Freccia Rossa della Bontà dall'Italia alla Norvegia per raccogliere fondi a favore dei mutilatini di don Gnocchi; il 18 novembre 1951 progettò il primo intervento di rover a favore delle popolazioni colpite dall'alluvione del Polesine; il 21 novembre 1956 partì, a capo di una delegazione della diocesi, per aiutare i profughi della rivolta ungherese; il 10 ottobre 1963 partì per il Vajont, dove coordinò i soccorsi della diocesi. A partire dagli anni settanta sostenne anche l'opera di Fratel Ettore in favore dei senzatetto di Milano che lui però chiamava "barboni". La sua vita cambia nel 1959 quando viene nominato parroco della chiesa di Santa Maria del Suffragio. Cambiano gli impegni, si diradano quelli negli scout e si ampliano quelli più tipicamente pastorali. Anche in conseguenza di ciò, nel gennaio 1960 lasciò la carica di Assistente Ecclesiastico Regionale dell'ASCI lombarda continuando ad essere l'Assistente Ecclesiastico del Gruppo Scout Milano 1º, che si insediò nella sua parrocchia. Nell'aprile 1960, su richiesta dell'arcivescovo, cardinal Giovanni Battista Montini, assunse l'incarico di direttore responsabile de Il Segno, neonato bollettino mensile della diocesi, che mantenne fino alla morte. Un personaggio eclettico, forse non simpatico, ma sicuramente coinvolgente. Il mio ricordo di allora e poi metabolizzato è quello di una versione bonaria del sergente Foley, interpretato da Louis Gosset Jr., in Ufficiale e Gentiluomo. Probabilmente se non avesse fatto il prete sarebbe stato un militare. Era fatto per organizzare, comandare, per il campo di battaglia, anche in stile Peppone e Don Camillo, come la lunghissima guerra contro il cinema XXII Marzo che è entrata nella storia del costume milanese. Il suddetto cinema, oggi chiuso ed allora in decadenza, era un locale di seconde e terze visioni, posizionato quasi di fronte alla Chiesa che a sua volta aveva di fianco il suo cinema-teatro, se ricordo bene si chiamava L’Arca. Un cinema dove non si proiettavano storie di santi o polpettoni deamicisiani strappalacrime, ma anche lì seconde e terze visioni come una qualsiasi altra sala. Memorabili gli anatemi dal pulpito di Mons. Ghetti per scoraggiare i fedeli a frequentare la sala concorrente. Ma la temperatura dello scontrò salì e finì sui giornali per la veemenza delle parole proprio nel 1972 quando il XXII Marzo per cercare di incrementare gli incassi proiettò pellicole del genere erotico all’italiana, una su tutte Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda con Edvige Fenech.

Morì vivendo, “sul lavoro”, il 5 agosto del 1980 in un incidente automobilistico a Tours in Francia durante la route del clan scout "La Rocchetta”. Le spoglie di monsignor Andrea Ghetti riposano nella cappellina della Casa dello scout presso il Comitato Regionale Lombardo dell'AGESCI, in via Burigozzo 11 a Milano. Gli amici hanno dato vita dapprima all'Ente educativo don A. Ghetti e successivamente anche ad una fondazione per tramandarne la memoria e il pensiero. Il 7 dicembre 1980 gli venne conferito alla memoria dal sindaco Carlo Tognoli l'Ambrogino d'oro (massima riconoscenza del Comune di Milano). Lo stesso riconoscimento è andato al fratello minore Vittorio.

per approfondire:

Vittorio Cagnoni, “Baden. Vita e pensiero di Mons. Andrea Ghetti”, TIPI Edizioni, 2014

Fonti: fondazione Ghetti, Aquile randagie, wikipedia

 

Per ricordare il recentemente scomparso premio Nobel Dario Fo, mi piace tornare alle sue origini varesotte. Nacque a Sangiano vicino a Laveno, ma i suoi legami sono un poco più a nord, nell’Alto Verbano, tra Pino e Porto Valtravaglia dove il papà ferroviere lavorava. Per chi ama i volti, i personaggi, gli avvenimenti della profonda provincia novecentesca e che nel luinese hanno avuto sicuramente in Piero Chiara l’epigono più noto e popolare, non si può dimenticare anche Dario Fo. Che scrisse una autobiografia, “Il paese dei Mezaràt”, a cura di Franca Rame, Milano, Feltrinelli, 2002, piacevole, a tratti irresistibile, una rievocazione dell’infanzia sulla sponda del Lago Maggiore, i primi studi a Milano e poi le prime tappe di una lunga scalata artistica e politica che lo ha portato nella tarda maturità addirittura al premio Nobel. “Per anni, la carrozza dell’accelerato Luino-Gallarate-Milano è stata il mio palcoscenico, con platea sempre esaurita e festante.” Curioso però che nel 2002 Fo si limiti a parlare della sua infanzia, la motivazione la fornisce lui stesso nel prologo del libro. Quella che vi propongo non è la storia della mia vita d’attore, autore e capocomico, ma piuttosto un frammento della mia infanzia. Anzi è solo l’inizio: il prologo della mia avventura a partire dal tempo in cui mai mi sarebbe passato per il cervello che quello del teatrante sarebbe diventato il mio mestiere definitivo. Ricordo che Bruno Bettelheim, autore di una rivoluzionaria teoria sulla formazione caratteriale e intellettiva degli individui, diceva: “Di un uomo basta che mi diate i primi sette anni della sua vita, lì c’è tutto, il resto tenetevelo pure”. Io ho voluto esagerare: ve ne offro dieci, più qualche puntata verso la maturità ... credetemi, è già fin troppo!

La narrazione comincia con la nascita a Sangiano il 24 marzo del 1926, ma termina in realtà con la morte del padre il 3 gennaio del 1987. “Pino Tronzano e Porto Valtravaglia, sulla sponda magra del Lago Maggiore. Entrambi sono stati i paesi delle meraviglie. I luoghi che mi hanno scatenato le fantasie più pazze e hanno determinato ogni mia scelta futura.” Lo stile è quello istrionico e visionario del teatrante consumato, procede per stacchi, come se fossimo sul palco tra una scena e l’altra. Il risultato è sicuramente accattivante, riuscito, un collage di variopinti quadretti di vita quotidiana descritti in modo molto nitido, nonostante si tratti di ricordi lontani, nei quali si trova sempre qualche riferimento che lascia intendere le radici della sua futura attività artistica. A cominciare dal nonno ortolano ‘contastorie’, delle fantasie sui tetti di cioccolato di una Svizzera immaginaria, dei fabulatori della Valtravaglia e della babele linguistico-dialettale del paese dei mezaràt (gli abitanti di Porto Valtravaglia erano soprannominati mezaràt, pipistrelli, perché la maggior parte di loro viveva e lavorava di notte nelle numerose vetrerie della zona, per non parlare dei contrabbandieri). Un ritorno alle origini da vecchio, tra episodi di vita vissuta e storie popolari, tra volti familiari, amici e compaesani. Un susseguirsi di racconti piacevole, dalle imprese del padre ferroviere, alle sfide con i piccoli balordi della valle, dalla scoperta dell’arte e della pittura, alla magia dei maestri affabulatori, dalla prima pudica storia d’amore per una ragazza salvata dalle acque del lago in tempesta, all’affetto per il cugino antifascista in Svizzera, fino alle difficoltà della guerra. Un Fo ironico, a tratti emotivo, una narrazione veloce ed incisiva che lascia veramente sorpresi anche i più critici oppositori dell’artista lombardo.

Tra i tanti episodi di questo libro cito forse quello che c’entra meno con il filo del discorso, ma che rimanda alla figura del luinese Piero Chiara. “Se voi pensate che questo folle qui pro quo, quasi da pochade, sia frutto di una mia insana fantasticheria, basta che vi procuriate il Corriere della Sera del 4 gennaio 1987. Là ritroverete la cronaca di questa impossibile avventura, la cui regia è senz’altro da attribuire alla buonanima burlante di mio padre Felice.” E anche, aggiungiamo noi, in perfetto stile Chiara. Per farla breve, Fo rimanda al paradossale aneddoto accaduto il giorno del funerale di suo padre. A causa delle festività di capodanno che tennero chiuso il cimitero, il 4 gennaio ci fu in chiesa a Luino una concentrazione anomala di funerali. La gente che aspettava il feretro di Piero Chiara, scomparso infatti a Varese la sera del precedente 31 dicembre, avvicinandosi alla chiesa e vedendo sopraggiungere un imponente corteo brulicante di bandiere rosse con contrappunti di drappi anarchici non esitò ad accodarsi alla folla imbandierata che marciava dietro il feretro a ritmo di fanfara, convinta di trovarsi al seguito della salma del celebre narratore. Qualcuno per la verità si chiese il motivo per cui un granitico liberale e che poteva essere stato tutto, ma mai comunista, avesse richiesto un funerale di quel tipo, ma nel dubbio tutti proseguirono. Solo una volta giunti al cimitero appresero nello stupore generale di aver scortato il papà di Dario Fo. Nel frattempo, in chiesa a Luino, era giunta la salma di Piero Chiara che non trovò nessuno ad accoglierla eccetto il sagrestano e pochi altri che osservavano la scena quasi ridendo.

Grazie agli spunti di Katja Taurone

 

L’ultimo ed ennesimo referendum antifrontalieri dello scorso settembre è rientrato nella giusta dimensione dopo le veementi polemiche a caldo del mondo politico lombardo. Dai proclami bellicosi si è passati ad una amabile trasferta bellinzonese in ottica pubbliche relazioni del governatore lombardo Roberto Maroni accompagnato per l’occasione dall’assessore regionale Francesca Brianza. Le conseguenze del referendum saranno minime e non immediate, in realtà si è trattato di una operazione di comunicazione e marketing politico in chiave demagogica e populista di alcuni partiti ticinesi che di questi argomenti ci campano. Sulla questione conta Berna e non Bellinzona ed il governo elvetico sappiamo bene di che avviso è, ovvero quello di non toccare i bilaterali. Qualche concessione ci potrà anche essere, qualche interpretazione e provvedimento locale pure, ma la sostanza non cambierà. Viceversa per la Lombardia sta diventando più urgente affrontare il tema reshoring industriale. Da Armani in poi, sono già diverse le aziende italiane a suo tempo delocalizzate in Ticino che stanno organizzando il rientro, in gran parte in Lombardia. La Regione e il Governo devono affrontare urgentemente questo argomento perché potrebbe rivelarsi, numeri alla mano, una ottima opportunità per insediare facilmente nuove attività industriali e commerciali in Lombardia in un periodo di vacche magre per l’occupazione. Per la verità la Regione si sta muovendo da tempo per quanto le compete, il governo invece è silente o latita, come sulla questione Zes. Si fa un gran parlare in queste settimane di Patto per Milano, per la Lombardia e quant’altro, il reshoring dovrebbe farne parte senza discussione. Non c’è nulla di ideologico, solo concretezza. Ma torniamo alla visita di ieri e alle dichiarazioni dei protagonisti lombardi.

Comincia Roberto Maroni, “con il presidente Beltraminelli (Presidente del Consiglio di Stato del Canton Ticino, n.d.r.) abbiamo parlato delle questioni più importanti tra Lombardia e Cantone Ticino, con la premessa condivisa che è interesse di entrambi mantenere e rafforzare le nostre buone relazioni, nell’ambito di un rapporto di forte e leale collaborazione, che consisterà anche in uno scambio continuo di informazioni”. “Circa il referendum – ha proseguito Maroni – mi sento rassicurato dal fatto che non vi saranno conseguenze, azioni immediate, ne’ discriminatorie nei confronti dei lavoratori lombardi. Ci sono iniziative che il Cantone assumerà per dare attuazione all’esito del referendum, e questo e’ giusto, perchè il popolo è sovrano, che noi vogliamo seguire con attenzione. Vogliamo infatti capire cosa noi, per parte nostra, dobbiamo fare. E’ interesse comune evitare iniziative che penalizzino gli uni o gli altri, vogliamo collaborare, nell’interesse dei nostri cittadini e delle nostre Regioni”.

Prosegue Francesca Brianza, assessore regionale con delega ai Rapporti con la Svizzera, "dopo il referendum non c'è nessun allarmismo per i nostri lavoratori frontalieri. Non ci sarà un impatto immediato, ma, ovviamente, la situazione va monitorata. Da parte nostra, come ha detto il presidente Maroni, non ci sarà alcuna ritorsione, ma la volontà di continuare a collaborare". "Ci auguriamo che il Parlamento italiano prenda finalmente coscienza delle specificità delle zone di confine - ha aggiunto l'assessore -: come Regione Lombardia faremo da pungolo nell'attività parlamentare, sollecitando la presa in carico del progetto di legge della Zes, la Zona economica speciale, che da oltre 2 anni giace in un cassetto”.

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

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