• “Lucore”, esordio letterario di Elisa Origi
    “Lucore”, esordio letterario di Elisa Origi Diciotto tasselli di un mosaico, diciotto sfumature diverse di colore: diciotto sono i racconti firmati dall’esordiente Elisa Origi, che hanno visto recentemente la luce per i tipi della casa editrice L’erudita di Giulio Perrone. Il libro “Lucore” arriva in libreria accompagnato da un serrato calendario di presentazioni letterarie: a distanza di un anno e mezzo di attività “da remoto” di conversazioni sui social, l’autrice incontra finalmente il suo pubblico. E grazie ad una presentazione alla libreria Byblos di Gallarate, condotta da Federico Delpiano, abbiamo avuto anche noi l’opportunità di conoscere da vicino l’autrice di una giovane signora elegante e composta, attenta ai dettagli minimi e raffinati, caratterizzati da una discreta originalità; con un filo di voce e poche ma precise parole, spiega il significato della sua scrittura. I racconti di…

Claudio for Expo

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Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Nella Padania che fu ha tenuto banco nelle ultime settimane un dibattito dai toni piuttosto aspri sul futuro della Lega, un confronto tra chi ne vuole fare un partito della nazione a trazione lepenista ben collocato a destra e di taglio populista, Matteo Salvini, e chi la vuole invece ben radicata al Nord e ai collaudati dettami dell’autonomia e del federalismo bossiano, Roberto Maroni in primis. La questione non è di lana caprina e va ben al di là dei comprensibili contrasti interni per la conquista della leadership. Prima di qualsiasi resa dei conti sul futuro della linea politica del Carroccio, che sarà con grande probabilità risolta in occasione del prossimo congresso, il dibattito politico incrocia la scadenza del referendum costituzionale di dicembre. Il centrodestra è per la quasi totalità schierato per il No, la Lega su questo argomento è da sempre su posizioni molto chiare e nette. Ma forse sbaglia bersaglio e di conseguenza rischia di perdere una occasione propizia per fare una battaglia politica congeniale per radicare consenso, per marcare il territorio. La personalizzazione della tornata referendaria ad opera di Matteo Renzi ha infatti spostato l’obiettivo dalla riforma al presidente del consiglio facendo a mio avviso perdere l’occasione per piantare dei paletti politici non da poco. Da utilizzare a futura memoria in termini elettorali. Scendendo nel merito, la riforma Boschi vede il privato, i corpi intermedi e le autonomie locali con sospetto e non come una risorsa, si diminuisce la partecipazione dei cittadini, alterando il nesso di rappresentatività e quindi la responsabilità della classe politica. Tutto ciò in nome della (presunta) maggiore governabilità, dell’efficienza decisionista, del cambiamento. La strada giusta è quella opposta: più devolution, più autonomia e responsabilità fiscale, più sussidiarietà. In gran parte appunto i cavalli di battaglia del Carroccio da tempo immemore. Al di là delle conseguenze facilmente prevedibili di questa riforma e che vanno enfatizzate. Si rischia innanzitutto di allontanare il cittadino dalla cosa pubblica, di acuire la disaffezione del popolo verso quest’ultima. In più, la vaghezza della norma che attribuisce le competenze a Camera e Senato rallenterà ulteriormente il processo legislativo, dando facilmente adito a continui conflitti d’attribuzione tra i Presidenti dei due rami del Parlamento prima e davanti alla Corte Costituzionale poi. Il nuovo “Senato delle Regioni” sarà composto da amministratori locali, i quali non solo rischieranno di svolgere approssimativamente i due incarichi, ma soprattutto resteranno vincolati a logiche di partito più che ai reali interessi del proprio territorio. A questa situazione fa da contraltare lo sbilanciamento dei poteri nei casi di competenza esclusiva della Camera dei Deputati. Il combinato disposto della riforma costituzionale e della nuova legge elettorale “Italicum” consegnerà ad un partito, pur votato da una percentuale “minima” di aventi diritto, la maggioranza assoluta dei seggi. Il punto nevralgico della riforma, però, è quello che attiene al Titolo V, cioè ai rapporti di competenza legislativa tra Stato e Regioni. Negli ultimi anni questi rapporti sono stati sì causa di scontro, ma hanno anche permesso alle Regioni virtuose, come la Lombardia, di esprimere al meglio le proprie eccellenze, adattando i servizi erogati alle esigenze del territorio. Il ruolo delle Regioni e delle autonomie locali risulta dunque svilito. Un tema che dovrebbe quindi stare molto a cuore alla Lega. Ma torniamo al punto di partenza, la Lega sindacato del territorio o la Lega nazionale persa in altri calcoli e camarille? Nel primo caso la campagna per il No potrebbe diventare l’occasione buona per rinverdire una vecchia tradizione politica foriera di successi numerici non da poco al di là dei minimi risultati conseguiti, nel secondo caso la campagna per il No è qualcosa di prettamente politico, di volatile, di impalpabile di fronte all’opinione pubblica, con il rischio di trasformare la Lega in un Ncd di destra, vittima dei chiari di Luna della politica politicante.

 

*grazie agli spunti ricavati dal giudizio sul referendum costituzionale del 4 dicembre proposto dall’associazione Polis Parallela.

foto: Ansa

Tra le misure contenute nella legge di Bilancio da poco approdata in Parlamento, quelle che fanno più discutere sono le disposizioni che mirano ad accrescere l’attrattività del nostro Paese all’estero garantendo sconti e agevolazioni ai ricchi stranieri che decidono di rilocalizzarsi, agli investitori e ai filantropi, così come già previsto anche da altre legislazioni europee. Per far girare l’economia, per farla ripartire, occorre pensarle proprio tutte e questa misura, voluta fortemente dal ministro Pier Carlo Padoan, va in quella direzione. C’è chi parla di ennesimo favore per una certa categoria di soggetti, i super ricchi, in realtà la decisione è realistica, pragmatica e sicuramente non ideologica. Nel merito della questione è prevista quindi una interessante tassazione agevolata a forfait per i ricchi contribuenti stranieri che decidono di spostarsi in Italia. La tassa fissa prevista è di 100mila euro ed è destinata appunto a chi decide di portare la residenza nel nostro Paese dopo avere vissuto all’estero per almeno 9 dei dieci anni precedenti. L’agevolazione può essere utilizzata per massimo 15 anni. La tassa fissa vale solo per i «redditi prodotti all’estero» mentre i redditi prodotti in Italia saranno soggetti alla normale tassazione. La disposizione è pensata per attrarre «lavoratori altamente qualificati» come «manager e imprenditori», precisano dal Tesoro, «in un momento storico nel quale molte imprese multinazionali stanno considerando dove localizzare i propri "cervelli"». La misura prevede «un’imposta sostitutiva sui redditi prodotti all’estero», che però «rimangono assoggettati alle imposte degli Stati nei quali vengono prodotti e non danno diritto ad alcun credito d’imposta». Il vantaggio sta nel fatto che altrimenti i soggetti che si trasferiscono sarebbero gravati da una doppia imposizione piena. In questo caso verseranno in Italia solo 100mila euro anche se hanno guadagni pluri-milionari. Per fare un paragone concreto, questa è la somma che un connazionale pagherebbe con un imponibile di circa 250mila euro. La misura si rivolge infatti a una platea di super-ricchi che sicuramente, oltre a questo, valuteranno anche altri elementi come la bellezza, il clima e la qualità della vita del nostro Paese per decidere di trasferirsi per un periodo anche lungo. La contropartita per l'Italia è facilmente immaginabile e va ben al di là dell'aspetto fiscale. Persone e famiglie con alto tenore di vita generano un indotto non da poco nei territori in cui risiedono. Ma non è finita qui. Si prevede anche di concedere subito un permesso di soggiorno biennale a chi dimostri di investire almeno 1 milione di euro in Italia e a chi compri titoli di Stato per almeno due milioni. Facilitazioni anche per i "filantropi" che intendano donare 1 milione a sostegno di cultura, istruzione e ricerca. La Lombardia è sicuramente tra le regioni italiane quella che potrebbe beneficiare maggiormente di questo provvedimento, per l’attrattività insita del proprio territorio, delle città e soprattutto della sua economia. Regione e Governo effettivamente negli ultimi anni si sono in parte mossi in questa direzione anche se con poca sinergia e sintonia. Il punto strategico è infatti agevolare, incentivare non solo nuovi investimenti, ma anche il massiccio rientro di capitali e aziende per far ripartire l’economia dopo la lunga crisi. Il reshoring industriale è ormai un dato di fatto, eppure da parte del decisore pubblico si traccheggia. La zona franca, la Zes, che potrebbe incentivare non poco l’insediamento di attività industriali appunto nelle aree maggiormente colpite dalla crisi e dalle delocalizzazioni, come le province di frontiera, è nel limbo. Lo stesso ministro Giuliano Poletti in una recente visita a Varese ha ammesso la difficoltà di attuazione di una misura del genere, ma la sensazione è che non ci sia una reale e seria volontà politica per realizzarla. Per quanto riguarda il rientro fisico dei capitali, la voluntary disclosure e la fine del segreto bancario in Svizzera hanno consentito di segnare un punto a favore. Mentre i precedenti scudi fiscali non avevano fatto rientrare praticamente nulla, la voluntary e l’ufficialità dei patrimoni hanno agevolato fortemente la tendenza al rientro. E soprattutto nella piazza finanziaria di Milano. La controprova è plasticamente visibile a Lugano, ai tempi appunto approdo sicuro delle ricchezze non ufficiali italiane. Le fiduciarie sono sparite, gli istituti bancari sono in vistoso e drammatico declino. I contributi fiscali delle banche sono infatti passati dai 55 milioni di franchi di dieci anni fa a circa 12 milioni di franchi di oggi. Queste brevi note per ricordare la necessità, l’urgenza, di combinare in modo strategico e lungimirante questi provvedimenti per rendere veramente interessante, e reale, il rientro dei capitali e delle aziende, per attrarre i nuovi investimenti dall’estero e ora anche le rilocalizzazioni dei super ricchi. E in Lombardia la questione dovrebbe finire in cima alla agenda politica di chiunque, da destra a sinistra.

 

Stavolta tocca a Raffaele Cattaneo finire sotto i riflettori non benevoli di rete55. Dopo i ben noti e duri attacchi personali al povero Andrea Badoglio recentemente scomparso, la pubblicazione reiterata e maliziosa del curriculum vitae di Nino Caianiello, le insinuazioni sulla gestione di Ciro Calemme ad Aspem Reti, le bordate acrimoniose contro l’ex candidato sindaco di Varese Paolo Orrigoni, per non parlare della vera e propria offensiva mediatica contro alcuni organi di stampa locali come Varesenews, ora le attenzioni della coppia di fatto Rete55-Lega Civica sono puntate sul presidente del consiglio regionale. Reo evidentemente di aver sollevato a suo tempo la questione e il relativo polverone sul chiaccherato prestito obbligazionario concesso dalla Fondazione Molina di Varese alla suddetta emittente televisiva. Stavolta si vagheggia di scenari futuribili e altrettanto improbabili sulle prossime elezioni regionali che vedrebbero schierato Cattaneo nella Lista Maroni. Scenari che peraltro stanno prendendo una ben nota piega e che non è quella descritta dai seguaci di Lorenzo Airoldi. Ma non è un problema di disinformazione, anzi, ma di informazione distorta, a favore del proprio disegno. Non sfugge quindi lo scopo dell’ennesimo attacco personale, questa volta con la finalità di indebolire, mettere in difficoltà uno degli avversari più ostici della azione politica dei Legacivici. In generale è ormai chiaro l'intento di metterla in rissa, chissà mai che la gente non finisca per seguire gli sviluppi della rissa e dimentichi quelli più importanti della questione in ballo. “La notizia riportata da Rete55 – interviene direttamente Raffaele Cattaneo con un post su facebook - che mi vede come futuro capolista della Lista Maroni è destituita di qualsiasi fondamento e prefigura scenari fantasiosi. Come tutti sanno sono esponente di NCD - Lombardia Popolare e coordinatore nella provincia di Varese. La Lista Maroni è con noi alleata in Regione Lombardia a sostegno del Presidente Roberto Maroni. Gode di tutta la mia stima, ma non è il mio ambito di azione politica, che è e resta Lombardia Popolare”. E aggiunge, “nessun retroscena dunque, inventato forse da chi avrebbe piacere a togliermi presto di mezzo, per continuare a favorire una deriva a sinistra di una certa area culturale e politica tanto innaturale quanto funzionale solo a obiettivi di bottega di alcuni. È una cortesia che assicuro non ho intenzione di fare”.

In attesa che la questione Molina si definisca nel merito, a far discutere sono le conseguenze politiche che potranno derivare dalla conclusione ormai facilmente immaginabile della querelle sul prestito. Le manovre diversive e i contrattacchi di Lega Civica e Rete 55, la cortina fumogena dei silenzi del Pd e del sindaco di Varese non eviteranno alla fine di alzare il velo su quello che è successo veramente in questa breve stagione politica del 2016, sulle cose non dette, sui segreti, sugli accordi taciti ed interessati, sulle manfrine e i maneggi per vincere e far decollare l’era Galimberti nella città giardino. Fatti e rivelazioni che potrebbero riservare molto imbarazzo ai protagonisti. C’è stato o non c’è stato un accordo tra Lega Civica e Davide Galimberti al ballottaggio? C’è chi lo nega e c’è chi parla di patti segreti con tanto di prove. Al secondo turno, chi ha fatto desistenza nel centrodestra, dopo che al primo turno Orrigoni aveva preso gli stessi voti di Fontana di cinque anni prima? Le nomine, a cominciare dalla presidenza del consiglio comunale, fanno parte di questo presunto patto? Lo stesso presunto patto finisce lì o è di ampio respiro e coinvolge gran parte della azione e dei programmi della amministrazione guidata da Davide Galimberti? Al di là delle responsabilità politiche di chiunque, degli interessi in gioco, degli obiettivi anche cinici dei partiti alle elezioni, sono domande che si pone qualunque cittadino elettore. Qualcuno alle elezioni e subito dopo ha mentito, le cose molto probabilmente non sono andate come si vuole far credere e Varese chiede di conoscere chi non l'ha raccontata giusta, da una parte e dell'altra. Con certezza. E poi c’è pure la questione Molina……

 

Quasi 7 milioni di zucche per Halloween, con un boom del 58% in appena due anni dei terreni dedicati a questo prodotto in Lombardia, fonte la Coldiretti regionale. Gli italiani – spiega la Coldiretti – consumano circa un chilo di zucca ognuno, anche se si stanno aprendo nuovi mercati e nuovi lavori come quello dell’intagliatore di zucche da esporre poi a cerimonie, battesimi e matrimoni.

In Lombardia, dal 2014 a oggi, gli ettari dedicati alla coltivazione di questo ortaggio sono cresciuti da 530 a 836, con un aumento generalizzato in tutto il territorio: in provincia di Mantova, ad esempio, si è passati da 324 a 494 ettari, nel Pavese da 116 a 131, nel Bresciano da 28 a 86, in provincia di Cremona da 52 a 82, nel Lodigiano da 1 a 19, nel Milanese da 2 a 13. Produzioni marginali si registrano invece nelle province di Varese (4 ettari), Bergamo (3 ettari), Monza e Brianza (2 ettari), Como (1 ettaro) e Sondrio (poco meno di 1 ettaro).   Le varietà più diffuse in Lombardia sono: la Bertagnina di Dorno (Pavia) e la Cappello del Prete di Mantova. Innumerevoli anche le forme che si possono trovare in Lombardia: dalla zucca a fungo molto decorativa a quella a tromboncino, dalla zucca a pera bicolore alla Butternut, una varietà tardiva a forma di campana. Ogni anno inoltre in provincia di Brescia, a Sale Marasino, si svolge la gara italiana di zucche giganti con esemplari che arrivano a pesare oltre 500 chili come quella che ha vinto l’edizione 2015, mentre nel 2014 si superarono i 700 chili.

Il prezzo al consumo – precisa la Coldiretti - si mantiene sostanzialmente stabile rispetto allo scorso anno, tra uno o due euro al chilo, in funzione delle dimensioni e della qualità. Regina indiscussa delle tavole sotto forma di tortelli, la zucca - sottolinea la Coldiretti - è uno dei prodotti più versatili della cucina italiana e può essere utilizzata sia per le preparazioni salate che per quelle dolci ma anche abbinata a pasta, carne, formaggi e torte. Esiste anche il pane di zucca, non troppo dolce, morbido, ottimo per le colazioni e le merende. Le specialità alimentari a base di zucca - spiega la Coldiretti -  sono tantissime. Dai tortelli preparati scegliendo una zucca dolce, compatta e un po' farinosa da unire ad ingredienti speciali come mostarda, amaretti e cioccolata fondente al risotto ormai apprezzato da nord a sud del paese ma anche la zucca fritta o al forno, la crostata di zucca, la torta di zucca e infine - conclude la Coldiretti - come leccornia i suoi semi tostati e salati.

Fonte: Coldiretti Lombardia

A Milano e a Varese, questi ultimi giorni passeranno alla storia per l’ennesimo inciampo in cui è incorsa la politica a scapito di credibilità, sincerità, trasparenza. Dal patto con Milano al pacco con Milano, verrebbe da dire. Fondi promessi solo poche settimane fa e, salvo Human Technopole, spariti dalla Legge di Bilancio. Con i conseguenti problemi che sorgeranno per la società di expo che senza quei fondi è destinata al fallimento e per la realizzazione del campus dell’Università Statale che senza quelle risorse è destinato a finire nel libro dei sogni. Forse ha ragione Basilio Rizzo, storico esponente della sinistra milanese in consiglio comunale, che afferma: “sembra che Renzi voglia tenere Milano sulla corda, per obbligarla a schierarsi sempre più col governo in vista del referendum. Invece di farsi tenere al guinzaglio e chiedere elemosine, Sala abbia uno scatto d'orgoglio”. E’ una ragione sicuramente credibile, ma non l’unica. Il referendum costituzionale è sempre più un referendum su Renzi, da riforma a solenne bufala, un troll mediatico per allungare il brodo di un governo inconcludente guidato da un morto che cammina. Per restare in sella, costi quel che costi, si da fondo a tutte le risorse, compreso il venir meno alla parola data, alle promesse, addirittura ad un vero e proprio patto perché così era stato sbandierato quello con Milano. Con il povero Sala, per tornare all’orgoglio evocato da Rizzo, che proprio per questo se ne starà alla larga dalla imminente Leopolda per evitare di finire stritolato dal tritacarne mediatico renziano. Della serie, va bene cornuto, ma pure mazziato, no! Il ministro Martina annaspa, prende tempo, per tenere a bada la protesta montante paventa l’ipotesi che i fondi in ogni caso arriveranno con i soliti emendamenti o altri provvedimenti salva tutto. Ecco un’altra motivazione. Evidentemente la Legge di Bilancio era troppo pesante per gli occhiuti esaminatori di Bruxelles, meglio potarla. Che alla fine ci resti fregata l’Europa o Milano poco cambia, l’immagine di approssimazione e inaffidabilità del governo in questo caso è indiscutibile, lampante.

A Varese la politica che comanda inciampa nella questione Molina, un caso che va ben al di là del chiaccherato prestito obbligazionario concesso dalla suddetta Fondazione a Rete55 e si allarga alle passate elezioni amministrative di giugno, alle modalità con cui il centrosinistra ha vinto. Qualcuno, una lista civica alleata del pd e sostenitrice del vittorioso sindaco Davide Galimberti si fece addirittura garante, con la sua presenza, della non alleanza con la “inquietante” Lega Civica, il partito creato alla bisogna dall’ambiente che gravita e controlla Rete55 nonché la presidenza del Molina. Le cose sono andate diversamente, quella alleanza è stata fatta, come lo si sta ora via via scoprendo e chi doveva essere il garante della esclusione di Lega Civica siede comodamente in coalizione e in giunta. E questo vale per tanti altri che in campagna elettorale dicevano cose simili e poi hanno puntualmente girato la testa dall’altra parte per quieto vivere. Chi non è d’accordo è stato emarginato oppure si è dimesso, come Andrea Bortoluzzi. Già la partita sulle nomine era stata più di un campanello d’allarme, la questione Molina ha finito solo per scoperchiare questo imbarazzante pentolone. Sul caso in sé il comune ha brillato per assenza, per giustificazioni tardive, generando il sospetto di complicità o di ben calcolato disinteresse nei confronti del tandem Rete55-Lega Civica proprio perché alleati. Nonostante le veementi reazioni del sindaco, arrivate però solo nelle ultime settimane a bubbone esploso. Tacere per non rimanere con il cerino in mano, la prudenza non è mai troppa, prendiamola così. Ma ora Davide Galimberti è stato costretto a prendere posizione, si è difeso contrattaccando, cercando di spostare l’attenzione altrove, ad un piano più allargato, sperando di uscire dal fuoco incrociato delle polemiche. Galimberti immagina una regia politica dietro a tutto, invita a far luce sul passato, si chiede perché la questione interessi solo ora e non interessava prima delle elezioni. Siamo in politica, parliamo di politica, a meno che non si materializzi la Spectre dei film di James Bond è ovvio che ci sia una regia politica. Sembra piuttosto una manovra da ultima spiaggia il rifugiarsi dietro le manine invisibili, i poteri più o meno forti e occulti. Tutti elementi che alla gente, agli elettori interessano poco. Viceversa interessa sapere in modo chiaro e trasparente come sono andate veramente le cose a giugno perché nessuno lo ha ancora spiegato. L’elettore di Galimberti per quale coalizione ha votato? Per la sinistra o per una alleanza organica con Lega Civica? Quali sono gli interessi in gioco? Che tipo di accordo è stato fatto al di là delle nomine già fatte? Non ci sono stati apparentamenti, d’accordo, ma i patti sono stati fatti e la gente aspetta di conoscerli. Entrando nel merito della questione Molina-Rete55, alla gente interessa conoscere il punto di vista della amministrazione comunale e la posizione che verrà di conseguenza presa. I silenzi, il rimpallo, i contrattacchi, l’eludere ripetutamente il problema sono a scapito di trasparenza e credibilità. E poi alla fine la gente, alla politica e ai suoi interpreti, non crede più.

immagine: il sindaco di Varese Davide Galimberti (a sinistra)  e il ministro Maurizio Martina (a destra)

 

A che punto è il cantiere della rigenerazione del centrodestra? Al netto della campagna referendaria per il No che magicamente ha compattato la quasi totalità della coalizione del centrodestra che fu, un vero e proprio miracolo renziano, è già tempo di tirare qualche somma. I partiti sono in disarmo, i centristi sono in libera uscita, Forza Italia aspetta l’ennesimo ritorno sulla scena di Silvio Berlusconi per esorcizzare la paura di tanti che difficilmente saranno ancora in grado di battere un colpo, ma il Cavaliere si porta dietro il logorio di un ventennio sulla scena, per non parlare dell’età avanzata e di qualche contrattempo di salute di troppo. Un coacervo di problemi e limitazioni che sta lentamente arenando la vecchia e gloriosa corazzata di Arcore. La Destra è sostanzialmente sparita e il poco che resta è ormai al traino della Lega sempre più lepenista e sempre meno federalista ed autonomista. Ovvero sempre meno nordista e sempre più Lega nazionale. Comunque già posizionata e con un leader saldamente in sella almeno fino alla prossima conta interna, al congresso che verosimilmente si terrà nel 2017. L’attenzione è quindi tutta rivolta alla parte moderata, una centrifuga di leader e programmi in evoluzione perenne. Tirando le somme, le novità più interessanti arrivano dall’esterno del recinto dei partiti o da chi, pur essendo saldamente in forze in un partito, Forza Italia, marca il territorio con un impegno originale e personale a vasto raggio e trasversale. Nel primo caso il nome di punta è Stefano Parisi, ormai pienamente in gioco, nel secondo Lara Comi, anche lei protagonista sulla scena.

Con un buon appoggio mediatico e altrettanto impegno organizzativo continua il Megawatt tour di Stefano Parisi per l'Italia e si prepara l'ultimo decisivo appuntamento. A gennaio si tireranno le somme di un percorso che sta aggregando migliaia di cittadini, imprenditori, professionisti e tantissimi amministratori di centrodestra, sindaci e consiglieri, accomunati dall'adesione al progetto di rigenerazione del centrodestra lanciato appunto dall'ideatore di Megawatt. Il prossimo gennaio Stefano Parisi presenterà il suo programma di governo per il centrodestra e lancerà Energie per l'Italia, l'associazione che raccoglie, in vista delle future iniziative politiche, i contributi provenienti da tutti i territori. Dalla Lombardia alla Sicilia, dal Veneto al Piemonte passando per la Toscana, l'Umbria, il Friuli, l'Emilia Romagna, la Puglia, quello di Parisi è un viaggio in stile primarie tra la gente per raccogliere idee e stimoli che saranno tradotti in un programma politico di governo in grado di dare risposte ai grandi problemi del Paese. "All'Italia - spiega Parisi - serve un un centrodestra forte, libero e capace di governare. Io seguo la mia missione, senza indugi". Nel quadro di un progetto liberal popolare, chiaramente alternativo alla sinistra, di respiro europeo e con ampia visione e competenza sulle tematiche principali, cardine del programma che sarà appunto presentato a gennaio.

Anche Lara Comi sta girando in lungo e in largo l’Italia, ha cominciato a luglio da Pozzilli in Molise insieme ai colleghi europarlamentari di Forza Italia Salvatore Cicu e Aldo Patriciello. La sua creatura si chiama Siamo Italiani. Mentre la corsa di Parisi è soprattutto giocata sul programma come base per una aggregazione, nel caso di Comi l’approccio è più sottilmente politico. Mentre l’obiettivo prioritario di Parisi è raggiungere la grande massa degli astenuti, di chi ha votato centrodestra ed ora vota altro o non vota, Comi, almeno a vedere dai sostenitori e dalla platea di chi la segue anche sui social, punta sulla rigenerazione in primis di Forza Italia, cercando di serrare le fila, di riaggregare amici, di riprendere un discorso politico con tanti amministratori locali in cerca di sponda e di leader. Siamo Italiani parte idealmente dalle tante battaglie a favore del made in Italy fatte in Europa negli ultimi anni ed è appunto sul cardine europeo che si innesta la proposta politica e programmatica di Comi e amici. Al di là delle questioni meramente locali che hanno sempre spazio e peso nei suoi discorsi. Anche qui, come nel caso di Parisi immagino che si pensi ad eventuali primarie di coalizione, più concretamente credo che l’obiettivo sia quello di puntare a raccogliere una buona messe di consenso forzista da far valere nel momento in cui servirà, nelle occasioni di conta interna e di confronto nel partito per ottenere giusta visibilità e spazio alle elezioni.

Tre lampadine con i colori della bandiera italiana per identificare Energie per l’Italia di Stefano Parisi, tre Vespa (della Piaggio) con i colori della bandiera italiana per riconoscere Siamo Italiani di Lara Comi, rappresentano sicuramente i messaggi più interessanti per il variegato mondo moderato in cerca d’autore. Soprattutto in Lombardia, perché i due in questione sono lombardi e radicati originariamente in territorio insubrico. La curiosità è ora quella di capire che tipo di sintesi ci potrà essere tra lampadine e Vespa. Per rigenerare il centrodestra.

 

E’ morto domenica Andrea Badoglio, 46 anni, già candidato sindaco alle recenti elezioni amministrative di Varese per conto di una lista civica da lui stesso fondata e organizzata, Varese Civica. E' stato trovato questa mattina presto in casa sua dal fratello e dalla madre che erano andati a cercarlo preoccupati per il prolungato silenzio. Era riverso nel suo letto, deceduto per cause apparentemente naturali e sulle quali comunque indaga la procura. In questo anomalo e tormentato 2016 varesino connotato da una campagna elettorale molto accesa, spesso dai toni scomposti e da un dopo non da meno, l’Andrea è sempre stato anche suo malgrado al centro dell’attenzione. Noto ai più per le battaglie contro usura e racket, fatte sempre all’ombra delle associazioni del caso, con una storia tormentata alle spalle, il desiderio di un riscatto sociale che si è concretizzato negli ultimi anni in una innumerevole serie di impegni culturali e non, anche politici appunto. Lo conoscevo da una vita, ma sinceramente non siamo stati mai amici perché le occasioni di frequentazione erano poche e comunque formali. Negli ultimi tempi però per vari motivi ci si vedeva spesso, si era trasferito in via Prima Cappella, quasi a Oronco, eravamo vicini di quartiere e ci scappava spesso una birra serale o un caffè di prima mattina. Poi la politica e gli impegni culturali, la presenza sui social, insomma Badoglio, volente o nolente te lo trovavi facilmente intorno. Mi raccontava di tutto, mi teneva aggiornato sui passaggi principali delle sue vicende umane e legali, sono assolutamente sicuro che fosse sincero nella sua battaglia-missione per la legalità a qualsiasi livello ed in qualsiasi ambito. Con evidenti costi personali da sopportare, come l’isolamento. La recente discesa in campo alle elezioni di Varese, di fronte a chi, come il sottoscritto, gli consigliava di avvicinarsi alle coalizioni per qualificare meglio il suo impegno e dargli maggiore ampiezza, rispondeva che la sua era una battaglia di principio, a fianco della gente che di politica non ne vuole sapere, civica nel vero senso del termine. Era vittima di quella illusione ottica tipica del salvatore della patria, ma nel suo caso non c’era vanagloria, superbia, protagonismo, ma semplicemente la voglia di dimostrare un teorema. Quello del cittadino, civico appunto, che presta parte del suo tempo e competenze al servizio della città, al di fuori dei recinti e dei tornaconti della politica politicante. Una politica che spesso e volentieri non ha dato una bella immagine di sé negli ultimi decenni. Una illusione, lo sappiamo, l’obiettivo dovrebbe viceversa essere quello di fare buona politica con gli strumenti della politica. Ammetteva con trasparenza intellettuale questa opinione, non era uno sprovveduto. Confidava però che il suo obiettivo prioritario fosse quello di tornare a farsi vedere, a esserci. E non poteva che farlo da solo, in una lista da lui organizzata ed indipendente. Dopo un passato appunto piuttosto complicato, per voltare pagina, la catarsi forse imponeva solo questa scelta. Scongelarsi, poi chi vivrà vedrà. Non fu eletto, ma non sparì nell’oblio. Riprese in mano Varese Nascosta, il suo piccolo capolavoro, lo rilanciò, lo stava rilanciando anche al di fuori del mondo virtuale dei social. Chi non ha letto una notizia di storia locale, visto una fotografia della vecchia Varese o altro postato nel gruppo facebook? Probabilmente nessuno. E da lì stava cercando di ripartire alla continua ricerca di un ruolo che in qualche modo fosse utile per la comunità. Anche se il suo focus rimaneva sempre la battaglia per la legalità e soprattutto la trasparenza, che combatteva senza risparmio, cercando di andare fino in fondo. Come nel caso del recente chiaccherato prestito obbligazionario concesso dalla Fondazione Molina a Rete55 che gli procurò un sacco di veementi attacchi personali. Era una spina nel fianco, una coscienza critica, uno osso duro, basti ricordare la questione del parcheggio della Prima Cappella, ma si muoveva sempre a ragion veduta, in ambito legale, sempre ben consigliato. A suo modo era un professionista della trasparenza e della legalità. Anche provata a sue spese. Sono sicuro che a Varese, fin da oggi, mancherà una figura come la sua, soprattutto alla politica.

 

In quella vasta produzione artistica lombarda e piemontese tra ottocento e novecento che ha nelle vedute, nei paesaggi il proprio fulcro, non si può dimenticare il contributo di Francesco Gnecchi. Personaggio forse minore, noto soprattutto per altri meriti, quelli numismatici per la precisione, ricoprì però un ruolo a suo modo importante nella galleria dei pittori coevi. Come non ricordare le sue vedute del Lago Maggiore, dell’Engadina, per rimanere tra Insubria e le Alpi, eseguiti sempre con gusto aneddotico e grande attenzione per i dettagli che animano e vivacizzano scene in cui sono la natura e i panorami quelli che principalmente catturano l’attenzione di chi osserva.

Il suo dipinto che abbiamo pubblicato (vedere immagine in alto) riproduce una veduta del Lago Maggiore tra Baveno e Pallanza, eseguito nel 1884 nei pressi di Fondotoce, oggi riserva naturale. E’ stato acquisito da Fondazione Cariplo nel 1991 e a sua volta proveniente dalla Collezione Istituto Bancario Italiano (IBI).

All’Esposizione Nazionale di Torino del 1884, Francesco Gnecchi presentò due vedute del Lago Maggiore, rispettivamente dedicate a Riviera e a Fondo Toce. L’opera in questione è forse identificabile con quest’ultima. Il punto focale della composizione coincide con la foce del fiume, cui è conferito il massimo risalto attraverso l’adozione di un punto di vista leggermente rialzato. L’ampio paesaggio con il Sempione sullo sfondo si articola attraverso la successione di piani paralleli che degradano lentamente e acquistano profondità grazie al cielo che sfuma in lontananza in una foschia indistinta, in contrasto con la vista limpida e tersa del primo piano.

L’artista propone un panorama molto apprezzato dagli esponenti del naturalismo lombardo e piemontese, più volte rappresentato da Eugenio Gignous, Filippo Carcano e Uberto Dell’Orto. A quest’ultimo Gnecchi fu legato da intima amicizia, e verosimilmente i due pittori si recavano insieme a dipingere dal vero sul lago, dove entrambi disponevano di una residenza estiva, condividendo l’interesse per i valori luministici e atmosferici del paesaggio. Il dipinto trasmette sicuramente ammirazione e nostalgia per una veduta di una arcana bellezza in gran parte apprezzabile ancora oggi. Dell’epoca sono i particolari che animano la scena, a cominciare dalle caratteristiche imbarcazioni che solcano le acque calme del lago. Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano in piazza della Scala.

Francesco Gnecchi nacque a Milano nel 1847, proveniva da un facoltosa famiglia di imprenditori della seta e si dedicò alla pittura in contemporanea all'attività di famiglia fino al 1878. Iniziato agli studi artistici da Mosè Bianchi e Achille Formis, si dedicò prevalentemente al paesaggio ricavando suggestioni dalle coeve ricerche del naturalismo lombardo. La costante presenza alle maggiori rassegne espositive milanesi e nazionali, dal 1881 fino al 1891, concorre a definire un'immagine professionistica della sua attività. L'amicizia con Luigi Scrosati favorisce il suo interesse per la pittura di fiori.

Gnecchi è però noto soprattutto nel mondo della numismatica. Dal 1870 si dedicò assiduamente al collezionismo di monete romane, pubblicando in collaborazione con il fratello Ercole alcuni opuscoli dedicati alla classificazione della sua raccolta. Decise di occuparsi di monete romane, mentre il fratello si occupava di monete medievali italiane. Fondò, assieme al fratello ed altri appassionati, la Rivista italiana di numismatica, diretta inizialmente da Solone Ambrosoli e in seguito da lui e dal fratello Ercole. Nel 1892 partecipò alla fondazione della Società numismatica italiana assieme a vari studiosi di numismatica italiani tra cui Solone Ambrosoli, il fratello Ettore Gnecchi, il conte Niccolò Papadopoli, Antonino Salinas, Giulio Sambon, Costantino Luppi. Nel 1906 gli fu conferita la medaglia della Royal Numismatic Society di Londra. La sua opera più nota è Medaglioni romani, pubblicata in tre volumi nel 1912. Alla sua morte, avvenuta a Roma nel 1919, la collezione numismatica contava circa 20.000 pezzi e nel 1923 fu acquisita dallo Stato e destinata al Museo Nazionale Romano ubicato nella capitale nella sede di palazzo Massimo alle Terme.

Fonti liberamente tratte: biografia Francesco Gnecchi e portale Artgate della fondazione Cariplo

 

Le barricate di Goro sono più di un segnale. Che purtroppo rimarrà disatteso e la spirale involutiva delle conseguenze generate dal fenomeno immigrazione continuerà inesorabile. Nel fastidioso chiacchericcio mediatico l’Italia benpensante e politicamente corretta ha puntato il dito, ha giudicato. Quella Italia che per intenderci fa la carità con i soldi degli altri, quella dei buoni samaritani che tendono la mano a qualsiasi sventurato purchè sia ospitato altrove, quella di chi giustifica qualunque fenomeno mondiale con le colpe dell’Occidente, per non parlare dei cultori dell’integrazione ad oltranza come risorsa per il futuro, dei predicatori della decrescita felice, dei radical chic che hanno trovato argomenti per i loro dibattiti spocchiosi in torri d’avorio ben difese e via discorrendo. Un manipolo di rozzi pescatori di vongole senza sentimenti, secondo appunto l'opinione comune, ha innalzato muri contro una dozzina di donne e bambini africani destinati ad occupare alcune stanze requisite dal prefetto ad un ostello del paese. Per una collocazione temporanea, ovvero definitiva, perché come diceva Montanelli, in Italia non c’è nulla di più definitivo del temporaneo. Un comportamento umanamente discutibile, ma, ahimè per i benpensanti, non esecrabile, addirittura giustificabile se inquadrato nel contesto generale. L’impressione è che tra chi innalza muri e chi predica accoglienza tout court la questione migranti sia sfuggita di mano, maldestramente e colpevolmente. Per basso tornaconto politico. Ma si gioca con il fuoco. Con l’Europa che non accoglie, che espressamente tiene alla larga i migranti con le buone e con le cattive, all’Italia, paese politicamente debolissimo ed insignificante, ricattabile, tocca il ruolo di ricettacolo di chiunque sbarchi in Europa. Affari nostri. Ce li dobbiamo tenere, a nostre spese, in un limbo legale/illegale senza una prospettiva certa. Non c’è logica in tutto questo, c’è mala fede, questa si, con l’inevitabile conseguente commistione di interessi economici, politici, sociali. Nell’ipocrisia generale di tante classi dirigenti. Fatevi una passeggiata alla stazione Centrale di Milano, un posto a caso perché a Milano se ne contano a decine di situazioni precarie del genere. Bivacchi, sporcizia, malavita, insicurezza. Altro che le barricate di Goro, qui dovrebbe scoppiare forte l’indignazione popolare per una situazione umanamente intollerabile. Uno schiaffo a Milano e poi questi ospiti, con questi presupposti, vorrebbero integrarsi? Mah! Perché Milano alla fine deve accogliere tutti? Perché non si affronta il problema con razionalità, con freddezza, con obiettività e piani alla mano? Ed invece ci tocca ascoltare le dichiarazioni del pusillanime sindaco Giuseppe Sala che enfatizza la inveterata tradizione di accoglienza milanese, ma occorre ricordargli che non è questa l’accoglienza milanese oppure ci tocca ascoltare i moniti del solito burocrate piddino che svicola dall’argomento prendendosela con i leghisti rei di scatenare paure a proprio uso e consumo elettorale. Come se il fenomeno non esistesse e se lo fosse inventato artatamente la Lega. Un disco rotto. L’Italia, come qualsiasi altro paese, non può accogliere chiunque, tanto meno una vera e propria invasione di illegali, clandestini e pseudo profughi pretenziosi, con lo smartphone e i jeans firmati, non certo desiderosi di integrazione, ma solo di sbarcare il lunario sine die a nostre spese. L’Italia deve in primis avere rispetto per la sua gente in un periodo in cui la gran parte degli italiani non se la passa di certo bene. Non ci sono le risorse, non ci sono i luoghi di accoglienza, non esiste nemmeno la certezza del diritto per accoglierli nel modo corretto. E poi, chi sono, dove sono, cosa fanno questi ospiti? Nessuno lo sa. Si sa solo quanto costano anche in termini di percezione di insicurezza. Aspettiamoci altre Goro, ma forse a questo punto più di una attesa è un auspicio, chissà mai che le coscienze intorpidite dei moralisti e dei buonisti à la carte a quel punto si sveglino una volta per tutte.

 

La bomba Molina e Lega Civica deflagra a Varese in tutta la sua potenza e ora la città aspetta di capire fin dove si spingerà l’onda d’urto. Soprattutto in ambito politico, perché la vicenda in sè sembra ormai chiarissima anche se oggi in Regione durante l’audizione di Ats Insubria in commissione Sanità, assente il presidente del Molina Campiotti, il tempo del verbo usato da tutti era il condizionale, ma solo perché si è fatto lo slalom tra documentazione lacunosa o addirittura mancante a causa solo della reticenza dei vertici della casa di riposo varesina che l’hanno consegnata solo parzialmente. Intanto il tritacarne politico si è messo in funzione e se ne va il consigliere Andrea Bortoluzzi, eletto nella Lista Galimberti, epigono di una nota famiglia di notai varesini, personaggio di primo piano al di là della politica alla quale appunto non deve chiedere nulla. Ai quotidiani locali dichiara “Ho consegnato le dimissioni e sono irrevocabili, non sarò sui banchi già dal consiglio di giovedì sera”. E lancia un attacco forte e chiaro all’indirizzo del sindaco: “Sono deluso da Davide Galimberti, lo dico con sincerità. Ho visto una impostazione renziana in cui decide solo un gruppetto e tutti gli altri devono obbedire e alzare la mano. Se non voti come ti dicono, allora diventi un provocatore. C’è il decisionismo, ma manca la discussione”. E continua, mettendo il dito nella piaga, “in generale posso dire che con questa amministrazione non c’è stata la svolta, non si è registrata la sterzata che la città chiedeva. Avevo forti aspettative nel cambiamento, ma se questo significa solo mettere un marchio nuovo su un prodotto vecchio, allora non ci sto”. Una perfetta sintesi dello stato d’animo generale, almeno dei non allineati al sinedrio del sindaco. La vicenda Molina getta infatti ombre inquietanti sulla vittoria pianificata ed ottenuta ad ogni costo dal centrosinistra alle elezioni comunali soprattutto per quanto riguarda la trasparenza nei confronti della compagine stessa che ha appoggiato Davide Galimberti. Ed è quindi inevitabile assistere ora all’epidemia di mal di pancia, prima solo accennati, oggi palesi, in tanti ambiti della coalizione. Già la partita sulle nomine l’estate scorsa è stata una mezza dèbacle per la maggioranza, parte del pd, i marantelliani Oprandi e Mirabelli, tra l’altro poi uno dei più accaniti sostenitori dell’operazione trasparenza sul Molina, e Infortuna sono saliti sulle barricate perché emarginati dai giochi. Mentre il legacivico Andrea Malerba diventava presidente del consiglio comunale seguito da altri amici di partito finiti nelle partecipate. Ora Bortoluzzi che se ne va sbattendo la porta. E non sarà appunto l’ultimo della serie. Finalmente emerge con tutta evidenza che l’accordo con Lega Civica c’è stato eccome e non era una invenzione del centrodestra o una sparata giornalistica. Un accordo evidentemente inconfessabile visto che per mesi si è cercato di evitare accuratamente l’argomento. La regia di Lega Civica è da far risalire a rete55 in mano all’editore ex dc Lorenzo Airoldi, la stessa emittente beneficiaria di uno o più prestiti obbligazionari concessi dal Molina. Una commistione che si riteneva inopportuna ed ora certamente scorretta. La reticenza, il silenzio del sindaco sulla vicenda ha ora il suo perché e la tardiva giustificazione arrivata solo domenica scorsa in un concitato intervento è stata della serie la toppa è peggio del buco. Ats e la Regione si erano mossi eccome e stupisce la disinformazione del sindaco al riguardo, i ritardi erano dovuti solo alla lentezza nel fornire le informazioni e i dati richiesti ai vertici della Fondazione Molina. Ma è il Pd ora in subbuglio, insofferente per una campagna elettorale gestita con poca trasparenza e molto dilettantismo e per una vittoria che si sta trasformando via via in una pesante iattura. “Caro sindaco, ti aspettiamo al direttivo provinciale, per dissipare tutte le inutili ombre provocate dal chiacchiericcio sul rapporto tra Comune di Varese e Fondazione Molina e sul presunto apparentamento elettorale con la lista che sosteneva Stefano Malerba”. La richiesta proviene dal renziano Giancarlo Pignone, membro del direttivo provinciale del Pd. Tira insomma aria di resa dei conti. Tornando alla questione Molina in senso stretto, aspettiamo gli sviluppi che si possono però facilmente immaginare e che non salveranno di sicuro i protagonisti di questa torbida storia. Intanto, per togliere dall’imbarazzo la politica varesina e soprattutto fare una operazione trasparenza, rapida, vera, definitiva su questa vicenda che riguarda una delle istituzioni più amate dai varesini, che questa gente si dimetta immediatamente, se ne vada, sparisca dalla circolazione.

 

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

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