• Varese, tutte le novità per il Premio Chiara 2017
    Varese, tutte le novità per il Premio Chiara 2017 Sul lago di Varese, nel suggestivo Isolino Virginia, presso il Ristorante Tana dell’Isolino, la sera di venerdì 23 giugno sono stati annunciati alla stampa i primi vincitori del Festival del Racconto - Premio Chiara 2017, promosso dall’Associazione “Amici di Piero Chiara” con il sostegno di Regione Lombardia, Repubblica e Cantone Ticino, Provincia di Varese, Comune di Varese, Comune di Luino, Camera di Commercio di Varese e Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus, presenti numerose autorità come l’assessore alla Cultura del Comune Roberto Cecchi, l’assessore regionale Francesca Brianza e il questore Giovanni Pepè. Padrona di casa come sempre Bambi Lazzati, vera e propria anima del Premio. La prima citazione è per il vincitore della ventesima edizione del Premio Chiara alla carriera, Valerio Massimo Manfredi, studioso e ricercatore dell’antichità e uno dei massimi…

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

Uomo di rara cultura e svariati interessi Giovanni Orelli, scrittore e poeta ticinese, scomparso ieri a 88 anni. Nacque infatti il 30 ottobre del 1928 a Bedretto in Canton Ticino, Svizzera. Di solida formazione umanistica, si laureò a Milano in filologia medioevale, studiò anche a Zurigo. Cugino di Giorgio Orelli, scomparso pochi anni fa, anch’egli scrittore ed intellettuale tra i più raffinati del novecento italofono svizzero, Giovanni, originario come sopra ricordato di Bedretto, visse però la maggior parte della sua vita a Lugano legando indissolubilmente il suo nome a quello del liceo cantonale di cui fu professore per decenni. Nel 1965 con L’anno della valanga inizia per lui una prolifica carriera letteraria. Un libro a suo modo emblematico, un vero successo d’esordio, pubblicato da Mondadori con l’introduzione del poeta luinese Vittorio Sereni, fu poi rieditato nel 2003 per i tipi dell’editore Casagrande di Bellinzona. Nel 1972 con il romanzo La festa del ringraziamento vinse il Premio Schiller e sempre in tema di riconoscimenti, nel 1997 ottenne il premio Gottfried Keller per l’insieme della sua opera e sempre alla carriera, per l’insieme della sua opera letteraria, nel 2012 fu insignito a Soletta del Gran Premio Schiller. Pur essendo sostanzialmente un prosatore, non sono mancate le poesie nella sua abbondante produzione letteraria, sia in lingua italiana sia in dialetto bedrettese. Di cui tra l’altro andava molto fiero, della lingua locale, ma anche delle sue origini alto leventinesi. Esemplare a tal proposito il Farciámm da Punt a Punt: facezie dell'Alto Ticino, Bellinzona, Messaggi Brevi, 2000. Fu molto politicamente impegnato, esponente dapprima del Partito socialista autonomo e collaboratore del settimanale Politica nuova, aderì poi al Partito Socialista Svizzero per il quale venne eletto e mantenne la funzione di deputato al Gran Consiglio del Canton Ticino per una legislatura nella seconda metà degli anni novanta del secolo scorso. Uno scrittore di confini, non tanto politici, ma linguistici e culturali e non poteva essere diversamente viste le sue origini. Bedretto, minuscolo borgo di alta montagna vicino alle sorgenti del Ticino e che più a settentrione non si può. Dominato a nord dal massiccio del Gottardo, ai piedi del Passo della Novena che porta nella parte di lingua germanica del Canton Vallese, è la quintessenza del baluardo italofono e della terra di passaggio. Il suo è un Ticino di confine in ogni senso, dal forte taglio sociale, molte volte graffiante, con tratti di durezza nello scrivere che forse ricordano le sue silenziose montagne. Viene in mente Il treno delle italiane, Roma, Donzelli, 1995, tra i lavori più noti in Italia. Finita la seconda guerra mondiale, la Svizzera neutrale si riapre al mondo, a cominciare dai lavoratori italiani che riprendono la via dell’emigrazione. Un bigliettaio delle ferrovie federali svizzere raccoglie sui treni le storie dei viaggiatori, racconti e frammenti di vita di emigranti, in questo caso donne. Treni del desiderio, del riscatto e del dolore, non solo per aver lasciato alle spalle la propria terra, ma anche per quello di sconosciuto a cui si va incontro. Come l’immancabile intermediario, un “malossero” che smista e amministra senza scrupoli il traffico di speranze, di lavoro e di corpi. Una figura come tante che abbondano nei flussi migratori in qualsiasi epoca. Per non parlare della Svizzera, del Ticino, visti come una sorta di eldorado. «Il grasso allora le gridò: invece di star lì a farci vedere le mutandine belle, il lunapark, il paradiso bello, perché non vai un poco anche tu, in Svizzera, che ci vanno tutti, e ci guadagni un po' di soldi? Un pensierino per tua madre potresti farlo no? Abbi pazienza! che a trent'anni è nonna, a sessanta sarà quadrisnonna e a novanta com'è che si dice? sesnonna? scommetto che non c'è nel dizionario. Non farla morire prima del necessario con la scusa che non c'è nel dizionario». Un Ticino che spesso e volentieri si chiude, come ben descritto in Un Orto sopra Pontechiasso, una raffinata edizione con 16 acqueforti di Massimo Cavalli, Ed. Rovio, 1983. Sopra Pontechiasso inteso come tutto il territorio che sta da Chiasso ad Airolo, un orto, un giardino sotto le Alpi. «Siamo in questa marca di confine, tra due barriere. Le Alpi e Pontechiasso. Il Ticino è un bel compartimento stagno. Si, stagno. Che fluiscono, nei due sensi del lungo budello di servizio, Airolo-Chiasso e viceversa, sono le lire, i portavalute, le automobili, i corrieri della droga, i reciclatori, i TlR, gli uomini d'affari, i trenimerci, forse qualche puttana. Se occorre, i Gastarbeiter, e alcune altre cose. Il resto è stagno». L’ultimo libro, I mirtilli del Moléson, Torino, Aragno, 2014, è un po’ la sintesi del pensiero e dell'opera di Orelli, non c’è rassegnazione, ma il ritrovamento di una energia rinnovata, quasi giovanile, una apoteosi di creatività. Ci sono i capisaldi della sua narrazione, a partire dalla Val Bedretto con i suoi topoi: l’inverno, la scuola, i contadini, gli animali, gli emigrati. Nel silenzio di quelle montagne, per alcuni il ricordo è cristallizzato, per altri è immaginazione. In questo senso, cosa accade se gli animali popolassero le case del paese abbandonato, se i contadini prestassero orecchio al filosofare dei vitelli e se, dopo sessant’anni, un vecchio e una vecchia rivivessero l’Arcadia della loro pubertà? E’ il suo ultimo messaggio. La sua scrittura originale, frizzante, scarna e il suo mimetizzarsi nelle tante realtà del Ticino dell’ultimo mezzo secolo e oltre non saranno di sicuro dimenticati.

 

Un modo colto e raffinato di viaggiare e di conoscere gli angoli meno noti e fuori dagli itinerari abituali del turismo, ma altrettanto interessanti della nostra splendida Insubria, è quello di prendere ispirazione dai libri degli scrittori del territorio. Una vera e propria miniera di consigli, dati, spunti, ricordi, sorprese oppure stimoli per riscoprire vecchie tradizioni, usanze dimenticate, luoghi che evocano storie e personaggi per non parlare della cucina tipica. Andrea Vitali significa Bellano, sponda orientale del Lario, tra Varenna e Colico in provincia di Lecco. Sulla strada per la Valtellina merita sicuramente una sosta. Lunghissima ormai la serie di racconti e romanzi ambientati nelle più svariate epoche e che hanno per sfondo questo borgo lariano. Vitali, oggi sessantenne, di professione medico, ha però sempre coltivato la passione per la scrittura, “confesso che sin da giovane ho avvertito la necessità di scrivere, di usare la scrittura come mezzo di comunicazione con gli altri”, scrive nella sua biografia. L’esordio è nel 1988 con “Il procuratore” e da lì non si è più fermato. Tra i vari successi e riconoscimenti, nel 1996 vinse il Premio letterario Piero Chiara con “L’ombra di Marinetti”. Ma torniamo alla sua Bellano e facciamoci condurre da lui tra luoghi più o meno noti e cucina locale.

“La piccola, magra, tenera Filzina Navacchi, esile, quasi incorporea figuretta, lavorava come segretaria nell’ufficio del direttore del Cotonificio Cantoni.” (da Olive comprese). Nel secolo scorso Bellano fu giustamente definita “la piccola Manchester del Lario” per i suoi grandi stabilimenti di industria serica (Gavazzi, Cotonificio Cantoni, Lanificio Rossi). Di questo grande sviluppo industriale oggi resta solamente il grande stabilimento Cantoni di Via Roma, in pietra di Moltrasio, esempio straordinario di archeologia industriale.

“Nel silenzio che calò quella sera dopo il pasto dei felini, lo zio Pinuccio lasciò passare qualche istante, l’aria fu invasa dal rumore della Cascata dell’Orrido” (da Regalo di nozze). Una visita obbligatoria è quella all’orrido. Si tratta di una gola naturale creata dal fiume Pioverna le cui acque, nel corso dei secoli, hanno modellato gigantesche marmitte e suggestive spelonche. I tetri anfratti, il cupo rimbombo delle acque tumultuose che hanno ispirato moltissimi scrittori, hanno fatto dell’Orrido la località turistica più nota del Lario. La Cà del diavol evoca nell’immaginario collettivo paure e riti satanici, rendendo palpabile il fascino misterioso del luogo.

“All’epoca era gracilino e spesso gli uscivano dal braccio lanci tanto deboli che gli scarti andavano a finire sul terrazzino del primo piano dove abitava la vedova Piscitelli, il cui marito era morto durante la prima guerra mondiale e aveva il nome inciso nel marmo del Parco delle Rimembranze” (da Regalo di nozze). Il parco di medie dimensioni, posto al centro del paese, è da sempre luogo di commemorazione per i bellanesi caduti nella Grande Guerra del 1925-1918, ricordati sul monumento posto al centro di esso, e per i morti in tutti i conflitti. 

E a tavola? Come non ricordare il Tortino di interiora di pesce, così ben descritto in questo passo tratto da La leggenda del morto contento: “Erano quasi le sei di quel pomeriggio e nella camera dolente del podestà sembrava di stare dentro una pignatta appena portata via dal fuoco. Il Sacaraffia aveva giusto terminato di mettere al corrente il podestà sugli esiti del processo e questi si era complimentato. Complimenti sinceri, che gli erano venuti dal profondo del cuore perché alla cena mancava più di un’ora e se il pretore aveva concluso il suo lavoro e il dottore, che era ancora lì, ai piedi del suo letto, aveva pure lui terminato di visitarlo voleva dire che nessuno gli avrebbe rotto l’anima più tardi, consentendogli di consumare in santa pace uno dei piatti più buoni che conosceva, per il quale sarebbe stato disposto a dare in cambio anche la moglie, se ne avesse avuta una ancora in vita. Si trattava di un tortino fatto con interiora di pesci, persici lavarelli agoni lucci, cotto sulla pietra ollare, annegato in olio e arricchito col sapore del timo selvatico e la cipolla. Proibitissimo dal dottore, che s’impiccasse all’albero più vicino!, era una leccornia che la moglie del pescatore Pastacchi preparava un paio di volte all’anno, non di più. Andava mangiato bello caldo, da bruciarsi le busecche, per gustare fino in fondo l’unto che teneva insieme quella poltiglia e accompagnato dal miglior vino, che non doveva vedere nemmeno una lacrima di acqua” (da La leggenda del morto contento)

Non ci resta che andare a Bellano!

Fonte: http://www.andreavitali.info/

 

Per il variegato universo delle coalizioni di centrodestra presenti in Europa la vittoria di François Fillon alle elezioni primarie in Francia è una notizia da tenere in grande considerazione, una ottima notizia se vista dalla parte più al centro di tali schieramenti. Fillon è un francese dallo spiccato charme, 62 anni, cattolico, una famiglia numerosa e un passato politico di tutto rispetto. Sarà quindi lui il candidato della formazione dei Repubblicani che contenderà l’Eliseo alla sinistra orfana di Hollande. Con il terzo incomodo del Fronte National della famiglia Le Pen, sicuramente oggi tra i meno contenti di questa affermazione. Le primarie, nonostante fosse la prima volta per la destra, sono state un grande successo numerico, tanta la partecipazione, oltre 4 milioni di francesi hanno espresso la loro scelta, e di assoluto livello è stato il dibattito sui contenuti e sul futuro immaginato della Francia. Dal punto di vista della comunicazione la narrazione del vittorioso Fillon è risultata nettamente più convincente di quella degli altri contendenti, non ha seguito la retorica politicamente corretta di Alain Juppè, troppo ingessato nel suo profilo di politico di lungo corso, non si è lasciato prendere la mano dalle tentazioni populistiche di Nicolas Sarkozy, quest’ultimo efficace nella dialettica forse più degli altri, ma a corto di argomenti convincenti. Un uomo senza fronzoli François Fillon, che mira agli obiettivi con strategia lineare, con idee e principi solidi, ma senza finire nella trappola delle derive ideologiche, la sua è stata, come lui stesso ha affermato, «l’inaspettata» vittoria del «realismo». Il suo programma ha convinto e ha vinto nettamente. Non ha dispensato ricette miracolistiche o sogni impossibili che durano giusto il tempo di una campagna elettorale. In pillole. Per risollevare l’economia propone la riduzione della spesa pubblica di 100 miliardi, aiuti alle imprese, ma a costo dell’aumento dell’Iva e del taglio di 500 mila posti pubblici. In politica estera ha forse espresso le posizioni più coraggiose e nette, si è schierato con Assad e non con le ragioni degli pseudo ribelli per contrastare e sconfiggere l’Isis. Di conseguenza invoca la fine delle sanzioni economiche europee contro la Russia e auspica un nuovo patto tra i presidenti Vladimir Putin e Donald Trump. Cattolico e moderato, ha puntato sui valori tradizionali e non sulla laicità, o meglio laicismo, tipicamente alla francese. Sul fronte interno, si è guadagnato il sostegno della Manif pour tous promettendo di abolire l’adozione omosessuale. Ha proposto infine di limitare l’immigrazione attraverso un referendum e sullo spinoso tema del terrorismo islamico basta citare il titolo del suo ultimo libro: Contro il totalitarismo islamico. Primarie che servono da lezione per i centrodestra europei in cerca d’autore o di rilancio. Un esempio da seguire. Il meccanismo di selezione funziona e piace all’opinione pubblica ed è questa la prima indicazione da tenere in considerazione. La seconda indicazione riguarda il profilo del vincitore Fillon. Non si è presentato come un moderato, dal punto di vista del marketing politico non sarebbe oggi vincente, ma non ha neppure scimmiottato Trump, è stato semplicemente realista, concreto, efficace. Nelle proposte e nel modo di porsi. Ha convinto e ha vinto. E in Italia? Le primarie nel centrodestra sono per ora solo annunciate, evocate, ma lungi dall’essere convocate. E se si facessero, bisognerebbe anche capire in che modo, con che regole, perché non diventino una inutile passerella per un candidato deciso altrove o viceversa si trasformino in uno scannatoio che porta più danno che vantaggio. A differenza della Francia, da noi parteciperebbe sicuramente anche Matteo Salvini, il Le Pen italiano e questa evenienza porrebbe alcuni interrogativi di tipo organizzativo nell’area liberale, popolare e tra i centristi. Quasi a consigliare delle pre-primarie per rendere più efficace e produttiva una posizione che contrasti la destra. Dimenticando per un attimo Salvini, il Fillon italiano potrebbe essere Stefano Parisi che incarna un progetto realistico, radicale, di spessore, liberale. Non cadrebbe certamente nell’ideologia come succede in alcuni gruppi marginali centristi e neppure si farebbe abbindolare dalle sirene populiste alla Berlusconi. Non si sta proponendo come un moderato, perché non aggregherebbe, capisce il senso della metodica trumpiana per rendersi accattivante di fronte all’opinione pubblica, ma non eccede. Spazio al merito nella scelta del personale politico che lo segue, esperienza e risultati indiscutibili nel suo curriculum professionale. Sicuramente con la sua discesa in campo sta dando gusto alla minestra del centrodestra che oggi senza di lui sembrerebbe ancora di più un prodotto vecchio e da riscaldare. Ma la sua corsa sarà lunga, da qui a farne un candidato ce ne passa. A differenza di Fillon, Parisi deve ancora concretizzare l'organizzazione e lo staff, deve ottenere elementi di certezza sui finanziamenti della campagna. Ma questo riguarda la sua agenda personale, non la visione d'insieme del progetto e gli obiettivi. Che sono chiari.

 

Correva l’anno 2013 quando Roberto Maroni conquistava la presidenza della Regione Lombardia a capo della solita variegata coalizione di centrodestra, ma con la bandiera della Macroregione del Nord e al grido Prima il Nord. Un vessillo politico marcatamente padano e che doveva aggregare intorno alle principali regioni settentrionali in mano leghista truppe e progetti per rinverdire una tradizione ideale a corto di argomenti. Il Bobo di Lozza, già barbaro sognante con la ramazza in mano per ripulire il Carroccio dalla sporcizia del passato, prima ancora federalista in tutte le declinazioni, secessionista, teorico della devolution, arriva a Palazzo Lombardia con l’ultimo della serie degli slogan. Onestamente nessuno ci capì molto al di fuori della promessa che il 75% delle tasse dei lombardi sarebbero rimaste nella regione, ma si è rivelato un messaggio efficace, creava il solito bagaglio di sogni e illusioni, una pensata mediatica, di quelle che devono giusto reggere i quaranta giorni di una campagna elettorale. Passata la festa, gabbato lo santo, un Trump ante litteram, di Macroregione non si parlò più. L’ennesimo slogan usa e getta? Un troll mediatico e politico? Sarebbe troppo riduttivo liquidarla così, se pensiamo appunto al paragone attuale con Trump. Maroni è un politico raffinato e navigato, non ha la scaltrezza di Bossi, ma è più concreto. Una concretezza di visione che l’ha portato inevitabilmente sul versante doroteo della politica. Ma era questo l’obiettivo, e pure malcelato. Perché conviene, è un fine politico, non un mezzo, come invece uno slogan accattivante può essere. Gli elettori del Carroccio vedevano il dito della Macroregione del Nord, Maroni e i suoi la Luna dell’ultimo piano di palazzo Lombardia. La Regione, tra l’altro la più importante, come centro di potere strategico e di lobbying territoriale, questo è il Prima il Nord di Maroni. Quasi craxiano nell’approccio, conta il fine e non il mezzo e comunque nella azione politica disinteressarsi dello spessore morale e reputazionale di chi ti sta intorno purchè serva, quasi democristiano nel saper tessere trame oblique di relazioni e di potere di fraterno sostegno. Un padano double face, che riesce a stare al governo e nel contempo ad una polentata di una festa di paese. Infaticabile uomo di mediazione, ma sempre con il bastone in mano, ha archiviato scientemente l’armamentario tradizionale del buon leghista per dedicarsi alla raffinata cura del potere alla maniera di un cardinale francese del seicento. Di Macroregione ora si parla solo di quella Alpina, l’europea Eusalp, un tavolo di lobbying territoriale tra regioni di varie nazioni con in comune le Alpi, i barbari sognanti sono diventati scudieri dediti alla prosaica arte del tirare a campare su poltrone e strapuntini. Ha aperto canali diplomatici con tutti, soprattutto a sinistra dove è riuscito a diventare interlocutore privilegiato, o stampella, del sindaco Giuseppe Sala, che sembra un maroniano speculare, però con un piglio più aziendale, manageriale, ha imposto Antonio Di Pietro in Pedemontana, ha tenuto le fila del rapporto con il governo, soprattutto a livello personale con Renzi. Si è inventato il patto con la Lombardia, un capolavoro politico, sintesi del doroteismo più efficace. Non è importante il colore del gatto, ma che si mangi il topo, senza fronzoli ideali, senza remore di schieramento Maroni tira dritto, porta a casa, governa, fa gli interessi del territorio e pure quelli suoi. I sondaggi lo danno per strafavorito se si votasse domani mattina. La Lega nei suoi confronti è andata in difficoltà, divisa tra quella collocata a destra con Salvini che in Lombardia non riesce a sfondare e quella federalista di Bossi che gioca a fare il terzo incomodo, attaccando Salvini e alzando il prezzo con Maroni. Il congresso del Carroccio, se ci sarà, sarà una conta, questa volta vera, tra leghisti nazionali lepenisti, leghisti padano federalisti del Nord e leghisti di governo o dorotei e nessuno sa dire oggi con certezza cosa ne sarà della Lega. Se esisterà ancora o se si disintegrerà in due o tre spezzoni. Ma come diceva un vecchio banchiere, le azioni si pesano e non si contano, lo stesso vale per i voti. Ma per pesarli adeguatamente, i voti, è necessario mettere sul tavolo un peso specifico tale da condizionare la partita. Ovvero, potere con la P maiuscola. Il concreto e pragmatico Maroni ha già in saccoccia tanti crediti politici ottenuti non con Prima il Nord, ma con prima le ragioni degli equilibri di potere in regione. Da lui mediati, garantiti, controllati. Comunque la si pensi, ha già vinto la sua battaglia. Nel 2018 Maroni ci sarà, non sarà emarginabile e confermerà di essere il principale crocevia del potere per il centrodestra in Lombardia. Un messaggio non tanto per i leghisti da lui mandati alla deriva, ma per gli alleati. Una provocazione per scuotere le coscienze: che il futuro leader del centrodestra sia lui?

 

Tutti fermi, o quasi, in attesa dell’esito del referendum. Almeno apparentemente non si registreranno scossoni il 5 dicembre nel centrodestra lombardo, così dicono le veline, ma in politica quello che viene predicato dal pulpito dei partiti non sempre rispecchia la realtà dei fatti che oggi è quella del fuoco che cova sotto la cenere. Il referendum di sicuro non è la partita che vale il campionato, ma può condizionare non poco l’inerzia dei progetti e della attività politica di questo o di quello. Salvini e Parisi si sono schierati nettamente per il No anche se con motivazioni ed obiettivi differenti, più ambigua la posizione di Silvio Berlusconi anche se il grosso di Forza Italia in Lombardia è chiaramente per il No. Se vincesse il No non è però automatico immaginare una rinascita e ricomposizione automatica del centrodestra nella versione che abbiamo sempre visto, come se dovesse vincere il Si non assisteremo viceversa ad un sciogliete le righe. Il referendum potrà rafforzare, consolidare alcune posizioni, ma la vera partita è giocata su altri ambiti ed ha comunque ormai un unico obiettivo: la conquista della leadership dello schieramento e la conseguente nomination per la candidatura di chi dovrà sfidare Renzi e Grillo alle politiche. Sono quindi più impostanti gli scontri interni, i riposizionamenti, le alleanze tra leader. Il No è comunque il risultato che farebbe comodo a tutti, a Berlusconi perché gli giustifica il rientro sulla scena per tentare di capitanare uno schieramento che si era appunto riaggregato intorno al No, a Parisi perché con il rientro del Cavaliere si toglie di torno concorrenti ancora più scomodi e poco dialoganti come Toti e qualsiasi altro ipotetico colonello forzista, a Salvini perché del No ne ha fatta quasi una battaglia per la sopravvivenza. La domanda è però questa: quanti centrodestra ci sono? Tanti, perché i partiti sono di fatto disintegrati. Il rientro di Berlusconi è spinto anche da una considerazione banale, senza di lui Forza Italia è una illusione, troppo litigiosi i leaderini e i capi bastone, spariti i voti dei tempi d’oro, c’è difficoltà ad individuare una linea politica chiara e programmi che stimolino attenzione negli elettori. Il rientro di Berlusconi paradossalmente rinforzerebbe la corsa di Parisi perché crea un contraltare per l’ex candidato sindaco di Milano. Che ha sempre detto di voler puntare sul grande consenso che fu di Forza Italia e del centrodestra, un seguito imponente sparito negli anni ed inghiottito nel vortice del disinteresse e della conseguente astensione. Un elettorato in libera uscita e che mai e poi mai rientrerà nei ranghi. Avere un Berlusconi in campo significa per Parisi avere in mano la chiave di volta che giustifica la sua discesa in campo e poi al limite mediare. I liberal popolari hanno infatti di nuovo una opzione e fuori dal recinto berlusconiano anche se potranno rimanere alleati. Una sfida impossibile è stato detto, ma che viene resa interessante e giocabile dal fatto che a destra nello spazio occupato dal Carroccio ci sono ormai più Leghe, tanti frammenti, almeno tre, tra loro oggi molto litigiosi e che per affermarsi dovranno necessariamente aprire canali con potenziali alleati all'esterno. C’è Salvini che punta alla Lega Nazionale lepenista, c’è Bossi che incarna la vecchia Lega padana e federalista, c’è Maroni che impersona la Lega di governo, anche lui nordista, ma nel perimetro del dialogo costruttivo, più accomodante. I tre non perdono occasione per beccarsi in un clima che è già congressuale, quindi infuocato. Nel caso di vittoria del No assisteremo di sicuro ad una ricomposizione di parte di Forza Italia intorno ad un Berlusconi dal vago sentore trumpiano, marginale, ma pur sempre deciso a giocare il ruolo dell’ago della bilancia, prima nel centro destra ed eventualmente, o soprattutto come pensano i maligni, a favore di Renzi, poi ci sarà Parisi con Energie per l’Italia, un movimento più trasversale, di conio liberale popolare che punta ad impattare fortemente l’opinione pubblica con un programma innovativo e poi c’è Salvini, che si presume isolato a destra nel caso in cui Bossi cominci a flirtare di nuovo col Cavaliere e Maroni a sondare rapporti preferenziali magari con Parisi oltre che con lo stesso Berlusconi. Una scacchiera affollata, tra personaggi in cerca d’autore, vecchi arnesi da riciclare, leader nuovi e leader ritrovati, personalismi, ambizioni. C’è di tutto, mancano solo i pontieri, ma vedrete che sbucheranno dalla boscaglia non appena la battaglia entrerà nel vivo. Maggiore sarà la confusione sulla scena e più sarà utile il loro apporto. E’ dal loro successo che dipenderanno le scelte vincenti che poi potranno anche fare la passerella delle primarie.

 

I risultati latitano, la protesta monta e il vicesindaco si lascia andare a commenti da bar dello sport. Siamo a Varese, zona stazioni a due passi dal centro. Un comparto problematico da tanti anni, con evidente degrado e problemi di sicurezza per chi è costretto a passare da quelle parti. Ultimamente, per quanto riguarda la stazione delle Ferrovie dello Stato, anche dormitorio e rifugio per senza tetto. In campagna elettorale il problema ha tenuto banco e da parte del centrosinistra, e proprio con l’attuale vicesindaco Daniele Zanzi in testa, si promise di prendere di petto la situazione e risolverla in tempi brevi. Non solo non è stato fatto quasi nulla, ma il problema è vistosamente peggiorato e di sera, o in alcuni angoli, appare fuori controllo tra risse, aggressioni e presenze poco raccomandabili. Oggi, il consigliere regionale in quota Forza Italia, Luca Marsico ha postato sulla bacheca del suo profilo facebook alcune foto emblematiche, l’ex scalo merci della stazione varesina trasformato in dormitorio (vedi foto pubblicata), con l’obiettivo di stigmatizzare la situazione. Non si tratta di una questione ideologica e di propaganda, è la pura e semplice realtà dei fatti, un mini reportage di quello che succede in quella parte di Varese e che chiunque può osservare. Il loquace assessore varesino dopo aver visto le immagini ha rilasciato ad un quotidiano locale una incauta dichiarazione della serie dello scarica barile, "però questo modo di fare politica parlando alla pancia della gente piuttosto che facendo proposte non mi piace e non serve alla città". Pronta la risposta di Luca Marsico, “il vicesindaco della città di Varese Daniele Zanzi, mi ha accusato di speculare sulle disgrazie altrui per le fotografie che ho scattato e postato sul mio profilo Facebook e che ritraggono una zona degradata di Varese. Evidentemente Zanzi è entrato nel vortice della supremazia morale tipico di una certa sinistra avendo postato con garbo e lasciando volutamente che le immagini parlassero da sole rispetto a ciò che non funziona in città e, specialmente, in un'area di grande transito come quella delle stazioni ferroviarie”. Ma non sfugge anche il ragionamento politico, continua infatti Marsico, “fino a qualche mese fa molti erano i censori delle inefficienze vere o presunte della passata amministrazione ed i portatori di novità sulla modalità di approcciarsi alla politica: fra loro qualcuno era giunto persino a dichiararsi come garante dell'inesistenza di patti politici poi rivelatisi in tutta la loro splendida esistenza senza che il predetto garante abbia accennato alla benché minima reazione” (Marsico si riferisce all’ormai conclamato patto Lega Civica-Centrosinistra). Il consigliere regionale non perde però l’occasione non solo per sottolineare che “da parte mia continuerò a pubblicare, qualora lo ritenessi opportuno, foto di Varese ed a dire liberamente ciò penso forte della libertà di pensiero garantita dalla nostra Costituzione”, ma anche per annunciare che, proprio per comprendere meglio i problemi e le situazioni di disagio, visiterà giovedì pomeriggio 1 dicembre alle ore 14,30 la struttura dell'ex Chalet Martinelli gestito dagli Angeli Urbani ed incontrerà, nello stesso pomeriggio, Maura Aimini dei City Angels.

Ma cosa succederà il 5 dicembre? Il centrodestra aspetta solo il referendum per dare il via alle danze. Ufficialmente lo schieramento è compatto per il No, in realtà è diviso su tutto. Il tutto ruota intorno a Matteo Renzi, sia che vinca il No sia che vinca il Si. Perché il premier è in difficoltà, a prescindere. Il governo è impantanato, l’Italia non è ripartita, l’immagine e il peso internazionali sono inesistenti, le sabbie mobili nel Pd sempre più estese. A dicembre avremo sicuramente gli elementi che renderanno più chiaro il quadro della situazione e lo spessore delle ambizioni degli attori in campo. L’obiettivo sono le elezioni politiche e la leadership della compagine che sfiderà il centrosinistra. Per quanto riguarda Silvio Berlusconi, ha ragione Paolo Del Debbio che in una intervista di Pietro Senaldi pubblicata su Libero sostiene che “all'indomani del referendum. Berlusconi farà un congresso hegeliano, uno di quelli che si poteva inventare solo lui, in cui reciterà ogni ruolo della commedia. Farà la tesi, ascoltando qualcuno elaborerà l'antitesi, e poi, naturalmente da solo, estrarrà la sintesi”. Nel frattempo tirerà avanti con la fiaba del gatto e del topo. Con Renzi ovviamente nella parte del topo, il Cavaliere ci gioca e ci giocherà per un po’ nella speranza che prima o poi Renzi avrà bisogno di lui. Berlusconi è deciso, rientrerà in gioco, sicuramente in caso di vittoria del No, quasi sicuramente in caso di vittoria del Si. Il motivo è molto semplice. E’ ormai certo che la legge elettorale sarà (ri)fatta in chiave proporzionale. Da sconfitto sicuro in un confronto tripolare con sinistra e grillini ad ago della bilancia, ad elemento determinante per teoricamente la vittoria di chiunque. Questo è lo scenario che ha indotto il Cavaliere ad immaginare un ritorno sulla scena in qualche modo da protagonista. I voti di Forza Italia dei tempi d’oro sono un ricordo, la gran parte degli elettori è in libera uscita o relegata nell’astensionismo di lunga durata. Le percentuali di oggi sono però più che sufficienti per far pendere la bilancia a favore di uno qualsiasi degli schieramenti in campo. Ma i grillini sono esclusi a priori per ovvii motivi e quindi resta solo Renzi con il quale resuscitare un nuovo patto del Nazareno, ma questa volta definito con il premier in declino, in difficoltà e quindi maggiormente propenso a cedere posizioni e a trattare con maggiore facilità. Una strategia che nasce anche dalle difficoltà dell’alleato storico, la Lega Nord. Con Salvini Berlusconi non quaglia, impossibile infatti proporre al Cavaliere di sedersi ad un tavolo a patto però che il candidato premier lo faccia Salvini. Questo messaggio non è accettabile da Berlusconi. In più la collocazione a destra del Carroccio, su posizioni lepeniste e non trumpiane, complica qualsiasi confronto sul programma con la parte moderata del fu centrodestra. Ma alla fine è uno scontro sulle ambizioni personali. Lo ha capito Umberto Bossi che sta calcando la mano sulla diversità della sua Lega da quella salviniana, chiedendo al più presto un congresso per chiudere la porta alla Lega nazionale e alla conseguente ascesa di Salvini. Il terzo incomodo della contesa nel centrodestra è Stefano Parisi ormai deciso a giocare nella partita il ruolo del leader del segmento liberale popolare, decisamente inflessibile per quanto riguarda approccio e metodo per costruire un programma che deve essere chiaro e condiviso da tutti prima delle elezioni, più malleabile nella tattica perché alla fine una buona parte del suo potenziale consenso è ancora parcheggiato dentro Forza Italia. Per tagliare il nodo di Gordio della scelta in provetta del candidato premier se ne verrà fuori con varie proposte di soluzione e che dipenderanno anche dalla legge elettorale. L’unico che crede alle primarie è Salvini perchè non ha altre opzioni disponibili. Ma verosimilmente con una legge elettorale proporzionale, corretta quanto si vuole, insistere con le primarie per Salvini significa farsele da solo e andare alle elezioni sicuramente perdente e poi finire fuori dai giochi. Mentre nel contempo Berlusconi tenterà anche lui la corsa solitaria, ma per diventare la futura stampella di Renzi, un appoggio, quello suo, immaginato a caro prezzo. Si torna a quello che ha detto Del Debbio, al congresso hegeliano di Berlusconi, che si autoproclama per l’ennesima volta leader della coalizione, aggregando di tutto e di più da destra al centro, partiti e leader che da soli non andrebbero da nessuna parte. A rompere le uova nel paniere del Cavaliere potrebbe essere Parisi che non è sicuramente destinato solo a sparigliare le carte, come qualche ingenuo pensava al principio. La strategia funziona, il mercato elettorale chiede infatti, pena l’astensione o votare altro, una compagine di ispirazione liberal popolare di nuovo conio, con personale politico e programmi nuovi, innovativi. Non chiede inciuci. Una sfida impossibile è stato detto, ma giocata tra le evidenti macerie ideali e politiche di uno schieramento che non esiste più, che è ormai nel bene e nel male storia e come tutto quello che appartiene al passato va archiviato nel più breve tempo possibile. Dovrà pedalare e non poco Parisi per emergere dal gruppone, dovrà dare il massimo su programma ed organizzazione, ma il tempismo è azzeccato. In politica, infatti, si avanza solo quando ci si muove sopra i cadaveri. Alla fine in queste circostanze ti resta sempre qualcosa in saccoccia.

La storica sede della Lega Nord di Varese nella centralissima piazza del Podestà ha compiuto trent’anni. La prima roccaforte del movimento, da dove tutto è cominciato, fu fondata da Umberto Bossi, Giuseppe Leoni e Roberto Maroni (nella foto) insieme ad altri amici alla fine di novembre del 1986. Una sede che in molti nel movimento trasformerebbero volentieri in un museo del modernariato politico perché ormai si guarda altrove. Tengono banco nuovi slogan, altre linee politiche e soprattutto voglia di Lega Nazionale, lepenista, sovranista, antieuropea. Oggi non è stata solo l’occasione per una rimpatriata intorno ad una torta e a tanti ricordi, ma anche il momento migliore per mandare messaggi politici perentori ad un unico indirizzo, quello di Matteo Salvini. "Rischia di cambiare la Lega? No, rischia di cambiare il segretario, la base non vuole più Salvini, non vuole più uno che ogni giorno parla di un partito nazionale". Sono le testuali parole del presidente della Lega Umberto Bossi che va dritto al nocciolo della questione senza girarci intorno. Il Senatùr ha chiesto che si tenga il congresso federale al più presto, visto che "il 16 dicembre scade il mandato di Salvini". Secondo l'ex leader della Lega, alla base, "soprattutto in Lombardia e in Veneto, non frega niente dell'Italia". Quindi, a suo avviso, ci vuole un nuovo congresso federale che stabilisca una linea, anche se per Bossi è una sola: l'indipendenza del Padania, che è scritta nel primo articolo dello Statuto della Lega Nord. E, possibilmente, un nuovo segretario, "uno che si attenga allo Statuto e non faccia quello che vuole". Un papavero del Carroccio, tra i portici del vicino corso Matteotti, confida che, se davvero si arriverà ad una conta in un congresso, per Salvini saranno dolori, almeno in Lombardia e Veneto. I motivi non sono solo ideali, il timore è che una Lega eccessivamente targata a destra, eccessivamente populista, pericolosamente antitutto finisca facilmente all’angolo. Battuta da Grillo, isolata, emarginata e alla fine costretta, per rientrare in gioco, a qualsiasi accordo, ovviamente al ribasso. E per una Lega di governo, chiamiamola così, Salvini è fumo negli occhi, il rischio concreto di perdere per sempre posizioni di potere e rendite di posizione garantiti da alleanze variabili, ma pur sempre alleanze, con il centrodestra. Oltre sicuramente al rischio non calcolato di aprire una stagione senza certezze se non quella di abbandonare una strada che in passato è stata foriera di tanti successi alle elezioni. Ovvero quella della Lega federalista, addirittura secessionista, e soprattutto della Lega Nord. Nord, punto. Salvini dovrà prima o poi fare i conti con la vecchia Lega bossiana, antiromana e federalista, oggi allineata dietro di lui, ma insofferente, riluttante proprio perché non sente la Lega nazionale. Ma c’è anche la Lega di Maroni, l’altra faccia della medaglia bossiana, quella istituzionale, dialogante, lontana dalle ideologie e dai preconcetti, quella che parla di Macroregione Alpina in Europa e di patto Lombardia con Roma. Ma restando tatticamente sempre il baluardo, il partito del Nord, quasi una lobby territoriale. Nella sede spicca un vecchio manifesto del Carroccio 'Più lontani da Roma, più vicini all'Europa'. "Bisogna mandarlo a Salvini!" ha esclamato Bossi scoppiando in una risata. Se ne riparlerà a dicembre, dopo il referendum, il mese in cui si apriranno le danze nel centrodestra. Intanto Bossi ha lanciato il suo sasso in piccionaia.

Foto e dichiarazioni On. Umberto Bossi: Ansa

Volgarmente detta la sindrome del bunker, del tramonto non somatizzato, che accomuna oggi due tra i principali protagonisti della politica degli ultimi anni: Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Nel primo caso l’artefice di questo epilogo è il diretto interessato che ha politicizzato il referendum costituzionale del 4 dicembre trasformandolo in un prendere o lasciare sulla sua leadership. Di fatto isolandosi e concentrando sulla sua persona le conseguenze del risultato sul modello del referendum Brexit che ha bruciato David Cameron. Nel secondo caso, il protagonista non ha letto la situazione, come si suol dire, e, sommando a questa evidenza una miriade di altre circostanze affastellatesi nel tempo, è finito all’angolo. Entrambi, spariscono, soccombono oppure con una manovra laterale tentano di rientrare in gioco. Nel caso di Renzi, la carta da giocare saranno le dimissioni tattiche per garantirsi un futuro che non lo emargini e che gli consenta di rifarsi alle prossime elezioni da protagonista del centrosinistra. Nel caso di Berlusconi la carta da giocare è riuscire a garantirsi il peso determinante per (ri)fare una legge elettorale a proprio vantaggio, chiunque manovri il gioco in futuro. Restiamo nel centrodestra, come nostra abitudine. Leggiamo l’agenzia AdnKronos del 24 novembre, così dice Berlusconi ai microfoni di Radio24: “devono stare dentro il centrodestra tutti e due, Salvini e Parisi, perchè da sempre il centrodestra vince se è unito e ha un programma comune. E a questo programma comune ci stiamo già lavorando tutti insieme, è pronto al 95%”. La traduzione dal politichese è fin troppo evidente. Ho bisogno come l’aria di un centrodestra unito per avere un alleato controllabile a destra perchè sono l’unico che può trattare con Renzi e con la sinistra, non gli ho fatto male in campagna elettorale e gli ho lasciato un po’ dei miei per tenergli in piedi il governo. La posizione naturale di mediatore mi assicura la possibilità di incolpare l’uno o l’altro se le trattative falliscono e di preservarmi di conseguenza peso politico in futuro. Almeno come ago della bilancia. Ma per il Cavaliere il problema oggi è l’unità del centrodestra, che non c’è. Il richiamo di Berlusconi a Parisi perché non litighi con Salvini è naif. I diretti interessati gettano acqua sul fuoco, Salvini dice che il rapporto con Parisi è recuperabile e viceversa si danno rassicurazioni se si parla di programmi e non di simpatie personali. Le anime del centrodestra sono due (almeno) e nessuna delle due la controlla Berlusconi. Ma i due, Salvini e Parisi, che prima forse litigavano per davvero, da ora in poi litigheranno più per finta che per davvero per giustificare una marcia separata che ha comunque un obiettivo condiviso: la rottamazione di Berlusconi e un nuovo centrodestra. Un disegno visibile plasticamente nella campagna per il No al referendum. E quindi, non divisi per andare alle elezioni con due centrodestra, ma per rendere ininfluente ed emarginabile il Cavaliere. Che a quel punto si sarà fatto fuori da solo seppellito politicamente nel suo bunker. Nessuno avrà le mani insanguinate e tutti potranno ricordarne con la dovuta commozione le gesta e la storia e di conseguenza incensarlo come si fa con i santi protettori o i padri nobili. Quelli di cui tutti parlano bene, ma che non contano nulla.

Tra le regioni europee la Lombardia rappresenta una eccellenza, è la prima per numero di occupati nel settore manifatturiero, la seconda per Pil, la terza per valore aggiunto industriale pro capite, e totalizza un export superiore a quello di intere nazioni come Svezia, Portogallo o Ungheria. Per la Lombardia l’Europa non è un pesante fardello di cui sbarazzarsi senza troppi complimenti, ha problemi sicuramente, ma offre anche tante opportunità concrete. Eusalp, ovvero la Macroregione Alpina, è un esempio in tal senso, è la dimostrazione lampante di come la strategicità dell’Europa sia di importanza fondamentale per la regione lombarda.

Ne è convinto il varesino Alberto Ribolla, presidente di Confindustria Lombardia, che al tema ha dedicato un evento coinvolgendo i principali attori istituzionali.

Secondo Ribolla «l’Europa rappresenta l'ambito nel quale siamo chiamati ad operare e confrontarci: una grande area politica ed economico-produttiva in competizione con le altre zone continentali del mondo. L'impegno di Confindustria Lombardia sulla strategia Eusalp, l'appartenenza a Enterprise Europe Network con l'accesso ai suoi servizi, rispecchiano questa vocazione e rappresentano l'attuazione di un percorso individuato dalle nostre imprese – attraverso le associazioni territoriali – all'interno del nostro Piano strategico #Lombardia2030”».

«Forte della sua posizione di regione leader in Europa - aggiunge il Presidente di Confindustria Lombardia - è arrivato il momento per la Lombardia di promuovere una nuova linea: quella delle sinergie tra Fondi per lo sviluppo regionali, nazionali ed europei, e per fare ciò c'è bisogno di una ancor più forte sinergia pubblico-privata».

Molto attese le parole del Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni intervenuto al convegno per sottolineare appunto l’importanza del tema Eusalp a livello istituzionale.

«Regione Lombardia – esordisce Maroni - crede nella costruzione dell'Europa delle regioni. In questo percorso abbiamo ottenuto la leadership del 1° Gruppo d'Azione, quello dell'innovazione, per il sostegno alle imprese e siamo ad oggi il gruppo più attivo tra i nove, a dimostrazione del forte impegno che Regione Lombardia investe nella Macroregione Alpina. Questa è l'occasione per sviluppare progetti concreti, transnazionali, in cui fare sinergia a livello continentale».

Ma in termini concreti cosa significa la Macroregione Alpina per la Lombardia e quali benefici porterà? I benefici del forte attivismo degli imprenditori lombardi a favore di Eusalp, portato avanti attraverso la diffusione del posizionamento sulla mobilità integrata tra le regioni che fanno parte della Macroregione oltre che con la promozione della centralità del manifatturiero di cui questa importante porzione dell’Europa può rappresentarne la piattaforma ideale per un suo ulteriore sviluppo, si potranno raccogliere solo negli anni a venire. Invece, l'appartenenza alla rete Enterprise Europe Network (EEN) sta già fornendo risultati concreti consentendo alle imprese lombarde di eccellere nei bandi europei e di fare rete con altri partner europei. E i numeri già parlano chiaro: in 2 anni di partenariato EEN, Confindustria Lombardia ha fatto ottenere alle imprese lombarde circa 1 milione e mezzo di euro di fondi comunitari, ha organizzato 15 B2B e circa 300 incontri internazionali.

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