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A Bellagio tra le camelie della nobiltà. I giardini di Villa Melzi d'Eril

Scritto da Marta Ghezzi

Fulco Gallarati Scotti si guarda intorno soddisfatto. Tutto è esattamente dove dev’essere, nel luogo esatto scelto dai progettisti di duecento anni fa. I due Luigi, l’architetto Canonica e il botanico Villoresi. C’è la villa, chiara e maestosa, con tre ordini di finestre e il tetto ornato di comignoli fatati, incastonata a bordo del lago. La cappella neoclassica dove riposano gli antenati. Il viale dei platani a candelabro, con le statue e il chiosco moresco. Le colline artificiali, dai prati rasati che si accendono di luce morbida. Qua e là, macchie di rododendri, azalee, camelie, puntuali all’appuntamento con la fioritura. «La prospettiva in due secoli non è cambiata», spiega: «questo è stato il primo parco sul lago di Como progettato con criteri paesaggistici. E facciamo di tutto per mantenerne la vocazione».

Villa Melzi d’Eril, a Bellagio, appartiene ai Gallarati Scotti grazie al matrimonio tra Giancarlo, principe di Molfetta e bisnonno dell’attuale proprietario, e Luisa Melzi d’Eril, celebrato nel 1878. Da allora è stata casa di vacanza per la famiglia, ma soprattutto una passione. Storica e botanica. «Ho ereditato l’amore per il parco da mio padre Lodovico», dice. «Lui ha sempre insistito sull’idea del giardino aperto, senza barriere visive».

E così, integrato nella straordinaria scenografia della punta di Bellagio, lo vedono oggi i visitatori. Attirati dai colori primaverili e da un premio. «A fine 2016 siamo stati nominati Parco più bello d’Italia, nella categoria parchi privati. È stata una sorpresa, avevamo concorso in tutte le sedici edizioni precedenti, ormai non ci speravamo più». La giuria ha premiato la dedizione degli attuali «giardinieri», responsabili della salute di oltre mille piante, alcune veri e propri monumenti vegetali. Come l’immenso cedro del Libano, coevo alla villa (1813), la sequoia vecchia di 150 anni, il canforo dal tronco contorto. Una storia particolare l’ha il pino di Montezuma,40 anni di vita, ma una chioma stupefacente. «È un regalo dell’ambasciatore messicano a mia nonna, l’abbiamo piantato al posto di un altro pino, donato dall’Imperatore del Messico».

Tra gli interventi più recenti, c’è la collezione di aceri nel giardino giapponese, una quarantina di varietà dalle tonalità che vanno dal rosso al verde fluo. E l’implemento della collezione di camelie, protagoniste della manifestazione «Camelie sul Lario» (da venerdì 7 a domenica 16 aprile), che coinvolge Villa Melzi d’Eril con altre ville lariane. «Abbiamo circa 300 esemplari», racconta il botanico Paolo Cottini, che ha classificato le varietà presenti, «messi a dimora nel corso di un secolo e mezzo. Interessanti le cultivar ottocentesche, battezzate con i nomi degli aristocratici del tempo, Conte Cicogna, Arciduca Carlo, Duchessa Melzi d’Eril». Lo stesso Cottini, che firma la parte botanica nella guida «I giardini di Villa Melzi d’Eril a Bellagio» di Ornella Selvafolta (acquistabile all’ingresso), condurrà questo sabato un tour (ore 14). Tra le «camelie della nobiltà», nel loro momento più magico.

*originariamente pubblicato su Il Corriere della Sera, www.corriere.it

 

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