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Lugano, rivivono nel Museo delle Dogane tante storie di frontiera

Scritto da Anna Campaniello

Un gommone zavorrato che viaggiava sotto il pelo dell’acqua e dal quale spuntava solo la testa dei passeggeri. È il sottomarino dei contrabbandieri, recuperato e riportato sul lago di Lugano, alle Cantine di Gandria, un posto di confine in mezzo al nulla, per anni caserma di frontiera e oggi sede del Museo delle dogane, struttura nata per raccontare la storica e infinita battaglia tra guardie e ladri, tra doganieri e spalloni.

Fino al 1921, la caserma è stata un posto di frontiera tra Italia e Svizzera. Oggi, nelle sale del vecchio avamposto, reperti antichi si affiancano alle merci sequestrate nel tempo e raccontano la storia della frontiera che è anche la storia del contrabbando. Dalla bricolla dei trafficanti de sfros ai nascondigli più insoliti inventati oggi dai moderni spalloni, alle Cantine di Gandria è possibile fare un salto in un mondo che ha un sapore antico ma che non ha mai smesso di esistere e che ancora oggi vede decine di operatori impegnati in un’attività di controllo quotidiana, non più solo di merci ma anche di persone. «Il museo racconta la vita del doganiere, segnata nel passato dalla fatica di vivere in un edificio completamente isolato e di combattere quotidianamente la battaglia guardie contro ladri — dice il direttore del Museo delle Culture di Lugano Francesco Paolo Campione —. Rivivere la storia delle frontiere ci porta ad una riflessione sul mondo contemporaneo, ad interrogarci sul significato del confine, il luogo dello scambio ma anche il simbolo delle migrazioni, ieri e forse più ancora oggi, a significare il nostro tempo».

Da due mesi la gestione del Museo delle dogane di Gandria è affidato al Museo delle Culture di Lugano. Da domani, la struttura, raggiungibile via lago con apposite convenzioni anche con la Navigazione del lago di Lugano, sarà aperta al pubblico. «Fino ad ora i nostri visitatori sono stati soprattutto scolaresche e famiglie della Svizzera tedesca — dice Walter Pavel, capo della comunicazione dell’amministrazione federale delle dogane —. Adesso inauguriamo un nuovo corso e l’obiettivo diventa coinvolgere un pubblico molto più vasto, elvetico, italiano e anche di altri Paesi. Vogliamo guidare le persone alla scoperta della storia della frontiera, del confine, delle dogane. Una storia che fa parte dell’identità di queste nostre terre di frontiera».

Dalla vecchia macchina per scrivere Remington con la quale le guardie di confine scrivevano pagine e pagine di verbali sulla merce sequestrata ai contrabbandieri fino ai più moderni strumenti utilizzati per scoprire i moderni trafficanti di valuta o di merci trasportate illegalmente, nelle sale delle Cantine di Gandria è possibile conoscere il lavoro del personale delle dogane di ieri e di oggi. Nelle sale è in mostra anche una carrellata delle merci sequestrate ai valichi, dalle pelli di animali rari alle zanne di elefante, da una conchiglia gigante a una pelliccia di yak da 30mila euro, dalle teste di scimmia a orchidee il cui commercio è vietato.

«C’è una continuità tematica di significato nel ripercorrere la storia del confine e delle dogane — dice Francesco Paolo Campione —. Partiamo da un racconto ottocentesco che ha un sapore che rimane intatto ancora oggi, nel mantenimento degli edifici e in un racconto che si fa moderno, attuale». «In Ticino le dogane e la storia del contrabbando sono in molti casi ancora un elemento del folklore locale, vengono celebrati e fanno parte della tradizione — conclude Walter Pavel —. Dare spazio a questa realtà in un museo capace di essere attrattivo per un grande pubblico significa svolgere una funzione non solo storica, ma anche un compito attuale, che ci compete e ci mette in gioco ogni giorno in una lotta che non finisce ai commerci illegali, al traffico di opere d’arte e beni culturali, di valuta. Questa è una parte della storia della Svizzera, delle sue terre di confine».

*originariamente pubblicato su Il Corriere della Sera, www.corriere.it

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