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Castello Sforzesco, una nuova vita per il Museo di Arti Decorative

Scritto da Francesca Amè

Tre anni di studi, un anno di lavori e da oggi Milano, a pochi giorni da un'edizione del Salone del Mobile che l'ha fatta brillare parecchio, si gode anche un rinnovato Museo di Arti Decorative. Se la parola «rinnovato» vi lascia stupiti perché non conoscevate il museo che si trova nel Castello Sforzesco, è il momento di colmare la lacuna. Perché, in fondo, il design moderno nasce dalle antiche arti applicate. Il Museo delle Arti Decorative, insieme agli altri musei civici del Castello (400mila visitatori all'anno), era stato creato con l'idea di raccontare l'evoluzione del gusto italiano: oggi, «rispolverato» l'intelligente allestimento BBPR del '63 con una migliore illuminazione, ci racconta chi siamo stati, e dove possiamo andare. Di maggiore fruibilità è infatti il nuovo percorso che espone le oltre 1300 opere della collezione permanente (complice la Fondazione Cariplo che ha sostenuto gli studi e i lavori): Milano, la città del design, ha infatti uno dei musei di arte decorative ed applicate più grandi d'Europa, per vastità e ricchezza di decorazione. Sparite le etichette ingiallite e le teche un po' tutte uguali, ora gli oggetti «parlano» grazie a chiare didascalie in italiano e inglese: avori, metalli, vetri, ceramiche, porcellane, tessuti e arazzi, dall'Alto Medioevo all'Età Contemporanea sono non solo messi in mostra, al secondo piano della Rocchetta. In un percorso cronologico che parte dal Medioevo (il museo ha una corposa collezione di avori medievali e tardoantichi: il dittico delle Marie al sepolcro è tra i più antichi nel suo genere, è datato prima dell'anno mille) si seguono le evoluzioni tecniche e mutamenti del gusto artistico fino al Novecento. Tra gli oggetti più preziosi, pezzi antiquari come una placca di VI secolo in avorio intagliato e opere di oreficieria preziosa come l'ostensorio di Voghera risalente al Quattrocento, e poi ancora pezzi della nostra storia locale, come il Gonfalone di Milano disegnato a metà del Cinquecento dall'Arcimboldi e dal Meda (nella foto, n.d.r.). Nella sala inferiore sono invece esposti gli arazzi dei Mesi: si tratta di dodici grandi arazzi realizzati nei primi del Cinquecento sui disegni del Bramantino, un piccolo-grande gioiello che meriterebbe da solo la visita al museo. «Fragili Meraviglie» recita il titolo di questo nuovo allestimento: è vero, ad aggirarsi tra la ricca collezione di ceramiche, porcellane e maioliche (tante quelle firmate dalle maestranze di Deruta e di Faenza) si ha la sensazione di una raffinatezza che necessita di grande cura. Arricchito da nuove sezioni, il museo però non annoia: ci sono opere antiche, gioielli, bronzetti rinascimentali e barocchi, con le firme del Riccio e del Giambologna, lavori del Settecento e dell'Ottocento e poi le porcellane pregiate della Richard Ginori, con opere come la splendida «Cista Blu» di Gio' Ponti e Libero Andreotti del 28, decorata in oro su fondo blu scuro. La Sala Castellana, al secondo piano, soprende con le sue teche sospese ospita la Collezione Bellini Pezzoli, che si concentra sui vetri contemporanei: 45 opere dagli anni Cinquanta del Novecento ad oggi dimostrano quanto l'arte complessa e fragile del vetro abbia toccato le corde di artisti come Enrico Baj, Mario Bellini, Pietro Melandri.

*originariamente pubblicato su Il Giornale, www.ilgiornale.it

 

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