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Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

E alla fine l’annuncio tanto atteso c’è stato. Al termine della riunione della Giunta della Regione Lombardia tenutasi ieri, Roberto Maroni ha dichiarato che il referendum consultivo per l’autonomia della Lombardia si terrà domenica 22 ottobre 2017, lo stesso giorno del referendum consultivo in Veneto ovviamente sul medesimo argomento. La data proposta da Zaia è stata quindi confermata dal governatore lombardo dopo che non era stata fornita risposta dal Governo alla proposta comune di un election day con le amministrative di fine primavera. «Per il Veneto - ha detto Zaia - ha un’importanza del tutto particolare perché è una data simbolo: andremo al voto esattamente 151 anni dopo il plebiscito con cui la nostra regione fu annessa al Regno d’Italia».

Vale la pena di ricordare che i referendum consultivi annunciati da Lombardia e Veneto non chiedono la secessione come qualche frettoloso commentatore ha forse in mala fede scritto e detto, ma la concessione di una maggiore autonomia dallo Stato, guardando in sostanza al modello delle regioni a statuto speciale. I referendum si fondano sulla possibilità che hanno le regioni di chiedere al Governo più materie di competenza: la norma è prevista dal Titolo V della Carta Costituzionale sui rapporti tra Stato e Regioni, all’articolo 116, e finora non è mai stata utilizzata. Un referendum consultivo serve a poco, ma è chiaro il messaggio in un contesto in cui il confronto tra Stato e Regioni è un dialogo tra sordi, per usare un eufemismo.

«Io sono sempre pronto al dialogo. Il problema è che non mi bastano le aperture significative: sono disposto a collaborare col Governo, se ho la certezza di arrivare a un punto tale che rende inutile il referendum, perché ci dà maggiore autonomia e maggiori risorse. Se non ho questa garanzia, il referendum lo facciamo». Così un battagliero e deciso Maroni ha risposto ai giornalisti sulla richiesta del Governo e del Pd di trattare la maggiore autonomia in base all'articolo 116 della Costituzione, risparmiando così i soldi del referendum consultivo. E' singolare che a parlare di risparmi siano oggi quelli che hanno glissato senza remore sulla dispendiosa e fallimentare campagna referendaria di Matteo Renzi solo pochi mesi fa e passata alla storia proprio per le vergognose mance elettorali a carico del contribuente.

Se davvero il 22 ottobre si farà un referendum perché la Lombardia ottenga più autonomia «consiglierò a tutti di votare positivamente», ha detto il sindaco di Milano Giuseppe Sala, eletto con il centrosinistra, ma sempre di più una voce fuori dal coro. Il sindaco ha spiegato: «Questo non è un tema che appartiene alla Lega ma un po’ a tutti e su cui il governo ha dato chiare aperture. Quindi a mio parere è un tema giusto ma il referendum è assolutamente inutile».

Dal Carroccio, le scontate dichiarazioni di rito: «sono orgoglioso di essere il segretario della Lega che fa: nel nostro Dna ci sono autonomia e federalismo. Chiunque si voglia alleare con noi sa che l’Italia sta insieme se riconosce le sue diversità», ha commentato il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini. «È positivo, era ora», ha aggiunto sibillino il fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, concludendo, «sono la conseguenza di una lunga lotta».

Fin qui la cronaca, ma è la lettura in chiave politica l’aspetto che fa e farà più discutere nei mesi a venire. E’ sin d’ora una vittoria di Roberto Maroni, nel merito e nel tempismo. Il Prima il Nord del 2013 declinato nella Macroregione del Nord e che aveva fatto indubbiamente presa nella campagna elettorale per la conquista di palazzo Lombardia si rivelò fin da subito poco più di uno slogan elettorale buono solo per dare la carica e un obiettivo ai Barbari sognanti di lì a poco inevitabilmente evaporati. Ma il pragmatico Bobo da Lozza ha tirato fuori dal cilindro un “modello” di governo, via via affinatosi con gli anni, divenuto al momento una vera e propria dottrina. Un neo-doroteismo in salsa padana, solo fatti e potere, nessuna ideologia, solo pragmatismo nelle scelte e nelle decisioni, facendo della prassi del governo lombardo un sistema di lobbying territoriale. Il primo effetto è stato quello di togliere la terra sotto ai piedi del centrosinistra, tarpandone le ambizioni. E’ noto che in Lombardia le disfide politiche ed elettorali si vincano al centro, la sinistra pensava strategicamente di occupare la maggior parte di quel segmento socio-elettorale grazie alla deriva a destra della Lega salviniana, al disfacimento di Forza Italia e al tramonto di Berlusconi. Maroni non è finito nella trappola, ha tenuto in piedi la vecchia formula del centrodestra unito/vincente evitando rincorse populiste per sfruttare l’illusoria sponda lepenista, ha consentito, dandogli tempo e spazio evitando contraccolpi in Regione, la rimonta di Forza Italia che ha a sua volta tatticamente e furbamente replicato il modello Lombardia a Milano con Parisi, di fatto rigenerandosi, ha tenuto vicino i ciellini che a Roma stanno con Alfano al governo, ha fatto sistema con tutti nel nome di Prima la Lombardia e Milano attirando spezzoni politici e sociali in libera uscita da anni. Un protagonismo e una visibilità che stanno contenendo con efficacia le mire del M5S che non trova appigli decisivi per dare battaglia. Manca però una affermazione politica sul campo per sancire definitivamente la leadership maroniana. Ed ecco il referendum cascare a fagiolo, peraltro dall’esito positivo scontato. Una vittoria che il tessitore Maroni condividerà con chi si schiererà con lui senza retropensieri, che sfrutterà per consolidare al centro la sua visione di potere potendo contare su un Giuseppe Sala sempre più distante e distinto dalla sinistra e sempre più allineato e sinergico sulle questioni di lobbying territoriale, vedi questione Ema. Maroni sulla riconquista della prima poltrona di Lombardia sta costruendo la sua leadership nazionale. Mai scaricato dalla Lega, anche se spessissimo criticato e ostacolato, ben visto e stimato da sempre da Berlusconi, insostituibile sponda per i centristi in cerca di visibilità. Il presidente alchimista metterà a punto la sua formula mettendo insieme gli ingredienti collaudati degli equilibri e della sapiente distribuzione del potere con gli ingredienti meramente politici come la battaglia referendaria. In pratica per dotarsi di una golden share sulla leadership del centrodestra prossimo venturo. Un mattoncino dopo l’altro…

 

Che fine ha fatto, o meglio che fine farà, la ormai ex Whirlpool di Comerio? Se ne parla poco, troppo poco e sondare politici e istituzioni locali non sortisce in genere nessun tipo di effetto. Chi parla lo fa quasi per esorcizzare il problema, rinvia qualsiasi decisione sul futuro dell’area alla azienda multinazionale in questione. Fatti loro, come se il resto non esistesse o non li riguardasse. Alla fine non è tanto importante la destinazione di questa pregiata area incastonata in un balcone naturale tra il lago di Varese e il Campo dei Fiori, ma la mancanza assoluta idee e progetti da parte di un territorio che ai tempi della progenitrice Ignis era senza dubbio foriero di ben altra intraprendenza e di conseguenti importanti progetti imprenditoriali. Si sente e si è sentito dire di tutto e molto probabilmente solo la crisi, paradossalmente, ci salverà. In altri periodi, un comparto di quel tipo sarebbe stato dato in pasto alla solita operazione di speculazione edilizia in salsa nostrana, con tanti condomini anonimi con le facciate coperte da modeste piastrelline e balconi di ferro e vetro e con l’immancabile centro commerciale a fare da contorno. Fortunatamente i tempi non sono più propizi per tali ragionamenti, si fantastica invece su soluzioni impossibili e da libro dei sogni, non tanto per le finalità in sé, sono idee senza dubbio meritevoli, ma per il fatto che qualsiasi progetto di sviluppo ha senso solo se rende, se sta in piedi economicamente e da quel che si sente non c’è nulla che vada in tale direzione. Aria fritta o poco di più. Le aree dismesse o quasi, memori di un glorioso passato industriale devono essere rilette in quella falsariga, in una ideale continuità anche nel rispetto dell’identità e della storia di un territorio. Pensiamo non solo alla Whirlpool di Comerio, ma anche alla ex Aermacchi a Varese, tanto per citarne una tra le tante altre aree abbandonate al loro inesorabile destino fatiscente. Non sono ovviamente più i tempi per immaginare un ritorno riveduto e corretto dell’industria manifatturiera novecentesca, ma sono invece i tempi per avviare una industrializzazione di avanguardia per tecnologia e organizzazione. E il substrato culturale industriale e imprenditoriale da noi esiste, eccome! Si ripete quotidianamente il mantra della Industria 4.0, si chiacchera ad ogni piè sospinto di startup e di frontiere della new economy digitale, si disquisisce di relazioni virtuose tra università ed industria. Non a vanvera però, perché il Varesotto è sicuramente ben attrezzato e già ben incamminato lungo i sentieri della nuova concezione di industria manifatturiera. Non mancano le teste, non manca la forza di volontà, mancano di sicuro le dimensioni per fare massa, mancano di conseguenza le risorse e soprattutto non si dimostra di riuscire a fare rete, di pensare e progettare all’unisono. Abbiamo a pochi chilometri un polo d’eccellenza come Milano, tra l’altro impegnata a diventare capitale finanziaria e non solo industriale ed economica del sud Europa. Prendiamo spunto, mettiamoci in rete. Pensiamo all’area ex expo, tanto per dirne una e ai progetti per lo sviluppo di polo scientifico e tecnologico in corso d’opera, una sorta di Silicon Valley lombarda. Tra l’altro in asse con il Varesotto, lì a pochi chilometri. Saliamo sul carro. Le nostre aree ex industriali, almeno quelle ancora efficienti come Whirlpool, dovrebbero finire in mano ad una sola autorità che riesca con successo a mettere in rete tutti gli stakeholder strategici disponibili e immagini lo sviluppo dell’area con una mission ben precisa. Università, enti locali, associazioni di categoria e datoriali, Camera di commercio e quant’altri insieme con l’obiettivo di creare un progetto che porti per davvero benefici concreti per il benessere delle comunità locali, a cominciare dal lavoro. Roberto Maroni è reduce da una recente visita ai luoghi chiave di Silicon Valley, ha visitato aziende e centri di ricerca, con lui c’era pure una folta delegazione di imprenditori varesini e lombardi. Maroni è persona saggia e capace, sicuramente avrà tratto le giuste conclusioni, avrà senza dubbio ragionato sulle potenzialità della nostra regione, sulle opzioni migliori per emulare tale modello. Una Silicon Valley milanese da intendere come un volano per altre realtà minori e da mettere in rete è sicuramente una via per rilanciare economicamente i nostri territori. Risparmiateci però la retorica e i libri dei sogni.

Stacchi tre giorni a Pasqua e poi ti ritrovi immerso in un bailamme di mail e messaggi. Tra i tanti, scelgo una notizia positiva ed una negativa. Per il primo caso, ricevo tanti scritti da amici che commentano l’imminente “Tempo di Libri”, il Salone milanese del Libro in programma alla Fiera e che appunto comincerà domani. La curiosità e le aspettative non mancano. Non tanto per la manifestazione in sé, già nota nei dettagli, ma per l’impatto che avrà in città, l’affluenza, gli eventi. Milano vive di Saloni e Fuorisaloni e l’ultimo arrivato non poteva che destare una particolare attenzione. Ma i più attenti mi segnalano una chicca, ovvero “Porta un libro, prendi un libro”, progetto di Book-Crossing avviato pochi giorni fa negli aeroporti di Linate e Malpensa da SEA in collaborazione con il Comune di Milano e AIE l’Associazione Italiana degli Editori. Il progetto consiste nella “liberazione dei libri” per consentire ad altre persone di trovarli, leggerli e continuare così il “viaggio”: la filosofia è quella di condividere gratuitamente la conoscenza. "Se ami i tuoi libri, lasciali andare" è un po’ la mission di questa iniziativa pregevole. Ogni appassionato che vorrà partecipare può “liberare”, regalandolo, un proprio libro e prenderne uno a scelta fra quelli lasciati dagli altri partecipanti. Il book-crossing, ossia lo “scambio libri”, ha luogo nell’area arrivi e partenze dei terminal di Milano Linate e Milano Malpensa (terminal 1 e terminal 2), dove sono state installate 9 librerie, disegnate da Giorgio Caporaso, della Ecodesign Collection del brand italiano Lessmore i cui arredi sono espressione di una vera e propria filosofia “green”, rispettosa dell’ambiente che si basa sui principi della componibilità, personalizzazione e riciclabilità. Ogni modulo “More Light” (45x45 cm) è, infatti, realizzato in cartone 100% riciclabile. A.I.E. ha fornito 6.000 libri del progetto #ioleggoperché che, insieme a quelli donati dall’Associazione NoiSEA, rappresentano la dotazione iniziale.

Sul fronte invece delle questioni meno edificanti, piovono proteste sulla condizione dei parchi milanesi a Pasqua e Lunedi dell’Angelo, ridotti a ricettacolo disordinato di pratiche di ordinario degrado che poco hanno a che vedere con il rispetto dell’ambiente e dell’altrui tranquillità. Una storia vecchia si dirà, ma la sensazione è che di anno in anno si peggiori. Prati e aiuole invase e prese d’assalto da gruppi, quasi tutti stranieri, dediti a grigliate con contorno di schiamazzi, musica ad alto volume, odori indescrivibili. Per non parlare degli immancabili mercatini abusivi con paccottiglia di ogni genere in bella mostra. Al parco Lambro addirittura è andato in scena lo spettacolo di una coppia che faceva sesso in pubblico senza remore. Non mi dilungo su questioni note a tutti, come pure la mancanza totale di vigilanza stigmatizzata da molti. Visto che si chiede da una parte, e giustamente, rispetto e tolleranza per i nuovi arrivati alle prese con l'integrazione non sempre facile, dall’altra bisognerebbe ricordare a questa gente le basilari regole della convivenza civile e della buona educazione nonché del rispetto dell’ambiente che va lasciato in condizioni migliori di quando lo si trova. Ma, visto il solito disinteresse, credo che si tratti di parole inutili.

 

Quando l’immagine è sostanza. In apparenza o a prima vista potrebbe sembrare un provvedimento di scarso peso, in realtà non è così. Si chiude infatti con l’eliminazione del nome Stefano Parisi dal logo di Forza Italia in Comune a Milano una breve stagione civico-politica tutt’altro che fallimentare nonostante la sconfitta rimediata contro Giuseppe Sala. Il centrodestra era dato per morto ad inizio 2016, ma grazie a Stefano Parisi e al lavoro pancia a terra di una coalizione che aveva ritrovato unità intorno alla cosiddetta dottrina Maroni, ovvero intorno al modello Lombardia in salsa milanese, le cose hanno funzionato. Il centrodestra, se corre unito e se trova la quadra sulle cose da fare e lascia fuori dalla porta personalismi e paletti ideologici, se la gioca. E a Milano alle amministrative lo schieramento guidato da Parisi ha sfiorato il colpaccio. Dopo le elezioni, delle due l’una: l’eclissi e la conseguente uscita di scena del candidato sindaco perdente come fanno spesso e volentieri i civici catapultati nell’agone politico oppure la rigenerazione di una coalizione in cerca d’autore con a capo appunto Stefano Parisi. Un manager, competente, perennemente sul pezzo, solido, poteva sembrare effettivamente il personaggio giusto per cercare di raccogliere l’eredità del ventennio forzaleghista, almeno in Lombardia. Ma si sbagliarono i conti e li sbagliarono un po’ tutti gli attori in campo. E alla fine il tertium non datur è diventato realtà, ma come spesso capita in queste circostanze il risultato non è frutto di decisioni strategiche e meditate, ma del corso degli eventi. Fu dato per finito Silvio Berlusconi, fu ritenuta insanabile la divisione tra Lega Nord a trazione lepenista e Forza Italia sempre ancorata al popolarismo europeo e soprattutto fu sottovalutato il ruolo e la centralità di Roberto Maroni. Partendo da quest’ultimo, si capisce facilmente la concatenazione dei fattori e lo scenario che vediamo e viviamo in queste settimane. La madre di tutte le battaglie in Lombardia è la riconferma del governatore pena il declino del sistema di potere del centrodestra nella regione simbolo e traino del Paese. Riconferma quindi del modello Lombardia e dello schieramento così come l’abbiamo sempre visto dal 1994 in poi. E che appunto a Milano l’anno scorso ha denotato buona salute, formula efficace non si cambia. Da lì alla rinascita di Silvio Berlusconi il passo è stato breve così come il riallineamento di Matteo Salvini che in passato pareva invece prendere strade in autonomia. Stefano Parisi ha cercato la primogenitura della rigenerazione del centrodestra l’estate scorsa, ma Berlusconi cercava solo un coordinatore del partito e non un nuovo leader e piuttosto che assecondare l’anziano leader, Mister Chili si è smarcato. Ha fondato il suo partito, sta tessendo la sua trama, propone progetti, programmi e linee d’azione che però tradiscono senza remore l’obiettivo della corsa solitaria e se questa non fosse possibile, l’incasso prima del voto dell’utilità marginale del suo apporto nella futura campagna elettorale a favore del centrodestra. Un progetto che sta in piedi solo grazie all'apporto numerico e soprattutto al peso specifico politico dei ciellini, altrimenti sarebbe la riedizione di Scelta Civica o del Fare di Giannino. Di qui le conseguenze che vediamo e che vedremo prossimamente, una di queste appunto la cancellazione del nome Stefano Parisi dal logo di Forza Italia e il riapparire al suo posto del Berlusconi Presidente. Un ritorno effettivo sulla tolda di comando e non un ritorno come padre nobile buono solo per qualche sinecura dorata come molti pretendenti eredi o leader si auguravano. L’asse con Maroni ha resistito, lo stallo dei populismi in Europa e la non crescita della Lega fuori dal Nord hanno ridimensionato Salvini, i buoni rapporti con la sinistra e con il governo Gentiloni stanno di fatto ponendo le basi per qualche accordo tattico contro il M5S, intanto che si spera che il logorio del tempo che passa e degli errori che si accumulano faccia il resto. Se aggiungiamo la solita potenza di fuoco economica, il seguito personale inestinguibile e una Forza Italia, per lo meno nei numeri, sopra la soglia di galleggiamento, è facile prevedere che al centro di tutte le decisioni che contano nel 2017 ci sarà ancora Berlusconi. Rieccolo! Come si diceva di Amintore Fanfani, perennemente in bilico tra cadute e clamorosi ritorni sulla scena... fino a ben oltre gli ottanta anni.

 

 

La Settimana Santa arriva giusto in tempo per smaltire la sbornia del Salone del Mobile e del Fuorisalone, ma la pausa per prendere fiato e riordinare le idee e le agende durerà poco. Subito dopo Pasqua, dal 19 al 23 aprile, Milano ospiterà “Tempo di Libri”, la prima fiera del libro all’ombra della Madonnina, e poi, più in là, dal 4 all’11 maggio la “Settimana del Gusto”, un evento che si preannuncia già come un imperdibile appuntamento cult per appassionati e seguaci del genere culinario. Ma andiamo con ordine. La Milano delle mostre, delle fiere, degli eventi, segue l’onda lunga di Expo e ne perpetua il mantra. Allora fu un grande evento semestrale, ora lo stesso paradigma si è spezzettato in tante manifestazioni di respiro settimanale, ma la musica non cambia. Anzi migliora di anno in anno, di evento in evento. Milano fa sistema, mette in rete, non solo virtuale, le sue risorse migliori e punta dritto verso l’obiettivo dell’eccellenza e del primato. Le fiere sono la punta dell’iceberg o la testa d’ariete di un sistema economico ed industriale, quello lombardo, che funziona, motore principale o volano dello sviluppo della metropoli. Settimana della Moda e Settimana del Design sono ormai una garanzia con sfilate e Saloni che fanno il pienone di pubblico e di operatori di livello mondiale A Rho nel salone del Mobile si è registrata la presenza di oltre 343.000 persone, quasi impossibile quantificare l’affluenza agli eventi del Fuorisalone, peraltro quest’anno particolarmente affollati a causa del meteo favorevole. La città ha trovato la sua formula vincente e, di anno in anno la migliora, cercando di combinare al meglio la qualità con l’attrattività. Interi quartieri sono ormai dedicati o vocati allo scopo, come via Tortona, Brera, Porta Nuova, per parlare solo dei più noti. Altri eventi di successo più recente o considerati di nicchia sono l’eccezione che conferma la regola. Basti pensare alla recente “settimana dell’arte” dominata dal Miart e che ha di fatto preparato il terreno per la successiva settimana del design. Miart anni fa sembrava la solita fiera mercato come ce ne sono tante in giro per il mondo, oggi è un baluardo imperdibile per il settore grazie ad un costante ed efficace lavoro dei curatori ed organizzatori. E come per tutte le altre manifestazioni di successo, è il Fuorisalone che fa la differenza e anche per l’arte abbiamo notato iniziative ed eventi più o meno collegati e la fiera identificata ormai come un volano, uno stimolo per la programmazione delle mostre in città. Ora l’attenzione, o meglio la curiosità, è tutta per i libri e per l’esordiente “Tempo di Libri”, la prima fiera dell'editoria a Milano dopo lo “scippo” dell'Associazione italiana editori a Torino, che ha perso il main partner, ma non ha comunque rinunciato al trentesimo Salone che si terrà dal 16 al 20 maggio. A questo punto sarà sfida a distanza ed inevitabile sarà il confronto tra le due manifestazioni. La metropoli lombarda si è organizzata per benino, punta alla leadership senza mezzi termini, il programma della nuova fiera è già on line, vasto e ben articolato, ma soprattutto segue la falsariga della formula collaudata del rito ambrosiano, ovvero del salone principale a Rho, con in questo caso 524 espositori e circa 2mila autori ospiti e gli appuntamenti del «Fuori Tempo di Libri», tra bar, ristoranti, tetto della Galleria e pure il Tempio buddhista. Formula vincente non si cambia.

Foto: BrandoDesign, "Dog", Fuorisalone 2017, via Tortona

 

Il sistema Milano guarda al futuro e parla di futuro, consapevole delle proprie potenzialità, dei risultati raggiunti e degli obiettivi alla portata. E si parla ormai apertamente di ruolo di co-capitale del Paese.

“Il futuro della Grande Milano non è un sogno. Vive nella realtà di tutto ciò che faremo insieme” – ha detto il presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca intervenendo all’incontro “Milano, il Futuro”, andato in scena ieri mattina al Piccolo Teatro Studio Melato. E l’idea principale intorno alla quale ruota il ragionamento del presidente della più importante associazione confindustriale territoriale italiana è quella di Milano capitale, alla pari con Roma, “Milano è l’unica città in Europa che è più grande della capitale per dimensioni, perché Madrid è la più grande, così come ad esempio Berlino e Zurigo, mentre l’Italia è un’eccezione e ha Milano che è più grande di Roma. Io credo che vada riconosciuta questa specialità”, dice Rocca. “In questi anni abbiamo operato per dare alla Grande Milano un metodo nuovo, di crescita strategica e di attrattività globale. È stato uno sforzo collettivo ed entusiasmante, un esempio di collaborazione fra imprese grandi, medie e piccole, fra imprese multinazionali e nazionali, fra istituzioni pubbliche e private”. “La straordinarietà ambrosiana – ha aggiunto – sta nella ricchezza dei quattro capitali che la rendono straordinaria. Quello economico e produttivo: qui vi sono 90 imprese con più di 1 miliardo di fatturato contro 50 di Monaco, 37 di Barcellona, 16 di Torino. Quello scientifico/tecnologico: con 8 università che, nonostante la scarsità dei mezzi, stanno scalando le classifiche mondiali. Quello estetico: più che mai lo percepiamo in questi giorni di fervore per il salone del mobile, così come nella fashion week, e aggiungerei nella crescente bellezza della nostra città”. “Ma soprattutto il capitale sociale”, ha detto Rocca. “Questa Milano è attenta agli ultimi, con i suoi oltre 312mila volontari, più che raddoppiati nell’ultimo decennio. E ha il record europeo di utilizzo di bike sharing e di car sharing”. “La combinazione dei quattro capitali – ha detto Rocca – rende questa città uno dei luoghi globali più adatti per affrontare le grandi sfide. In questa città fin dall’arrivo del vescovo Ambrogio si sono incrociati Oriente e Occidente, Nord Europa e Mediterraneo. Questo è il luogo dove riflettere sul futuro”. Avanti così…

Ammettiamolo tutti senza fare sconti e senza cercare alibi, Milano ha rimediato oggi una pessima figura. Durante il principale evento dell’anno, il Salone del Mobile, la città è stata bloccata e messa in ginocchio per una intera mattinata da uno sciopero dell’Atm. E rimaniamo in città e non allarghiamo lo sguardo oltre, allo sciopero dell’Alitalia, tanto per non fare nomi. Partiamo dai fatti. Lo sciopero dei tramvieri è stato indetto contro le scelte del comune di Milano sull'Atm, l’azienda del trasporto pubblico milanese. C'è infatti all’orizzonte l'ipotesi di uno "spezzettamento" del trasporto pubblico locale. Nei prossimi mesi, infatti, il comune di Milano aprirà un bando per la gestione del Tpl. I sindacati temono una deriva decisionale che si pone l’obiettivo di dividere il servizio di trasporto pubblico in singoli servizi. Al momento, restando ai fatti, Palazzo Marino punterebbe a scindere altri servizi della mobilità urbana come il trasporto pubblico da sosta, il car sharing e il bike sharing, ma è inutile nascondersi che la paura dei lavoratori riguardi il vero obiettivo finale dell’operazione, ossia uno "spacchettamento" più ampio. Da qui lo sciopero di oggi, indetto proprio in un momento caldo per la mobilità cittadina come la coincidenza con una importante fiera. Una scelta non casuale, una premeditazione che tradisce nemmeno tanto velatamente la volontà di inviare un chiaro e perentorio messaggio al sindaco, quasi un avvertimento su quello che riguarda il prosieguo della questione Atm. Giuseppe Sala si è limitato a commentare con un laconico “sciopero sbagliato” senza però dimenticare di puntualizzare la posizione del comune all’interno di una dichiarazione di circostanza: "speriamo in una minimizzazione del disagio per la città in questo momento straordinario. Penso che non ci sia una vera ragione per lo sciopero e su questo abbiamo evidentemente opinioni diverse con i sindacati. Non c’è in questo momento e non ci potrebbe essere nessuna decisione". Tornando invece alla figura che ha rimediato Milano oggi, qualche interrogativo ce lo dobbiamo inevitabilmente porre e subito. Interrogativi che si deve porre innanzitutto la politica dimostratasi incapace di far fronte a questo smacco visto che il tempo e i modi per evitare lo sciopero c’erano tutti. La rinascita di Milano è un fatto indiscutibile, da Expo in poi la metropoli lombarda ha inanellato successi a ripetizione, ha lavorato sull’immagine, sull’attrattività, ma anche e molto sulla sostanza con poderosi investimenti pubblici e privati, ha rinnovato quartieri, ha costruito infrastrutture, ha rilanciato eventi, ne ha creati di nuovi, è ritornata protagonista nella cultura, nel turismo, nel tempo libero, nel mondo della ricerca e delle università, nella finanza, nelle startup. Risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Milano ha ingranato la marcia giusta perché è riuscita a fare sistema, ha messo in rete le energie e le risorse migliori a disposizione, ha deciso nei momenti cruciali al di fuori delle ideologie e dei paletti imposti dagli interessi di parte. E siamo a metà dell’opera, Milano ha vinto alcune tappe del giro che la dovrebbe portare ad essere una vera e propria capitale del sud Europa, una tra le prime aree metropolitane di medie dimensioni nel mondo. Siamo però davanti ad importanti crocevia che impongono il massimo dell’attenzione e soprattutto della presentabilità per poter imboccare il percorso giusto, penso ad esempio alle opportunità date da Brexit con il fitto lavorio diplomatico e lobbistico italiano-lombardo-milanese per portare Ema e altre istituzioni minori a Milano. Di fronte a questi scenari, il sistema milanese ha fatto cilecca. Il diritto allo sciopero è sacrosanto e le ragioni dei lavoratori Atm sono comprensibili e rispettabili, ma qui si gioca il futuro della città e del suo benessere, compreso quello dei tramvieri. Il rischio che finisca tutto in farsa e nella mera difesa ottusa di interessi di parte a scapito della collettività è dietro l’angolo. E’ bastato oggi dare una occhiata ai volantini appesi fuori dalle fermate della metropolitana. Una vera e propria lettera aperta a chi vive, lavora e ama Milano: "Scioperiamo per il futuro della mobilità e per la garanzia occupazionale di migliaia di persone. Scioperiamo per il futuro di Milano, anche per te". Lettera che rispediamo al mittente senza complimenti e con disappunto. La speranza è ora quella che la politica dia immediate risposte e che si riattivi subito per far ricompattare il sistema Milano e rifocalizzare immediatamente gli obiettivi di lobbying territoriale.

 

Ponti e frontiere o confini in senso generale e la conseguente simbologia che ne deriva sono argomenti vecchi quanto l’uomo così come il rimando inevitabile al concetto di viaggio sia questo di piacere, di lavoro, di formazione o per migrare. Il ponte di per sé simboleggia un passaggio, un attraversamento ideale delle nostre Colonne d’Ercole fisiche o metaforiche che siano, si passa da una parte all’altra di un fiume, di una valle, da una qualsiasi condizione ad un’altra, ma è inevitabile che il ragionamento si ampli e si carichi di ulteriori significati se lo stesso ponte dovesse attraversare una frontiera politica. Attraversare una frontiera ci pone di fronte alle nostre fragilità, alle ragioni della nostra identità da una parte e al rispetto di quella altrui dall’altra. Ritrovarsi altrove è soprattutto una sfida culturale che va ben al di là delle ragioni anche spicciole che ci hanno spinto ad attraversare una frontiera in un dato momento. Le frontiere non sono immutabili e tanto meno invalicabili, si allargano e si restringono, la storia dei popoli non sempre coincide con le frontiere delle nazioni e la stessa storia ci ha mostrato a fasi alterne invasori o Paesi invasi in un turbine di situazioni che mutano di continuo nel corso dei secoli. Una frontiera naturale, come un crinale montuoso o il mare, impone a chi vuole attraversarla l’organizzazione di un vero e proprio viaggio e stimola la persuasione inconscia di essere preparati ad incontrare popoli e nazioni completamente differenti per cultura e identità, nel caso del ponte invece non è quasi mai così. Specialmente se il ponte che attraversa un fiume è una frontiera tra Paesi che non solo sono contigui geograficamente, ma spesso e volentieri sono anche un tutt’uno per cultura e identità e molto interconnessi per ragioni sociali ed economiche. E’ quello che viene in mente osservando il ponte dogana di Ponte Tresa, cento metri di un manufatto che unisce Italia e Svizzera, la Lombardia e il Ticino, divise in questo punto dal fiume Tresa. Lo stesso paese di Ponte Tresa è per metà in territorio elvetico e per metà in territorio italiano, diviso appunto dal fiume. Il “confine labile”, per dirla alla Piero Chiara, è qui molto marcato, almeno visivamente, un confine, tra l’altro, tra i più antichi tra quelli in essere nel mondo intero, ma che paradossalmente separa territori culturalmente e storicamente molto omogenei. L’immagine pubblicata in alto, una cartolina d'epoca ritoccata nei colori, mi è stata gentilmente segnalata da amici che vivono dall’altra parte del mondo, a Buffalo negli Usa, e trovata chissà dove nel web. Anche loro vivono in una città di confine, anche loro dall’altra parte del fiume Niagara non trovano misteriose popolazioni, ma gente come loro per cultura e lingua e, grazie o a causa del confine, hanno sviluppato un modo di vivere e una economia profondamente interconnessa. Nella fotografia in questione è ritratto il vecchio ponte di Ponte Tresa, poi demolito e ricostruito nei primi anni sessanta. Qui sembra di essere negli anni 50, a giudicare dalle automobili, la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un check point Charlie di casa nostra. Allora i controlli alla frontiera erano minuziosi sia sulle persone che sulle merci, ci voleva addirittura il passaporto per passare dall’altra parte. La foto è stata scattata dal lato svizzero del fiume. Un ponte modesto e che oggi, se ci fosse ancora, sarebbe utilizzabile solo dai pedoni, impensabile che il traffico di frontalieri, turisti e veicoli commerciali possa passare da lì. Ed infatti il nuovo ponte dogana è stato costruito più grande e largo, togliendo però molta poesia ad un paesaggio tipicamente lacustre delle nostre parti, specialmente sul lato svizzero dove la nuova arteria di collegamento tra la originaria strada regina all'altezza della stazione e il nuovo ponte ha snaturato completamente l’accesso al lago dal vecchio borgo. Ma questa è un’altra storia, anch’essa però di frontiera.

 

Quante reminiscenze storiche evoca l’Ergife di Roma, centro congressi crocevia importante e decisivo in tante diverse ere dell’Italia repubblicana. Ci sono passati in tanti, quasi tutti, l’ultimo della serie è stato Stefano Parisi che proprio in questo hotel sabato scorso ha lanciato finalmente nell’agone politico Energie per l’Italia con la prima convention nazionale del suo neonato movimento politico. Nato a settembre a Milano nello Spazio MegaWatt tra luci, lo spessore dei progetti, e ombre, la scarsa partecipazione di pubblico e la di lì a poco presa di distanza berlusconiana, proseguito poi con un lungo tour per l’Italia e con un vasto lavoro di raccolta di idee e suggerimenti, giunto infine alla convention nazionale di Roma. Un rito inevitabile, sulla falsariga della politica così come la conosciamo da sempre. Un leader non si crea a tavolino e il consenso non è un prodotto già pronto da esibire. Occorre infatti un lungo lavorio di presentazione sul territorio, una certosina tessitura di trame di relazioni, una selezione accurata delle risorse umane, la costruzione di un programma concreto e fattibile. Da buon manager e imprenditore, Parisi non ha fallito in questi passaggi e gliene va dato atto, ha evitato i toni apocalittici o di facile presa, ha schivato il facile populismo, ha riempito la sua azione e i suoi progetti di contenuti, discutibili quanto si vuole, ma di contenuti e di proposte e anche serie si tratta, ha parlato con coraggio ai delusi, alla politica da rigenerare, è stato molto presente sulla stampa che conta, ma non ha sfondato. Non per suo demerito quindi, ma semplicemente perché il cosiddetto “mercato” politico nel centrodestra è ben presidiato. Qualsiasi opzione al di fuori del recinto dello storico schieramento imperniato su Forza Italia e Lega Nord è oggi puro velleitarismo, una riedizione dei fallimenti di terzo o quarto polo alla Scelta Civica, per limitarci all’epoca recente. E se decidi di rimanere all’interno del centrodestra e di spazi ce ne sono pochi appunto perché ben presidiati, non resta che scalare la montagna con i compagni di cordata che trovi disponibili al momento in quello schieramento, politici che per mille motivi sono da soli o isolati e in cerca d’autore. I ciellini, ex Ncd, quelli di rito ambrosiano, distinti e distanti dal centrosinistra e fedelmente allineati al modello Lombardia di maroniano conio sono i primi della serie, ma non mancano transfughi da Forza Italia, qualche opinion leader senza fissa dimora, padri nobili come Gabriele Albertini, vecchie glorie resuscitate alla bisogna. “È cresciuto rispetto alla prima convention milanese e mi sembra che vada nella direzione giusta, alternativa al Pd” è la sentenza pronunciata a Roma da Raffaele Cattaneo, presidente del consiglio regionale della Lombardia e ormai figura di riferimento del mondo ciellino lombardo dopo l’eclissi di Roberto Formigoni. Tradotto dal politichese, il pensiero di Cattaneo significa una presa di posizione. A settembre lo stesso Cattaneo parlava con prudenza, “sono un osservatore”, diceva a chi gli chiedeva un parere sulla discesa in campo di Parisi. In sostanza si voleva vedere fin a che punto l’ex candidato sindaco di Milano sarebbe arrivato. I problemi di Parisi sono due: le alleanze e il consenso. Oggi si parla soprattutto di alleanze e proporsi come la “la quarta casa del centrodestra” significa escludere corse solitarie alle politiche e di conseguenza eliminare gran parte dei sospetti che accompagnavano Energie per l’Italia fin dalla nascita. Ma con chi ti allei all’interno del centrodestra? I parisiani sembrano ben radicati a Milano e Lombardia, ma solo se si schiera Cl, altrove sono una incognita, una nebulosa indecifrabile in termini di voti, pochi comunque. Lanciare nella mischia qualche giovane o qualche maitre a pènser, fare convention a ripetizione per dire di esserci non significa nulla in termini di voti, è utile solo per lo spazio di uno spot e per mantenere viva l'attenzione. Silvio Berlusconi ha giocato un bello scherzo a tanta gente l’estate scorsa. Dato per morto in ogni senso, è riemerso più deciso e sicuro che mai e, grazie anche ai problemi altrui, soprattutto a sinistra, ha ritrovato pure smalto politico. Parisi, se si facessero le primarie le perderà, se si decidesse il candidato premier nel solito sinedrio di Arcore sarà tagliato fuori, ma si siederà comunque al tavolo del centrodestra e non con il piattino in mano, ma con qualche buon alleato e un solido programma. Porterà a casa il suo seggio di sicuro, ne porterà a casa altri per i suoi amici ed alleati e magari, grazie al suo spessore e alla sua presentabilità, farà pure il ministro nel caso in cui il centrodestra vincesse le elezioni, ma non è questo oggi il punto. La carta in mano di Parisi per sopravvivere ed emergere, forse l'unica, è quella di essere un ottimo contraltare alla deriva populista salviniana, un moderato-indignato, un liberale-popolare, ascoltato da chi della politica se ne frega da anni, ma non si lascia travolgere dal populismo. Un insperato asso nella manica per chi condurrà le danze, ovvero Berlusconi, il mago del gioco delle tre carte. Che, se lo sai condurre bene, questo gioco in politica funziona sempre.

 

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