Claudio for Expo

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Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

In una fase storica in cui i partiti si stanno inesorabilmente dissolvendo fa notizia la celebrazione di un congresso. Forma e riti ormai stantii, ricordi di un passato sempre più lontano in cui però i partiti esistevano per davvero e i congressi erano il palcoscenico più importante per dibattere contenuti e linee politiche e soprattutto per selezionare ed eleggere la classe dirigente. Oggi è una stanca liturgia dove tutto è già deciso e gli unici elementi di curiosità sono la comunicazione, lo show, il contorno, il gossip. La Lega non fa eccezione. E’ stato incoronato un segretario federale già di fatto eletto alle primarie, è stata assecondata la linea nazionale, sovranista, posizionata a destra così come ha deciso il sinedrio salviniano in altre sacrestie tempo addietro, non c’è stata nessuna rottura con la componente sconfitta, gli indipendentisti, alla fine solamente organizzatisi in corrente. Ieri è stata definitivamente svuotata di qualsiasi senso la parola indipendentismo, ormai è un’etichetta buona solo per riconoscere una componente del partito. Nemmeno la blanda, ma efficace, mediazione sulla lobby territoriale del Nord regge in un movimento che sposterà sempre di più il baricentro verso Roma, il tritacarne che macina tutto senza tanti complimenti per la fu Padania. Un triste epilogo dal punto di vista ideale e storico per la Lega del Carroccio, quella romantica del federalismo e appunto dell’indipendentismo. Un declino plasticamente vissuto ieri durante l’intervento malinconico di Umberto Bossi, per giunta pure contestato e fischiato. Gianni Fava, l’ultimo paladino di quel periodo, non uscirà dal partito, gestirà l’involuzione del Prima il Nord asserragliandosi nel perimetro della sua corrente condannata alla minoranza per sempre, utile strumento solo per fini tattici, per garantire visibilità e peso proporzionale alla relativa forza ottenuta sul campo. Nella speranza che con lui resti Bossi, che peraltro non ha ancora sciolto la riserva sul suo futuro, ultima icona di quel periodo. Una Lega unita sotto le bandiere del sovranismo è una sconfitta per il Nord perchè è la certificazione definitiva dell’abbandono di uno spazio politico, tutt’altro che secondario, quello della questione settentrionale da difendere, rilanciare ed interpretare sul proscenio della politica politicante. Difficile che la sinistra riesca ad occuparlo questo spazio, tenterà, magari attraverso manovre strumentali come l’appoggio al referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto, ma la credibilità su questi temi non esiste e il tempo per crearla è ormai terminato. Questo arretramento leghista è viceversa una occasione imperdibile per il centro liberale, ma per ottenere risultati concreti, ovvero il travaso dei voti, non basta il riflusso berlusconiano in via di trasformazione in vera e propria rimonta come sembra analizzando i sondaggi degli ultimi mesi. Ci vogliono progetti più importanti, innovativi, ben strutturati e una classe dirigente rinnovata. Tra l'anziano leader di Forza Italia che ha capito che l’inerzia nel centrodestra è dalla sua parte e i pontieri leghisti Maroni e Zaia collocati tra l'autonomia delle due maggiori regioni settentrionali e il sovranismo di Salvini sono collocate le ultime speranze per una politica vicina e dalla parte del Nord. Ma bisogna fare presto.

 

Si scrive Nord, si pronuncia proporzionale. All’indomani delle primarie leghiste, i profeti del Nord del Carroccio ortodosso, usciti pesantemente ridimensionati nella conta interna, sono tagliati definitivamente fuori dalla stanza dei bottoni della Lega Nazionale e a forte rischio candidatura alle prossime politiche. Si parla di Lega delle origini, autonomista e federalista, in realtà si guarda alla legge elettorale che verosimilmente sarà proporzionale, riveduta e corretta quanto si vuole da soglia di sbarramento e premio di maggioranza, ma di proporzionale si tratterà. Tradotto, ognuno andrà per i fatti suoi a farsi contare di fronte agli elettori con l’obiettivo di utilizzare il risultato elettorale che ne conseguirà come una sorta di primarie di coalizione. Chi la spunterà, indicherà il premier. E’ il disegno di Silvio Berlusconi, sicuro in questo modo di prevalere sul diretto avversario Matteo Salvini. Nel caso in cui nessuna coalizione in campo dovesse raggiungere la fatidica soglia del 40%, quella che farebbe scattare il premio di maggioranza, è già pronto il piano B, la grande coalizione sul modello tedesco da siglare con il Pd di Renzi e altri eventuali cespugli sopravvissuti alla ghigliottina della soglia di sbarramento che sarà comunque molto bassa. Anche questa è una soluzione saldamente in mano al dominus di Arcore. Il disegno berlusconiano è quello di prendere due o più piccioni con una fava, alla democristiana. Far fuori con il proporzionale sia il M5S, d’accordo con Renzi, sia le ali estreme degli schieramenti, gli scissionisti, gli eterni bastian contrari, gli infedeli cronici, i cani sciolti poco malleabili, anche qui d’accordo con Renzi. Ritrovata la centralità nel gioco politico delle prossime elezioni, Berlusconi ora deve cercare i voti e non solo attraverso il rilancio di Forza Italia, già in corso, sondaggi alla mano, ma anche attraverso una sapiente e lungimirante politica delle alleanze. Dal partitino di Fitto ai Popolari, dalla Destra sovranista di Storace e Alemanno a Fratelli d’Italia e appunto agli ex leghisti. In questo caso, con il malcelato obiettivo di ridimensionare Salvini. Qualsiasi progetto di ritorno alla Lega delle origini non può prescindere dalla presenza di Umberto Bossi e la deriva in tal senso sembra già in movimento. Commentando i risultati di domenica il patriarca di Gemonio ha detto senza tanti giri di parole: «È la fine del Carroccio, Salvini non ha un programma, ora valuterò se andarmene». Ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo le ragioni della sopravvivenza politica, sua e dei suoi perché non uscirebbe da solo. Si parte non tanto dai voti racimolati da Gianni Fava, ma dal forte astensionismo, il 45%, che viene letto in chiave antisalviniana. Il progetto di contenitore politico è in fieri, promosso e coordinato da Roberto Bernardelli, reduce da una infinità di battaglie, uomo per tutte le stagioni padane, con forte profilo indipendentista. Intorno a lui si sono aggregati tanti fuoriusciti di tutte le epoche leghiste, con il rischio però di creare l’effetto armata Brancaleone, una congrega di reduci nostalgici con poco appeal sull’elettorato. Per evitare un cortocircuito, è necessaria la presenza della figura del padre nobile, carismatico ed influente e Umberto Bossi è l’unico che oggi può incarnare il ruolo di capopopolo. «Per fare grande il Nord», così si chiama questo rassemblement promosso da Bernardelli, per ora è una associazione culturale, ma il passo per farne un partito è imminente, forse già in occasione di un evento organizzato a Milano il prossimo 27 maggio, guarda caso pochi giorni dopo il congresso leghista. Probabilmente sarà presente anche Bossi, ma non sarebbe una novità perché ai convegni di Bernardelli il Senatùr lo si è visto spesso e volentieri, questa volta però, rispetto al passato, c’è più curiosità, sarà adesione o semplice benedizione? Difficile che Bossi lasci la Lega senza una prospettiva chiara e sicura, politica ed elettorale, la certezza la si avrà solo con una legge elettorale proporzionale e con soglia di sbarramento molto bassa. Berlusconi sta facendo il gioco delle tre carte con Salvini, una pratica che a l’ex Cavaliere riesce sempre alla perfezione con chiunque. Da una parte tratta con Bossi, l’eterno alleato di tante battaglie, dall’altra negozia con Maroni, leale e allineato ad Arcore da sempre. Mentre su Bossi si ragiona come detto sopra, Maroni rimarrà all’interno della Lega saldamente a capo del modello Lombardia sulla falsariga del centrodestra di vecchio conio. La ridotta lombarda è inattaccabile, fuori portata per Salvini, così come il solido asse con Luca Zaia, defilato e non antisalviniano solo per tattica, ci sono infatti le amministrative alle porte e il governatore teme la concorrenza di Tosi. Il governatore veneto ha già in mano un discreto credito politico, è stato infatti indicato più volte dallo stesso Berlusconi come eventuale candidato premier di mediazione tra le anime forziste e leghiste non sovraniste e lontane dalle sirene populiste antieuropee. Quando si parla di Nord, si parla di spazio politico in generale e non solo di tattica leghista. Uno spazio sempre più sguarnito per i mutati interessi della Lega Nazionale e che difficilmente le manovre di Bossi, di Maroni, di Zaia e di altri potranno riconquistare e occupare. Una chance irripetibile per il centro liberale di Berlusconi alla ricerca di un rinnovato bacino elettorale per rigenerarsi. Si vedrà, intanto è partita la manovra a tenaglia per contenere Salvini, con la legge elettorale da una parte e con le scissioni e le alleanze dall’altra. State sicuri che qualcuno prima o poi dirà all’altro Matteo di stare sereno da oggi alle elezioni e lo dirà quando i patti saranno nero su bianco, accordo sulla legge elettorale compreso.

 

Alla fine, come da pronostico, le primarie della Lega le ha vinte Matteo Salvini con l’82,7% dei voti, qualcosa in più della fatidica soglia dell’80%, indicata alla vigilia dal diretto interessato come una immaginaria asticella del risultato minimo accettabile. In caso contrario, disse infatti pochi giorni fa, sarebbe stato pronto a mollare tutto. Lo sfidante Gianni Fava ha ottenuto meno di quello che sperava, ma come varie volte dichiarato da più fonti nei giorni scorsi, sul risultato dell’assessore regionale mantovano ha sicuramente inciso e pesato il fattore cadrega e carriera. Tanti leghisti vicini a lui o a Roberto Maroni hanno optato per l’allineamento al segretario federale uscente per comprensibili motivi di sopravvivenza. Insomma, si tiene famiglia anche nella Lega. Il dato sorprendente e forse inaspettato è stato quello riguardante l’affluenza, con l’astensione collocata intorno al 45% degli aventi diritto. Se teniamo conto dell’organizzazione quasi militare del partito e della relativa militanza ben inquadrata è un dato che fa riflettere o dovrebbe far riflettere in ottica di lungo periodo. Se a questa percentuale di astenuti sommiamo i voti ottenuti da Fava e se consideriamo che i risultati di Salvini sono inferiori in proporzione alle firme raccolte per la candidatura a segretario (nei confronti di Fava), la prima considerazione a caldo che si fa chiunque è che il partito è diviso in due se non in tre tronconi o correnti che dir si voglia. Sicuramente il segretario, come leader in sé, non viene minimamente intaccato nella sua forza e nelle sue ambizioni dal risultato di queste primarie e sarà incoronato come indiscusso leader maximo al congresso di domenica, altrettanto sicuramente però la linea politica sovranista, lepenista all’italiana e il relativo posizionamento ben saldo a destra viene messo in discussione da una metà circa del partito. Non poco per un movimento abituato ai plebisciti. A corollario di questa considerazione non si può tacere del clima particolarmente surriscaldato, dei toni accesi e veementi, ai limiti dell’insulto e dell’aggressione verbale. Basti a tal proposito dare una occhiata ai social. Una tensione che non sbollirà di sicuro dopo il congresso e che potrebbe ulteriormente deflagrare nel corso delle manovre per le elezioni politiche prossime venture. La mossa di Salvini di convocare un congresso un anno prima delle elezioni aveva e ha lo scopo di mettere le mani, da solo, sul dossier alleanze e candidature. Sul discorso alleanze le potenzialità all’esterno del segretario federale sono oggi ridimensionate perchè può dimostrare di avere solo mezzo partito fedelmente allineato dietro di lui, viceversa non tratterà sulle candidature, tenterà di tenere sotto controllo tutto e si può quindi facilmente immaginare che la minoranza interna ne uscirà pesantemente ridimensionata nelle velleità e soprattutto nelle poltrone. La prospettiva di una emarginazione dal gioco che conta non riguarda e non riguarderà in prospettiva Roberto Maroni e lo stesso Gianni Fava, ben arroccati in Regione Lombardia, contraltare del Nord alla Lega sovranista, un centro di potere, una ridotta saldamente in mano ai maroniani e fuori portata per Salvini. Sarà invece l’area bossiana, quella dei federalisti prima maniera, degli indipendentisti ad essere ridotta a lumicino. C’è chi a tal proposito parla già di scissione per evitare la scomparsa. Il rischio di una fuoriuscita è quello di curare con l’estremismo un altro estremismo, non ha senso infatti lasciare Le Pen per fare lo Sinn Fein come qualcuno ha detto tra un seggio e l’altro ieri alle primarie. Comunque vada, si libera nel centrodestra un vasto spazio politico, collocato tra centro liberale e Lega sovranista. Lo scenario verosimile prevede che Maroni e Fava continuino le loro battaglie ideali e politiche nella Lega, che i bossiani e gli indipendentisti si disperdano in inutili operazioni di retroguardia senza sbocchi concreti o che spariscano all’interno della Lega tra sedie e disinteresse e che il grande corpaccione del Carroccio federalista, autonomista, vicino ai ceti produttivi, che guarda all’Europa come ideale finisca via via per rimanere senza riferimenti. Oggi si astiene nella conta interna, domani, alle elezioni, starà a casa o andrà al mare.

foto: adnkronos

 

Il clima congressuale nella Lega si fa incandescente tanto da far preoccupare anche un vecchio saggio del Carroccio, il militante dei militanti, Elio Fagioli da Saronno che senza tanti giri di parole posta su facebook un perentorio “comunque dopo il congresso, nulla sarà come prima, troppi insulti tra leghisti”. Cambieranno, peggioreranno i toni, ma il movimento in realtà non cambia mai se pensiamo alla sua struttura monoblocco di tipo militare, sempre disciplinatamente coesa intorno al leader di turno. Pena l’espulsione, perché scarse o nulle sono le possibilità e le occasioni per un sereno e pacato dibattito e confronto interno. Si può discutere al limite sul carisma dei capi che in molte occasioni è servito per placare e assopire le tentazioni di fronda interna, se non addirittura di rivolta, ci riusciva benissimo Umberto Bossi, è più in difficoltà in questo lavoro Matteo Salvini. Il confronto oggi ha le caratteristiche di una resa dei conti e la convocazione del congresso ormai alle porte è servita solo per certificare le due anime del movimento, idealmente distinte e distanti, costrette da tempo, troppo, a convivere per sopravvivere, ma pronte a sfruttare qualsiasi piccolo o grande cambiamento di scenario per cercare di regolare vecchi e nuovi conti in sospeso. A monte lo scontro di leadership tra Maroni e Salvini, a valle tutta una serie di questioni locali o politicamente limitate, ma che di fatto spaccano in due la Lega. La miccia che ha dato fuoco alle polveri è stata la sconfitta della Le Pen in Francia e la concomitante non buona salute che godono i movimenti e i leader populisti in Europa e nel mondo. In una intervista rilasciata al Corriere della Sera Maroni lancia il guanto di sfida all’eterno avversario interno, “la parentesi lepenista si può considerare conclusa”, un affondo che viceversa spinge in alto la candidatura di Gianni Fava alle primarie di domenica. Che Maroni e Fava siano d’accordo è tutto da dimostrare, che facciano il gioco delle parti è invece una certezza. Entrambi seguono la falsariga bossiana del partito autonomista in chiave anti-lepenista e quindi più concretamente anti-salviniana. Maroni arroccato nel suo modello bavarese-lombardo, una macchina di potere impressionante ben oleata e ben amalgamata, ormai tassello fondamentale per la ricostruzione di uno schieramento di centrodestra sul modello 1994, Fava, leader dal basso dal sapore romantico da vecchia Lega padana, fa una battaglia squisitamente politica, fuori dalle cadreghe e dentro gli ideali per riposizionare il Carroccio sul terreno in cui è nato e per cui è nato. Prosegue Maroni nella medesima intervista “chi vince ha il dovere di fare il segretario, ma non è che puoi farlo soltanto se annienti chi la pensa in modo diverso”, con riferimento al desiderio annunciato da Salvini di voler prendere almeno l'80%. Per il governatore lombardo occorre “tornare alle nostre origini di movimento post ideologico, né di destra né di sinistra”. E poi sui rapporti con il centrodestra: “Leggo di critiche a Berlusconi, leggo che i governi di cui ha fatto parte la Lega non hanno concluso nulla, detta così sembra che la Lega sia stata al governo per le poltrone. Mi spiace davvero che si usino parole sprezzanti nei confronti dell'esperienza con Berlusconi e con Forza Italia”. Chiarissimo l’assist a favore della corsa di Gianni Fava anche se Maroni ufficialmente è defilato per comprensibili motivi, ma la sinergia con il suo assessore alla agricoltura è palese come la priorità per la questione settentrionale da rimettere al centro del dibattito politico, prima della Lega e poi del centrodestra. Salvini va invece avanti per la sua strada, “mi incuriosisce che, anche in Lega, ci sia qualcuno che abbia tifato per il potere dei banchieri”, dice con riferimento indiretto a Emmanuel Macron. “Io sono orgoglioso dei legami con Russia Unita di Vladimir Putin, i Repubblicani di Donald Trump e con Marine Le Pen”. Legami ai più sempre apparsi opachi e comunque da rimettere in discussione dopo la recente sconfitta lepenista. I rischi per la Lega di Salvini sono al momento due e sarebbero letali per il movimento e per lui stesso nel caso in cui si materializzassero. Il primo riguarda la legge elettorale, che, nel caso in cui fosse di profilo proporzionale, relegherebbe la Lega al ruolo di un grande Msi, tagliata fuori dal gioco, con tanti voti, ma inutili, congelati, e costretta a fare alleanze prendere o lasciare. Il secondo rischio è legato all’eventuale emergere di un candidato leader di coalizione sul modello di Macron, ma liberale, comunque pescato fuori dagli schemi dei partiti tradizionali, con forte presa popolare, liberale appunto e schierato contro populismi ed estremismi. Sarebbe fumo negli occhi della Lega e la inevitabile fine di Salvini. Sull'argomento della legge elettorale, ecco parlare il di solito taciturno Giancarlo Giorgetti, vicesegretario del partito, che annuncia, “sulla legge elettorale siamo pronti a votare la proposta del Pd con il sistema da noi sempre sostenuto del Mattarellum con il 50% di proporzionale e 50% di maggioritario”, un modo come un altro per arginare il pericolo del rompete le righe e ognuno per i fatti suoi a farsi contare, mentre viceversa per una Lega arroccata a destra è vitale imporre alleanze prima del voto. Ma Salvini si smarca cercando di sottolineare giorno dopo giorno la sua distanza da Berlusconi con lo scopo appunto di rintuzzare qualsiasi tentazione macroniana all’italiana. “Mi rifiuto di pensare al Carroccio che torna ad Arcore a chiedere a Berlusconi quello che possiamo fare. Bossi, Maroni, Fava mi dicono che non si può discutere l'alleanza con Fi, io dico invece: Umberto tutto si può discutere. Ma io esprimerò sempre gratitudine e rispetto per Bossi, nonostante dica che non capisco un cazzo, che Le Pen è fascista e Salvini senza poltrone è un uomo morto”. E, come in un ideale gioco dell’oca, si torna al punto di partenza, alla querelle politica tra la Lega nazionale di profilo lepenista e la Lega Nord autonomista, quella delle origini. Con Maroni sempre più leader, o tra i leader, della seconda e che punta strumentalmente sul referendum lombardo-veneto sull’autonomia per riprendersi il terreno di gioco e Salvini che cercherà di tenere il piede in due scarpe, leader in effetti di due partiti, la Lega, in cui parlerà di Nord e di autonomia (sic!), e Noi con Salvini, partito di destra lepenista, sovranista. Sullo sfondo i sondaggi che sono inchiodati da tempo ad un inutile 13% mentre Forza Italia è in rimonta e lo stesso Berlusconi ha ripreso vigore e freschezza politica. Ma pare che nella Lega se ne sia accorto solo Maroni.

 

Nella settimana in cui hanno tenuto banco, anche mediatico, Tuttofood, la visita di Obama e una miriade di altri più o meno importanti eventi collaterali intorno all’argomento cibo, c’è stato spazio ieri anche per un importante programma in città del ministro degli Interni Marco Minniti. Il momento saliente della sortita milanese è stato sicuramente l’inaugurazione della nuova sede del Centro operativo della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) nel Palazzo delle poste in via Cordusio (vedi foto), in un grande ufficio finora occupato dalla direzione delle Dighe. Il reparto interforze destinato alla lotta al crimine organizzato e che punta soprattutto a contrastare la penetrazione dei capitali sporchi nell'economia e negli appalti prende quindi piede in pieno centro e non solo per una mera questione di immagine. «È importante che a Milano la Dia abbia la sua seconda capitale», ha affermato infatti Marco Minniti. «Abbiamo davanti – ha proseguito il ministro - una sfida nuova nata dalla Brexit. Milano sta vivendo uno straordinario momento, viene confermata la sua anima di capitale europea. Nel momento in cui si redistribuisce il potere europeo dentro il continente, Milano si candida a essere un punto di riferimento simbolico, economico e culturale, ha la forza e la intelligenza per poterlo fare Ma vogliamo vincere questa sfida offrendo anche il massimo di trasparenza, essere insieme un big player finanziario ma anche un punto di riferimento per la lotta al riciclaggio». É questo in estrema sintesi il compito e il preambolo del piano operativo affidato alla Dia a Milano, secondo Minniti.

La Lombardia non è affatto immune dal fenomeno della penetrazione nel tessuto sociale ed economico delle principali organizzazioni della criminalità organizzata, anzi! Secondo Rosi Bindi, presidente della commissione Antimafia, la regione si colloca al quarto posto nella particolare classifica nazionale sulla presenza e l’insediamento della criminalità organizzata. La situazione è quindi grave anche se non si percepisce allarme sociale come in altre regioni del Paese, ma solo perché le organizzazioni criminali seguono altri copioni e prediligono l’understatement. «A Milano la mafia privilegia il metodo corruttivo e evita lo scontro frontale che produce allarme sociale», ha detto il capo della Dia, il generale Nunzio Ferla. Ma ha aggiunto che «l'obiettivo di sconfiggerla prima era molto lontano, ora è dentro l'orizzonte percorribile». «Sconfiggere la mafia una volta era un principio irrinunciabile, adesso è diventato un obiettivo: pane per i nostri denti», ha detto concludendo il suo intervento Minniti. Potrebbero sembrare dichiarazioni di facciata buone solo per l’ufficialità di una inaugurazione, in realtà c’è di più ed è la storia degli ultimi anni a ricordarcelo. «Tutti i principali cartelli criminali sono stati sconfitti qui a Milano», ha detto infatti sibillino il procuratore nazionale Franco Roberti. L’obiettivo, come è noto da tempo, si chiama 'ndrangheta, penetrata ormai ovunque a Milano, nell’hinterland della metropoli e in tante altre parti della Lombardia. Una presenza «insieme atavica e modernissima», parole di Minniti, una criminalità dei colletti bianchi ben nascosta nelle pieghe dell’economia e della società anche quella più insospettabile. E’ inscindibile il nesso tra lotta alla mafia e lotta alla criminalità economica. La criminalità organizzata permea stabilmente il tessuto economico per poi approdare al lucroso settore degli appalti pubblici in una rete di connivenze e appoggi sotto traccia. La DIA è pertanto in prima linea in questa lotta, col suo patrimonio di strumenti di analisi, con i suoi rapporti diretti con i servizi segreti, con lo strumento delle misure di prevenzione e delle interdittive antimafia.

In Prefettura Marco Minniti ha incontrato Roberto Maroni per una riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, a cui ha preso parte anche il capo della Polizia Franco Gabrielli. Argomento principale, l’emergenza immigrati dal punto di vista della sicurezza. Dopo il blitz alla stazione Centrale di qualche giorno fa «ho solo detto al ministro Minniti che gli farò avere l’elenco delle stazioni che mi vengono segnalate in giro per la Lombardia da altre Province che richiedono un analogo intervento. E l’ho sollecitato a fare analoghi interventi anche in altre stazioni della Lombardia». «È la polizia che decide, non può essere il presidente della Regione o il sindaco a decidere. La competenza in materia di sicurezza è del ministero dell’Interno e della polizia. Quindi, io accetto quello che fanno. Non chiedo di essere preventivamente informato. Se lo fanno bene, è un atto di cortesia. Ma non è obbligatorio per quanto mi riguarda. Ho apprezzato quello che ha fatto e gli ho chiesto di estendere a tutte le città di Lombardia queste operazioni», ha concluso Maroni.

 

E’ proprio il caso di dirlo, la sconfitta di Marine Le Pen in Francia ha messo Gianni Fava “en marche!” in vista delle imminenti primarie della Lega Nord del 14 maggio che precedono il congresso federale del 21 maggio. Fava è innanzitutto riuscito a raccogliere le firme necessarie per partecipare e non era un fatto scontato in un movimento dal consenso interno granitico, ma soprattutto ha vinto la sua prima piccola battaglia grazie al tempismo di una decisione dal forte spessore politico. Il declino della spinta lepenista, l’affievolirsi del sovranismo, i limiti sempre più chiari del populismo in Europa hanno di fatto consolidato in pochi giorni il senso della candidatura di Fava. E’ stato mandato da Maroni, fu detto, è stato obbligato da Salvini per crearsi un avversario finto. Parole e retropensieri, i fatti stanno dimostrando un’altra chiave di lettura, un’altra storia. Curriculum a denominazione di origine controllata padana, Fava ha fatto gavetta in comune per arrivare in Parlamento e poi approdare nel 2013 al sinedrio maroniano in Regione Lombardia occupando la poltrona di assessore alla Agricoltura. Un incarico, quest’ultimo, ricoperto con lungimiranza ed acume in nome spesso e volentieri della lobbying territoriale in un settore tipicamente padano, un presidio di leghismo militante e di governo e per giunta in Lombardia. Ma Fava è di più, lo si potrebbe sintetizzare come antilepenista da sempre, nordista convinto, europeista nel senso dei valori, non della vicinanza alla burocrazia stantia e bollita di Bruxelles. «La mia non è una testimonianza, ma una partecipazione attiva alla vita e al dibattito del movimento», ha detto recentemente a proposito delle primarie e c’è da credergli. Sfidare Salvini sul terreno politico e dei numeri in una competizione interna di un partito che interpreta da sempre i confronti tra militanti in modo molto acceso e perentorio non è indicato per chi vuole fare solo testimonianza o passerella. Non serve. Molti commentatori autorevoli hanno identificato la candidatura di Fava come quella del leghista della Lega che non passa, quella bossiana, dei nostalgici, dei disorientati, degli stanchi, di chi non condivide il posizionamento così schierato a destra. E’ sicuramente vero, vista la lunga storia politica del quasi cinquantenne Fava, ma è una lettura ampiamente riduttiva. Sicuramente per Fava il punto di riferimento è Bossi e il vecchio Carroccio autonomista, federalista, a trazione nordista, il leghismo «autentico e originario», ma c’è di più, più volte si è definito «spirito libero e liberal», in campo etico è forse il leghista mentalmente più aperto e di conseguenza tra i più distanti dagli schematismi ideologici di una certa destra, vicino, e per davvero visto l’incarico, agli imprenditori, forse uno dei pochi visibilmente e pubblicamente schierato per il modello Lega sindacato del Nord. Tornando all’Europa, per Fava il nemico non è Bruxelles, ma la capitale italiana, «Io resto convinto che Roma sia la più avanzata capitale del Nord Africa. Milano una delle capitali più avanzate dell’Europa», che non è solo una riedizione sbrigativa del sempreverde slogan Roma Ladrona, ma il sostegno a quel modello Lombardia di conio maroniano dallo squisito sapore di lobbying territoriale, di strenua difesa delle eccellenze, delle qualità, dei primati lombardi, che poi vanno a beneficio di tutti. In un quadro de-ideologizzato, «non siamo né di destra né di sinistra, ma al di sopra, al Nord». Una politica del fare, da lombardo laborioso che si traduce in opinioni e scelte pragmatiche, una su tutte, la contrarietà all’uscita dall’Euro, «la maggior parte degli imprenditori non è affatto convinta dell’uscita dall’euro» e «non ho alcun rimpianto dell’italica liretta». Piedi ben piantati in Lombardia, sostegno forte al referendum sull’autonomia in programma per il 22 ottobre prossimo, «la Lombardia è stanca di cedere 54 miliardi all’anno a uno Stato inefficiente e improduttivo» e ritorno in agenda, al primo punto, della questione settentrionale, garantendo innanzitutto la non modificabilità dell’art. 1 dello Statuto della Lega che «ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica federale indipendente e sovrana», un baluardo intoccabile per uno zoccolo duro di tutto rispetto all’interno del movimento.

Posizioni eterodosse in un movimento che negli ultimi anni ha guardato altrove, ad altre logiche che hanno sicuramente portato benefici numerici, ma non risultati politici e concreti. Il declino lepenista è piombo nelle ali delle ambizioni di Salvini, torna il centrodestra unico ed unito e a trazione liberale e Fava, l’uomo del passato che non passa ma che torna magicamente attuale, prova innanzitutto a lanciare la sua sfida alla Lega.

 

Capita che a scoprire l’acqua calda ci si scotti. Ed è quello che è successo a Mauro Gregori, consigliere comunale in quota centrosinistra a Varese e quindi militante e sostenitore della compagine del sindaco Davide Galimberti. Per la cronaca, Gregori fu eletto nella Lista Galimberti, una lista rassemblement di varie sensibilità e che ha già visto perdere un pezzo per strada, ovvero il notaio Andrea Bortoluzzi, dimessosi poche sedute dopo l’insediamento per questioni analoghe. Il disappunto, la delusione, l’inutilità del proprio ruolo, i dubbi, i mancati traguardi, gli obiettivi disattesi, la faciloneria nel promettere, le esibizioni di arrivismo, Gregori li ha riversati in un lungo post scritto su facebook e che pubblico più sotto. Gregori non è uno sprovveduto, un dilettante e tanto meno un invasato. L’ho conosciuto in campagna elettorale e l’impressione fu quella di trovarmi di fronte ad un “civico” vero, chiaramente politicamente schierato e militante, ma sempre con l’obiettivo di rendersi utile alla città sui mille fronti che lui stesso aveva aperto in tanti anni di social e blog. L’obiettivo di voltare pagina dopo più di vent’anni di Forzaleghismo ha probabilmente ottenebrato le consuete capacità di giudizio e di analisi di molti candidati come lui che hanno sorvolato su tante questioni anche personali e che poi puntualmente sono esplose come una bomba ad orologeria, come riportato dettagliatamente nel post. Per quanto mi riguarda, pur non essendo un politicante, il primo anno di Galimberti lo vivo con un certo fastidio. Estremizzando direi che non m’importa il colore del gatto, quello che m’importa è che acchiappi il topo. Poi dopo cinque anni si giudica. Vedere invece una città allo sbando e con un palese problema di leadership non se lo augura nessuno, nemmeno chi questa maggioranza non l’ha votata. Non entro nel merito delle questioni sollevate da Gregori, anche perché sono molto chiare e proprio per questo si commentano da sole, sottolineo di nuovo il problema dei problemi. Chi governa la città oggi, e non mi riferisco solo al sindaco, non ha lo standing per governare. E non è solo una questione di competenze specifiche, che in alcuni casi ci sono anche, ma proprio di capacità, skill di governo. I limiti ben descritti da Gregori sono piuttosto comuni a tante realtà, forse sono ineludibili, ma sicuramente gestibili meglio. Governare significa agire per pesi e contrappesi, sia nella gestione del potere sia nell’amministrazione e avendo come obiettivo solamente il “fare”. La sindrome del sinedrio autoreferenziale è un virus letale e in questa maggioranza è sempre stato presente e malcelato fin dall’esordio, ma ora pare aver superato il limite di tolleranza e sopportabilità. La gestione delle nomine è stata un rosario di autogol, il primo anno di amministrazione si conclude in un nulla di fatto amministrativo, la maggioranza è sfilacciata, la città è visibilmente ferma, i problemi dell’anno scorso sono ancora tutti lì, peggiorati. In confronto, il tranquillo e flemmatico Fontana degli ultimi tempi sembra un campione di dinamismo. Per non parlare della scarsa empatia nei confronti della città, per tacere dell’arroganza, basta leggere i social e parlare con la gente, mai vista una situazione simile in passato. Che se ne traggano quindi le dovute conseguenze per il bene di tutti, e non mi riferisco a Gregori ovviamente, per non lasciare Varese in agonia per quattro anni ancora, non se lo merita.

                                                    

DIMETTERSI DA CONSIGLIERE COMUNALE?

di Mauro Gregori

Da tempo valuto se sia il caso di farlo, se impegnarsi a favore della collettivita' varesina, per la citta', abbia ancora un senso. Due anni fa dopo anni di allontanamento dalla politica ho valutato che Davide Galimberti potesse essere il "nuovo", la "voglia di rinnovamento", la possibilita' di scrollarsi di dosso anni ed anni di citta' immobile e senza prospettive. Cosi' come ho lottato per Galimberti con entusiasmo contribuendo insieme a tanti alla sua vittoria oggi devo purtroppo constatare che il collega Bortoluzzi, eletto all'interno della mia stessa lista la "Lista Galimberti", dimessosi da consigliere a tre mesi dalle elezioni avesse visto giusto. Il potere in citta' e' semplicemente passato di mano, ma il metodo non e' cambiato. Manca la passione, un progetto serio di citta' proiettata nel futuro... si procede a vista... si affidano a questo o a quel progettista le sorti della citta', senza capacita' di comprendere come sia possibile dare un volto ad una città asfittica e senza prospettive. L'ultimo esempio e' il progetto delle nuove stazioni, nessun indirizzo politico serio ma lasciato tutto all'improvvisazione. Stessa cosa vale per il "piano parcheggi" un salasso per i cittadini che hanno la "colpa" di lavorare in citta' e di non avere altri mezzi se non l'auto per recarvicisi. Si prevede addirittura di far scomparire circa 500 posti auto in Piazzale Kennedy, quando soltanto qualche mese fa lo stesso sindaco Galimberti, il sabato sera, volantinava in centro per convincere i cittadini ad asufruire proprio del piazzale per parcheggiare nei fine settimana. Ma cio' che e' piu' grave e' il fatto che le opinioni dei consiglieri e dei cittadini non vengono minimamente prese in considerazione, anzi a volte persino derise. Due/tre persone fanno le scelte, tutte le altre, giunta compresa ne prendono atto. Questa non e' democrazia, e' pura e semplice gestione del potere. La squadra anti degrado da me auspicata e che dovrei in qualche modo contribuire a gestire ha un budget di ben 1900 (millenovecento) euro nel 2017 in materiali, mancano le vernici, persino l'alcool per cancellare una scritta da un pannello. La commissione "spending review" non si fara' perche' metterebbe il naso ed inciderebbe su troppe rendite di posizione consolidate negli anni. Le partecipate comunali al 100 percento (Aspem reti ed Avt) non vengono minimamente messe in discussione. Abbiamo 800 dipendenti comunali e sono in programma altre 16 assunzioni (e solo 4 di vigili urbani categoria ormai in estinzione).... Di tanti dipendenti a tutt'oggi non conosco e non conoscero' nemmeno il ruolo. Mi piacerebbe saperlo ma come? Non so ad oggi quanti e quali mezzi abbia a disposizione il comune. Pero' con faciloneria chiediamo sacrifici ai cittadini prevedendo di far pagare loro un abbonamento mensile per parcheggiare in citta' al costo di 55 euro (colpa del cittadino lavorare a Varese e venirci in auto). I furbini invece continueranno a parcheggiare ovunque capita, basta non farlo negli spazi blu, usufruire del pass elargito con grande generosita' in passato... In altre citta' verrebbero certemente sanzionati... se invece mi infilo con l'auto nel cortile di un edificio scolastico, nei pressi della piscina comunale, su qualche area verde vicino al cimitero di Giubiano sono sereno... vigili pronti a sanzionarmi? Nemmeno l'ombra. Dico tutto questo nella speranza che qualcosa cambi e che le coscienze dei pochi/pochissimi che detengono il potere si sveglino. Ne dubito... e se non succedera' nulla saro' costretto alle dimissioni. Non sono piu' disposto ad avallare una politica che naviga a vista, senza prospettiva, gestita da pochi e che non accettano consigli, pareri e tantomeno consultano i cittadini. Al potere per arrivismo e calcoli personalistici o per Varese ed i varesini? Lo scopriremo a breve.

Non vi è alcun dubbio sul fatto che la vittoria di Emmanuel Macron in Francia sia foriera a breve di qualche conseguenza concreta sul sistema politico italiano alla ricerca del bandolo della matassa per affrontare le prossime elezioni politiche. “L’Italia è un’altra cosa, ma il voto francese conferma che le elezioni si vincono al centro”, sentenzia Silvio Berlusconi e, leggendo una sua intervista odierna a La Stampa, si percepisce chiaramente un posizionamento peraltro già noto da tempo, ovvero una sostanziale distanza da entrambi i candidati in lizza. Così Berlusconi: “Amo la Francia, ho studiato e lavorato a Parigi quando avevo vent’anni, sono convinto che abbiamo un destino comune scritto nelle radici latine, cattoliche, europee dei nostri due Paesi. Auguro ai francesi una presidenza in grado di affrontare le drammatiche questioni che oggi si pongono a tutte le grandi democrazie europee: l’immigrazione, il terrorismo, la disoccupazione, la stessa ricostruzione dell’Europa, la cui crisi potrebbe diventare irreversibile. La Francia rimarrà per l’Italia un partner irrinunciabile. La signora Le Pen è portatrice di valori e di una cultura che non sono le nostre, anche se rappresentano stati d’animo e sensibilità diffusi in larghi strati della popolazione in Europa. Sono sentimenti e ragioni che vanno rispettati e non possono essere sbrigativamente liquidati come populismo. Macron è un brillante tecnocrate che viene dalla sinistra, anche se ne sta innovando lo stile e il linguaggio. Ma questa non è la nostra cultura liberale”. Andando oltre le dichiarazioni di rito del momento, è chiaro però che la sconfitta della Le Pen sia una salutare boccata d’ossigeno per la parte centrista del centrodestra. Il declino lepenista e l’affievolirsi della spinta sovranista avranno come primo e forse unico effetto il ritorno al modello del centrodestra unico ed unito e qualsiasi ragionamento sulla futura leadership partirà di conseguenza dalla considerazione ineluttabile che la vittoria arriverà solo se si conquisterà il centro. Dando nel contempo per scontata l’appropriazione dell’immagine di Macron da parte della sinistra italiana, il suddetto ragionamento è ancora più calzante. A leggere le dichiarazioni sulla stampa di Salvini o della Meloni, si percepisce per ora prudenza e temporeggiamento dopo una sconfitta in gran parte messa in conto e da tempo. Difficile che Salvini si faccia ora trascinare sul terreno populista presidiato da Grillo, rischierebbe una ingloriosa fine politica anticipata, più probabile che per tornare in gioco rispolveri il vecchio Carroccio autonomista, che stemperi gli slogan anti euro e anti Europa degli ultimi anni, che smorzi i toni in generale anche sull’immigrazione per tentare di buttare sul tavolo l’ultima possibile carta per la conquista della leadership della coalizione, la corsa ad eventuali primarie con un profilo più moderato. Ma il nemico di Salvini, o comunque di qualsiasi leader all’interno di un recinto di partito o ideologico, è proprio il macronismo. Macron ha vinto perché è uscito perentoriamente e polemicamente dal partito carrozzone di Hollande, ha lavorato sodo e vinto facendo suo il voto utile contro il populismo di Le Pen, ha quagliato un fronte unitario e trasversale de-ideoligizzato. Se a questo aggiungiamo il fatto determinante che il candidato francese impersonava perfettamente e con tocco meritocratico una sintesi della classe dirigente che conta per davvero, ecco che l’integrazione degli ingredienti ha dato l’effetto ampiamente sperato, la vittoria. Renzi in questa logica parte favorito, potrebbe impersonare il Macron italiano e rintuzzare efficacemente le ventate populiste grilline e guadagnare prezioso terreno al centro a scapito del centrodestra, ma ha il piombo nelle ali, esce da un periodo difficile, costellato di insuccessi personali, politici, di governo e conta sull’appoggio di una coalizione tutt’altro che coesa. Nel centrodestra, se consideriamo come improbabile una piroetta di Salvini, il pallino è in mano ai centristi, in primis, o solo, a Silvio Berlusconi. Il profilo del leader che verrà, dopo le elezioni francesi, è quindi sempre più chiaro, contro Renzi occorrerà schierare un Macron liberale. Basta trovarlo.

Il 27 aprile è scattata a Milano una piccola rivoluzione del trasporto pubblico locale che non ha lasciato indifferenti i milanesi. Le ragioni aziendali dell’Atm da una parte e del Comune dall’altra hanno imposto per motivi di mero risparmio e ottimizzazione una riorganizzazione di alcune linee e orari per quanto riguarda soprattutto i mezzi di superficie. Alcune linee hanno cambiato infatti capolinea e percorso. La cosa sarebbe di per sé normale nella evoluzione delle tendenze della mobilità di una grande città, in più la rete tramviaria non viene ridotta, ma semplicemente riorganizzata. Ma c’è un ma! Sparisce il 23, una linea che è diventata nel corso dei decenni una vera e propria brand del tram meneghino. Dal valore storico e identitario, una narrazione che è cominciata ben 84 anni fa e che ha accompagnato, con il suo quotidiano sferragliare, generazioni di milanesi. Il percorso della linea è cambiato solo un paio di volte nel tempo, mantenendo però sempre inalterato il tragitto da Lambrate al centro. Originariamente collegava la stazione di piazza Bottini con il Duomo e da lì poi si dirigeva verso l’ortomercato facendo capolinea in via Monte Velino. Nei primi anni 80 ci fu la prima piccola rivoluzione dettata dalla chiusura del transito dei tram in piazza Duomo e il conseguente spostamento lungo la nuova direttrice tra il Verziere e piazza Missori passando per via Larga e infine pochi anni fa il dimezzamento del percorso limitato a Lambrate-Piazza Fontana. Ora il 23 sparisce del tutto, la sua tratta viene assorbita dal 19, un’altra linea storica che però ha avuto nel tempo più variazioni rispetto al 23. Il 19 collegava inizialmente Roserio con piazza Negrelli passando per il centro, ultimamente era limitata a Piazza Castello. Come il 23, anche il 19 è sempre stato operato con i caratteristici tram milanesi costruiti tra gli anni 20 e gli anni 50, icona del trasporto pubblico in città. Due simboli irrinunciabili e non solo per i nostalgici. Se a sparire fosse stato il 19 a vantaggio del 23 la situazione sarebbe stata identica a parti invertite. La fine del 23 non ha quindi lasciato indifferenti i milanesi. C’è grande rammarico tra gli habitué ed è comparsa persino una petizione online (su Change.org) che in due giorni ha già raccolto migliaia di firme: «La modifica del 23 cancella un simbolo storico per tutta la zona Est. Chiediamo che Comune e Atm cerchino una soluzione diversa, che mantenga il 23 sia nella sua forma (tram piccolo di legno) sia nel suo numero», così dicono i promotori della petizione. Le ragioni di chi ha pianificato questa riorganizzazione del trasporto pubblico saranno anche sacrosante, ma in una grande metropoli melting pot, crocevia di etnie e culture e sempre più tappa e destinazione del turismo internazionale, forse sarebbe altrettanto sacrosanto conservare piccoli e grandi simboli identitari per renderla più attraente, per distinguerla. E anche una gloriosa e storica linea tramviaria può servire allo scopo.

 

Alcuni amici e lettori mi hanno spinto a pubblicare anche su La Bissa un breve racconto che ho postato il 25 aprile scorso su Facebook in occasione della Festa della Liberazione. E’ vita vissuta, con qualche considerazione personale che spero venga letta come imparziale e neutrale.

La famiglia di mia nonna paterna, originaria di Canelli in provincia di Asti, non era di simpatie fasciste. Era una famiglia patriarcale di campagna, di tradizione culturale liberale ottocentesca, erano noti per essere antimonarchici e da sempre moderatamente anticlericali. E appunto mai fascisti e non facevano nulla per mascherarlo. I miei nonni vivevano però a Milano e nel 1941, viste le difficoltà e i disagi creati dalla guerra soprattutto per chi viveva nei grandi centri urbani, decisero di trasferirsi a Canelli nella tenuta agricola avita gestita dal fratello di mia nonna che lì vi risiedeva stabilmente. Proprio per essere antifascisti, erano presi di mira dai potentati locali che di tanto in tanto mandavano le camicie nere a razziare animali da cortile, attrezzi, vino e altro con le scuse più improbabili. Spesso il capetto e la sua squadraccia addirittura minacciavano mezzadri e manovali mettendoli contro il fratello di mia nonna. Durante la resistenza, che sulle colline del Monferrato e delle Langhe è stata una vera e propria cruenta guerra, vedere gli scritti di Beppe Fenoglio per farsene una idea, quel fascista lo trovarono una mattina lungo e disteso in una vigna con una pallottola in mezzo alla fronte. Liberazione? Macchè. Di lì a poco si presentarono alla porta i partigiani che, sapendo che i miei nonni non erano di simpatie comuniste e non facevano nulla per mascherarlo, li presero di mira per razziare animali da cortile, attrezzi, vino e altro e pretendendo pure la requisizione dei fienili e dei depositi agricoli per nasconderci i fuggiaschi e i ricercati, a rischio e pericolo dei miei nonni ovviamente. Il capetto dei rossi era sempre minaccioso, al posto della camicia nera, aveva il fazzoletto rosso, ma i modi erano gli stessi. Con una inclinazione alla farsa. Profetizzava, con fare tronfio, la vittoria dei comunisti dopo la rivoluzione, come la chiamava lui, e la nascita di una società egualitaria in cui quello che oggi è tuo sarà anche mio. Almeno a metà, pontificava magnanimo. E quindi riteneva di avere la coscienza a posto mentre rubava perché lo considerava solo un anticipo su quello che gli sarebbe spettato in futuro. Poco dopo il 18 aprile del 1948, dopo la disfatta elettorale dei rossi del Fronte Democratico Popolare, quel capo partigiano lo trovarono una mattina nelle vigne, stecchito, con una pallottola in mezzo alla fronte. La storia la scrivono i vincitori, la violenza e le prevaricazioni non hanno colore, i morti sono tutti uguali anche se alcuni stavano dalla parte sbagliata in un certo contesto. Eppure dopo tanti decenni siamo ancora in mezzo al letame ideologico. Altro che pacificazione nazionale.

 

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