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Voghera: la lunga storia del manicomio dei pavesi

Scritto da Paola Montonati

Per molti anni, forse per decenni, nel pavese, era diffuso il modo di dire “ Ti mando a Voghera” e non s’intendeva affatto la ridente cittadina dell’Oltrepo, bensì il manicomio, quella grande struttura ora vuota e quasi abbandonata, circondata dal parco e dagli alberi.

Qui in Lomellina Voghera e il “suo” manicomio sono stati per decenni inscindibili, quasi sinonimi.

Da quando, nel 1998, anche l’ultimo paziente ha lasciato la struttura, diverse soluzioni proposte per un suo riutilizzo sono naufragate. Ora un giovane ingegnere, Cristina Brambilla, ha creato un progetto che prevede una “casa della salute” comprendente un presidio sanitario con residenza per anziani, zone di socializzazione, un museo, uffici, un’area commerciale.

La storia di questo maestoso edificio parte da lontano e passa da Pavia.

Le prime notizie su un manicomio a Pavia risalgono al 1784 quando il marchese abate Giovanni Andrea Bellingeri fece riadattare il convento di Sant’Agata al Monte e lo mise a disposizione dei poveri pazzi maschi.

Qualche anno più tardi il marchese, poiché nessun malato era arrivato a Sant’Agata, si dedicò al mantenimento di sei poveri pazzi pavesi nell’ospedale milanese della Senavra, anche per uniformarsi alle prescrizioni del governo austriaco.

La presenza a Pavia, verso la metà del XIX secolo, di Cesare Lombroso, psichiatra e padre della moderna criminologia, contribuì ad aumentare l’interesse per le malattie mentali e nel 1856 il medico torinese iniziò ad applicare le sue teorie direttamente sui malati ricoverati nel reparto dell’Ospedale San Matteo, collocato nel palazzo Del Maino e nella vicina chiesa di Sant’Eusebio.

Il suo metodo sperimentale gli fece ottenere nel 1866 la nomina a primario della Clinica di malattie mentali, diventata un vero manicomio, diviso in due reparti, quello femminile nel palazzo Del Maino, e quello maschile, allestito nel 1868 in un antico convento alla periferia della città, prima Ospedale Militare.

Con la fine del XIX secolo, la Deputazione provinciale decise di lasciare il vecchio edificio per alienati ai confini di Pavia e propose un concorso per un nuovo edificio, basato su un progetto stilato dai professori Andrea Verga e Cesare Lombroso, per la parte medica, e dagli ingegneri Rinaldo Maccabruni e Cesare Cattaneo, per la parte tecnica, oltre a Andrea Verga, già direttore della Senavra e docente di Clinica delle malattie mentali all’Ospedale di Milano, noto studioso di problemi mentali in Lombardia.

Il progetto prevedeva la costruzione fuori dalla città di Voghera, sull’area che era stata dell’antico complesso della chiesa e convento di Santa Maria delle Grazie, vicino alle acque dello Staffora, che potevano essere sfruttate per bagni e lavatoi.

Il 31 dicembre 1873 il concorso venne vinto dagli ingegneri Vincenzo Monti e Angelo Savoldi, allievi di Camillo Boito al Politecnico milanese, con il professor Lombroso nel ruolo di consulente per gli aspetti medici.

Il requisito essenziale richiesto dal programma era la netta separazione dei reparti dei vari malati, i due progettisti rinunciarono a disseminare i padiglioni nell’area, come si usava nei manicomi dell’epoca, ma mantennero inalterata l’indipendenza dei singoli corpi collegando i fabbricati tramite una galleria, anche per rendere più agevole il lavoro a medici e sorveglianti.

La galleria è composta da un solo piano fuori terra, con una pianta che si basa sull’intersezione ortogonale di due rettangoli, che formano una croce simmetrica a bracci diseguali: i due bracci maggiori comprendono la zona destinata ai malati, a destra gli uomini, a sinistra le donne, mentre quelli dell’asse minore i locali intermedi e di separazione destinati ai servizi generali.

In mezzo si trovano i cortili destinati a esclusivo uso dei malati, mentre le ali libere dei corpi di fabbrica s’immergono negli spaziosi giardini.

Sull’asse centrale est-ovest, all’ingresso si trovano due zone per il portinaio e per il giardiniere-ortolano, cui seguono il palazzo della direzione, gli uffici amministrativi, l’accettazione, i parlatori, gli alloggi per gli impiegati, oltre al gabinetto anatomico e la sezione per criminali, l’infermeria per le malattie contagiose e, all’estremo posteriore, la camera anatomica e il deposito dei cadaveri, dove si trova l’uscita posteriore.

Percorrendo i due bracci laterali ci sono nove padiglioni, quattro a est, quattro a ovest e uno finale che li collega, sono disposti non solo in rapporto al tipo di malati cui sono destinati, ma anche in modo che verso il centro sono collocati i malati più tranquilli e verso gli estremi i più agitati.

I quattro padiglioni della zona anteriore erano riservati ai convalescenti, tranquilli (due reparti) e suicidi (incontinenti); quelli della fila posteriore (a est) a fanciulli, semiagitati, agitati ed epilettici.

L’ultimo padiglione semicircolare era quello destinato ai furiosi, la cui sezione è composta di piccole stanze separate, con un corridoio comune e fornite di un proprio cortiletto esterno all’edificio, con tre tipi di celle: d’isolamento, d’osservazione e di forza, in forma ovale e alcune dotate fino all’altezza di 1,80 metri d’imbottitura di caucciù.

Al centro di ogni sezione si trova un edificio a un solo piano destinato ai bagni, al quale i malati di ciascuna sezione potevano accedere separatamente, per mezzo di quattro piccole gallerie.

Inoltre oltre ai bagni ordinari, con tinozze dotate di adeguati coperchi snodati a ribalta, erano previste docce speciali e bagni di vapore.

Il piano terreno è destinato al soggiorno diurno, con i laboratori, le officine, la scuola e i refettori, mentre il superiore è la sede dei dormitori.

Nei sotterranei sono sistemati cucine, panificio, lavanderia e asciugatoio, caloriferi, fogne, legnaia, cantina e ghiacciaia, oltre a una piccola ferrovia per il trasporto delle provvigioni, collegata a un sistema di montacarichi collocati lungo il percorso, in corrispondenza dei reparti.

Dal 1874, il complesso architettonico venne realizzato dall’Ufficio tecnico provinciale sotto la direzione dell’ingegnere Cesare Cattaneo, che apportò molte modifiche al disegno vincitore del concorso, nonostante le proteste dei due progettisti, Monti e Savoldi, appoggiati dal loro maestro Camillo Boito con una lettera del 22 agosto 1874.

Entro l’inverno del 1876, il nuovo manicomio provinciale iniziò a ospitare i primi pazienti, che erano gli 89 malati di sesso maschile trasferiti dall’ex convento pavese in cui erano ricoverati.

Per oltre un secolo, chiunque dava segni di squilibrio mentale nel Pavese finiva a Voghera e solo nel 1998, dopo 20 anni dall’entrata in vigore della legge Basaglia, gli ultimi pazienti lasciarono l’istituto. Nei decenni erano passate 17.555 persone tra uomini, donne e bambini, spesso curati con elettrochoc e lobotomie.

Dal 2011, dopo l’uscita del libro “Oltre il cancello, Voghera” di Fabio Draghi e Angelo Vicini, l’associazione Spino Fiorito, con la collaborazione dell’Asst di Pavia, ha condotto in un viaggio alla scoperta dell’ex manicomio oltre 6500 visitatori, tra amore, il fascino di una storia a lungo dimenticata e il ricordo di chi, spesso, ha passato tutta la vita tra le mura di quest’austera costruzione.

Ora l’augurio che una struttura così imponente e articolata, possa veramente essere riconvertita a beneficio di tutti.

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