Claudio for Expo

ICH Sicav

 

L'Eremo di Sant'Alberto di Butrio tra storia, misteri e leggende

Scritto da Paola Montonati

Immerso tra le verdi colline della Valle Staffora, nell’Oltrepò Pavese, l’Eremo dedicato a Sant’Alberto è un piccolo capolavoro medievale ricco di storia e leggende.

La sua costruzione venne iniziata dallo stesso Sant’Alberto, forse un membro del casato dei Malaspina, che venne ad abitare in solitudine nella valletta del Borrione nel 1030, dopo aver guarito miracolosamente il figlioletto muto del marchese di Casasco, che in segno di riconoscenza gli edificò una chiesa consacrata alla Madonna in cui Sant’Alberto e i suoi seguaci potevano celebrare i divini uffizi.

Costituiti in comunità, gli eremiti costruirono il monastero di cui oggi sono rimasti un’ala, il cosiddetto chiostrino e il pozzo, l’abate era Sant’Alberto, che vi rimase fino alla morte avvenuta nel 1073.

Nel frattempo l’Eremo, alle dirette dipendenze del Papa, divenne molto potente a livello sia spirituale che temporale, con varie dipendenze situate nelle attuali provincie di Piacenza, Pavia, Alessandria e Genova.

Dopo la morte di Sant’Alberto, la sua importanza crebbe ancora e anche il numero di monaci, inoltre ospitò illustri personaggi ecclesiastici e laici, tra cui Federico Barbarossa e Dante Alighieri.

Verso la metà del XV secolo, con l’avvento della commenda per l’Eremo cominciò un periodo di decadenza e nel 1543 gli ultimi monaci lo lasciarono per trasferirsi altrove.

Nel 1595 la chiesa di Sant’Alberto fu eretta a parrocchia, seguirono tre secoli di quasi abbandono totale durante i quali il monastero e parte della torre finirono in rovina.

La cura dell’Eremo fu affidata a don Orione nel 1900, quando ci fu la riesumazione dei resti mortali di Sant’Alberto deposti poi dentro una statua di cera oggi visibile nella chiesa a lui dedicata.

Nel 1921 don Orione ripopolò l’Eremo con gli eremiti dell’ordine da lui stesso fondato nel 1899 e con un sacerdote in qualità di parroco.

Tra di essi fu molto noto un frate cieco, chiamato Frate Ave Maria, che vi visse per più di quarant’anni dal 1923 al 1964, conducendo una vita unica per santità, preghiera e penitenza.

Nato a Pogli di Ortovero (Savona), nel 1900, a dodici anni, perdette la vista per una fucilata accidentale da parte di un amico, a vent’anni venne accolto da don Orione nei suoi istituti e inviato dopo due anni all’Eremo, dove crebbe la sua fama di santità fino alla morte, avvenuta all’ospedale di Voghera il 21 gennaio 1964.

Il complesso del fabbricato dell’Eremo è composto dalla chiesa parrocchiale di Santa Maria, che è quella originaria edificata da Sant’Alberto e da tre oratori, quello di Sant’Antonio dalla forma trapezoidale, situato appena dentro la porta d’ingresso, la cappella del Santissimo che è la navata di sinistra per chi guarda l’altare e la chiesa di Sant’Alberto sulla destra, dove il santo venne sepolto e dove sono presenti gli affreschi più pregevoli dell’Eremo, attribuiti alla scuola dei fratelli Manfredino e Franceschino Baxilio di Castelnuovo Scrivia.

A Sant'Alberto di Butrio si trovano le tracce di una tomba scavata nella roccia, che si ritiene possa essere il luogo dove venne seppellito il re inglese Edoardo II, crociato, dominatore della Scozia e conquistatore del Galles.

A differenza del padre, Edoardo II era un uomo debole, succube dell’amico conte Peter Gavaston, inoltre la moglie Isabella di Francia lo tradiva con Lord Roger Mortimer.

Secondo le cronache inglesi il re venne fatto imprigionare e ucciso nel castello di Berkley nel 1327, mentre la moglie andò a vivere in Francia, portando con sé il giovanissimo figlio che diventerà poi Edoardo III.

Il primo autore italiano che studiò il caso di Edoardo II presso l’eremo fu Costantino Nigra alla fine dell’Ottocento, successivamente anche la studiosa Anna Benedetti e più recentemente il prof. Arecchi ci si cimentarono, seguendo una lettera, pubblicata nel 1877 dallo studioso Alessandro German, che rivelava la fuga del re dal carcere per iniziare un lungo pellegrinaggio in centro Europa fino ad arrivare nel nord Italia e morire presso il castello di Cecima dopo avervi vissuto da eremita per due anni.

Don Sparpaglione, biografo di don Orione, nei suoi numerosi lavori sull'Oltrepo’, ricorda che un anziano del luogo diceva che il nonno gli raccontava di un re inglese rifugiato presso l’eremo.   

Il porticato dove si trova il sacello era un ripostiglio e legnaia, ma negli archivi delle chiese locali, ricche di documenti e pergamene antiche, non esiste un solo documento databile a quel periodo.

La tomba, lunga due metri, larga ottanta centimetri e profonda sessanta, ha ancora le tracce dei colpi dello scalpello, nel 1923 alcuni contadini tolsero la pietra di chiusura, all’interno venne trovata la calotta di un cranio che fu trasportata nell’antico cimitero.

Sul campanile dell'abbazia di Sant'Alberto di Butrio si trova la Martinella, la campana che posta sul Carroccio chiamò a raccolta i cittadini durante la battaglia di Legnano.

Lo storico Fabrizio Bernini ha raccontato questo fatto ricostruendo l'itinerario della Campana custodita dal marchese Obizzo Malaspina dal castello di Zucchi in Val di Nizza e in seguito a Sant'Alberto. 

Il Castello di Zucchi era situato sul monte Succo vicino a Sant’Alberto di Butrio e dominava la valle, era più piccolo di Oramala, ma non era solamente una torre di avvistamento.

Obizzo Malaspina, dopo essersi alleato con la Lega Lombarda, nel 1168 divenne il custode della Martinella, in seguito trasportata al castello di Zucchi. 

Nel manoscritto di don Paolo Cassola di Sant’Alberto, il castello di Zucchi viene rappresentato nell’affresco della cappella di Sant’Antonio a Sant’Alberto di Butrio ed era collegato con gli altri castelli dai sotterranei, ma per altri studiosi l'affresco rappresenta Oramala.

Del castello di Zucchi oggi rimane poco poiché il materiale con cui era costruito è stato disperso o riutilizzato.

Letto 687 volte

Claudio for Expo

ICH Sicav

 

 

 

 

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.

Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Approvo

Scrivi alla Redazione

Puoi scriverci al seguente indirizzo:

bollentini@labissa.com

 

 

 

Seguici anche su:

Realizzato da: Cmc Informatica e Comunicandoti