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Montecalvo Versiggia, una lunga storia tra il castello e i cavatappi

Scritto da Paola Montonati

Montecalvo Versiggia è un comune situato nella zona collinare dell'Oltrepò Pavese, nella valle del torrente Versa, in cui confluisce il piccolo torrente Versiggia, con una storia davvero lunga e particolare.

Il nome è citato per la prima volta in un antico diploma a favore del monastero di San Pietro in Ciel d'Oro, poi l'Imperatore Federico I, con un diploma dell'otto agosto 1164, assegnò Montecalvo con ogni regalia alla città di Pavia.

Come risulta dall'atto di possesso del 27 ottobre 1652, il borgo fu infeudato dalla regia Camera di Milano al conte Gerolamo Del Pozzo.

Con il trattato di Worms del 1743 Montecalvo passò a casa Savoia.

Il prefetto del dipartimento di Marengo, in base alla legge del febbraio 1800, lo inserì nel dipartimento di Marengo e nel circondario di Voghera.

Nel 1805, dopo il rimaneggiamento dell'amministrazione ligure - piemontese voluta da Napoleone Bonaparte, Montecalvo, con un decreto del 13 giugno 1805, venne aggregato al dipartimento di Genova circondario di Voghera.

In base al regio editto del 7 ottobre 1814 per il nuovo stabilimento delle province dipendenti dal senato del Piemonte, Montecalvo fu provvisoriamente inserito nel mandamento di Soriasco.

Successivamente, il 10 novembre 1818 la comunità di Montecalvo venne definitivamente inserita nell'undicesimo mandamento di Soriasco, in provincia di Voghera, con le frazioni di Bagarello, Cerchiera, Casone, Francia, Michelazza, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Cà de Sartori, Cà de Corzani, Poggio e Mosalunga.

Nel 1859 Montecalvo, con una popolazione di 1100 abitanti, entrò a far parte della provincia di Pavia, e fu inserita nell’VIII mandamento di Soriasco del circondario di Voghera .

Per secoli Montecalvo è stato identificato il suo castello, tanto è vero che i due termini sono stati usati spesso come sinonimi.

Il castello di Montecalvo, durante le lotte intercorse negli anni 1214-1216 tra l'imperatore Federico II alleato con Pavia contro milanesi e piacentini, fu saccheggiato e cadde in rovina.

Nel 1287 fu acquistato da Uberto Beccaria e da allora la famiglia Beccaria ne rimase proprietaria ben oltre la morte, avvenuta nel 1621, del conte Claudio, ultimo feudatario di questa famiglia, il possesso era di un ramo collaterale della famiglia, di cui facevano parte Gerolamo e il capitano Galeazzo Beccaria.

Per via ereditaria, il castello passò a Giuseppe Pietragrassa Berio Beccaria, che lo tenne come dimora di campagna, recandosi quasi sempre nel periodo della vendemmia per controllare da vicino i propri interessi economici, mentre il feudo fu della famiglia Belcredi.

L'edificio, ai primi dell'Ottocento, venne acquistato dai Pisani Dossi e nel 1823 Luigia, moglie di Carlo Pisani, restaurò l'antico pozzo fatto costruire nel 1596 dai Beccaria nel giardino del castello, come ricordano due lapidi murate sulla parete del vecchio pozzo.

Dai Pisani Dossi la proprietà del castello passò ai marchesi Brignole di Genova e nel 1879 il castello fu acquistato da Carlo e Luigi Fiori e, dopo decenni d'abbandono, ritornò a essere abitato.

Gli attuali proprietari sono gli eredi delle famiglie Fiori e Sacchi.

In un vecchio edificio, annesso alla chiesa parrocchiale di S. Alessandro, un tempo adibito a canonica e in seguito a scuola elementare, si trova il Museo del Cavatappi, il primo in Italia aperto e allestito non da un privato, ma da un ente pubblico, inaugurato il 15 luglio 2006.

L'origine del cavatappi, che risale alla metà del '400, è legata alla produzione delle armi, infatti deriva dalla verga attorcigliata e spiraliforme utilizzata per rimuovere le palle di piombo incastrate nelle bocche dei cannoni e per recuperare la stoppa impiegata per pulire le canne delle armi.

L'armeria inglese Messrs Holtzapffel di Charing Cross, che nel 1680 ottenne il brevetto per fabbricare questo ferro produceva anche cavatappi e cosi altri fabbricanti di armi, oltre ai fabbri e ai piccoli artigiani, iniziarono a produrre queste viti per bottiglie.

Secondo un'altra ipotesi, il precursore dei cavatappi fu il punteruolo per botti, infatti in una pala d'altare del 1450 circa è raffigurata una suora che spilla vino da una botte.

Dopo la metà del Seicento, con l'uso di invecchiare il vino in bottiglia, si diffuse la necessità di un oggetto capace di rimuovere il tappo in sughero, come il cavatappi.

Nel 1795 il reverendo Samuel Henshall ottiene in Inghilterra il primo brevetto di cavaturaccioli, favorendo il passaggio dalla produzione artigianale a quella in serie.

Molti dei primi esemplari, commissionati dalle classi sociali più elevate, erano realizzati da artigiani di grande fama che creavano piccoli capolavori in oro, argento o altri materiali preziosi, oggi introvabili sul mercato.

Ed erano pezzi talmente raffinati e ricercati che le dame li appendevano a quel particolare gioiello da portare in vita che prende il nome di chatelaine, una placca in oro dotata di numerosi morsetti con gli strumenti fondamentali per la vita di società, mentre i gentiluomini li fissavano alla catena dell'orologio o li inserivano nel bastone da passeggio.

Dal XVII secolo a oggi, dunque, la storia del cavatappi è contrassegnata da un continuo sviluppo che diede a quest’oggetto maneggevolezza, praticità, ma anche eleganza e originalità.

L'evoluzione del cavatappi è andata di pari passo con i miglioramenti apportati al sistema di chiusura delle bottiglie, dal Settecento all'invenzione del tappo a corona alla fine dell'Ottocento, infatti fino ad allora tutti i liquidi erano venduti al dettaglio con il tappo in sughero in modo che il cavatappi era utilizzato per birra, alcolici ma anche per bottigliette da profumo, medicine, boccette per l'inchiostro.

Questo sviluppo è anche il frutto della continua ricerca tecnica ed estetica che ha reso questo oggetto uno fra i più rappresentativi testimoni di epoche, mode e gusti di trecento anni di storia, con un mondo di cultura e di antiche tradizioni racchiuse in un piccolo, indispensabile utensile.

Il Museo è visitabile da maggio a settembre, tutte le domeniche dalle 15,30 alle 19,30.

Il resto dell’anno su prenotazione telefonando al 0385- 99712.

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