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Viaggio nella Chiesa ambrosiana che attende la visita di Papa Francesco

Scritto da Giampiero Rossi

Mille battesimi in meno ogni anno. Ma è anche vero che nascono meno bambini. Reggono i matrimoni, che oscillano attorno ai seimila annui, ma il grande calo delle nozze religiose si è già consumato qualche lustro addietro. Gli oratori sono sempre popolati, affollatissimi in estate con punte di 400 mila iscritti, compresi i figli degli immigrati che professano altre religioni. Ma questo dato è già l’anticamera del numero più delicato ed evidente: quello relativo ai nuovi preti. Ogni anno ne escono dal seminario una ventina in media. In tutto la diocesi può contare su circa duemila sacerdoti, ma da tempo sono note le proiezioni elaborate dai ricercatori dell’Università Cattolica secondo le quali — nell’ipotesi statistica peggiore — nel 2028 saranno il 20 per cento in meno rispetto al 2008. E intanto i sacerdoti che già ci sono invecchiano e anche gli ultraottantenni sfioreranno il 20 per cento tra dieci anni, quando ogni parrocchia potrà contare, in media, su poco più di un prete. E questa è già una spiegazione anche per la riduzione delle messe celebrate nelle 1.107 parrocchie distribuite in 73 decanati, organizzate in sette zone pastorali e frequentate (si stima) da poco meno del 30 per cento della popolazione diocesana.

I numeri non bastano

Sono questi alcuni numeri che fotografano la più grande diocesi del mondo, che sabato riceverà papa Francesco. Indicatori di tendenze già manifeste da tempo. «Ma la Chiesa non si misura con i numeri — ammonisce monsignor Luca Bressan, vicario dell’arcivescovo Angelo Scola per le tematiche legate a cultura, carità, missione e azione sociale —. È dagli anni Settanta che diciamo che la gente non viene più in chiesa, da allora a oggi dovremmo già essere estinti e invece non mi pare stia accadendo». Quindi aggiunge: «In una fase di grande cambiamento come quella che stiamo vivendo dobbiamo da un lato ripensare alcune nostre forme organizzative, e dall’altro, soprattutto, concentrarci su ciò che cercano e chiedono le tante persone che adesso frequentano le nostre chiese e animano la vita parrocchiale». In effetti, ci sono aspetti della vita metropolitana che raccontano di una comunità cattolica tutt’altro che in ritirata, sebbene orfana dei collanti identitari del passato. Basta, per esempio, che il cardinale Scola lanci un appello per il Fondo famiglia e lavoro ed ecco che nel giro di qualche settimana — in una città dove non mancano le difficoltà e le occasioni per donazioni e richieste d’ogni sorta — arrivano le sottoscrizioni in favore di chi è scivolato in condizioni di povertà e ha bisogno di aiuto. Per non parlare della miriade di iniziative di un volontariato sempre più creativo e professionalizzato. Basterebbe osservare la rete Caritas oggi, al di là del fiore all’occhiello rappresentato dal Refettorio di piazzetta Greco, dove non si distribuiscono soltanto pasti ma anche bellezza come strumento di inclusione. E poi, se arriva un Papa, scatta una macchina organizzativa enorme, capillare, diretta dalla curia ma che cammina sulle gambe di migliaia di volontari e riesce a portare folle (davvero) bibliche a Bresso e a Monza. Ma allora qual è il volto della Chiesa ambrosiana alla vigilia della visita del Pontefice arrivato «dalla fine del mondo»? Sarà un momento inevitabilmente propulsivo, che per dirla con il vicario episcopale, «favorirà l’emergere di questo popolo di Dio». Ma non sarà una grande festa, bensì l’occasione «per tornare a inscriverci nella storia, ed essere ciò che siamo, a dare sapore, senso, orientamento al quotidiano come è avvenuto nei secoli».  

Il flusso della storia

La storia della Chiesa ambrosiana evocata da monsignor Bressan è infatti quella segnata da figure come il cardinale Ferrari con le opere nel campo dell’educazione, o del cardinale Montini che ha anticipato l’attenzione sulle periferie. E che è proseguita con il cardinale Martini che ha aperto il dialogo con le altre fedi e con i non credenti, coltivato con convinzione anche da Tettamanzi e Scola. E proprio questo è un terreno di lavoro del prossimo futuro: «Questo secolo sta portando molte trasformazioni importanti — sottolinea ancora Luca Bressan — basti pensare al grande tema dei cosiddetti “nuovi milanesi” e noi, come Chiesa abbiamo il compito di entrare a pieno titolo in questo flusso della storia, non guardando al passato ma sforzandoci di essere portatori di soluzioni nuove». Tra le proposte messe in campo dalla Chiesa milanese in questi ultimi, tormentati anni di «scontro di civiltà» vero o vagheggiato, ci sono i Dialoghi di vita buona, cioè una serie di confronti tra rappresentanti di mondi diversi, a volte distanti se non contrapposti su grandi temi, dalle religioni all’etica. Dell’ampio comitato scientifico raccolto attorno all’idea del cardinale Scola fa parte Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro, che ospita anche gli incontri. «Ho condiviso da subito la proposta dell’arcivescovo — spiega — perché i Dialoghi parlano della città e del mondo e io ritengo imprescindibile che ciascuno, con la sua identità, si occupi davvero della cultura della città, che è fatta, sì, di quotidianità, ma deve anche guardare lontano». A questo proposito Escobar ricorda che tra lui «più che laico» e il mondo cattolico il rapporto «risale ai tempi di Martini, quando avviò la Cattedra dei non credenti e la Casa della carità», cioè una proposta di grande respiro e una più attenta ai bisogni del quotidiano. «La Chiesa che conosco io è questa e mi auguro che prosegua su questa strada, di attenzione ai cambiamenti della vita e di formazione di un pensiero metropolitano, nella direzione di un passaggio dalle “differenze di cultura” alla “cultura delle differenze”, perché questa è la specificità di Milano». E, allora, forse non è un caso se proprio a Milano è stato possibile aprire le porte di una chiesa per una preghiera-ricordo di chi, come dj Fabo, ha scelto di morire.

L’impegno dei cattolici

Il cardinale Scola, però, ha lanciato negli ultimi anni anche ripetuti appelli per un ritorno all’impegno dei cattolici in politica. Non più nelle vecchie forme, ha sempre sottolineato, anche perché un fronte elettorale di ispirazione confessionale non esiste più da tempo. «Ma abbiamo anche il dovere di chiederci — puntualizza monsignor Bressan — fino a che punto, oggi, quella che chiamiamo politica faccia parte della vita della gente, dei quartieri della città. In ogni caso il nostro impegno deve essere inteso diversamente, non direttamente orientato al voto ma ai temi su cui le persone poi devono prendere posizione. Insomma, noi ci impegniamo per proporre in forme nuove i fondamenti della nostra fede in una città e in un mondo che ha costruito nuovi legami».

*originariamente pubblicato su Il Corriere della Sera, www.corriere.it

 

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